Archivio di Dicembre, 2020

Birraio emigrante

“Son nascest… beh, continuo in italiano. Son nato nel marzo ‘39 a Pezzol di Vellai di Feltre, nell’ultima casa colonica ai confini con Busche Bus alla cui stazione si andava e veniva con il treno, anche durante la guerra, quando non riuscirono a centrare con le bombe il Pont della Viera. Papà, Giuseppe Roncen, fu richiamato ed è rimasto nel Sacrario di Cristo Re a Messina, mentre la mamma, Maria Bordin da i Bosch di Villabruna, andò a lavorare per mantenermi in collegio a Feltre, perché la pensione di orfano e di vedova di guerra era davvero insufficiente.

Con sani e santi sacrifici potei frequentare l’avviamento industriale al Rizzarda di Feltre. Il futuro prevedeva per chi come me doversi cercar un lavoro, quasi sempre fuori, e quale? Il destino volle che nel frattempo l’ing. Mario Luciani, della Birra Pedavena, realizzasse un corso di specializzazione professionale per Birrai Maltatori, allo scopo di “dare” una specializzazione ai giovani che, pur obbligati ad emigrare, potessero accedere ad un impiego qualificato. Venne quindi il giugno del 1957, quando venni assunto dalla Birra Italia di Milano, dove emigrai.

Economicamente me la cavavo appena, perché già allora Milano era cara, però grande occasione per il futuro. Approfittai per frequentare corsi serali in varie discipline e conseguii alfine il diploma di ragioniere. Nel frattempo ricordo con piacere d’aver frequentato non pochi bellunesi, specie periti minerari dell’Agordino, con i quali ci facevamo compagnia nella grande città. Il primo salto di carriera lo feci nel ‘61, quale funzionario dell’importante acciaieria svedese Sandwik Italia di Milano, per la quale visitai tutte le aziende alimentari, farmaceutiche e dolciarie allora in Italia. E qui ricordo ancora la gioia di trovare amici, ex compagni della scuola birrai qualificati a Pedavena, in tante città sedi di fabbriche di birra, tra le quali Trieste, Udine, Torino, Genova, Firenze, Varese, Bergamo, Brescia, Padova, Vilpiano (BZ).

Poi un giorno, mentre attraversavo la Galleria di Milano, incontrai l’ing. Giovanni Luciani, il quale, meravigliandosi che un birraio di Pedavena fosse “ fuori dalla birra”, mi propose subito di “rientrare” e far parte del gruppetto di fondatori della nuova Fabbrica Birra Dreher a Massafra di Taranto. Non ci volle molto a convincermi, perché fuori dalla birra mi sentivo un “pesce fuor d’acqua”, e andai un anno alla Dreher a Trieste e poi a Pedavena per il trening (…). Fortunatamente conobbi, poco prima di lasciare Milano, Franca, una ragazza di Cremona, con la quale ci sposammo nel febbraio ‘62 e come viaggio di nozze prendemmo il treno cuccette a Venezia, dopo aver salutato la mamma, per Bari, poi Taranto. La costruzione della fabbrica era agli inizi; due anni furono dedicati alla finitura e messa in funzione e, finalmente, nel ’64, venne l’on. Colombo per l’inaugurazione.Taranto era allora salubre e stimolante; noi provenienti dal Nord eravamo ben visti, rispettati e graditi ed i tarantini ci facevano sentire importanti, a prescindere dalla nostra giovanissima età. Anche a noi piaceva molto quel mondo così veramente diverso per cultura, rapporti umani e, direi, soprattutto per abitudini, sapori e colori tipici. Era proprio bello “emigrare “ in Puglia, lontano dalle nebbie lombarde. Avemmo due figli, per i quali il cognome non lasciava dubbio circa la provenienza veneta che, debbo dire, faceva gioco nelle situazioni locali. Dopo dieci anni, verso il 1972, tutte le aziende birra-acque della famiglia Luciani di Pedavena vennero unificate in una unica Dreher spa, con sede a Milano, e colà venni trasferito. Trovammo casa a Monza, dove vivo tuttora, ma, dopo la cessione definitiva della Dreher alla Heineken Olandese, passai come Comptroller delle Consociate presso un’azienda del Varesotto, che operava nella fabbricazione di impianti e macchinari per fornaci. Il lavoro comportava continue trasferte nel nord della Francia, in Belgio ed in Brasile e mi dava l’occasione anche di visitare birrerie locali (quando s’è birrai una volta lo si è per sempre). Sostanzialmente però mi tornava la sensazione d’essere ritornato un “pesce fuor d’acqua”. Fortunatamente la birra Moretti di Udine stava cercando il nuovo direttore per la Moretti Sud a Popoli (Pescara) e ben volentieri mi trasferii con famiglia alle sorgenti del Pescara.

