Archivio di Maggio, 2024

«Gravissime difficoltà» a trovare impiego. Emigrazione sconsigliata

Tempi duri per emigrare. Motivo? Le scarse opportunità di lavoro. Lo segnalava nel 1909, con la Circolare nr. 206 del 15 luglio1 diretta a prefetti, sottoprefetti, sindaci del Regno e Comitati mandamentali e comunali per l’emigrazione, il Commissariato dell’Emigrazione, ufficio speciale del Ministero degli Affari Esteri istituito nel 1901 (e attivo fino al 1927) con la “prima legge organica sull’emigrazione”.

La Circolare avvertiva quanti fossero in procinto di partire che era preferibile non recarsi in alcuni Paesi. Gli Stati Uniti, per esempio, dove Il Labor Information Office for Italians (Ufficio gratuito di collocamento per gli emigranti italiani a New York), avvisava di «gravissime difficoltà» per i muratori stranieri «nella ricerca di lavoro in New York, come pure negli altri centri della Confederazione Nord Americana».

Colpa, spiegava il Commissariato, della «trasformazione del sistema tecnico di costruzione avvenuta negli ultimi anni» (la Circolare sottolineava che «l’enorme sviluppo verificatosi nell’uso del cemento ha determinato in questi ultimi anni una sensibilissima diminuzione nella ricerca di mano d’opera per l’arte edilizia»), così come del «monopolio assicurato dalle unioni locali dei muratori per la fornitura della mano d’opera».

Ecco perché, veniva messo in luce, «col recente risveglio dell’immigrazione italiana negli Stati Uniti sono arrivati colà anche quest’anno moltissimi muratori, i quali non riescono a trovar lavoro».

Le cose non andavano meglio in altre parti d’America, tanto che il Regio Addetto dell’Emigrazione in Nuova Orleans sconsigliava l’emigrazione in Louisiana, Alabama, Arkansas, Tennessee, Mississipi e Florida, «a causa della depressione del mercato del lavoro».

Situazione critica anche in Uruguay. «Giova far noto – riportava l’avviso – che le condizioni del mercato del lavoro, in tutto il territorio della Repubblica, sono tali da sconsigliarvi per ora l’immigrazione della mano d’opera straniera». E questo nonostante nella città di Montevideo fossero stati progettati «dei grandiosi lavori per conto del Governo e del Municipio». Tali opere, precisava infatti il Commissariato, «hanno sufficiente mano d’opera ed è anzi rilevante il numero dei disoccupati».

In Europa, vivamente sconsigliate «a qualunque categoria di operai» le partenze per la Romania, essendosi «recentemente verificata una sensibile sovrabbondanza della mano d’opera in confronto ai bisogni».
Malgrado fossero in corso i lavori per la costruzione del porto nella città di Constanza, «anche per essi, non v’è bisogno di altro personale».

1 Documento conservato presso la Biblioteca Storica Cadorina.

«Condizioni tristissime» e «operai trattati come schiavi»

«Gli operai italiani non devono lasciarsi lusingare dalle false promesse di questi agenti segreti e non devono assolutamente emigrare verso il Brasile».

L’appello era riportato nel “Bollettino dell’emigrante italiano”1 del 1° novembre 1909, in un approfondimento riguardante “Il mercato del lavoro negli altri paesi”.

La pubblicazione periodica, a cura del Regio Addetto dell’emigrazione italiana a Colonia, in Germania, annunciava di essere venuta a conoscenza «che agenti di emigrazione stranieri hanno fatto e continuano a fare un’attiva propaganda in Westfalia e fra l’altro nelle località di Dorstfeld, Recklinghausen e Dülken, centri importanti di emigrazione italiana, per attirare al Brasile famiglie italiane», promettendo il viaggio gratuito da Amsterdam ai porti brasiliani.

Dopodiché, metteva in guardia i connazionali, invitandoli a non espatriare nel Paese sudamericano. Il motivo? «La situazione economica oltremodo sfavorevole di quel paese e specialmente dello Stato di S. Paolo, che assorbe il maggior numero di emigranti».

Il Bollettino precisava come «alle Autorità del Regno incaricate dei passaporti» fossero state «impartite categoriche istruzioni onde evitare che venissero dagli agenti dell’emigrazione clandestina frustrate le vigenti disposizioni circa l’emigrazione al Brasile».

