Archivio di Giugno, 2020

Volare bellunese. L’aeroporto di Bariloche

Aeroporto di Bariloche. L'ing. Antonio Dal Mas con Bruna Giacori, alla sua sinistra, e Pier Luigi Pasini, alla sua destra
Aeroporto di Bariloche. L’ing. Antonio Dal Mas con Bruna Giacori, alla sua sinistra,
e Pier Luigi Pasini, alla sua destra

Tutti o quasi conoscono la storia di Primo Capraro, “El Emperador” di una famosa località turistica ai piedi delle Ande soprannominata la Cortina d’Ampezzo del Sud America: San Carlos de Bariloche. E se oggi numerosi viaggiatori da tutto il mondo trascorrono a Bariloche le proprie vacanze, una parte di merito va data agli emigranti bellunesi. Uno in particolare, un ingegnere nato nel 1910 di nome Antonio Dal Mas. Come mai?
Il contesto è questo: negli anni ’40 Bariloche era dotata di impianti sciistici, le sue bellezze naturali attiravano persone sia in estate che in inverno, ma c’era un problema: per raggiungerla servivano due giorni di viaggio da Buenos Aires, distante circa 1.600 chilometri. Non c’erano alternative, bisognava dotarsi di un aeroporto. L’appalto dei lavori venne affidato a un’impresa francese, la Picot, che tra i suoi dipendenti aveva proprio Dal Mas. Le operazioni presero avvio nel 1949. E qui, altro dilemma: la Picot non disponeva di operai specializzati in loco. Quindi? Bisognava assumere emigranti. Da dove? Da Belluno. Dalla nostra provincia arrivarono i tecnici e gli operai che si occuparono delle costruzione.
L’apertura avvenne nel 1953 e fino al 1982 l’opera che collega San Carlos al resto del mondo portò il nome dell’ingegnere che ne aveva progettato e diretto i lavori: il “nostro” Antonio Dal Mas.

Francesca Callegari. Vent’anni di vita in Svizzera

Francesca Callegari
Francesca Callegari al lavoro sui telai della Volkarht

Sono stata emigrante in Svizzera per vent’anni. Sono partita perché era arrivata una richiesta al comune di Alleghe per delle ragazze che volessero lavorare a Rehetobel in una fabbrica tessile, la Volkarht.

Sono andata nel novembre del ‘50, assieme ad altre compaesane, Cesarina Bertoncini e le sorelle Saminiatelli, Luigina e Isolina. Poi sono arrivate anche Antonietta Dell’Antone, Maria Pellegrini e mia sorella Romana, ma la richiesta era arrivata già nel 1946, e infatti le prime quattro ragazze sono partite in quell’anno. Tra queste c’era anche mia zia Carmela. Loro però erano già sposate, e sono rimaste solo un anno.

La richiesta era arrivata al nostro comune perché il proprietario della fabbrica, uno svizzero, ad Alleghe aveva un amico.

All’inizio non è stato facile ambientarsi. Non conoscevamo la lingua, il paese era piccolo e ricordo che quando passavamo per strada, da dietro le tendine delle case si vedeva la gente che ci osservava. Eravamo un po’ delle mosche bianche.

Però alla fine abbiamo animato il paese. La domenica andavamo ad aiutare i contadini nei loro lavori, era un po’ il nostro unico svago. Siamo state anche fortunate, perché la moglie del padrone era un’oriunda italiana e tra l’altro era di Facen, dunque questo ci è stato di grande aiuto e ha fatto sì che ci siamo trovate bene.

Lei parlava italiano e quindi eravamo in una botte di ferro. Poi noi abbiamo pian piano imparato il tedesco. Avevamo anche dei bellissimi appartamenti vicino alla fabbrica. Sono stati anni davvero molto belli. A Rehetobel sono rimasta sette anni, poi ho conosciuto mio marito, Dante Zanella, di Lozzo di Cadore, che lavorava nell’edilizia a Sciaffusa.

Ci siamo sposati il 9 aprile del 1960 e mi sono trasferita lì per tredici anni. Ho lavorato prima alla Bindfaden e alla Schaffhausen Wolle e poi, negli ultimi anni, essendo diventata residente, ho avuto la possibilità di cambiare lavoro senza il permesso della Polizia degli stranieri e quindi sono andata a lavorare in una sartoria, proprio il lavoro che volevo fare. Sono stati gli anni più belli. Purtroppo, però, mio marito si è ammalato e nel 1972, un po’ a malincuore, siamo dovuti rientrare in Italia.

