Archivio di Gennaio, 2020

Sono anch’io un emigrante? La storia di Isidoro Nardi

Isidoro in divisa da cameriere
a Roma, 1955

A primavera del 1952, con la fine della quinta classe elementare, si era conclusa quella che amo definire la mia “carriera accademica”. I primi due inverni a seguire, 1952-53 e 1953-54, frequentai un corso teoricopratico per muratori. Solo la parte teorica, tenuta da un geometra nostro paesano. In ogni caso, a 12 anni e mezzo avevo in mano un diploma di muratore. Proprio nel giorno dell’esame finale incontrai il nostro parroco di allora, don Ernesto Ampezzan, che mi chiese se fossi disposto ad andare a Roma a lavorare nel Seminario Romano Maggiore. Sapevo di cosa si trattava perché alcuni compaesani e amici miei ci erano già stati e mi avevano informato sul tipo di lavoro, nonché sulle condizioni economiche: 300 lire al mese. Così, con la benedizione dei miei, visto che c’era bisogno e sarei stato una bocca in meno da sfamare, feci le valigie per la capitale. Mia madre venne con me fino a Belluno, acquistò il biglietto per il viaggio e aspettammo la partenza. Caso volle che quell’anno il raduno degli Alpini in congedo si tenesse proprio a Roma e così chiedemmo se era possibile viaggiare con la tradotta degli Alpini, il che mi avrebbe evitato di cambiare treno nel bel mezzo della notte. Il permesso mi venne accordato ed ecco che il 18 marzo 1954, alle ore 20, ci fu la partenza.

Arrivammo a Roma dopo circa 12-13 ore, allo scalo merci di S. Lorenzo perché la Stazione Termini era nuovissima e un treno carico di ex Alpini avrebbe forse creato qualche… difficoltà.

Dopo varie peripezie, con l’aiuto di due dei miei “compagni di viaggio”, arrivai a destinazione e ci rimasi per più di due anni, fino al luglio del 1956. Il mio lavoro consisteva nel fare le pulizie di tutto il seminario. C’erano allora un centinaio di seminaristi, mentre noi eravamo una squadra di ragazzi più o meno della mia età, tutti della provincia di Belluno, in gran parte agordini e zoldani. Un ulteriore nostro ruolo era quello di camerieri, ai pasti avevamo l’incarico di servire a tavola i seminaristi e i superiori. Non di rado capitavano ospiti di riguardo, come vescovi o cardinali ex alunni del seminario. Tra questi ebbi anche l’onore di servire il cardinale Angelo Giuseppe Roncalli, più tardi Sua Santità Papa Giovanni XXIII. Nella primavera del 1957 mi capitò l’occasione di trasferirmi a Bolzano, dove uno zio aveva una piccola impresa di pittura. Iniziai allora da apprendista la mia vera carriera. Rimasi a Bolzano per i tre anni dell’apprendistato e per un quarto da operaio, mentre nell’inverno del 1960-61 un mio paesano che da anni lavorava in Svizzera mi chiese se non avessi interesse a espatriare. Era pittore anche lui e visto che stava per cambiare ditta, dal suo vecchio capo si sarebbe liberato un posto. Fu così che a marzo del 1961 arrivai per la prima volta a Herisau, nel Canton Appenzell, dove mi trattenni per otto stagioni, fino al 1968.

Appenzell, 1967. Isidoro (sulla vespa) con il fratello Claudio (in basso a sinistra)
e due colleghi di lavoro

A metà degli anni Sessanta a Herisau venne fondata una delle prime Famiglie Bellunesi, grazie al signor Giacomo Ponte di Lamon e ad altri collaboratori. Anch’io fui tra i soci della prima ora ed ebbi in consegna il gagliardetto della Famiglia, che portai in corteo ai raduni in varie località della Svizzera, tra San Gallo, Sciaffusa, Lugano e così via. Nel 1968 la mia famiglia al completo si trasferì a Bolzano, dove già lavoravano mio padre e due sorelle, e così decisi anch’io di rientrare dopo quasi 16 anni. Nell’anno scolastico 1969-70 frequentai a Bolzano le scuole medie serali. Grazie al diploma di licenza media – e a una discreta conoscenza della lingua tedesca acquisita negli anni in Svizzera – qualche tempo dopo ebbi la possibilità di entrare alle dipendenze dell’amministrazione provinciale di Bolzano in qualità di assistente ai servizi agrari. Vi rimasi per quasi vent’anni, fino al pensionamento. Nel frattempo mi sposai (nel 1974), ebbi due figlie e ora ho anche due nipoti. Fino al suo scioglimento, fui socio della Famiglia Bellunese dell’Alto Adige. Dopo il pensionamento, per un po’ ripresi la vecchia carriera dell’imbianchino, ma da un paio d’anni mi dedico solo alla famiglia: moglie, figlie e nipotini. Un po’ mi vergogno ad autodefinirmi emigrante. Ma in fondo, anche se non ho visto né l’Australia né le Americhe, dei miei quasi 79 anni, 67 li ho passati fuori dalla provincia di Belluno e continuo a farlo. Con ciò penso di potermi dire “migrante” anch’io.