«Le condizioni in cui si trovano i coloni italiani emigrati nel Brasile – ammoniva l’Ufficio del Regio Addetto a Colonia – sono tristissime; essi vengono trattati malissimo e raramente riescono a percepire il frutto dei loro sudori».

Non era solo l’emigrazione verso il Brasile ad essere «vivamente sconsigliata». L’attenzione era rivolta anche ad alcune località del Canada. Anche in questo caso, il Bollettino affermava di aver notato «già da qualche tempo nei distretti minerari della Germania, della Francia, del Lussemburgo, dell’Australia ecc. un’attiva propaganda di agenti segreti per incitare con false promesse i minatori, tra cui molti dei nostri, a recarsi a scopo di lavoro nelle miniere del Canadà e di Glasebey (Howascotia)2 in America».

Detto ciò, la segnalazione: «Siccome in quei due paesi i minatori colà residenti si trovano in isciopero, che non accenna per nulla ad essere composto, crediamo nostro dovere sconsigliare vivamente i minatori italiani a non cedere alle lusinghiere promesse di quegli agenti, tanto più che è a nostra conoscenza che gli operai vengono laggiù trattati come schiavi e costretti a lavorare per un meschino salario molte ore al giorno».

Anche all’epoca, venditori di illusioni erano pronti a lucrare su bisogni e speranze di chi era costretto a partire.

1 Anno II, n. 25 – Colonia, 1 novembre 1909. Documento conservato presso la Biblioteca Storica Cadorina di Vigo di Cadore.

2 Probabilmente Glace Bay, Nuova Scozia, Canada.

Una rara storia di emigrazione temporanea in Brasile

di Luisa Carniel

Quando si parla di emigrazione italiana di massa verso il Brasile ci si riferisce al periodo storico che va dal 1875 fino alla fine del secolo: si è trattato quasi esclusivamente di un’emigrazione definitiva, in quanto non vi erano le condizioni, né economiche, né logistiche, per tornare, dato che qui i contadini emigranti avevano venduto tutto prima di partire e avevano intrapreso la grande traversata con mogli, figli e magari anche genitori al seguito.

Tra le migliaia di storie di emigrazione bellunese ce ne sono almeno due che vedono i protagonisti rientrare dopo un periodo più o meno lungo in terra gaúcha: una è quella di Ferdinando Burigo, tornato a Belluno dopo la morte della moglie e dopo aver lasciato a Urussanga i figli, ormai sposati e con prole.

L’altra è quella di Angelo Biasuz, padre di Giuseppe, che fu figura di spicco della cultura feltrina, preside di liceo prima a Pola e poi per un ventennio a Padova, studioso e scrittore di storia locale: è lui stesso, che fu tra i fondatori dell’associazione “Famiglia Feltrina”, a raccontare l’esperienza di emigrazione del padre nei suoi scritti apparsi sulla rivista “El Campanon”.

Angelo Biasuz (il cognome ha avuto un’evoluzione dall’originario Biasuzzi) nacque a Mugnai il 23 marzo 1860, figlio primogenito di Giovanni Battista Biasuzzi e Giovanna Fent. Dopo il triennale servizio militare, nel 1884 sposò la compaesana Petra Angela Maccagnan (1866) e l’anno dopo nacque il loro primogenito Giovanni Battista, seguito poi da una femminuccia, Lucia.

Angelo trovò lavoro nella costruzione della rete ferroviaria Treviso – Feltre – Belluno, inaugurata nel 1886, e nell’estate 1887 fu in Croazia come boscaiolo; ma i tempi erano difficili e anche per lui si prospettò quindi la via dell’emigrazione, come per la maggior parte dei bellunesi. Scelse il Brasile, probabilmente sulla scia degli zii Giacomo e Margherita, che una dozzina di anni prima vi erano emigrati con i loro undici figli, acquisendo un lotto nella Travessão Garibaldi, oggi zona di Flores da Cunha.

Nel febbraio 1888 Angelo si imbarcò a Genova sulla nave Cheribon, in compagnia di altri emigranti di Mugnai, come Giuseppe Polesana e Vittore Maccagnan, il quale partiva con la moglie e i loro sei figli.