Anche dell’Abruzzo abbiamo un gran bel nostalgico ricordo. L’attività per una medio-piccola azienda era però precaria ed avvenne il “miracolo “ che l’Heineken Italia acquistò la Moretti Sud e mi ritrasferii a Milano, responsabile del Servizio Approvvigionamenti. Stetti a Milano, rientrando a Monza con la famiglia, sino al ’92, ed a seguito della ristrutturazione europea del Gruppo Heineken, andai in Olanda quale Purchasing Manager della Heineken Corporate nv., con competenza e frequenti viaggi in tutte le consociate europee: Francia, Spagna, Grecia, e Far-est (Singapore, Malesia, Vietnam) (…).

Nel 1995 terminò il mio impegno in Olanda e rientrai per gli ultimi quattro anni in Italia occupandomi a Macomer in Sardegna alla sistemazione della ex Dreher, dove diversi da Feltre hanno lavorato e quindi da pensionato rientrai a Monza, impegnandomi in varie attività di volontariato e, da buon feltrino, in camminate in montagna. Nei primi anni 2000, restai purtroppo vedovo. All’inizio del 2006, altro accadimento incredibile: incontrai a Milano Francesca, signora vedova emigrata giovane da Pedavena, mai conosciuta prima. Con gioia di figli e parenti e grande meraviglia di sacerdoti locali, per l’inusuale età dei coniugi, convolammo a regolari nozze, in ottemperanza alla formazione adolescenziale ricevuta nel Feltrino. E così, come dice il finale della storiella: “nozze e nozzette, / Piero candelete,/ I se tira an os te la schena, / E i e ancora là che i se remena”. Steme ben”

Valerio Roncen

Vittorio Zornitta

“Sono partito da Lentiai nel 1958, a 19 anni, con l’idea di un espatrio provvisorio di qualche anno. Come tutti gli emigranti, ho molto sofferto della perdita subita lasciando parenti, amici e luoghi sacri alla memoria, tanto che per molti mesi, soprattutto alla domenica sera, stentavo a frenare le lacrime. Appena mi è stato possibile, ho aderito alla Famiglia di Parigi e frequentato le serate ed i viaggi organizzati dalla signora Giacomina Savi. Ho avuto la fortuna di lavorare in diversi cantieri dove, fra i tanti immigrati, c’erano diversi italiani ed a volte qualche lentiaiese. Tutti pieni di nostalgia, ma come è noto, “mal comune, mezzo gaudio”. La vitalità della giovinezza ha fatto rapidamente il resto. Non solo l’essere umano finisce per abituarsi a tutte le situazioni, ma il tempo lo aiuta a scoprire che la natura può essere bella ovunque e che, in ogni luogo, c’è gente buona, amichevole, pronta ad accogliere e a stringere con gli altri dei legami di fraterna amicizia. Per essere, per quanto possibile, felici, basterebbe amare il luogo dove il destino ci conduce a vivere e la gente con cui si vive. Anche se non è sempre facile, è la regola che ho cercato di impormi. Per amare, bisogna conoscere. Arrivati al momento del pensionamento con mia moglie ci siamo trasferiti nella sua casa a Saint-Faust, ai piedi dei Pirenei ed a 40 km. da Lourdes. Malgrado la mia naturale timidezza ho cercato di incontrare tutti gli anziani del paese e mi sono fatto raccontare la loro vita. Sono nati due volumi intitolati “Vendanges Tardives”, pubblicati dalla Biblioteca di Saint-Faust. Poi ho interrogato le persone aventi una passione particolare: dalla poesia alla scultura del legno, dalla valorizzazione della lingua locale, il “bearnese”, alla pesca della trota, dalla storia alla commedia, ecc. Ne ho fatto un altro libro in auto edizione , “Vie e Passions”. Ho infine interrogato diversi immigrati di origine italiana e pubblicato le loro storie in “Epousailles d’avenir”, sempre in auto edizione. Ho partecipato ad un pellegrinaggio in Terrasanta e ne ho scritto il resoconto per la quarantina di partecipanti in “Voyage aux sources de la foi”. Tutte cose da poco, ma che mi hanno permesso di vivere con un passatempo interessante, stimolato dal fascino che provo per le storie degli altri, dal desiderio di non dimenticarle e dal non facile confronto con la scrittura” (…).

