Archivio di Aprile, 2020

Lacrime bianche. Il doloroso fenomeno del baliatico bellunese fra XIX e XX secolo

Torino, anni '20. Amabile Giacoma Reolon, di Madeago, balia "asciutta" di tre bambine.
(Per gentile concessione di Paola De Biasio)
Torino, anni ’20. Amabile Giacoma Reolon, di Madeago, balia “asciutta” di tre bambine.
(Per gentile concessione di Paola De Biasio)

“Són rivàda a Bologna che ere tuta móia, negàda, parée péna gnésta fòra da ʼn mastèl”.

Si commuove, nel ricordarlo, un’anziana signora della casa di riposo di Trichiana, quando, qualche anno addietro, mi racconta questa sua penosa esperienza. Bagnata dal seno in giù – continua la mia interlocutrice – a causa dell’abbondante fuoriuscita di latte, e dal seno in su, dal fiume di lacrime versate durante tutto il viaggio. Era stata costretta, suo malgrado, a fare da nutrice a un bambino che non era il suo, mentre il proprio figlio, giocoforza, era stato lasciato in mani altrui, in una situazione di precarietà e incertezza.

Il baliatico, ovvero l’allattamento di un bambino che non è il proprio, sia come atto filantropico, sia come prestazione remunerata, è un fenomeno dalle origini antichissime. Il ricorso all’allattamento da parte di una nutrice altra, avveniva, perlopiù, per prematura scomparsa della madre naturale, a causa del parto o durante il puerperio. Giova ricordare come il parto costituisse, ancora nell’Ottocento (l’istituzione del servizio ostetrico per i poveri risale al 1865) e nel primo Novecento, in cui l’assistenza era spesso svolta da levatrici “self-made” coadiuvate dalle donne di casa, un evento potenzialmente rischioso, come testimoniano l’elevata mortalità neonatale e anche, seppur in minor misura, puerperale.

In un primo tempo, l’esercizio del baliatico ha interessato soprattutto l’allattamento dei cosiddetti “esposti”, termine, invero poco acconcio, con cui erano chiamati i neonati abbandonati, in genere nella “ruota” degli istituti caritatevoli e presso le chiese, o comunque affidati agli enti di pubblica beneficenza. L’allattamento degli infanti era affidato, sia che avvenisse presso il brefotrofio, sia a domicilio di chi lo prendeva in carico per il periodo necessario, a nutrici del circondario verso un modesto compenso. Era questa una forma di baliatico definito “mercenario”, in quanto prevedeva un ristoro economico per la prestazione resa.
In tempi più recenti, dalla fine dell’Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento, ha preso sempre più campo il fenomeno del baliatico privato, ovvero l’allattamento di un neonato attraverso un accordo bilaterale fra la famiglia richiedente e quella della candidata balia. Questa formula ha contraddistinto in maniera significativa l’esercizio di tale pratica nel nostro territorio, segnatamente nel Feltrino e nella Val Belluna, dando origine a una nuova e diversa forma di emigrazione femminile.

La balia Luigia Zanella con in braccio il piccolo Iaco Gualdoni, anno 1930. (Archivio Comitato frazionale San Leonardo di Cesiominore, pubblicato in Civiltà contadina e storie di emigrazione, testo curato e scritto da Loris Zanella; testimonianze raccolte da Sergio Battistella e Dino Zanella; Rasai di Seren del Grappa: DBS, 2014, pag.94)
La balia Luigia Zanella con in braccio il piccolo Iaco Gualdoni, anno 1930. (Archivio Comitato frazionale San Leonardo di Cesiominore, pubblicato in Civiltà contadina e storie di emigrazione, testo curato e scritto da Loris Zanella; testimonianze raccolte da Sergio Battistella e Dino Zanella; Rasai di Seren del Grappa: DBS, 2014, pag.94)

Il baliatico è stata una forma di emigrazione essenzialmente interna, anche se non sono mancati casi in cui la nutrice si è recata all’estero (tipici i casi di balie venete e friulane recatesi in Egitto, perlopiù a servizio di famiglie europee). Un’emigrazione sui generis, naturalmente solo femminile, in cui i tempi non erano dettati dalla stagionalità dei lavori, ma regolati dai ritmi biologici della donna. Questa non forniva una forza lavoro, bensì “vendeva” il prodotto del suo essere donna e madre.

