Archivio di Giugno, 2020

Oscar Martini

Oscar Martini

“Ho sempre pensato che la vita dell’emigrante sia come quella della rondine. Con la differenza che quest’ultima emigra alle prime foschie dell’autunno per raggiungere le terre del Sud; per ritornare al nido quando la primavera esplode in montagna. E quando la rondine ritorna l’emigrante parte per ritornare dalle terre del Nord La mia storia incomincia dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Avevo vissuto le albe odorose al mio paese di Zoldo Alto, avevo goduto i tramonti incandescenti delle Dolomiti.

(…) Un intreccio di fantasie e leggende, confidenze di piccole gioie e sudore, fatiche e storia semplice delle generazioni, me le portavo nel cuore mentre lasciavo la mia terra a 14 anni per recarmi in Lombardia, per apprendere il mestiere del gelatiere. Questo lo facevo d’estate mentre d’inverno venivo impiegato come venditore ambulante, proponendo croccanti e mandorle. Nelle giornate nebbiose della terra lombarda entravo nelle osterie (…).

Il primo acquirente era l’oste che, intenerito dalla mia giovane età e dalla mia timidezza, mi offriva pure un bicchiere di vino.(…). Incominciava l’emigrazione verso la Germania, molti miei compaesani avevano intrapreso quella via. Così decisi anch’io e con dei signori di Zoppè di Cadore rimasi due anni per approfondire i segreti del mestiere. Mi misi in proprio nel 1956 e rimasi attivo fino al 1993. Svolgevo il mio impegno con coscienza ed amore, conoscevo persone nuove, mi adattavo ad usi e costumi diversi senza dimenticare le mie origini montanare. Imparavo la lingua senza problemi, mi sentivo appagato sotto ogni punto di vista finché un giorno le mie mani non mi permettevano più l’articolazione necessaria; così dovetti smettere per ritornare definitivamente a Zoldo. Ma questa mia storia comune non mi avrebbe dato le soddisfazioni provate se non avesse avuto un ruolo determinate il sentimento.
Già dalle scuole elementari avevo come compagna di classe una bambina di nome Fioretta. Mi colpiva per la sua aria quasi timida e per la sua serietà nello studio. Una volta terminate le scuole elementari ognuno di noi prendeva un’altra via. Io nella nebbiosa terra lombarda; invece lei a 18 anni si trovava in Svizzera. Ma i fuochi del sentimento, benché piccoli, non si spengono facilmente. (…)

Quel sentimento provato sui banchi di scuola ha lasciato spazio a quel SI scambiato reciprocamente davanti all’altare e che dura ancora. Era l’undici febbraio del 1961. Da quel giorno son passati 55 anni, sempre uniti nel lavoro e nell’ideale della famiglia. Sono nati Mirco, Carmen e Denise. Vivono fuori valle, ma ogni occasione è buona per incontrarci e per godere, assieme a Fioretta, i nipoti Marika, Manola, Mathias, Massimiliano e Giada. Dell’emigrazione porto ancora i ricordi mai sfumati nel tempo. Siamo passati fra tempi difficili e gioie profonde, fra apprensioni ed appagamenti. Oggi ci alziamo con lo stesso amore di un tempo per ammirare il sole che da est irradia il Civetta, cambiandone repentinamente i colori. Godiamo di quelle gioie che il destino ci ha dato e la sera nel coricarci una preghiera va sempre al Signore, per averci dato una famiglia unita negli affetti e nei sacri principi”.

Michelangelo Corazza

Attilio De Marco di Seren del Grappa

Thurber, 1916. Attilio De Marco, al centro con il mandolino, assieme ad alcuni amici e colleghi
Thurber, 1916. Attilio De Marco, al centro con il mandolino,
assieme ad alcuni amici e colleghi

Mio nonno, Attilio De Marco, nato a Seren del Grappa, proveniva da una famiglia di buon livello culturale ed economico che però non aveva saputo gestire le risorse né capire il cambiamento sociale in atto. Per non perdere il benessere assaporato nell’infanzia si tuffa neII’avventura dell’emigrazione. Sarà ripagato con la realizzazione del suo sogno: una piccola proprietà agricola a Feltre.

Tramite conoscenti trova lavoro in una miniera di carbone: lavoropesante, pericoloso per i crolli e per gli scoppi da gas grisù. Siamo negli anni ‘10 del Novecento in America, nella città di Thurber, stato del Texas, sede della compagnia mineraria TexasPacific & Oil Company, per la quale mio nonno lavora per otto anni consecutivi tra il 1910 e il 1918. Le condizioni di lavoro sono decisamente migliorate rispetto alla fine dell’Ottocento e gli orari più ragionevoli.

Trova vitto e alloggio presso una “Farma” gestita da una famiglia toscana: sicuramente una situazione di privilegio rispetto a quanti vivono in dormitori sovraffollati.

Nel tempo libero, con amici si dedica alla caccia, alla pesca, alla musica. Quest’ultima ha anche una funzione socializzatrice e lontano da casa è più che mai importante.

Dalle foto traspare una grande classe e perfino eleganza nel gruppo. Porterà con sé in Italia la chitarra ed il mandolino che conserviamo con cura. Non conosciamo purtroppo le musiche che venivano eseguite. Si presume fossero canzoni napoletane, canti popolari, mazurke e qualche aria d’opera. Tutto aiutava a sentire vicine Patria e famiglia, a superare la malinconia e l’isolamento, a rallegrare la compagnia. La guerra mondiale li coglie all’estero. Alcuni devono interrompere il loro sogno e tornare in Italia ad arruolarsi e combattere; altri vengono ingaggiati nelle fabbriche d’armi nel paese in cui si trovano e non combattono. Mio nonno Attilio è tra questi ultimi.

