Archivio di Marzo, 2020

Luigino Moro. In giro per il mondo sulle due ruote

Luigino al Tour de France del 1981
Luigino al Tour de France del 1981

La mia storia da giramondo è iniziata negli anni ‘70 tramite le biciclette, con il Veloce Club Enal Belluno. Io abitavo a Carfagnoi di Trichiana e un amico – Ivo Battiston – mi ha chiesto se volevo iniziare a correre in bici. In quegli anni non si andava molto in giro e lui mi ha detto: «Dai, che andiamo in giro tutte le domeniche». Quella è stata la molla e così, attraverso lo sport, ho iniziato ad andare un po’ fuori dal Bellunese. Dopo essere riuscito a ottenere dei buoni risultati da dilettante, sono passato tra i professionisti, dove ho gareggiato tra il ‘79 e l’82 disputando due Tour de France, un Giro d’Italia, una Vuelta di Spagna e le varie gare di stagione. Alla fine del 1982 ho deciso di smettere di correre e per me è iniziata una nuova carriera come fisioterapista. Dopo ovviamente il periodo di studio e formazione alla Scuola Massaggi di Forlì, nel ‘90 ho cominciato a rigirare il mondo in questa nuova veste, prima con i dilettanti e poi con le squadre professionistiche, a cominciare dalla Italbonifiche nel 1993. Poi la Carrera, la MG e tra il 1997 e il 1998 sono stato alla Mercatone Uno, dove gareggiava Marco Pantani. Poi ho fatto parte della Mapei, della Fassa Bortolo, della CSC, della Liquigas, fino alla Nazionale con Davide Cassani.

Ho avuto modo, grazie al mio lavoro, di vedere il mondo e nel farlo mi sono anche divertito.

Oltre ai massaggi e alla fisioterapia per le diverse problematiche fisiche, il nostro ruolo prevede che ci occupiamo anche dei rifornimenti agli atleti. Una volta dovevamo fare pure i menù e spesso controllare perfino le cucine degli hotel, mentre adesso finalmente sono arrivati i nutrizionisti, i cuochi e altre figure di supporto, così possiamo dedicare più tempo alle nostre mansioni.
Gli episodi che ricordo con grande piacere sono molti: la collaborazione con Michele Bartoli dal 1999 al 2004, i diversi Mondiali, ai quali dal ‘99 fino ad oggi ho sempre partecipato, le Olimpiadi del 2000 e del 2004 come massaggiatore degli azzurri – ad Atene Bettini vinse l’oro -, ma in particolare il periodo in cui ho lavorato con Marco Pantani è stato molto intenso e nel ‘98, quando ha vinto Giro e Tour, ho avuto la più grande soddisfazione. Era da tempo che non si ottenevano risultati di così alto livello. Pantani era un ragazzo molto semplice, che purtroppo si è lasciato condizionare troppo da certe amicizie che arrivano con il successo. Le vicissitudini avute con lui sono cose che ti segnano, anche perché ti rendi conto che non puoi farci niente, non puoi cambiare le cose.
Il ciclista che in questi anni mi ha impressionato più di tutti, però, è Peter Sagan, uno di quei campioni che nascono solo una volta ogni tanto. Poi Bugno è stato un grande, così come Johan Museeuw. Sono corridori che hanno segnato un bel po’ di storia.

Ottavio Romanel. Io, mancato “caregheta”

Cantiere in Nigeria, con la moglie e un dipendente locale
Cantiere in Nigeria, con la moglie e un dipendente locale

Mi chiamo Ottavio Romanel, sono nato a La Valle Agordina il 5 giugno 1935.e voglio raccontare la mia storia di mancato caregheta.
Figlio di careghete iniziai tale attività nel biennio 1949-50 in quel di Savona, dove mio padre aveva la zona di lavoro. Questo avvenne dopo aver frequentato l’avviamento professionale nella scuola di Agordo. Ma i tempi stavano cambiando e allora chiesi a mio padre di riprendere gli studi all’ITIM, Istituto Tecnico Industriale Minerario di Agordo.
Conseguii il diploma nel 1956 e a marzo del 1957 fui assunto dalla RAIBL, Società Mineraria di Cave del Predil, che estraeva i minerali di blenda e galena. In quel periodo la direzione tecnica era affidata alla Pertusola che sfruttava le miniere in Sardegna. Fui visionato ed assunto dall’Ing. Valdivieso, noto a noi studenti perché autore di una dissertazione riguardante la perforazione e le cariche di esplosivo inclusa nel “Gerbella”, la bibbia del perito minerario. Nel 1962 la concessione mineraria fu tolta alla Pertusola ed assegnata all’Amministrazione Società Stradale. Alla direzione della miniera arrivò l’Ing. Bonato, nostra conoscenza essendo stato insegnante all’ITIM di Agordo.

