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Lo scrittore Antonio G. Bortoluzzi promuove il concorso letterario Abm “Raccontare l’emigrazione veneta”

Antonio G. Bortoluzzi testimonial del concorso letterario “Raccontare l’emigrazione veneta”. Lo scrittore bellunese, autore dell’antologia Montagna madre, Trilogia del Novecento e dei romanzi Come si fanno le cose, Paesi alti, Vita e morte della montagna e Cronache dalla valle, vincitore, con le proprie opere, di numerosi premi e riconoscimenti a livello nazionale e membro accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, sposa l’iniziativa dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. E la promuove.
«L’epopea dell’emigrazione italiana, in particolare veneta, vive nelle memorie di chi è partito nell’Ottocento, nel Novecento e ci ha lasciato quella che possiamo chiamare “la grande narrazione della lontananza”», il suo pensiero. «Questa lunga storia ha sempre bisogno di nuove voci: anche oggi alcuni giovani fanno le valigie, certo, non è un esodo che riguarda milioni di persone, ma sono esperienze e numeri importanti. Dai nostri avi fino a noi e ai nostri figli, la memoria individuale e famigliare può diventare patrimonio comune, una terra piena di storie dove conoscerci, dove sentirci a casa e compresi».
Da qui l’invito: «l’Associazione Bellunesi nel Mondo attende il tuo racconto sull’emigrazione veneta. Buona scrittura».
«Siamo grati ad Antonio Bortoluzzi per le belle parole espresse a favore del nostro concorso», il commento del presidente Abm, Oscar De Bona. «Speriamo che l’appello di un autore così stimato e apprezzato anche fuori dai confini del nostro territorio possa stimolare tanti a prendere in mano la penna o a mettersi alla tastiera per dare forma al proprio racconto».
Il concorso è dedicato a racconti inediti e originali, reali o di fantasia, in lingua italiana, aventi a tema, appunto, l’emigrazione veneta, storica e attuale.
La partecipazione, gratuita, è aperta a chiunque abbia almeno sedici anni (bisogna essere nati entro il 31 dicembre 2006), ovunque residente (in Italia o all’estero).
Ogni autore può partecipare con un solo racconto, che dovrà avere minimo 10 mila e massimo 25 mila battute, spazi compresi. La scadenza per l’invio degli elaborati, da spedire via email a concorsoemigrazione@bellunesinelmondo.it, è fissata al 4 novembre 2022.

I dieci racconti finalisti verranno pubblicati in un libro edito dall’Abm. I primi tre saranno inoltre premiati con 500 euro (primo classificato), 300 euro (secondo) e 200 euro (terzo).
Il bando completo, con l’indicazione delle modalità di partecipazione, è disponibile sul sito: www.bellunesinelmondo.it.

Per maggiori informazioni è inoltre possibile contattare la sede Abm ai seguenti recapiti: tel. 0437 941160; email: concorsoemigrazione@bellunesinelmondo.it.

Una famiglia di Cencenighe

Seconda parte

Prosegue la storia “Una famiglia di Cencenighe”, di cui abbiamo pubblicato la prima parte nella precedente newsletter. Eravamo rimasti con la narratrice che, in partenza per Bologna assieme alla mamma e alla sorella, rievoca un gesto della nonna: «A questo proposito, ricordo un fatto che mi lasciò molto commossa: Vittoria mi prese da parte, mi mise tra le mani un pacchettino, dicendomi che era “par el viazz”. Salita in auto scoprii di cosa si trattava…»

Un sacchetto di pastiglie di menta, di quelle grosse e bianche con impressa l’effigie dell’Italia. Si producono ancora e ogni volta che le vedo il mio pensiero vola a Cencenighe. Sebbene fosse riservata, Vittoria era socievole e anche in tarda età non rinunciava a far visita ad amici e parenti che le offrivano il caffè, bevanda da lei prediletta assieme alla sgnapa. Lei stessa preparava una grappa ai mirtilli, le giàsene, dal bel colore rosso rubino e ce ne regalava una bottiglia quando tornavamo a Bologna.

Ci teneva molto a restare aggiornata e ogni mattina aspettava con impazienza di leggere “Il Gazzettino”. Quando ero bambina, l’appartamento dei nonni, per me che venivo dalla città, era fonte di grande curiosità, in particolare la cucina, un antro scuro dal pavimento di ardesia e col camino annerito dalla fuliggine. C’era anche una stua, adibita a camera da letto e da pranzo, una specie di moderno open space dalle pareti impiallacciate, solcate da eleganti colonnine che il tempo aveva reso eburnee.