In Svizzera tra lavoro e associazionismo. La storia di Mosè D’Incà

La festa dell’Associazione Volontari Italiani del Sangue, sezione di Wil

La mia vita professionale è cominciata come apprendista muratore. Di giorno lavoravo e la sera frequentavo la scuola, all’Iti. Andavo a Santa Giustina in bicicletta, con la strada che non era nemmeno asfaltata. Dopo Santa Giustina mi hanno mandato a Longarone, sempre in bici, fino a quando, con l’aiuto del papà, ho comprato una moto. D’inverno, quando come muratore non lavoravo, andavo sulle piste in Nevegal: avevano appena allestito gli impianti. Concluso l’apprendistato ho fatto il militare. In quel periodo ne ho approfittato per prendere la patente del camion rimorchio, convinto che in futuro mi sarebbe servita a guadagnare di più. La prova del nove è arrivata subito dopo aver finito la naja, quando ho cominciato a fare l’autista. Pensavo di trovarmi bene, e invece… portavo cemento giorno e notte. Nei primi nove mesi ho percorso 8800 chilometri. Allora mi sono detto: vado un anno a Winterthur, magari prendo qualcosa in più e vedo come funziona il mondo fuori da Belluno e dall’Italia. Mi sono fatto mandare il permesso da qualche amico già emigrato e sono partito. La prima notte a Winterthur mi hanno messo a dormire in una soffitta da cui potevo vedere il cielo, dato che le tegole erano un po’ bucate. Casa mia, a Belluno, non era bella, ma almeno il tetto non aveva fori. Comunque, pazienza, mi sono messo addosso il cappotto e tutto quello che potevo. La mattina, al risveglio, avevo la brina sul naso. Non avrei potuto andare avanti così, per questo ho parlato chiaro al mio principale: o mi trovava una stanza buona o me ne sarei andato. Mi ha accontentato subito. A quell’epoca si lavorava e si risparmiava, senza muoversi mai di casa. D’altra parte, ero in un paese straniero e non parlavo una parola di tedesco. Alla fine dell’anno il padrone mi ha detto: «Ti ho aumentato lo stipendio di tre centesimi». Teniamo presente che mi dava il minimo. Poi ha aggiunto: «Ti ho preparato il permesso per l’anno prossimo».

Assolutamente no! Ho risposto. Non mi facevo prendere in giro. Era assurdo aumentarmi lo stipendio l’ultimo giorno di lavoro.

Così sono tornato in Italia, per poi chiedere a un cugino se riusciva a trovarmi un impiego a Wil, dove lavorava lui. Mi ha spedito il permesso e sono andato. Nella nuova città mi sono sentito subito a mio agio. Prima stavo come in convento, qui, invece, la vita era più interessante. Ero alloggiato da una famiglia del posto e mi trovavo benissimo. Persone squisite e indimenticabili. Sono rimasto lì un anno, poi la ditta ha messo in piedi degli appartamentini per gli operai e mi sono trasferito. Con i soldi messi da parte ho comprato una “Topolino” e l’ho inaugurata per tornare in Svizzera. Durante il viaggio non si sbrinavano più i vetri e ci ho dovuto mettere del sale. In Italia il tempo era abbastanza buono, ma arrivato ad Altdorf ho trovato un metro e mezzo di neve. Per fortuna avevo a portata le catene. Passato il confine ho dovuto cambiare la targa e metterne una svizzera provvisoria. Anche la patente ho dovuto rifare: è costata cinque franchi, non poco. L’ingegnere esaminatore mi ha chiesto dove abitavo. Lui faceva l’autista e conosceva Belluno, soprattutto il Cadore, meglio di me. Quando mi ha consegnato la patente mi ha fatto un sacco di raccomandazioni, come un padre a un figlio. Anche a Wil ho fatto il muratore, poi il capo ha visto che conoscevo il disegno e ha iniziato a darmi fiducia e sempre più responsabilità. Oltre al lavoro, con alcuni amici abbiamo fondato una squadra di calcio: la Folgore Wil. Prima disputavamo partitelle tra italiani, poi ci siamo iscritti a veri e propri tornei. Con noi giocava anche qualche croato e sloveno. Nel ‘64 è emersa la necessità di una casa per la Missione Cattolica. Bisognava raccogliere fondi e allora via, di paese in paese, a fare delle proiezioni per raggranellare denaro. Così abbiamo iniziato a ristrutturare un edificio, un po’ la sera e un po’ il sabato.