Alla fine del 1968 cambiò la mia storia: l’Ing. Bonato venne chiamato dal cognato Prof. Milli, nostro insegnante di geologia e mineralogia, per andare in Perù a risolvere certi problemi legati allo scavo di una galleria di 20 km per una centrale idroelettrica.

Milli, in qualità di consulente dell’Impregilo, chiese a Bonato di occuparsi della faccenda portandosi dietro dei tecnici minerari con le competenze necessarie ad affrontare la situazione. Io fui tra i prescelti e mi fu affidato l’incarico di scavare l’ultimo tratto della galleria, compreso il pozzo piezometrico e due camere di espansione. Dopo due anni di quel lavoro venni trasferito, sempre tramite l’Impregilo, in Colombia per i lavori di scavo del tunnel di deviazione ed altre gallerie inerenti alla costruzione di una diga sul fiume Chivor, nella zona smeraldifera a nord del Paese.
Alla fine del 1974 venni trasferito a Medellin, dove dovevo supervisionare lo scavo di una caverna sotterranea adiacente ad una centrale funzionante con quattro turbine. Naturalmente non si trattava di una cosa semplice e vennero ingaggiati dei tecnici svedesi della ditta Nitro Consult dai quali appresi le tecniche degli spari controllati. Alla fine del 1976 venni trasferito in Iran e fui addetto agli scavi del tunnel di deviazione per la costruzione di una diga in terra a nord di Teheran, vicino al Mar Caspio. A gennaio del 1977 fui trasferito in Nigeria con una società joint venture composta da Girola, Borini, Prono e il rappresentante nigeriano Hiconi. La ditta aveva in appalto la costruzione del ponte “Therih Milan”, in prossimità di Lagos. Io avevo l’incarico di Quarry Manager per lo scavo e la produzione degli inerti che servivano alla costruzione. Alla fine del 1979 fui trasferito in Argentina per la costruzione di una diga in terra nelle vicinanze di San Carlos de Bariloche. Ero addetto agli scavi di due tunnel di deviazione e a quelli inerenti le spalle della diga. A marzo del 1982, dopo una breve esperienza alle cave di marmo in Sicilia, trovai lavoro nelle gallerie autostradali della tratta Udine-Tarvisio fino a settembre del 1984 con la ditta Italstrade. Fui quindi trasferito a Napoli per la ristrutturazione della galleria Cumana, danneggiata dai bradisismi nella zona flegrea.

Miniera di Cave, con il collega Asquini sul filone mineralizzato di blenda
Miniera di Cave, con il collega Asquini sul filone mineralizzato di blenda

Alla fine del 1986 l’Impregilo mi richiamò per la costruzione di una nuova diga in Argentina, dove trovai impegnativo il lavoro di scavo di due gallerie nella zona alluvionale detta “il palecause” con una macchina tedesca del diametro di 5 m, detta “scudo”. Alla fine del 1987 mi ricercò l’Italstrade per inviarmi in Turchia per la costruzione di una diga in calcestruzzo arco e gravità alta 120 m simile a quella del Vajont. Rimasi fino al giugno del 1988, quando venni trasferito in Val d’Aosta per lo scavo di gallerie autostradali verso Courmayeur e verso il Gran San Bernardo con la mansione di direttore tecnico. Alla fine di quel periodo avevo maturato il diritto alla pensione, ma il Presidente Amato la bloccò per due anni. Dovetti preparare nuovamente le valigie e tramite l’Impregilo fui trasferito in Cile per lo scavo di un tunnel di desvio e di una caverna sotterranea per la costruzione di una centrale. Durante i miei trasferimenti sono sempre stato accompagnato dalla famiglia. Nel marzo del 1994 mi sono ritirato in pensione.