Il ricordo più vivo che ho di mia nonna Vittoria in questi ambienti, la vede intenta a preparare nel paiolo di rame la polenta, che poi tagliava con lo spago a spesse fette per tutti noi…

Oltre al ritratto giovanile di Vittoria, spiccavano una riproduzione di un dipinto di Raffaello, La Madonna della Seggiola, e un solenne orologio a pendolo. Sulla parete di fianco all’ampio letto matrimoniale, c’era una testa d’angelo, che fungeva da mensola, sapientemente intagliata nel legno. Il ricordo più vivo che ho di mia nonna Vittoria in questi ambienti la vede intenta a preparare nel paiolo di rame la polenta, che poi tagliava con lo spago a spesse fette per tutti noi, condendola col tocio di carne o col burro fuso. Più tardi, quando i residui della polenta si staccavano dal paiolo – antenati delle moderne tortillas – la nonna li dava a noi bambini, che li aspettavamo con impazienza. Oppure, la vedo sul fornel, riscaldato dalla pietra refrattaria, mentre cuce alla luce di una debole lampadina.

Alla nonna piaceva ascoltare le nostre chiacchiere quando stavamo sedute attorno al larin

Quel posto piaceva anche a me perché, oltre a godere del calduccio, mi consentiva di guadagnare uno spazio tutto mio dal quale dominare l’ambiente, fingendomi una principessa nel suo castello. Alla nonna piaceva ascoltare le nostre chiacchiere quando stavamo sedute attorno al larin e ci raccomandava di fare attenzione a non bruciare le calze a causa di qualche favilla levatasi dal ciocco che ardeva, legno che, almeno in parte, lei stessa si procurava andando nei boschi con una gerla che stazionava perennemente accanto alla legnàra. Ricordo che, quando ero molto piccola, per paura le chiedevo di accompagnarmi su in soffitta, dove c’era l’unico rudimentale gabinetto…

E, ancora, alla nonna sono debitrice delle mie prime nozioni di orticoltura: ella, infatti, in un fazzoletto di terra sopra il vecchio cimitero, coltivava fasoi, bisi, insalata, cipolle e tegoline da consumare in famiglia. E fu così che un giorno, accompagnandola, appresi dell’esistenza di un insetto a me sconosciuto, la dorifora, responsabile, come mi spiegò arrabbiata, del mancato raccolto delle patate che aveva seminato.

Vittoria De Biasio Soppelsa

Vittoria è stata senza dubbio una eccezionale compagna per Serafino, uomo di grande bontà, ma certamente meno deciso di lei. Indossava sempre una coppola scura, calata sugli occhi. Di bassa statura rispetto alla nonna – fatto che gli aveva procurato la delusione di non essere accettato nel corpo degli Alpini che teneva in grande considerazione – fumava la pipa e certi sigari toscani dei quali mi pare di sentire ancora l’odore. Il suo nome ben si addiceva al suo carattere: la sua semplicità e il suo candore, infatti, erano disarmanti. A prova, voglio raccontarvi un episodio narratomi dalla mamma.

A una certa età si era dedicato all’allevamento dei canarini, ai quali, con un fischietto, insegnava a cantare. Ebbene, un giorno una delle figlie che aveva invano cercato il suo reggiseno, lo trovò nella gabbia degli uccelli. Serafino, senza alcun imbarazzo, ammise di averlo prelevato perché i volatili avevano bisogno di un nido e quell’aggeggio gli era parso molto adatto allo scopo…

Questa passione per gli uccelli che aveva trasmesso a mia madre, ma soprattutto al figlio Colombo, che in realtà si chiamava Tranquillo, ma aveva ricevuto quel soprannome per la cattiva abitudine di mangiare in fretta come il volatile, mi porta a ritenere che amasse gli animali, e che, anche se da giovane era stato cacciatore, lo avesse fatto per procurare un po’ di carne alla famiglia più che per passione. Lo rivedo, ormai anziano e magro, in piedi accanto alla finestra della stua, mentre si sbarba, immergendo con calma il pennello nell’acqua calda di un piccolo bricco di rame che conservo ancora. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo quando era giovane, così come appare in una foto con i suoi fratelli, tra i quali spicca per gli occhi vivacissimi, così simili a quelli della mia mamma. L’unico difetto che gli ho sentito attribuire è quello, da buon veneto, di aver frequentato l’osteria per farsi qualche ombra, a volte, tuttavia, eccedendo un po’, pur restando sempre un uomo mite e pacato, com’era sua natura.