Il comportamento di una mamma che lascia in mani altrui il proprio figlio per allattarne un altro, estraneo, appare di difficile comprensione.

Quali sono le cause che hanno determinato tale fenomeno, i cui effetti hanno segnato così profondamente i rapporti all’interno del nucleo familiare?

La situazione economica di molte famiglie, in particolare braccianti, mezzadri e piccoli proprietari, era a quel tempo assai problematica, con punte di acuta criticità, quando non addirittura di mera sussistenza. In un periodo in cui, per vari motivi, l’emigrazione maschile segnava il passo privando il nucleo familiare di preziose rimesse, si era affacciata sul mercato del lavoro una nuova ed economicamente allettante opportunità d’impiego temporaneo: quella delle balie da latte.

La richiesta proveniva dalle famiglie benestanti dell’aristocrazia e della borghesia delle città venete e dell’Alta Italia ed era mirata a garantire ai loro pargoli il “buon latte di montagna”. Ma perché questi bambini non erano allattati dalle proprie madri? Perché queste famiglie si rivolgevano alle balie? È una cosa che sfugge. Lo si può capire se la madre era morta a causa del parto, o non aveva latte, o le sue condizioni psicofisiche non lo permettevano, ma in tutti gli altri casi? Pare assodato che le signore, con il beneplacito dei rispettivi mariti, non volessero sciupare il proprio seno e avere vincoli che pregiudicassero gli agi cui erano abituate e ostacolassero la partecipazione agli eventi mondani che la loro condizione “imponeva”.

Ecco quindi che il messaggio trasmesso non resta inascoltato e sono più d’una le puerpere, anzi le famiglie delle puerpere, che prendono in considerazione una tale eventualità. E, strano a dirsi, ma non sorprende più di tanto, sono gli uomini ad occuparsi degli aspetti relativi a questa contrattazione, sia da parte dell’una come dell’altra famiglia. La decisione di andare balia non competeva infatti alla donna, ma al suocero, ancor prima che al marito. La famiglia patriarcale, allora in voga, era un’istituzione gerarchica e maschilista; quella nucleare era in divenire.

Angela Budel, balia di Cesiomaggiore presso la contessa Nina Dalla Chiesa. Il bambino sulla destra è il futuro Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
(FASF-Raccolta Biblioteca Civica Cesiomaggiore)

Per andare balia occorrevano comunque determinati requisiti, sia fisici, sia morali. La nutrice doveva essere di bell’aspetto, florida, sana e di sani principi e, naturalmente, ottima produttrice di latte. Le balie feltrine e bellunesi erano particolarmente ambite, forse perché, con malcelata allusione, si riteneva che la loro zona d’origine – un’ampia e amena vallata adagiata tra i monti – non potesse che crescere fanciulle belle e prosperose dai cui seni sarebbe sgorgato copioso e nutriente latte.

L’arruolamento poteva seguire più strade: le referenze di una parente che già era stata balia, il mandato a un medico che si prestasse a tale incombenza, il ricorso alle cosiddette metinène (collocatrici di balie) e, più tardi, il rivolgersi all’Ufficio per il Baliatico, all’uopo istituito.
Anche se erano state superate alcune ancestrali credenze secondo le quali l’assunzione del latte avrebbe potuto trasmettere al poppante le caratteristiche fisiche e caratteriali della nutrice, altre ne permanevano. Per esempio, si riteneva ancora che il latte delle donne more fosse più nutriente, quello delle bionde più leggero, mentre le rosse tendevano a essere escluse a causa della loro presunta sgradevole traspirazione cutanea: tutte illazioni prive di fondamento scientifico.

Prerequisito fondamentale era la visita medica che doveva attestare l’idoneità psicofisica e l’assenza di malformazioni fisiche e malattie contagiose. La qualità del latte, prima dell’introduzione di appropriati strumenti di analisi, veniva testata con vari metodi empirici fra cui quello della prova dell’unghia. Esso consisteva nel depositare sull’unghia del pollice una goccia di latte; se, inclinandolo, la goccia scorreva troppo velocemente, il latte era considerato poco nutriente, se scorreva troppo lentamente, era considerato poco digeribile: doveva presentare la giusta viscosità. Superata, non senza imbarazzo, la visita medica e raggiunto l’accordo con il datore di lavoro, la balia era pronta per partire, vittima sacrificale di una realtà in cui “la miseria inghiottiva i sentimenti” (M. Claretti).