… e i minatori festeggiarono Bartali

Riccardo Paris
Riccardo Paris

Quando i miei genitori, originari di un paese al confine tra Abruzzo e Lazio, si stabilirono a Belluno per via del lavoro di mio padre, furono due bellunesi, di una quindicina d’anni più anziani, il loro principale punto di riferimento in città, affettivo e non solo: Riccardo Paris detto “Carlin”, di Coi di Navasa, e Assunta “Sunta” De Bona, di Cet.
Queste due persone indimenticabili avevano affittato ai miei il primo piano di un caseggiato che erano stati capaci di costruire con le loro mani una volta rientrati in Italia dalla Svizzera, dove avevano vissuto e lavorato per diverso tempo. La mia famiglia stava al primo piano e “Carlin” e “Sunta” al piano superiore: i contatti erano quotidiani e per me, sin da bambino, quei due erano più che parenti.
Le loro storie erano la cosa più affascinante, specie quelle del tempo di guerra, e restavo interi pomeriggi ad ascoltarle, preferendole persino alla TV.
Una storia in particolare, però, mi è rimasta nel cuore e non parla di guerra ma di emigrazione, di miniera; ed è una storia piuttosto recente, che Riccardo mi raccontò quando ormai era molto anziano ed io ero diventato un uomo.
Ricordo che un pomeriggio ero andato a trovarlo nella vecchia casa di via Maresio Bonaventura come facevo spesso, specie da quando “Carlin”, vedovo e con la sola compagnia dell’adorato fratello Attilio, si era gravemente ammalato di una patologia polmonare probabilmente legata alla sua esperienza di minatore in Belgio.

Tra il 1947 ed i primi mesi del 1949, infatti, Riccardo, classe 1921, aveva lavorato in una miniera vallone. Non era Marcinelle; non ne sono certo, ma mi pare che fosse Blegny.

“Carlin” mi raccontava di turni durissimi; di squadre composte ognuna da tre minatori che lavoravano a mille metri di profondità, in mutande per il gran caldo, madidi di sudore per la forte umidità e per la paura dei crolli; di ore di lavoro dentro cunicoli dove non manderemmo nemmeno un cane; di baracche dove si faceva fatica a respirare d’estate e che erano gelide in inverno, con l’unico lusso di una grossa stufa al centro della camerata e un buon quantitativo di carbone per alimentarla. Molti non ce la facevano, raccontava Riccardo, e se tornavano in Italia dopo qualche giorno, qualche settimana, con il peso nel cuore per l’umiliazione che li avrebbe attesi a casa, costretti a dover dire ai loro familiari che avevano rinunciato al posto di lavoro; e quelli, per gli italiani, non erano anni in cui si potesse rinunciare al lavoro a cuor leggero.
Nella squadra di Riccardo, oltre a lui, c’erano un suo paesano che aveva la sua stessa età e un “tosat napoletan”, come lo chiamava “Carlin”. Chissà, magari era di Caserta o, forse, di Campobasso, ma, dato l’accento, per Riccardo doveva essere senz’altro “napoletan”.
I due bellunesi facevano da chioccia al “tosat”, di 18 anni appena, e cercavano sempre di evitargli i compiti più duri e rischiosi che, di volta in volta, venivano affidati alla loro squadra: “sta bon che fon noi altri”.
“Se era come fradei”, mi disse Riccardo, sospirando vicino al suo bombolone dell’ossigeno: poche parole che rendevano l’idea di quale fosse il loro rapporto. E una lacrima gli rigò il viso, cosa piuttosto insolita per un duro come “Carlin”.
Poi prese a parlarmi del Giro di Francia, quello del 1948. Nella torrida estate di quell’anno si correva, infatti, il Tour de France e le speranze del ciclismo italiano, assente Coppi, erano riposte sul 34enne Gino Bartali, toscano di Ponte a Ema. Bartali aveva vinto il Tour nel 1938 ma erano altri tempi e, data l’età indubbiamente avanzata per un ciclista, nessuno pensava che potesse vincerlo ancora. Robic, che aveva vinto il Tour nel 1947, la prima edizione del dopoguerra, Bobet e i vari favoriti della vigilia, per lo più belgi e francesi, nelle loro interviste del pregara non avevano minimamente menzionato Bartali; gli stessi giornalisti italiani lasciarono in molti la Grande Boucle quando Ginettaccio cadde sui Pirenei e accumulò uno svantaggio dalla maglia gialla di ben 21 minuti. Ma nella baracca di “Carlin” nessuno aveva intenzione di mollare: c’era una radio e, quando i turni in miniera lo permettevano, lui e i suoi compagni cercavano di seguire le tappe del Tour; uno di loro, che conosceva bene il francese, traduceva le varie radiocronache. “Avon sempre sperà”, mi spiegò ad un tratto Riccardo, “perché Bartali l’era sempre Bartali”.
E, infatti, come nel più classico dei film americani a tema sportivo, accadde l’impensabile, quello che nessuno, a parte i minatori italiani di Blegny, aveva previsto.