Ma Angelo non raggiunse il Rio Grande come i suoi parenti, si stabilì fin da subito in Paraná, dove trovò lavoro come sorvegliante nella costruzione della linea ferroviaria Paranaguá–Santos. Nonostante le condizioni climatiche difficili dettate dal pressante caldo umido e la conseguente presenza di zanzare portatrici della febbre gialla, Angelo era felice del lavoro che faceva, lui che poteva contare su un corpo sano, robusto e abituato alla fatica.

nell’intraprendere il viaggio di ritorno, che durò circa un mese, si era cucito all’interno della giacca una ventina di sterline d’oro e in una cassettina aveva riposto dei piccoli ricordi del Brasile

Nel 1891, ultimato il lavoro della ferrovia, si trasferì alla periferia di Curitiba, la capitale dello Stato, dove abitava la cognata Maria Giovanna Maccagnan, proprietaria di un podere con animali da latte, viti e frutteti.

Nel marzo 1892 Angelo fu raggiunto dalla moglie, che lasciò i loro due figli in custodia ai nonni.

L’anno dopo nacque Giuseppe (1893-1991), che fu battezzato nella cattedrale cittadina e che nel suo secondo nome, Brasilio, porta un chiaro riferimento al luogo che gli ha dato i natali.

Angelo nel frattempo tornò al suo lavoro di sorvegliante nella costruzione di strade, questa volta nel territorio di Rio Negro, a nord di Curitiba. Più tardi si trasferirono in una zona isolata a occidente della capitale, dove era presente un’immensa foresta con alberi di ogni specie appartenenti alla vegetazione tropicale. Rimasero lì tre anni: in quel periodo il piccolo Giuseppe era l’unico bambino di quel gruppo di lavoratori, molto distanti dal resto del mondo.

Infine, si trasferirono alla periferia di Curitiba, che allora contava circa tremila abitanti ed era un posto tranquillo e salutare in cui vivere. Angelo aprì un negozio di combustibili, frequentato da clienti di diverse nazionalità. Arrivò anche un altro nascituro che però morì quando aveva solo due anni.

La nostalgia per l’Italia, e in particolare per i due figli rimasti a Mugnai, si fece sentire sempre di più, così nel 1899 decisero di rientrare definitivamente a Feltre.

Nei suoi scritti, Giuseppe ricorderà che il padre, nell’intraprendere il viaggio di ritorno, che durò circa un mese, si era cucito all’interno della giacca una ventina di sterline d’oro e in una cassettina aveva riposto dei piccoli ricordi del Brasile, tra i quali il becco di un tucano e ciò che rimaneva della coda di un cobra.

Angelo, che morì poi nel 1932, parlò sempre con simpatia del Paese che l’aveva ospitato, ma secondo il figlio quei dodici anni di sacrifici non erano stati giustamente remunerati.

Giuseppe Biasuz (Curitiba, 26 febbraio 1893 – Padova, 22 febbraio 1991), figlio di Angelo. Fu combattente e poi fatto prigioniero nella Prima guerra mondiale, ma riuscì ugualmente a laurearsi in Lettere a Padova già nel 1920. Oltre alla carriera di educatore e dirigente scolastico, si dedicò agli studi, producendo innumerevoli pubblicazioni, in particolare di storia dell’arte feltrina e biografie di personaggi illustri.

Una chiacchierata tra nonna e nipote

di Sara Balcon

Per molto tempo, le partenze dal Bellunese verso paesi esteri sono state una strada che i giovani, quasi inevitabilmente, erano costretti a percorrere. Una strada, quella che porta a lasciare la propria terra natia, che ancora oggi è intrapresa da tanti giovani italiani, per trovare lavoro.

Secondo il report redatto da Fondazione Nord Est e dall’associazione Talented Italians in the UK, che ha elaborato i dati Eurostat, l’Italia ha perso 1,3 milioni di persone andate a lavorare e vivere all’estero negli ultimi dieci anni. Un fenomeno paragonabile a quanto succedeva negli anni Cinquanta del secolo scorso, quando però chi se ne andava dal nostro Paese aveva un basso livello di scolarizzazione, mentre oggi si stima che un emigrante su tre sia laureato.

Come tanti miei coetanei laureati e specializzati in materie umanistiche e in ambito culturale, mi pongo dei quesiti sul mio futuro e sulle opportunità offerte dalla mia terra e dal mio Paese. Così in un pomeriggio di pioggia, seduta al tavolo della cucina, ho pensato di confrontarmi con mia nonna. Proprio quella nonna che, negli anni Cinquanta, aveva dovuto prendere la valigia di cartone e con le lacrime agli occhi, posizionarsi sulla banchina dei binari della stazione di Belluno e aspettare il treno che l’avrebbe portata in un posto dove avrebbe trovato lavoro: la Svizzera.