Paura e fede. Un viaggio indimenticabile

Rinaldo Tranquillo
Rinaldo Tranquillo

Il governo coloniale inglese aveva il progetto di costruire, in Zambia, un ponte sul Luapula, un grande fiume immissario del fiume Congo.

L’incaricato del primo sopralluogo fu un ingegnere scozzese, John Philips. Essendo un mio amico, mi chiese di accompagnarlo, dato che conoscevo bene la zona sia dal punto di vista geografico che geologico. Siamo partiti di buon mattino; al confine con l’allora Zaire (Congo) non abbiamo avuto nessuna difficoltà. La strada era di boscaglia, ma essendo la stagione secca, non dovevamo passare attraverso i pantani della stagione delle piogge. Tutto filò liscia per circa 20 km., quando improvvisamente dal fianco della strada sbucarono una dozzina di soldati congolesi, che ci fermarono con una certa prepotenza; uno di loro si avvicinò e ci fece scendere dalla macchina; abbiamo subito ubbidito, se non altro per la presenza di un fucile puntato verso di noi. Il militare mi chiese in lingua swahili dove andavamo; io risposi in swahili che non conoscevo bene la sua lingua. Lui si arrabbiò e mi disse come ci permettevamo di essere in quel posto senza sapere la sua lingua. Dissi allora che io parlavo italiano, inglese, francese, spagnolo ed anche chibemba. Mentre stavo discutendo si avvicinò uno che forse era il comandante del gruppo e mi disse, in francese questa volta, che doveva arrestarci. Chiesi quindi che cosa avevamo fatto e quello rispose che “sollevavamo troppa polvere nella strada”!

Gli chiese che cosa dovevamo fare e lui con calma mi disse che bisognava che ci scusassimo. Cercando di rimanere il più calmo possibile dissi: “Je m’escuse”. Lui rispose: “Non così!”. Intanto l’amico John che non aveva finora aperto bocca mi chiese che cosa volevano e gli dissi:”Soldi!”. Mise subito mano al portafoglio e levò un biglietto da 20 sterline: una grossa somma per loro, perché rappresentava lo stipendio di un mese per un locale. Il capo ordinò ai suoi uomini di salutarci e così ripartimmo per il fiume.

Al fiume il traghetto non funzionava. Si avvicinò uno zambiano, che ci disse che per una modesta somma ci avrebbe traghettati all’altra riva in canoa. L’amico John accettò subito, mentre io tentennavo parecchio. Devo confessare a questo punto che non sono mai stato capace di nuotare e la mia paura non erano i coccodrilli, ma di finire annegato! Con grande timore entrai in quel pezzo di legno scavato ed iniziammo l’attraversata. Mi sono subito pentito di aver accettato, ma ormai ci stavamo allontanando dalla riva ed io, accucciato in fondo alla canoa, incominciai a pregare. Sono certo di non aver mai pregato così intensamente come durante quella attraversata: avevo perfino paura di respirare e ad ogni movimento le mie preghiere diventavano più intense. Sull’altra riva credo di non essere stato molto utile per il mio amico, dato che avevo il terrore del ritorno. Sono certo che il buon Dio ha ascoltato le mie preghiere e così posso raccontare l’episodio.