La partenza era il momento più traumatico. Doversi allontanare dalla propria creatura dopo soli pochi mesi di allattamento, “abbandonarlo” in mani altrui, per quanto fidate, per andare ad allattare un altro pargolo che le era completamente estraneo, provocava nella povera balia un’ambascia indicibile. Il momento del distacco è sempre doloroso per qualsiasi forma di emigrazione, specie se indirizzata verso mete incerte e sconosciute, ma quello della balia è particolare, perché è vissuto come un atto di abbandono (anche se tale non è) ed ella non riesce a sottrarsi al senso di colpa che la accompagnerà per tutto il periodo del baliatico e che si acuirà ogni qualvolta il nuovo lattante le si attaccherà al seno. La balia sa che per il suo bambino la situazione è ben diversa: nella migliore delle ipotesi è affidato a una nutrice del posto che lo allatta in aggiunta al suo, o il cui bimbo ha iniziato lo svezzamento; diversamente, è inevitabile il ricorso al latte di vacca (o di capra) diluito o allo svezzamento precoce, con i rischi che, in entrambi i casi, ne conseguono.

A ciò si aggiunge il grande disagio dovuto dal radicale cambiamento di contesto sociale, il trovarsi come catapultata in una realtà completamente nuova e diversa da quella da cui era partita. In precedenza non era uscita neanche dal “cortile di casa” e, come d’improvviso, si ritrovava in una grande città, in un ambiente ampio ed elegante, al cospetto di persone la cui lingua (l’italiano) le era sconosciuta. Era quindi sottoposta agli adempimenti di rito che contemplavano un’altra visita medica, la vestizione (quasi un cerimoniale di iniziazione al nuovo ruolo), l’assegnazione dell’alloggio e del mansionario. Infine, le era consegnato il pargolo da allattare e accudire. La sua condizione era costellata di restrizioni: non le erano consentiti rapporti con l’esterno (salvo le passeggiate al parco con il bambino dove s’incontrava con altre nutrici), non poteva vedere il marito e i figli, tutta la sua giornata era vissuta in funzione delle esigenze del bambino che le era stato affidato: una sorta di simbiosi balia / “baliotto”.

Maria Canova, da Mugnai di Feltre, balia da latte di Luchino Visconti, in una foto del 1903.
(Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi)
Maria Canova, da Mugnai di Feltre, balia da latte di Luchino Visconti, in una foto del 1903.
(Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi)

La balia si trovava dunque in uno stato di segregazione dorata. Data la sua funzione, il trattamento riservatole era di prim’ordine, sia sotto l’aspetto economico, sia sotto quello del vitto e dell’alloggio. Rispetto al resto della servitù, la sua posizione era privilegiata: il suo stipendio era più alto, il cibo, pur nell’osservanza di una dieta mirata, era di qualità, il vestiario assegnatole, tipico della balia, oltre che funzionale all’allattamento, era sobrio e financo ricercato, volto a esibire il prestigio sociale della famiglia.

La balia inoltre, specie quando usciva, era agghindata con monili di pregio: collane di corallo o di granate in pendant con gli orecchini (che a volte erano in filigrana d’argento dorata), spilloni con capocchia sferica in filigrana e tremuli (aghi terminanti con una molla recante un fiore o un animaletto stilizzati, perlopiù in filigrana, che ondeggiavano con i movimenti del capo) a trattenere la cuffia e l’acconciatura. Alcuni di questi gioielli, più o meno preziosi a seconda delle disponibilità e della generosità della famiglia, le venivano donati in occasioni particolari (quando il bambino pronunciava la prima parola, o spuntava il suo primo dentino), altri, a volte, al momento del commiato, assieme al vestiario.