La corsa arrivò sulle Alpi e Bartali cominciò a rimontare, tappa dopo tappa, salita dopo salita: prima il Colle dell’Izoard, poi il Galibier, la Croix de Fer, il Coucheron, il Granier. E infine il trionfo finale a Parigi, il 25 di luglio del 1948, quando il campione italiano indossò definitivamente la maglia gialla del vincitore, con un distacco di più di 26 minuti sul secondo classificato, il belga Schotte: aveva stracciato tutti, “l’gavea ciavà quei mone de’ francesi”, diceva Riccardo, che non faceva differenza tra francesi e valloni, i belgi di lingua francese. Grande, Bartali: con la faccia sporca di polvere e di fatica, che lo faceva tanto somigliare a “Carlin” e agli altri minatori, aveva vinto e aveva vinto anche per loro.

E allora Riccardo e i suoi due inseparabili compagni, il “me paesan” e il “tosat napoletan”, non ce la fecero più. La sera della premiazione di Bartali si diedero una ripulita e uscirono – era la prima volta che lo facevano perché non bisognava spendere e occorreva “mandar i schei” in Italia – ed entrarono nella brasserie più elegante del paese, “quella dei paroni”, precisò Carlin, quella in cui i lavoratori stranieri, specie gli italiani, non erano graditi. Si sedettero ad un tavolo, un po’ in disparte ma non più di tanto, ed ordinarono, in tre, una bottiglia di Stella “Artois”; Riccardo la pronunciava proprio così come si scrive, “Artois”. E brindarono alla salute di Bartali, sotto gli sguardi “incazzati” degli avventori “francesi”: un po’ come nella celebre canzone che Paolo Conte dedicò alla grande impresa del Ginettaccio nazionale. “Erano furiosi, eh? E non vi hanno detto niente?”, gli chiesi dopo un po’, curioso di sapere quale fosse stata la reazione nei confronti dei tre italiani. “I tasea tuti”, fu la risposta lapidaria di “Carlin”, con un ghigno beffardo stampato in faccia che dava proprio l’impressione che stesse ancora godendo, a distanza di tanti anni. Un ghigno che aveva però un che di malinconico, di indicibilmente triste e struggente.
Eh, sì, per un giorno, un giorno soltanto, Riccardo e i suoi non erano più poveri immigrati, “comprati” dalle grandi società minerarie come fossero merce, non erano più “maccaronì” o quantomeno se lo erano dimenticato, sia pure solo per quel giorno: erano loro i vincitori e gli altri, “i francesi”, dovevano tacere; e basta.
Finito il suo bellissimo racconto, feci per andarmene, ma mi richiamò per un attimo vicino a sé; “Carlin” aveva grande senso dell’humor e voleva mandarmi via con una battuta perché non era il caso di commuoversi. “Pecà che l’an dopo”, sorrise scuotendo la testa, “quan’ che il Tour lo gà vint Coppi, ere apena rientrà in Italia…”.
Riccardo è morto qualche mese dopo avermi raccontato questa storia. E’ strano che non me l’abbia mai raccontata prima di allora e ancora me ne chiedo il motivo. Forse riteneva che un ragazzino non avrebbe potuto capire.
Mi piace pensare però che l’abbia voluta tenere per ultima. Che sia stato il suo ultimo saluto per me.