Serafino Soppelsa con i fratelli

Nel 1956 i nonni festeggiarono i sessant’anni di matrimonio. Purtroppo, solo due anni dopo, come già era accaduto ai tempi della cosiddetta influenza spagnola, responsabile della morte di alcuni dei miei zii, un nuovo virus, l’asiatica, colpì la famiglia Soppelsa, portandosi via Serafino. Messa ancora una volta a dura prova dalla vita, Vittoria gli sopravvisse undici anni, fortunatamente potendo contare sull’amorevole assistenza della figlia Alma, custode della loro memoria nella casa ai Coi che ancor oggi, malgrado alcuni cambiamenti di poco conto, rende viva testimonianza delle abitudini e del carattere di questa famiglia cencenighese che in essa ha trascorso tanti anni della propria vita. Una famiglia, i Soppelsa, la cui onestà, laboriosità e dignità mostrata nelle dure avversità che ha dovuto affrontare, mi riempie d’orgoglio per esserne discendente.

Patrizia Garelli Rossi

Una vita spezzata

Faceva caldo quel venerdì del 26 luglio 1974. Avevo quindici anni. Con mia sorella di sei e i miei genitori eravamo a Belluno, in vacanza dalla Svizzera. Papà e mamma erano emigranti. Abitavamo in un paesino vicino a Berna. Mio padre era capocantiere in una ditta che si occupava della produzione di cordonate stradali.

Quel venerdì decise di fare una passeggiata sul Nevegal. Questa volta non lo accompagnai, perché dovevo incontrarmi con gli amici per ascoltare le canzoni in voga con il nostro mangiadischi. Ognuno esprimeva i suoi desideri futuri, i possibili progetti da intraprendere una volta finita la scuola. Parlavamo per ore.

Stranamente, mio padre ritardò come non era solito fare. Mia madre subito si preoccupò e di lì a poco fece scattare le ricerche, dato il perdurare del ritardo. Lo trovarono in fondo a un burrone, dove era accidentalmente scivolato. Morì sul colpo sbattendo la nuca su un sasso.

Ecco, questo mi piaceva di lui, il fatto di non arrendersi mai davanti alle piccole, ma anche alle grandi difficoltà che la vita ci riserva.

Io adoravo mio padre, avevamo anche un’affinità caratteriale che ci univa ancora di più. Mi ero inserita molto bene nella scuola svizzera e lui ne era profondamente orgoglioso. Saremmo rimasti lì per sempre se non fosse successo l’imponderabile.

Abitavamo in un piccolo e grazioso condominio con a fianco un parco giochi dove la mia sorellina si divertiva con i suoi amichetti. Qualche volta andavo nel suo ufficio e lo sentivo parlare al telefono. Parlava un discreto tedesco, ma col francese mi faceva fare certe risate! Lui diceva che l’importante è farsi capire anche se non si conosce perfettamente una lingua. Ecco, questo mi piaceva di lui, il fatto di non arrendersi mai davanti alle piccole, ma anche alle grandi difficoltà che la vita ci riserva.

Quel maledetto venerdì fu la fine della mia adolescenza. Io, mamma e Daniela, la mia sorellina, avremmo dovuto affrontare la vita senza la presenza fisica di papà, ma la forza del suo ricordo ci accompagna ancora oggi, giorno dopo giorno, e ci aiuta a superare i momenti bui. Proprio come avrebbe voluto mio padre.

Lorella Sovilla

Remo Sovilla con la moglie Irma Candeago, a Cortina nel 1957.

Dal “Pino Solitario” alla Logan Road

Se vi capitasse di andare a Brisbane, in Australia, e transitare per la sua strada principale, la Logan Road, potreste ammirare un elegante edificio con ben visibile una grande insegna: “Da Rin Professional Centre”. Si tratta di un complesso di negozi voluti e realizzati da Giuseppe Da Rin De Barbera, originario di Laggio.

Bepi è scomparso all’età di ottantotto anni. La sua storia è quella di un ragazzo che, lasciato giovanissimo il paese di origine, ha saputo raggiungere, con intelligenza e coraggio, i traguardi che si era prefisso, ottenendo per sé e la sua famiglia un riscatto non solo economico, ma anche sociale e culturale.