Concluso il periodo dell’allattamento, la cui durata era mediamente di dodici/quindici mesi, salvo la permanenza non si protraesse in veste di “balia asciutta”, si preannunciava il momento del ritorno, a sua volta problematico e irto di difficoltà. Era un percorso a ritroso. Se le prospettive dell’andata erano, almeno alla prima esperienza, tutte da scoprire, il ritorno si presentava ben delineato e chiaro nei suoi contorni: da un lato, la gioia di riabbracciare il/i proprio/i figlio/i, dall’altro la consapevolezza di reimmergersi in un mondo totalmente diverso fatto di fatiche e di rinunce. Poteva anche capitare che il figlio non ci fosse più, che una malattia se lo fosse prematuramente portato via, nel qual caso la perdita le sarebbe stata tenuta nascosta per timore che il trauma potesse compromettere il suo equilibrio psicofisico e conseguentemente determinare la perdita del lavoro. Era questa una sorpresa crudele e immeritata, in cui al dolore si sommava il senso di colpa, invero mai sopito, che riemergeva in tutta la sua intensità emotiva, facendo precipitare la povera balia in uno stato di angoscia e di prostrazione.

Ma quand’anche quest’evenienza estrema non si fosse verificata, il ritorno in famiglia si rivelava comunque difficile, soprattutto nel riallacciare i rapporti umani e affettivi con i familiari e in particolare con i figli: era questo il vero scoglio da superare, più che il ritorno al sistema di vita pre-baliatico. Per i figli, infatti, in particolare per l’ultimo nato, la balia era praticamente un’estranea; il loro affetto si era riversato, com’è comprensibile, verso la persona che li aveva accuditi. Riconquistare il loro amore era impresa ardua, resa a volte impossibile da nuove e prolungate ripartenze. Sotto questo aspetto, fra tutte le forme di emigrazione, sempre dolorose, quella della balia è sicuramente la più dura e lacerante, quella che marchia indelebilmente la sua vita, il suo essere, la sua anima. Con il crescere e maturare i figli comprenderanno, riconosceranno il suo sacrificio, le esprimeranno gratitudine, ma la recisione del cordone ombelicale non potrà più essere completamente risaldata. La frattura che la separazione ha prodotto all’interno del nucleo familiare risulterà insanabile. La balia porterà questo peso per il resto della vita.
Per contro, ella nutrirà, ricambiata, specialmente se il rapporto era proseguito come balia asciutta, un particolare rapporto affettivo con il “figlio di latte” e la sua famiglia: quasi fosse un’ancora a cui aggrapparsi, un modo per dare ossigeno ai propri insopprimibili sentimenti materni, una sorta di inconscia compensazione. È un affetto autentico e duraturo, anche se non potrà mai surrogare quello verso il figlio naturale. Il ritorno riservava dunque alla balia una duplice sofferenza: quella di non essere riconosciuta e accettata dal proprio figlio e quella di aver dovuto lasciare il bambino allattato cui si era affezionata e che le si era a sua volta affezionato. Ha sofferto la genitrice balia, hanno sofferto i figli naturali e di latte: è la dura legge del distacco.

Visto da fuori, il baliatico si presenta come un fenomeno complesso, caratterizzato da risvolti sociali importanti e contradditori. Sono soprattutto il ceto conservatore e la Chiesa ad avversare, sia pure con accenti diversi, la diffusione di tale pratica. Secondo Antonio Maresio Bazolle, possidente e cronista ottocentesco, non sarebbe tanto “il bisogno” a spingere le madri di basso ceto sociale a intraprendere la via del baliatico mercenario, quanto la prospettiva di un lavoro agiato, ben remunerato e svolto all’interno di un ambiente socialmente elevato. È una critica severa e ingenerosa, un’autentica invettiva contro queste madri considerate poco amorose verso i figli e proclivi alle novità, al lusso e alla vanità.

Di diverso tenore la posizione dei parroci, secondo i quali era moralmente inaccettabile che una madre potesse rinunciare, per quanto spinta dal bisogno, ad allattare il proprio figlio per allattarne uno non suo. Essi temevano, inoltre, che questa esperienza potesse “straviare” la donna, influire negativamente sulla sua personalità, minare l’integrità della famiglia tradizionale e l’assetto della società. Erano preoccupazioni legittime e comprensibili quelle dei parroci, tipiche di una società tradizionalista, radicata su valori etici sedimentati e conseguentemente diffidente e refrattaria al cambiamento.