Lavoravamo come volontari e anche il missionario faceva il manovale. Poi, altra idea tra amici: formare un’associazione Alpini.

L’inaugurazione ufficiale si è tenuta nel ’68. Quando abbiamo avuto bisogno di una sede, ho chiesto al sindaco di Wil se ci concedeva un posto per montare un prefabbricato. Tempo quindici giorni e il posto ce l’avevamo. E fino all’anno scorso la sede era ancora lì, poi è stata spostata, ma di Alpini non ce ne sono più. Già dal ‘62, inoltre, eravamo donatori di sangue con un’associazione svizzera, finché nel ‘73 abbiamo dato vita a un gruppo tutto italiano. In Svizzera trattavano i donatori con un occhio di riguardo. Noi lo facevamo gratis, ma ricordo che alla fondazione più di qualcuno che voleva iscriversi ci ha chiesto quanto avrebbe guadagnato. Nel 1969 ho sposato una valtellinese. Le nozze le abbiamo celebrate in Italia, a Sondrio, e abbiamo avuto una figlia in Svizzera e un figlio in Italia. Nel ‘77 ho deciso di rientrare, ma sarei tornato anche subito in Svizzera. Ho avuto più difficoltà ad ambientarmi quando sono rientrato rispetto alla prima volta che sono partito. In Svizzera c’è meritocrazia, se vali ti valorizzano, ma devono prima riconoscere le tue doti. Insomma, è un Paese di cui ho sempre avuto tanta nostalgia, perché ci ho trascorso i migliori anni della mia vita.

Dal “Pino Solitario” di Laggio alla Logan Road di Brisbane

Betti e Bepi De Barbera a Laggio il 15 settembre 2006

Se vi capitasse di andare a Brisbane, in Australia, e transitare per la sua strada principale, la Logan Road, potreste ammirare un elegante edificio con ben visibile una grande insegna: “Da Rin Professional Centre”. Si tratta di un complesso di negozi voluti e realizzati da Giuseppe Da Rin De Barbera, originario di Laggio. Bepi è scomparso la vigilia di ferragosto all’età di ottantotto anni. La sua storia è quella di un ragazzo che, lasciato giovanissimo il paese di origine, ha saputo raggiungere, con intelligenza e coraggio, i traguardi che si era prefisso, ottenendo per sé e la sua famiglia un riscatto non solo economico, ma anche sociale e culturale. “Bepi De Barbera” è nato a Laggio l’8 aprile 1931, terzo dei cinque figli di Antonio e Maria Da Rin Perette. Il padre, boscaiolo, morì all’età di quarantadue anni, quasi contemporaneamente alla scomparsa del figlio Mario, cosicché la famiglia si trovò in condizioni davvero difficili. Finite le scuole elementari, “Bepi” fece il pastore sui pascoli di Razzo, Pinié e Ciampon fino all’età di sedici anni, poi andò a lavorare con la “Squadraccia Da Rin” alle teleferiche di Lasa, in Val Venosta, e come carpentiere nelle gallerie nei dintorni di Bolzano. A ventidue anni, nel 1952, pensò di aprire un bar sopra Pinié: il locale, inaugurato nel 1953 e chiamato “Pino Solitario”, funziona tuttora e costituisce ormai un capitolo di storia del turismo all’ombra del Tudaio. Per onorare gli impegni economici contratti fu però costretto a emigrare in Australia, lasciando in gestione il bar al fratello Gaspare. Nel dicembre 1955 si imbarcò a Trieste su un bastimento svedese e dopo quaranta giorni di traversata giunse a Melbourne, subito smistato prima al campo di raccolta di Bonegila e quindi in una fattoria a Robinvalley, nello stato di Vittoria, per essere impiegato nella raccolta dell’uva. Qui la vita fu molto dura: dopo una giornata di sfiancante lavoro si era costretti a dormire su giacigli luridi in baracche di lamiera infestate dai topi. Con l’aiuto di un amico di Lorenzago riuscì a procurarsi un altro lavoro. «Senza conoscere l’inglese – raccontava – sono andato a Sydney, dove sapevo dell’esistenza di un’impresa italiana, la E.P.T., che si occupava di linee elettriche. Qui, mi sono detto, riesco a farmi capire e a parlare con qualcuno. Mi sono presentato a un capocantiere, un emiliano simpatico, che mi ha chiesto che cosa sapevo fare. Gli ho spiegato che sapevo aggiustare i cavi di acciaio delle funivie e quando ha visto la rapidità con cui riuscivo a ridare efficienza ai cavi spezzati, mi ha ingaggiato subito con una paga che io consideravo “da sogno”, tanto che ogni due settimane mandavo un assegno a mia madre perché pagasse i debiti del bar, saldati in cinque anni». Dopo dodici mesi andò a lavorare per la Transfield con una paga più alta, restandovi per dieci anni.