“Bepi De Barbera” è nato a Laggio l’8 aprile 1931, terzo dei cinque figli di Antonio e Maria Da Rin Perette. Il padre, boscaiolo, morì all’età di quarantadue anni, quasi contemporaneamente alla scomparsa del figlio Mario, cosicché la famiglia si trovò in condizioni davvero difficili.

Finite le scuole elementari, “Bepi” fece il pastore sui pascoli di Razzo, Piniè e Ciampon fino all’età di sedici anni, poi andò a lavorare con la “Squadraccia Da Rin” alle teleferiche di Lasa, in Val Venosta, e come carpentiere nelle gallerie nei dintorni di Bolzano. A ventidue anni, nel 1952, pensò di aprire un bar sopra Piniè: il locale, inaugurato nel 1953 e chiamato “Pino Solitario”, funziona tuttora e costituisce ormai un capitolo di storia del turismo all’ombra del Tudaio. Per onorare gli impegni economici contratti fu però costretto a emigrare in Australia, lasciando in gestione il bar al fratello Gaspare.

… la vita fu molto dura: dopo una giornata di sfiancante lavoro si era costretti a dormire su giacigli luridi in baracche di lamiera infestate dai topi.

Nel dicembre 1955 si imbarcò a Trieste su un bastimento svedese e dopo quaranta giorni di traversata giunse a Melbourne, subito smistato prima al campo di raccolta di Bonegila e quindi in una fattoria a Robinvale, nello stato del Victoria, per essere impiegato nella raccolta dell’uva. Qui la vita fu molto dura: dopo una giornata di sfiancante lavoro si era costretti a dormire su giacigli luridi in baracche di lamiera infestate dai topi.

Con l’aiuto di un amico di Lorenzago riuscì a procurarsi un altro lavoro. «Senza conoscere l’inglese – raccontava – sono andato a Sydney, dove sapevo dell’esistenza di un’impresa italiana, la E.P.T., che si occupava di linee elettriche. Qui, mi sono detto, riesco a farmi capire e a parlare con qualcuno. Mi sono presentato a un capocantiere, un emiliano simpatico, che mi ha chiesto che cosa sapevo fare. Gli ho spiegato che sapevo aggiustare i cavi di acciaio delle funivie e quando ha visto la rapidità con cui riuscivo a ridare efficienza ai cavi spezzati, mi ha ingaggiato subito con una paga che io consideravo “da sogno”, tanto che ogni due settimane mandavo un assegno a mia madre perché pagasse i debiti del bar, saldati in cinque anni».

La Transfield non aveva nessuna intenzione di lasciarsi sfuggire un elemento così qualificato e gli fece una allettante proposta: restare il tempo necessario alla costruzione dell’impianto e poi, oltre all’ottima paga, gli avrebbe dato pure quattro mesi di vacanza…

Dopo dodici mesi andò a lavorare per la Transfield con una paga più alta, restandovi per dieci anni. Al quarto anno, però, “Bepi” manifestò il desiderio di far ritorno a casa. La Transfield, tuttavia, non aveva nessuna intenzione di lasciarsi sfuggire un elemento così qualificato e gli fece una allettante proposta: la società doveva realizzare una seggiovia in una stazione turistica, la prima di questo genere in Australia, e gli propose di restare il tempo necessario alla costruzione dell’impianto e poi, oltre all’ottima paga, gli avrebbe dato pure quattro mesi di vacanza compreso il giro del mondo. Il nostro accettò, alla fine si prese le meritate vacanze e fece ritorno a in Italia.

Nella terra d’origine un’altra tappa fondamentale della sua vita: a Laggio conobbe la friulana Alberta Persello. Fu un vero colpo di fulmine, i due si fidanzarono e nel settembre 1961, dopo soli due mesi, si sposarono. Tre settimane dopo gli sposi erano già di ritorno a Sidney, dove Bepi riprese servizio con la Transfield, che lo inviò prima a dirigere i lavori di oltre 250 chilometri di linee elettriche, poi a costruire una seconda seggiovia e infine a realizzare gli impianti di una miniera d’oro.

Nel marzo del 1966, stanco di peregrinare, decise di mettersi in proprio: insieme a due geometri della Valtellina, Guido Zuccoli e Italo Speziale, fondò la Steelcon (ferro e cemento) e il successo arrivò presto con la realizzazione di ponti, scuole, stazioni radio, bacini idrici, ferrovie, impianti idroelettrici, apparati meccanici ed edili per le miniere di uranio. Nel 1977 Giuseppe cedette le sue quote e si stabilì a Brisbane, dove comprò la tenuta agricola Mount Side a Cambooya.