Quella della balia, da qualsiasi angolo la si osservi, è stata un’esperienza dolorosa, sofferta, carica di implicazioni interiori: merita non solo comprensione, ma riconoscenza.

Il baliatico è stato un’esperienza che ha permesso alla donna di conoscere un contesto diverso, forse nemmeno immaginato; una realtà distantissima dalla sua quotidianità angusta, subordinata, ritenuta immutabile e accettata con rassegnazione. Un’esperienza che, come nelle altre forme di emigrazione femminile (ciòde, serve, operaie), le ha fatto acquistare consapevolezza della sua condizione e ha innescato quel processo di emancipazione e autodeterminazione che la porterà a conquistare, nella gerarchia di genere, un ruolo di maggiore dignità e potere.

La strada che ha portato la donna, in particolare la donna rurale e montanara, ad affrancarsi dalla sua condizione di subalternità generalizzata, a valutare criticamente precetti morali e sociali ritenuti intoccabili e a ribellarsi al suo status esistenziale cui si era, da tempo immemorabile, assuefatta, è stata lunga e lastricata di ostacoli, di fatiche e di umiliazioni. Quella della balia lo è stata in modo particolare, lasciandole uno strascico di amarezza e cicatrici profonde, negli affetti e nello spirito.
La balia è la figura che, forse più di ogni altra, può essere assunta a paradigma del processo evolutivo che ha trasformato la donna da “oggetto” di prestigio a simbolo di riscatto femminile.

Lois Bernard

Giacomo Brente. Emigrante, ma ancor prima alpino

Giacomo Brentel, nato a Feltre il 9.09.1889, aiutante di battaglia 1°alpini -
Guerra 1915-18
Giacomo Brentel, nato a Feltre il 9.09.1889, aiutante di battaglia 1°alpini –
Guerra 1915-18

Per ricordare ed onorare il centenario dell’entrata in guerra del 1915-1918, mi sento fiero e orgoglioso di aver avuto un padre alpino, Giacomo Brentel, che si distinse per un atto estremamente eroico che tengo molto a raccontare.
Devo anzitutto dare atto e gratitudine al corpo degli alpini che considero il più onorato per quanto ha saputo dare e tuttora dà. Alpini che troviamo in ogni evento, sia in guerra che in pace, pronti a sacrificarsi pur di eseguire il proprio compito: in naufragi, frane, valanghe, terremoti e quant’altro l’alpino è sempre in prima fila per l’adempimento del proprio dovere.

Mio padre alpino puro sangue partecipò alla prima guerra mondiale e gradualmente avanzò di grado tanto da divenire aiutante di battaglia, vale a dire il più alto grado per un soldato.

Gli fu dato il compito di preparare la grande sfida che valeva la vittoria finale, quella di fermare l’invasione al Piave allorché il Piave mormorava “Non passa lo straniero” e così fu. Raggruppò una ventina di arditi, uomini coraggiosi, che nel più rigoroso silenzio attraversarono il Piave muniti di corde che attaccarono a un grosso albero iniziando con dei barconi a formare un ponte. Erano le cinque del mattino, era ancora buio; alle sette già un centinaio e più di alpini attraversarono il Piave e da lì iniziò il continuo flusso di truppe che in poco tempo misero il nemico in fuga fino alla vittoria finale.

Carlo Brentel, Toronto – Canada

Italo Soligo. Lavoratore in tutto il mondo

Nigeria con l’Impregilo, per la costruzione della diga di Kainji
Nigeria con l’Impregilo, per la costruzione della diga di Kainji