Storia raccolta da Simone Tormen

Francesca con un gruppo di colleghe e compaesane davanti alla fabbrica tessile dove lavoravano

I Scai da Cavarzan. Na Fameia, na raza, na faza

La famiglia di Walter Ongario
La famiglia di Walter Ongaro di Cavarzan di Cencenighe  (con papà Carlo, mamma Veronica e i numerosi figli intorno alla metà degli anni sessanta)

“Come da richiesta del sig. Walter Ongaro, vi invio la poesia “I Scai da Cavarzan – La bulga” insieme a un foto; quella della famiglia di Walter Ongaro di Cavarzan di Cencenighe  (con papà Carlo, mamma Veronica e i numerosi figli intorno alla metà degli anni sessanta). La poesia ripercorre la storia della loro avventura imprenditoriale”.

Luisa Manfroi

LA BULGA (1)

Partì da Cavarzan / con na bulga streta in man, / armai de gran coraio / tuti nof i fioi del Scaio (Carlo Ongaro) / murador, scalpelin, boscador, / poaret ma de gran cor. / La passion de strinchenà l’armonica / par rende alegria, /intant che la spuntighea / sòle da scarpet, / la mama Veronica / e noi se era tuti via. / Da garzogn avon scomenzià / e già el da magnà / l’era migliorà. / No l’era normal a chi temp, / vedé che insieme ale patate / ghe fuse anca el valch a pede. / Inte la bulga che s’avon portà / l’era en poche de straze /e tanta voia de laorà. / De mare… se ghen cognesea sol una (la Veronica), / de lingua l’era el dialeto, / chel sì che sel descorea perfetto. / Ma in Germania con tuta la bona volontà / impresa ardua pensà ai todesch ghel insegnà ! / Alternativa a tal tortura / la ne ha tocà ancora a noi / la strada pì dura, /e dopo calche an / se parlea segur / meio el todesch de l’italian. / Pasada calche staion, / se avon metù le scarpe del paron, / e senza studi, aiuti e onori, / sion diventai imprenditori, / ben volui par la nostra umiltà / e apprezai par la nostra qualità vera / anca se ereane in tera straniera. / E dopo pochi lustri e grandi fadighe, la bulga la e tornada a Zenzenighe. / Somearie che la pese de pì, / ma se le vero de chel che le inte / no fae mistero: / le el fruto del nostro laoro, / guadagnà co le nostre man / co l’orgoglio de ese TALIAN.Walter Ongaro()

1 Bulga=valigia

La famiglia di Carlo Ongaro e Veronica Fontanive era assai numerosa, si contavano 9 figli e i 2 genitori. Abitavano a Cavarzano, una frazione di Cencenighe Agordino situata in una posizione molto scomoda, per raggiungerla a piedi occorreva quasi un’ora. Erano tempi difficili trattandosi degli “anni cinquanta”: la mamma lavorava la terra e governava le mucche, il padre faceva il muratore e si adattava a svolgere qualsiasi altro mestiere per ottenere il vivere per sostenere la sua grande famiglia, vita di sacrifici e di tante fatiche.Venne il tempo in cui i figli crescendo ma ancora molto giovani presero la via dell’emigrazione, quasi tutti in Germania, prima come dipendenti e poi trasformandosi anche in imprenditori: così Angelo, Mauro Walter, Mario, Caio.Una storia come tante altre, di gente che si è fatta e creata dal nulla, figli di gente povera ma onesta e laboriosa e che ha fatto onore all’Italia!

La Presidente della Famiglia ex-emigranti agordiniLucia De Toffol Macutan

Guglielmo Salviato “Memo”

Guglielmo Salviato

Gunti a ottant’anni, il passato ritorna alla mente come destato da un’intima ed arcana potenza.

Sono nato il 25 aprile del 1935 a Mirano, in provincia di Venezia, penultimo di dodici fratelli. Mio papà e mia mamma lavoravano la terra, io li seguivo in questa attività sin da bambino. Tuttavia i miei genitori pensavano che potessi ambire ad altre mete, per raggiungere un titolo di studio come perito meccanico. Ma il mio orientamento mi portava ad altri orizzonti. Ero affascinato dal mestiere del barbiere e così ogni giorno percorrevo quattordici chilometri all’andata ed altrettanti al ritorno, tra il mio paese Campocroce di Mirano e la città di Mestre, dove lavoravo. Ovviamente in bicicletta.

Mi costava un po’ di sacrificio, ma lo affrontavo con gioia, in quanto necessario per apprendere la tanto desiderata “Arte di Figaro”.
Una mia sorella, che era sposata a Longarone, mi procurò un posto di lavoro in quel piccolo centro pieno di vita. Un giorno, avido di conoscenze geografiche ed umane, inforcai la bicicletta e raggiunsi, con non poca fatica, Forno di Zoldo. La gente che avevo incontrato, lo splendore delle rocce arabescate dal sole mi affascinarono. Fu proprio in quel periodo che il barbiere del luogo, Liberale Santin, abbandonava l’attività per cercare un miglioramento finanziario in Germania. Rilevai l’attività a Dozza, in un ambiente angusto. In seguito, un altro barbiere del luogo chiudeva la sua attività, proprio in piazza a Forno di Zoldo. Senza esitazioni presi sotto la mia guida questa nuova attività. Ero giovane e ricco di speranza.