di Luca Di Pangrazio

Gianni Da Rold, di Sedico

La mia vita da emigrante comincia nel 1955. Sono partito da Sedico con destinazione Mauvoisin, nel Canton Vallese, a lavorare per la costruzione di una diga. Il mio permesso di soggiorno era “alterato”, a proposito dell’età erano segnati due anni in più. Avevo, infatti, ancora sedici anni e ho dovuto scriverci diciotto, altrimenti non sarei potuto espatriare in Svizzera.
Dopo quindici giorni che ero lì è arrivata la polizia. Hanno confrontato i dati del passaporto con quelli del permesso di soggiorno e hanno capito che qualcosa non quadrava. Mi hanno comunicato che il giorno seguente sarei dovuto andare a Briga, perché il mio passaporto era affidato alla polizia confinaria. Lavoravano con me altri compaesani e mio zio. Proprio mio zio mi ha portato dal direttore del cantiere, l’ing. Bernald, una bravissima persona. Ha telefonato al capo della polizia del Vallese e ha sistemato la questione. Nel cantiere di Mauvoisin ho lavorato tre stagioni, finché è terminata la costruzione della diga. Poi sono andato a Berna, stavano costruendo una nuova stazione. Ho lavorato lì per due anni, poi nel 1960-61 sono andato in Lussemburgo, dove era in fase di edificazione una grande centrale pagata dai tedeschi come risarcimento danni di guerra. Lavoravamo proprio al confine con la Germania. Finito il lavoro in Lussemburgo mi sono spostato in provincia di Sondrio e in seguito, nel ‘63, sono rientrato per lavorare alla diga di Saviner, ma non mi trovavo bene. Il lavoro mi ha poi portato in provincia di Pescara, in uno stabilimento chimico dove mi sono anche intossicato a causa del piombo. Successivamente mi sono trasferito a Cagliari, per la costruzione di un nuovo stabilimento. Dopo essere tornato per qualche anno a Belluno, nel ‘69 sono ripartito per Cagliari. Dopodiché sono andato a Genova e a Varese, all’epoca lavoravo con la Grandis di Savona. Poi fino al 1981 mi sono fermato in provincia di Belluno con la Sanremo. In quello stesso anno sono partito per l’Iraq e ci sono rimasto fino al 1983. Rientrato, ho lavorato alla Chimica di Sospirolo, che poi non è mai partita con l’attività ed è stata chiusa prima ancora di cominciare la produzione. Sono quindi partito nuovamente, questa volta per l’Eritrea, a lavorare nel Progetto Acqua della Caritas, una bellissima esperienza, anche se il paese in quel periodo era in guerra. Ricordo il coprifuoco, le cannonate, i permessi per circolare.
In seguito ho lavorato qualche anno nelle cartiere tra Bologna e la Carnia, per poi passare alla Costan e infine concludere la mia vita professionale alla Polimex di Longarone, dove ho fatto gli ultimi otto anni prima della pensione. Lavoravo nelle caldaie a carbone. Ricordo il fumo e il freddo sofferto.

La traiettoria della famiglia De Bona Sartor e l’immigrazione italiana a Urussanga, Sc (Brasile)

La famiglia di Giuseppe De Bona Sartor e Emilia Tramontin. In piedi, da sinistra a destra: Matteo, Domenico, Elizabetta, Domenica, Luiggi e Angelo. Seduti: Lucas, Giuseppe, Diamantina, Emilia, Amadeo, Joana e Maria. Sant’Ana do Alto Rio Carvão, Urussanga, SC, Brasile. Anno 1914. (Collezione: Claudia de Bona Sartor. Anita Garibaldi, SC, Brasile
La famiglia di Giuseppe De Bona Sartor e Emilia Tramontin. In piedi, da sinistra a destra: Matteo, Domenico, Elizabetta, Domenica, Luiggi e Angelo. Seduti: Lucas, Giuseppe, Diamantina, Emilia, Amadeo, Joana e Maria. Sant’Ana do Alto Rio Carvão, Urussanga, SC, Brasile. Anno 1914. (Collezione: Claudia de Bona Sartor. Anita Garibaldi, SC, Brasile)