Nonna, come mai sei emigrata proprio in Svizzera?
Qui a Belluno tante donne sapevano che in Svizzera c’era la possibilità di trovare lavoro, ma non un lavoro qualsiasi… il lavoro nelle fabbriche. Una delle mie sorelle maggiori era già emigrata proprio in Svizzera, a Berna, e io l’ho dovuta seguire. In Svizzera ho trovato un lavoro sicuro in un fabbrica di filati. Eravamo tante italiane e soprattutto tante bellunesi e trevigiane.

Quanti anni avevi?
Avevo 21 anni. Sono stata a Berna dal 1951 al 1955. La mia famiglia era molto numerosa. Ero la decima di ben tredici fratelli. Ognuno di noi doveva darsi da fare per aiutare la famiglia. Alcune delle mie sorelle erano rimaste a Belluno per lavorare i campi e aiutare i miei genitori, mentre altre erano andate nelle grandi città come Milano e Roma a “servire”. Io sono partita per la Svizzera. Quello che ognuna di noi guadagnava lo dava ai nostri genitori per la famiglia.

Com’era il lavoro, cosa facevi?
Si lavorava bene… eravamo tutte di noi. La mia responsabile era di Belluno e siamo rimaste amiche. Era un lavoro di attenzione. Io controllavo due macchine, lunghe circa dieci metri l’una, che producevano le spagnolette. Bisognava stare molto attente che il filo non si spezzasse altrimenti era un disastro. Bisognava correre come un treno da una parte all’altra. Quando cambiava il tempo, pioveva o c’era umido, il filo rischiava di rompersi più facilmente. Dalle bobine di filo più grosso, si dividevano fili più sottili che permettevano di fare la singola spagnoletta. Stavo a Berna tutto l’anno, tornavo a casa per le ferie d’estate e, una volta a Belluno, aiutavo la mia famiglia nei campi.

E dove vivevi?
La fabbrica mi dava l’alloggio. Vivevo in un convitto, dalle suore… erano molto severe. La sera non potevamo uscire e, se si usciva, bisognava uscire con loro. Non si poteva fare molto. Qualche giro a Berna l’ho comunque fatto. Mi piaceva come cittadina. Pian piano ho imparato a conoscerla… quasi come Belluno.

La Svizzera ti ha accolta bene?
Sì, non ho mai avuto problemi. Quando si arrivava alla frontiera c’erano tutti i controlli da fare. Ecco… quelli medici non erano sempre facili. Durante la visita ci spogliavano e ci lasciavano avvolte solamente da una coperta. Io ho sempre passato i controlli medici. Sempre sana come un pesce. Non mi hanno mai mandato indietro. Mia sorella, invece, una volta non l’hanno fatta entrare, perché non stava molto bene. Ma succedeva. Ho visto tornare indietro tante persone, perché non erano ritenute sane. Il viaggio da Belluno alla Svizzera non era tanto breve all’epoca. Partivo dalla stazione di Belluno con la mia valigia di cartone. La prima tratta era Belluno-Padova. A Padova cambiavo treno fino a Milano. A Milano bisognava tenere le orecchie a pennello perché dicevano il numero del binario per il treno diretto in Svizzera. Mi ricordo ancora quando dovevamo correre per cambiare binario. Ma ero brava, non ho mai perso un treno.

Poi però sei rientrata in Italia…
Sì, poi sono tornata a Belluno e sono andata a lavorare come stiratrice in un hotel di lusso di Cortina. Quelli sono anni che ricordo con piacere. È stato un bel momento. Ero vicina a casa, quando potevo tornavo a Belluno. Eravamo una bella squadra di donne in stireria. Ho dovuto imparare tutto da zero. Ho imparato a stirare i cappelli dei cuochi. Sai, dovevano stare dritti, in piedi da soli. Per stirare le lenzuola si usava una grande macchina, il mangano. I vestiti di velluto, invece, venivano stirati con il vapore, mettendo gli appendini sopra grandi tinozze di acqua bollente. Pensa che ho stirato anche i vestiti di Gina Lollobrigida e di Sofia Loren.

Sei riuscita a vivere un po’ le bellezze di Cortina?
Per fortuna sì. Quando si poteva andavamo a camminare e la sera a volte anche a ballare. L’hotel in cui lavoravo non era in centro. Con le scarpe con il tacco e la neve, con le mie colleghe, a piedi, andavamo in centro. C’era un locale in cui potevamo andare noi dipendenti dell’hotel.