Torna in patria con il vapore Regina d’Italia, scalo Azzorre e Gibilterra, velocità 143 miglia all’ora, durata del viaggio 14 giorni, il 3 settembre 1919.

Giovanna De Marco

Thurber, 1916. Attilio De Marco è quello seduto a sinistra
Thurber, 1916. Attilio De Marco è quello seduto a sinistra

Il ricordo di Giacobbe Capraro

Giacobbe Capraro
Giacobbe Capraro

Sono nato a Cet (Belluno) il 28 ottobre 1944. Dopo aver frequentato dei corsi serali a Belluno come apprendista, ho ottenuto il diploma di muratore. A 17 anni è iniziata la mia storia di emigrante. Prima ho lavorato per due anni come muratore in un’impresa di Bienne, poi a 19 anni sono andato a Ginevra, dove ho lavorato sempre come muratore, frequentando inoltre la scuola federale di capocantiere, cosicché a 25 anni ho iniziato a lavorare come capocantiere. Ho sempre eseguito dei lavori in condomini.

All’età di 30 anni ho cambiato impresa e sono passato alla Losinger, per la quale ho lavorato per 33 anni, prima come capocantiere nelle grandi opere e poi anche come consulente.

A 23 anni mi sono sposato con una donna svizzera, ma figlia di un emigrante piemontese, e ho avuto due figli, Bruno e Marisa, che mi hanno regalato la gioia di diventare nonno di due nipotine, Laura e Luana. In Svizzera mi sono sempre trovato bene e ho saputo integrarmi, anche se la nostalgia dell’Italia non è mai mancata, tanto che ogni anno tornavo a trovare i genitori e i parenti. Quando sono partito non avevo progetti precisi in mente, ma una volta sposato ho deciso di rimanere, perché in Svizzera avevo la garanzia di una maggior sicurezza per quanto riguardava il lavoro.

Ho sempre frequentato le assemblee e le iniziative della famiglia bellunese di Ginevra, nata nel 1967, e nel 1999 ne ho assunto la presidenza, cercando di proseguire nel percorso tracciato negli anni precedenti e di mantenere consistente la partecipazione alle attività. Ricordo che in ogni Cantone era presente una Famiglia bellunese. I bellunesi che sono in Svizzera sentono sempre un forte legame di appartenenza con la terra di origine, anche se certamente dopo tanti anni le cose cambiano e con la vecchiaia si fa un po’ più fatica a tornare a Belluno.

Storia raccolta da Simone Tormen

On line l’annata del 1982 della rivista “Bellunesi nel mondo”

Il numero di dicembre 1982 della rivista "Bellunesi nel mondo"

Continua il caricamento on line delle annate di “Bellunesi nel mondo”, la rivista dell’Associazione Bellunesi nel Mondo attiva dal 1966 anno di costituzione della stessa realtà associativa.

È stata appena messa on line l’annata del 1982. Un anno ricco di attività per le Famiglia Abm all’estero, ma anche per la provincia di Belluno. Un territorio che vuole puntare maggiormente sia allo sviluppo industriale, sia a quello turistico.

Presenti anche due servizi dedicati al pontificato di Giovanni Paolo I e al tormentato confine della Marmolada, tra il Veneto e il Trentino.

Sempre nel 1982 veniva costituita la Federazione Mondiale della Stampa Italiana per l’Emigrazione.

Buona lettura!

Volare bellunese. L’aeroporto di Bariloche

Aeroporto di Bariloche. L'ing. Antonio Dal Mas con Bruna Giacori, alla sua sinistra, e Pier Luigi Pasini, alla sua destra
Aeroporto di Bariloche. L’ing. Antonio Dal Mas con Bruna Giacori, alla sua sinistra,
e Pier Luigi Pasini, alla sua destra

Tutti o quasi conoscono la storia di Primo Capraro, “El Emperador” di una famosa località turistica ai piedi delle Ande soprannominata la Cortina d’Ampezzo del Sud America: San Carlos de Bariloche. E se oggi numerosi viaggiatori da tutto il mondo trascorrono a Bariloche le proprie vacanze, una parte di merito va data agli emigranti bellunesi. Uno in particolare, un ingegnere nato nel 1910 di nome Antonio Dal Mas. Come mai?
Il contesto è questo: negli anni ’40 Bariloche era dotata di impianti sciistici, le sue bellezze naturali attiravano persone sia in estate che in inverno, ma c’era un problema: per raggiungerla servivano due giorni di viaggio da Buenos Aires, distante circa 1.600 chilometri. Non c’erano alternative, bisognava dotarsi di un aeroporto. L’appalto dei lavori venne affidato a un’impresa francese, la Picot, che tra i suoi dipendenti aveva proprio Dal Mas. Le operazioni presero avvio nel 1949. E qui, altro dilemma: la Picot non disponeva di operai specializzati in loco. Quindi? Bisognava assumere emigranti. Da dove? Da Belluno. Dalla nostra provincia arrivarono i tecnici e gli operai che si occuparono delle costruzione.
L’apertura avvenne nel 1953 e fino al 1982 l’opera che collega San Carlos al resto del mondo portò il nome dell’ingegnere che ne aveva progettato e diretto i lavori: il “nostro” Antonio Dal Mas.