Sono sempre stato a lavorare in giro per il mondo, in tutto quasi 48 anni, nei quali ho avuto la fortuna di vedere posti bellissimi. Conclusa la scuola media, mi sono diplomato ad un corso edile, ed è stata una cosa molto utile per la mia carriera futura. Dopodiché ho cominciato a cercare lavoro. Fin dall’inizio l’idea era quella di andare all’estero. Ho iniziato la mia vita da emigrante quando nel 1964 sono andato a lavorare in Svizzera per la costruzione del Belchen Tunnel. Sono partito, come tutti, per andare a prendere un po’ di soldi in più. Ero il primo della mia famiglia che intraprendeva questa strada. Dopo la Svizzera, un mio compaesano mi ha chiesto se volevo andare in Africa e io gli ho risposto: “Subito, anche senza valigia”. Così, nel 1965 sono andato in Nigeria con l’Impregilo, per la costruzione della diga di Kainji, sul Niger (nella foto). Lì ho vissuto anche parte della guerra civile che era scoppiata in quel periodo. È stata una cosa tremenda. Si vedevano morti, feriti, ambulanze che raccoglievano gente massacrata. A noi non è successo mai nulla, non ci sentivamo in pericolo. Abbiamo aiutato i medici, gli infermieri, cercando di dare una mano. Ricordo perfettamente il primo impatto con l’Africa.

Quando sono sceso dall’aereo, aveva appena smesso di piovere. L’odore che c’era nell’aria era una cosa che non avevo mai sentito prima, e lo ricordo ancora oggi.

Con la gente del luogo si lavorava bene, pian piano hanno imparato il lavoro e non ho mai avuto nessun tipo di problema. Sono rimasto fino al ‘66, poi l’Impregilo mi ha mandato, con altri colleghi, alla Kaiser Engineering and Constructors, una compagnia americana, per lavorare alla diga di Guri, in Venezuela. Le condizioni di lavoro e di vita erano migliori, e anche in Venezuela mi sono sempre trovato bene. Nella mia lunga vita di lavoratore all’estero sono stato anche per un lungo periodo in Pakistan, dal ‘70 al ‘78, e poi in Ghana, Iraq, Turchia, Repubblica Dominicana, Cina, Lesotho, Etiopia e Myanmar, dove ho fatto l’ultimo lavoro, tra il 2010 e il 2013. Dopo tanti anni di questa vita, rientrare stabilmente in Italia è stata dura. Avrei ancora la voglia di partire, andare all’estero e lavorare. Se tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto, non cambierei nulla. Tra i tanti posti meravigliosi che ho visto, alcuni in particolare mi sono rimasti nella memoria. La Nigeria, ad esempio. Appena arrivato ho preso un volo interno con un piccolo aereo che volava a 200-300 metri di altezza e si vedevano i branchi di animali che correvano. Era eccezionale. Un altro posto bellissimo è stato la Turchia. Istanbul era incredibile. Ci sono rimasto tre anni e non ho visto nemmeno la metà delle cose che c’erano da vedere. Lo stesso vale per la Cina, dove sarei rimasto volentieri anche a vivere. Tra l’altro, con la Cina ho un legame particolare, perché ho una figlia, che ora ha 20 anni, nata lì, a Panzhihua.

Storia raccolta da Simone Tormen

La balia Angela Cesa De Costa

Angela Cesa De Costa

Il dopoguerra fu un periodo molto critico per la nostra provincia la cui economia era essenzialmente basata sull’agricoltura. Le rare industrie ed un artigianato minacciato da una grave crisi economica, non offrivano alcuna prospettiva di assunzione. I poderi agricoli erano generalmente poveri, male attrezzati, e l’emigrazione era la sola via possibile per gran parte della gioventù. Niente lasciava allora prevedere il miracoloso sviluppo economico della Val Belluna intervenuto negli anni successivi al dramma del Vajont.
I miei genitori, Lino De Costa e Angela Cesa, si sposarono a Lentiai il 19 novembre 1949. Mio padre emigrò all’estero e trovò lavoro come minatore in galleria. La mamma rimase nella casa dei nonni paterni. Nel 1954 nacque Milena e la necessità spinse la nostra mamma ad iscriversi ad un’agenzia che “reclutava” signore idonee per il baliatico.

Milena aveva 5 o 6 mesi quando la mamma ricevette una chiamata urgente per allattare una bambina di Brescia. Si rese subito disponibile e, dopo avermi affidata a sua madre e Milena a sua suocera, partì, sebbene a malincuore, per salvare una piccola in gravi difficoltà di sopravvivenza a causa della mancanza di latte materno.