Sulla via del ritorno mi son reso conto di come funziona il tam-tam delle foreste africane, dato che siamo stati fermati ben sei volte da dei gruppi di soldati e tutte le volte abbiamo dovuto pagare per il nostro misfatto che consisteva nel sollevare la polvere sulla strada. L’ultimo che ci fermò aveva la divisa della polizia, ma dato che eravamo ad un centinaio di metri dal confine e che avevano finito le nostre finanze, mi arrabbiai: dissi che la macchina era del governo e non nostra, che gliela lasciavo e finivamo la nostra strada a piedi. Quello mi insultò e mi disse che non voleva la macchina e che solo per la sua magnanimità ci lasciava andare.
Così finì una giornata che non auguro a nessuno Fu solo il giorno in cui pregai di più e con più devozione.

Tranquillo Rinaldo

Il cono gelato. Un’invenzione geniale dalle origini cadorine

Italo Marchioni
Italo Marchioni

«Il genio – scrisse Jean Cocteau – è la punta estrema del senso pratico». Il senso pratico è ciò che ha portato Italo Marchioni (nel riquadro), cadorino di Peaio nato nel 1868, ad inventare qualcosa che ora, spesso e volentieri, si trova sulla bocca di tutti, o meglio, nella bocca di tutti.

Italo Marchioni partì nel 1893 per Philadelphia. Da Philadelphia si spostò a New York, dove cominciò a lavorare come pasticcere, e da New York ad Hoboken, una città del New Jersey situata di fronte a Manhattan, dove ebbe l’idea che cambiò la sua vita.

Ogni giorno Marchioni si recava con il suo carretto a Manhttan per vendere il gelato, che a quell’epoca veniva servito o all’interno di bicchieri e scodelle, oppure su dei wafer piani. Italo, che utilizzava dei bicchierini, si accorse però che questo tipo di contenitore gli creava troppi problemi. Doveva portarne molti con sé, oppure rilavarli rapidamente. Capitava a volte, inoltre, che i bicchieri venissero rotti o rubati. Era necessario, perciò, pensare a qualcosa di più pratico ed economico, e nel 1896 ebbe l’intuizione di servire il gelato su delle cialde arrotolate che assumevano la forma di un cono. L’idea non venne però brevettata.

Primo brevetto di Italo Marchioni

Venne invece brevettata un’altra invenzione, che Marchioni realizzò nel 1903. Uno stampo per produrre con la pasta di wafer delle cialde che fungevano da “coppette” per il gelato. Da qui iniziò il periodo dell’affermazione per Marchioni, che americanizzò il suo cognome trasformandolo in Marchiony. Nel 1904 partecipò all’esposizione di St. Louis, e il suo prodotto ottenne un enorme successo. Cominciarono, tuttavia, anche alcuni problemi. Un altro gelatiere, suo concorrente, provò a rubargli l’idea, iniziando a vendere le cialde a forma di coppetta e cercando di accreditarsi come l’inventore.

Ingenuamente, infatti, Marchioni aveva brevettato solamente lo stampo per il prodotto, e non anche il prodotto stesso. Si ebbero dei processi che si conclusero nel 1913, riconoscendo a Marchioni la paternità dell’idea. Negli anni, l’azienda messa in piedi grazie alla sua invenzione assunse importanza a livello nazionale e Italo giunse ad avere fino a 45 carretti per le vie di New York. Nel 1925, un nipote, Anthony Marchiony, inventò una macchina rotante in grado di produrre coni gelato su larga scala.