Al quarto anno, però, “Bepi” manifestò il desiderio di far ritorno a casa. La Transfield, tuttavia, non aveva nessuna intenzione di lasciarsi sfuggire un elemento così qualificato e gli fece una allettante proposta: la società doveva realizzare una seggiovia in una stazione turistica, la prima di questo genere in Australia, e gli propose di restare il tempo necessario alla costruzione dell’impianto e poi, oltre all’ottima paga, gli avrebbe dato pure quattro mesi di vacanza compreso il giro del mondo.

Il nostro accettò, alla fine si prese le meritate vacanze e fece ritorno a in Italia. Nella terra d’origine un’altra tappa fondamentale della sua vita: a Laggio conobbe la friulana Alberta Persello. Fu un vero colpo di fulmine, i due si fidanzarono e nel settembre 1961, dopo soli due mesi, si sposarono. Tre settimane dopo gli sposi erano già di ritorno a Sidney, dove Bepi riprese servizio con la Transfield, che lo inviò prima a dirigere i lavori di oltre 250 chilometri di linee elettriche, poi a costruire una seconda seggiovia e infine a realizzare gli impianti di una miniera d’oro. Nel marzo del 1966, stanco di peregrinare, decise di mettersi in proprio: insieme a due geometri della Valtellina, Guido Zuccoli e Italo Speziale, fondò la Steelcon (ferro e cemento) e il successo arrivò presto con la realizzazione di ponti, scuole, stazioni radio, bacini idrici, ferrovie, impianti idroelettrici, apparati meccanici ed edili per le miniere di uranio. Nel 1977 Giuseppe cedette le sue quote e si stabilì a Brisbane, dove comprò la tenuta agricola Mount Side a Cambooya. Nel 1979, durante una vacanza in Italia, il cugino Antonio Da Rin Vidal, comproprietario dell’occhialeria Luxol di Lozzo di Cadore, gli propose di portare in Australia un campionario di occhiali di sua produzione per metterli sul mercato. Giuseppe intuì subito le potenzialità e con rinnovato entusiasmo si lanciò in questo nuovo settore. Creò, nel 1979, la Da Rin Fashion Eyewear e nell’arco di qualche anno il giro d’affari assunse proporzioni tali da richiedere nel 1990 un complesso di uffici e negozi: il centro ottico Da Rin Professional Centre. Ai suoi due figli, Dennis, nato nel 1964, e John Martin, nato nel 1970, fece studiare optometria. Oggi entrambi hanno una prospera attività con due negozi di occhiali ciascuno. La figlia Diane, nata nel 1966, si è invece laureata in architettura e ha sposato un architetto.