Questo articolo propone una contestualizzazione storica dell’immigrazione italiana a Urussanga attraverso l’analisi della traiettoria della famiglia De Bona Sartor. Il periodo di riferimento va dalla seconda metà del XIX secolo, al tempo della Grande Emigrazione italiana, alla prima metà del XX secolo, con il cambiamento dei costumi di Matteo e Domenica De Bona Sartor a Urussanga. Per ricostruire questa storia sono state utilizzate diverse fonti: atti di nascita, di matrimonio e di morte, storie di famiglia, alberi genealogici, fotografie, interviste e dati antropologici. Come ogni narrazione storica, il recupero di una traiettoria familiare sarà sempre incompleto. Tuttavia, riscoprire la storia di vita degli antenati può essere una strategia per comprendere la nostra evoluzione come soggetti sociali. Gli studi genealogici riguardanti le abitudini del passato rivelano adattamenti e innovazioni nelle dinamiche familiari, e possono lasciare in eredità l’ispirazione per cercare migliori condizioni di vita.

Oltre agli studi genealogici, la traiettoria di una famiglia può aiutare nella comprensione dei processi storici più ampi. Nel caso di immigrazione e colonizzazione, le fonti di famiglia sono fondamentali per comprendere questo fenomeno così diffuso, ma allo stesso tempo particolare.
La famiglia De Bona Sartor ha le sue origini nella frazione di Igne (Longarone). Secondo i registri parrocchiali presenti a Belluno, gli antenati di questa famiglia hanno vissuto a Igne a partire almeno dal XVI secolo. Il cognome De Bona deriva da bona, femminile di bono, che significa buono. Sartor è una variazione dialettale di Sartore, che viene dal Sartoris latino. In generale si riferisce alla sartoria.
Matteo De Bona Sartor, punto di partenza per tracciare la storia della famiglia venuta dall’Italia in Brasile, nacque a Igne il 18 Aprile 1843. Era figlio di Antonio e di Maria Bratti, di famiglia contadina. Sposò Domenica Damian il 9 aprile 1866. Ebbero sei figli nati a Longarone: Giuseppe, Francesca, Maria, Antonio, Maddalena, Cattarina, e due nati ad Urussanga: Giovanni e Giacoma. Vista la complicata situazione socio-economica del periodo, Matteo e Domenica, con i figli, seguirono il destino di migliaia di italiani, decidendo di emigrare in America. Partirono dal porto di Genova con la nave “Baltimora” e arrivarono a Rio de Janeiro il 13 febbraio 1880. Il giorno seguente la nave Rio Negro li guidò a Santa Catarina. La famiglia si stabilì in una colonia sulla linea Rio Maior, nel nucleo di Urussanga, colonia di Azambuja.
Il 13 luglio 1890, dopo la morte della prima moglie, Matteo sposò Maria Feltrin Cesconetto, che morì il 4 giugno 1921 nella località di Rio Maior, a 78 anni di età. La narrazione continua con la traiettoria del figlio maggiore di Matteo e Domenica, Giuseppe. Giuseppe De Bona Sartor nacque a Igne il 17 Novembre 1866. Emigrò ad Urussanga nel 1880, dove nel 1885 sposò Emília Tramontin. Da questa unione ebbero tredici figli: Luigi, Domenico, Domenica, Elisabetta, Matteo, Angelo, Maria, Luiza, Lucas, Clementina, Joana, Diamantina, Amadeo.
Alla fine del XIX secolo, la famiglia di Giuseppe De Bona Sartor, proveniente da Rio Maior, fu una delle prime famiglie a stabilirsi nella regione di Sant’Anna del Alto Rio Carvão (Fiume Carbone), che attualmente si chiama Santaninha.
Dal 1940 i matrimoni interetnici e le migrazioni mutarono in molti modi i rapporti della famiglia De Bona Sartor in Brasile. I discendenti di Giuseppe ed Emilia, così come i loro parenti, cercarono un’ascesa socio-economica nei centri urbani come Criciúma e Tubarão. Alcuni migrarono nelle zone di montagna, nelle regioni di São Joaquim, Lages e Anita Garibaldi, altri si spostarono negli stati di Paraná e Rio Grande do Sul. Da questo periodo in poi, le nuove generazioni ampliarono la genealogia della famiglia, diversificando mestieri e costumi.

Gil Karlos Ferri