Nel frattempo, Italo aveva messo su famiglia. Si era sposato con una compaesana emigrante e aveva avuto sei figli. Si ritirò dall’attività nel 1938 e vendette il marchio alla ditta Schrafft’s. Quando morì, nel 1954, all’età di 86 anni, il New York Times gli dedicò un articolo intitolato «Italo Marchiony, 86, made ice cream cone».

Simone Tormen

Il brevetto del 1929 di A. Marchiony

Rainiero De Min e Bruno De March

Finhaut, Canton Vallese (Svizzera), 1974. Inaugurazione della diga d'Émosson
Finhaut, Canton Vallese (Svizzera), 1974. Inaugurazione della diga d’Émosson

Rainiero De Min, nato il 18 ottobre 1946, cominciò ben presto la sua vita da emigrante. All’età di 17 anni, infatti, partì per la Svizzera con destinazione Dietikon, nel Canton Zurigo, dove rimase a lavorare per tre stagioni, tra il 1963 e il 1965.

Dopodiché, nel 1966 da Dietikon si trasferì a lavorare sul passo di Lucomagno, in alta montagna, dove si stava costruendo la diga di Santa Maria.

Rientrato in patria per assolvere all’obbligo del servizio militare, e dopo due stagioni di lavoro come autista in Italia, nel 1969 fece di nuovo la valigia per la Svizzera, tornando ancora in un cantiere in alta montagna, precisamente a Finhaut, nel Canton Vallese, dove si stava costruendo la diga d’Émosson, una diga ad arco alta 180 metri, il quinto sbarramento più alto della Svizzera. Terminato il lavoro in Svizzera, partì per la Libia, rimanendo nel Paese nordafricano dall’agosto del 1974 fino al 1978. In Libia lavorò a Sirte e a Misurata con la ditta italiana Cogefar. Dopo la Libia, tornò nuovamente in Italia e per diversi anni lavorò nell’edilizia e negli impianti di risalita in giro per tutto il Paese. A metà anni ‘90 l’ultima esperienza di lavoro all’estero lo portò in Estremo Oriente, in un cantiere in Cina, dove rimase per circa tre mesi. Poi la meritata pensione e il ritorno a Chies d’Alpago, dove attualmente è un’importante sostenitore della locale Famiglia ex emigranti.


Svizzera, passo del Lucomagno (Canton Grigioni), 1966. Costruzione della diga di Santa Maria. Bruno De March al lavoro
Svizzera, passo del Lucomagno (Canton Grigioni), 1966.
Costruzione della diga di Santa Maria. Bruno De March al lavoro

Bruno De March, nato l’11 dicembre 1947, emigrò in Svizzera per la prima volta a 15 anni. Nel 1962, infatti, raggiunse la cugina in terra elvetica, dove lavorò per qualche mese come garzone addetto alla mensa nell’aeroporto di Zurigo. Rientrato in Italia nel 1963, vi rimase fino al 1966, lavorando come apprendista meccanico. Imparato il mestiere, tornò in Svizzera, dove già erano presenti altri compaesani di Chies d’Alpago.

Lavorò fino al 1967 alla diga di Santa Maria sul passo di Lucomagno, nel Canton Grigioni. La diga fu inaugurata nel ‘68, dopodiché partì per Zurigo e vi rimase per un anno e mezzo, lavorando nell’edilizia.

Nel 1971 si spostò ancora, andando a lavorare alla costruzione della diga d’Émosson, nel Canton Vallese. E nel ‘72 di nuovo fece ritorno a Zurigo, dove rimase fino al 2000, sempre alla dipendenza della Piller & Co. ricoprendo diversi ruoli, tra cui il macchinista, il gruista e l’addetto alla manutenzione dei macchinari. Nel 2001 andò in pensione e fece rientro in provincia di Belluno.

Nel 1977 entrò anche a far parte della Famiglia Bellunese di Zurigo, della quale fu per qualche anno presidente. Attualmente è invece il presidente della Famiglia ex emigranti dell’Alpago.