Nonna, ma se tornassi indietro emigreresti di nuovo?
Non si poteva fare altro, perché non c’era altro. Sono stata via per pochi anni, ma penso proprio non lo rifarei. Ho fatto tanti sacrifici. Ogni volta che dovevo tornate in Svizzera piangevo, perché non volevo lasciare la mia casa… ho fatto fatica. Ero tanto legata ai miei genitori e alle mie sorelle, anche se stare in Svizzera mi ha fatto crescere e mi ha fatto conoscere persone nuove. Dopo così tanti anni, mi sento ancora con la mia amica di Milano, con cui lavoravo a Berna. Devo dire che sono stata contenta di essere tornata in Italia. Lavorare a Cortina, mi ha permesso di stare più vicina alle mie sorelle, di conoscere il nonno e di creare la mia famiglia.

Dopo questa chiacchierata, forse le lacrime che scendono dagli occhi di mia nonna, ogni volta che le dico che devo lasciare Belluno per un periodo, riesco a comprenderle sotto un’ottica differente. Forse ho appreso proprio da lei il valore della famiglia e l’amore per Belluno.

La Società Veneta di Mutuo Soccorso di Manor

Manor, Pennsylvania, Stati Uniti d’America. Numerosi gli emigranti veneti giunti dall’altra parte dell’oceano tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tanto da dar vita a una “Società Veneta di Mutuo Soccorso”1.

Veneta ma aperta a «Qualunque lavoratore che parli la lingua Italiana», come si evince dall’articolo 7 dello Statuto approvato il 31 maggio del 1908.

Scopo del sodalizio, il sostegno e la solidarietà tra gli associati. L’articolo 17 recitava: «In caso di malattia del socio la Società è obbligata di versare al socio il sussidio legale di 5 dollari la settimana, purché egli sia in piena regola con l’amministrazione per il periodo di 9 mesi. Passati i tre mesi e continuando la malattia, il socio avrà per altri 3 mesi mezzo sussidio ($2.50). Qualora il malato non guarisse l’assemblea deciderà che cosa deve fare la Società per il socio infermo».

Ancora – articolo 25 – «Qualora un membro fosse in prigione per ragioni non disonoranti, egli avrà la protezione e sarà difeso dalla Società».

Articolo 30: «Non appena giunge alla Società la notizia che uno dei membri è morto, il Presidente, il Segretario di Archivio ed il Consiglio debbono espletare i preliminari necessari per i funerali».

Articolo 32: «Qualora un socio morisse in seguito a disgrazia nella mina o in seguito a malattia è fatto obbligo ad ogni socio della Società di versare un dollaro alla famiglia dell’estinto».

L’associazione – dotata, tra i suoi organi amministrativi, di un “Comitato d’Investigazione” chiamato a discutere l’ammissione degli aspiranti soci – aveva inoltre stabilito regole piuttosto rigide sul comportamento che i membri dovevano tenere. L’obiettivo era rispettare quanto prefissato dall’articolo 3 dello Statuto: «Questa Società ha per principii fondamentali Libertà, Fratellanza, Uguaglianza e Buoni Cittadini per membri».

L’articolo 18, per esempio, proibiva severamente ai soci ammalati «di recarsi nei Bars o dovunque per bere sostanze spiritose».

L’articolo 19, invece, stabiliva l’impossibilità di ricevere sussidi per i membri «affetti da mali venerei», per quelli «che riportassero ferite in rissa» (salvo la dimostrazione di aver agito per legittima difesa), o «che fossero ammalati per abuso di liquori».

Il 35 vietava «le sostanze di natura alcoolica, apportatrici di ebbrezza, nella Sala di riunione, nelle stanze, o nei locali appartenenti alla Società».

Il successivo articolo 36 precisava: «Se un membro o dei membri portano bevande che possono ubbriacare nella Sala di riunione, nelle stanze o nei locali appartenenti alla Società e dispongono della stessa per vendita od altro, avranno inflitta la punizione dell’espulsione nel modo all’uopo previsto».

Nelle pagine di chiusura, lo Statuto riportava i soci fondatori. Un elenco dal quale risultano molti cognomi di emigrati bellunesi.

Documento gentilmente concesso da Tarcisio Bombassaro

1 Fondata ufficialmente il 18 febbraio 1908.