La vita di Gemma Coletti, da Salce alla Svizzera

Davanti alla fabbrica di cioccolato “SPOSA”. Gemma è laseconda da sinistra

Mi chiamo Gemma Coletti, provengo da una famiglia di mezzadri che abitava a Salce. Avevo sedici anni quando iniziai a lavorare come cameriera in un albergo a Sappada. Prestai servizio per una stagione invernale e una estiva. Allora Belluno era ancora una città rurale che off riva poche opportunità lavorative. Quando un conoscente riferì a mio padre che in Svizzera cercavano dei dipendenti nella fabbrica di cioccolato SPOSA, lui decise di organizzare il trasferimento per me e mia cugina Mirella, di un anno più giovane. Così, nel settembre del 1954, a diciannove anni, partii per la Svizzera, dove trascorsi in tutto sei anni. Dopo dodici ore di treno per raggiungere la meta io e lamia compagna di viaggio ci sentivamo stanche e spaesate e una volta giunte a destinazione dovevamo percorrere ancora due chilometri a piedi per raggiungere l’abitazione che ci avevano assegnato: una casa fredda, riscaldata solo con una piccola stufa a legna. La fabbrica si trovava a Laupen, una frazione del piccolo paesino di Wald, nella periferia di Zurigo. La nostra casa, che condividevamo con altre ragazze, vi distava pochi metri. L’attività contava cinquanta dipendenti tra i quali solo cinque, comprese me e Mirella, di nazionalità italiana. Si lavora mediamente nove ore al giorno, ma durante i periodi di festività si raggiungevano anche le sedici ore. Ricordo che ad ogni pausa mangiavamo un po’ di cioccolato perché non c’era tempo di andare a comprare altro. Ovviamente, con questa cattiva abitudine mi rovinai i denti per il troppo zucchero e dovetti porre rimedio una volta tornata in Italia. All’interno della fabbrica si lavorava con grandi macchinari che davano forma e confezionavano il cioccolato. Dopo due anni ebbi un incidente sul lavoro nel quale persi i ldito medio della mano destra.

Tuttora ricordo il dolore acuto che provai in mancanza di rimedi analgesici, razionati il più possibile e somministrati solamente quando il dolore era insopportabile.

Tuttavia, i macchinari e il lavoro non ci preoccupavano: la principale difficoltà era la lingua. Riuscire a padroneggiare una lingua tanto diversa dall’italiano (e soprattutto dal nostro amato dialetto) sembrava impossibile. All’inizio non sapevo una paroladi tedesco e non c’era quasi nessuno che parlava la nostra lingua; di conseguenza, la comunicazione era ostacolata. Fortunatamente andavamo molto d’accordo con i responsabili, che erano socievoli e cercavano di coinvolgerci in ogni attività e di insegnarci la lingua, finché riuscimmo finalmente a impararla dopo circa un anno. Anche i colleghi erano molto disponibili e gentili, esclusi alcuni del posto che ci chiamavano “zingare”. Sentivamo nostalgia di casa e quasi ogni settimana scrivevamo alle nostre famiglie, ma, si sa, le corrispondenze di una volta non erano veloci come lo sono ora e le risposte ci arrivavano dopo due settimane. Passati circa tre anni in Svizzera, vennero a visitarci mia mamma e mia zia, la mamma di Mirella. Quel giorno fu una grande festa, accompagnata dalla felicità di ritrovarsi dopo così tanto tempo. Si lavorava molto, ma c’erano anche momenti di svago: i proprietari della fabbrica organizzavano spesso delle gite fuori porta per i dipendenti, era un’iniziativa che rendeva tutti felici. Alcune sere, poi, dopo il lavoro, io e Mirella andavamo a ballare in un edificio a due chilometri dalla nostra casa. Vi si giungeva percorrendo una strada sterrata che ci obbligava a indossare le ciabatte e portare lescarpe da ballo in una borsa perché non si impolverassero. Una volta arrivate a destinazione ci cambiavano. Ogni sabato sera veniva invitata un’orchestra diversa e si conoscevano nuove persone. Dopo cinque anni alla fabbrica SPOSA, mi trasferii da mia cugina Ida a San Gallo. Iniziai a lavorare stirando modelli di vestiti nella sartoria Stark, ma trascorso un anno decisi di tornare in Itali aa causa di un clima sfavorevole alla salute. Una volta rientrata a Belluno mi ripresi subito e ricominciai a lavorare. Si concluse così la mia esperienza all’estero. Mi ricordo la grande preoccupazione iniziale, la paura di non essere accettata in un mondo così diverso da quello a cui ero abituata.Mi ricordo di come queste paure si dissolsero col tempo, grazie a persone comprensive, pazienti e divertenti. Mi ricordo la difficoltà e la soddisfazione di imparare una nuova lingua che ancora oggi riesco a riconoscere.