Nel 1961 è poi giunto il giorno più lieto della mia vita, quando davanti all’altare di Pieve ho scambiato l’eterno “Sì” con Mariliana. Il destino dell’esistenza mi portava poi in Germania a lavorare come gelatiere, seguendo così l’esempio di tanti compaesani.

Senza tuttavia abbandonare i due negozi portati avanti dai miei dipendenti, dato che nel periodo invernale continuavo a prestare la mia opera di barbiere. Nel novembre del 1966 la fatidica alluvione rendeva vani tutti i miei sforzi, orientati ad un servizio nei confronti della popolazione. Non mi persi d’animo e nel marzo successivo la mia attività di barbiere riprendeva, in un ambiente rinnovato ed accogliente, a Forno. Nel 2001 ho lasciato l’attività di gelatiere in Germania. Dopo tredici anni di matrimonio sono diventato padre di Eleonora (inesieme nella foto a sinistra). Questo nel 1974. Ed è per Eleonora che abbiamo rinunciato all’attività di gelatiere, essendo lei non autosufficiente. Siamo stati sempre convinti dell’antico detto che dice: “il Signore tutto non dà e tutto non toglie”. Anche nella fatica, nel costante impegno, nelle preoccupazioni abbiamo trovato momenti dì gioia profonda. Ogni piccolo miglioramento di nostra figlia diventava per noi una conquista, ogni suo sorriso un appagamento per l’amore che le abbiamo riservato. Il 3 febbraio del 1991 la Commissione Diocesana, presieduta dall’allora Vescovo Maffeo Ducoli, ci assegnava il Premio della Bontà.

Oggi ripenso alla mia emigrazione che mi ha portato da Mirano a Zoldo ed in seguito da Zoldo in Germania. Ho lasciato la terra dove sono nato, ho trovato affetto e simpatia nelle terre che mi hanno accolto, ho accettato tutto ciò che il Signore mi ha dato. Vivo oggi sereno per gli anni trascorsi nel lavoro, non recrimino sulla durezza del vivere, che a volte il destino impone. Ogni sorriso di Eleonora è per me e per mia moglie come una stella che brilla nel cielo in una notte illune.

Guglielmo Salviato “MEMO”

La famiglia Olivotto

Siamo emigrati in Argentina, a Buenos Aires, io nel 1948 e mia moglie nel 1950. Ci siamo conosciuti lì, ma siamo praticamente paesani, perché io sono di Cibiana e i genitori di mia moglie di Peaio di Vodo di Cadore. Quando siamo arrivati in Argentina entrambi ci siamo subito trovati bene, ci siamo ambientati e in generale non abbiamo avuto grosse difficoltà. Bisogna considerare anche che siamo partiti appena finita la guerra e quindi andare lì era un’occasione, perché uscivamo da una situazione molto difficile.
Quando sono arrivato sono andato a lavorare in fabbrica. Non sapevo la lingua, ma mi sono amalgamato con la gente e ho imparato molte cose pratiche, e pian piano appreso lo spagnolo. Ho lavorato per quattro anni. Mio fratello aveva già aperto una gelateria, ma io dovevo lavorare in fabbrica perché le spese da pagare erano molte e c’era bisogno di soldi.

I genitori di mia moglie, invece, avevano aperto una gelateria. Prima ne avevano una in Olanda, poi l’hanno chiusa e l’hanno aperta in Argentina nel ‘50.

Mia moglie ha lavorato per otto anni con suo padre. Poi ci siamo sposati e io nel ‘60 ho aperto una gelateria e così abbiamo lavorato assieme. Anche mio papà faceva il gelatiere, a Vignola, in provincia di Modena. In Argentina abbiamo gestito due gelaterie, entrambe le abbiamo chiamate “Cadore”, una in pieno centro a Buenos Aires e una un po’ in periferia.

All’epoca si lavorava molto bene, gli argentini mangiano molto gelato. Ora siamo andati in pensione da qualche anno, dopo oltre quarant’anni di lavoro, e a gestire le gelaterie è il nipote. La situazione però oggi è molto diversa. L’Argentina non è stata mai un paese stabile, ha sempre vissuto alti e bassi, ma quando siamo arrivati noi, rispetto al giorno d’oggi, era molto meglio. C’era la dittatura, ma comunque si andava avanti. Adesso è un disastro, sia economicamente che dal punto di vista della delinquenza, ti ammazzano per niente, non si può uscire di notte, è brutto, ma ormai siamo stabili lì. Siamo soci dell’ABM fin dagli anni ‘60, da quando si è costituita, e siamo sempre tornati a Belluno per visitare la nostra casa a Tai di Cadore. Veniamo sempre volentieri per ritrovarci con i parenti.

Storia raccolta da Simone Tormen