Nel 1979, durante una vacanza in Italia, il cugino Antonio Da Rin Vidal, comproprietario dell’occhialeria Luxol di Lozzo di Cadore, gli propose di portare in Australia un campionario di occhiali di sua produzione per metterli sul mercato. Giuseppe intuì subito le potenzialità e con rinnovato entusiasmo si lanciò in questo nuovo settore. Creò, nel 1979, la Da Rin Fashion Eyewear e nell’arco di qualche anno il giro d’affari assunse proporzioni tali da richiedere nel 1990 un complesso di uffici e negozi: il centro ottico Da Rin Professional Centre.

Ai suoi due figli, Dennis, nato nel 1964, e John Martin, nato nel 1970, fece studiare optometria. Oggi entrambi hanno una prospera attività con due negozi di occhiali ciascuno. La figlia Diane, nata nel 1966, si è invece laureata in architettura e ha sposato un architetto.

Giovanni De Donà

Betti e Bepi De Barbera a Laggio il 15 settembre 2006.

Sempre con la valigia

La mia vita da emigrante cominciò nel 1955. Partii da Sedico con destinazione Mauvoisin, nel Canton Vallese, a lavorare per la costruzione di una diga. Il mio permesso di soggiorno era “alterato”: a proposito dell’età, c’erano segnati due anni in più. Ne avevo ancora sedici anni, e avevo dovuto scriverci diciotto, altrimenti non sarei potuto espatriare in Svizzera.

Dopo quindici giorni che ero lì, arrivò la polizia. Confrontarono i dati del passaporto con quelli del permesso di soggiorno e capirono che qualcosa non quadrava. Mi comunicarono che il giorno seguente sarei dovuto andare a Briga, perché il mio passaporto era affidato alla polizia confinaria. Lavoravano con me altri compaesani e mio zio. Proprio mio zio mi portò dal direttore del cantiere, l’ingegner Bernald, una bravissima persona. Telefonò al capo della polizia del Vallese e sistemò la questione.

Nel cantiere di Mauvoisin lavorai tre stagioni, finché terminò la costruzione della diga. Poi mi spostai a Berna, dove stavano costruendo una nuova stazione. Lavorai lì per due anni, poi nel 1960-61 andai in Lussemburgo: era in fase di edificazione una grande centrale pagata dai tedeschi come risarcimento danni di guerra. Lavoravamo proprio al confine con la Germania. Finito il lavoro in Lussemburgo, mi trasferii in provincia di Sondrio e in seguito, nel ’63, rientrai per lavorare alla diga di Saviner, ma non mi trovai bene.

Il mio permesso di soggiorno era “alterato”: a proposito dell’età, c’erano segnati due anni in più.

Il lavoro mi portò poi in provincia di Pescara, in uno stabilimento chimico dove mi intossicai a causa del piombo. Successivamente raggiunsi Cagliari, per la costruzione di un nuovo stabilimento. Dopo essere tornato per qualche anno a Belluno, nel ’69 ripartii per il capoluogo sardo. Dopodiché, andai a Genova e a Varese. All’epoca, lavoravo con la Grandis di Savona. Poi, fino al 1981 mi fermai in provincia di Belluno, con la Sanremo.

In quello stesso anno partii per l’Iraq e ci rimasi fino al 1983. Rientrato, lavorai alla Chimica di Sospirolo, in realtà mai partita con l’attività e chiusa prima ancora di cominciare la produzione. Eccomi quindi emigrare nuovamente, questa volta per l’Eritrea, a lavorare al Progetto Acqua della Caritas, una bellissima esperienza, anche se il Paese in quel periodo era in guerra. Ricordo il coprifuoco, le cannonate, i permessi per circolare. 

In seguito fui impiegato qualche anno nelle cartiere tra Bologna e la Carnia, per poi passare alla Costan e infine concludere la mia vita professionale alla Polimex di Longarone, dove feci gli ultimi otto anni prima della pensione. Lavoravo nelle caldaie a carbone. Ricordo il fumo e il freddo sofferto.

Gianni Da Rold

Bellunesi al lavoro nel cantiere della diga di Mauvoisin, anni ’50.
(Per gentile concessione di Ernesto Dal Pan)