Per alcuni mesi tutto andò bene, poi la preoccupazione delle figlie lontane facendosi sempre più assillante, Angela non fu più in grado di allattare, ma la bambina ed i suoi genitori si erano affezionati a lei. Angela accettò d’occuparsi della piccola come “baby sitter” e rimase ancora tre mesi. Ebbe così la soddisfazione, quando ripartì, di aver ben cresciuto la bambina e di poter portare a casa qualche soldo contante.
Dopo circa tre anni, Angela partì per altri dieci mesi nei pressi di Novara dove venne chiamata a servizio come bambinaia per due gemelli di un anno. Nel frattempo il papà lavorava sempre all’estero, in galleria, sempre lontano da noi, ma fortemente motivato dal riavvicinamento che effettuò non appena gli fu possibile.

La figlia Valeria

Angelo e Giuseppina Fregona

Giuseppina e Angelo

Quest’anno è mancata Giuseppina Casagrande, già ricordata dalla Famiglia Monte Pizzocco. Venticinque anni fa era mancato anche suo marito Angelo Fregona. Una coppia che, assieme ad altri volonterosi bellunesi, cinquant’anni fa collaborò, magari dietro le quinte, alla fondazione della Famiglia Bellunese di Zurigo. Difatti, sulla lista del primo Consiglio Direttivo, troviamo il nome di Angelo e di Marilisa Fregona, loro primogenita.
Angelo era un bellunese molto generoso. Sin dalla nascita della Famiglia ABM di Zurigo, anno 1966, si era impegnato in seno al Consiglio come tesoriere. Non solo, il suo impegno principale è stato quello di propagandare ai nostri coetanei qui residenti la presenza dell’Associazione, motivandoli a farsi soci e a partecipare alle riunioni, conoscersi e farsi conoscere, aver più contatto con la Provincia e con la Regione: questo era il moto di quei tempi. Di fronte alla sciagura di Mattmark ci siamo sentiti soli, con poche informazioni e inerti, incapaci di renderci utili di fronte alla gravità dell’accaduto. Dopo cinquant’ anni, i ricordi rendono sempre più tangibile la situazione dell’emigrazione dell’epoca. Con l’impegno dei nostri pionieri bellunesi, fra questi anche Angelo e Giuseppina, la Famiglia di Zurigo raggiunse in pochi anni 330 famiglie iscritte, la più numerosa della Svizzera (record mantenuto fino ad oggi).

Voglio ricordare un particolare dell’impegno della famiglia Fregona.

Giuseppina, che a quel tempo amministrava una casa con mini appartamenti per gente che pernottava durante la settimana, era riuscita a dare alloggio a tutto il Gruppo Folcloristico di Cesiomaggiore (oltre trentacinque persone), venuto a dare spettacolo a una nostra manifestazione. All’epoca non era cosa facile trovare alloggi per così tante persone e in più gratuitamente, cosa naturalmente sostenuta dal marito, cassiere dell’ABM-ZH. Angelo e Giuseppina erano emigrati in Svizzera dopo il matrimonio, nel 1947. Erano rientrati in Italia nel 1948 per la nascita dalla primogenita Marilisa, per poi, nel 1951, ripartire per Zurigo dove nel 1961 arrivò anche la secondogenita Adonella. Nel 1986, dopo circa. trentanove anni di emigrazione, Angelo e Giuseppina andarono in pensione e decisero di lasciare definitivamente la Svizzera per rientrare a Campo di Santa Giustina dove, da buoni italiani, si erano preparati l’abitazione per la terza età. Qui a Zurigo rimasero le due figlie, Marilisa e Adonella con le loro famiglie. La sorte volle che per Angelo la morte arrivasse nel 1990, quattro anni dopo il rientro.
Giuseppina, con molto coraggio e determinazione visse in casa da sola. Ultimamente anche aggravata e costretta a muoversi solo con le stampelle, ebbe la fortuna di trovare un valido aiuto da Silvana, la sua amica che l’assistette fino alla fine, all’età di novantadue anni.
Ricorderemo Angelo Fregona e Giuseppina Casagrande per il loro impegno a favore della comunità bellunese e dell’ABM di Zurigo.

Per l’ABM di Zurigo, Saverio Sanvido – gennaio 2016