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Le mille avventure di Antonio Nadalet

I racconti sulle vicissitudini dei nostri migranti hanno il potere di indurmi sentimenti contrastanti e sempre profondi. Da un lato la pena per queste persone, costrette ad abbandonare la casa e gli affetti, dall’altro l’ammirazione per il loro coraggio e la loro laboriosità, dimostrata e riconosciuta ovunque. Ascoltando queste storie di sacrificio e dignità provo una sorta di orgoglio per la mia “bellunesità”.

La vita di mio nonno materno, Antonio Nadalet, classe 1888, di Pises di Ponte nelle Alpi, è una storia che merita di essere ricordata. Quarto di cinque fratelli e orfano di madre, dovette imparare presto a sbrigarsela da solo. Già all’età di sette anni iniziò la sua carriera di emigrante. Da solo, al seguito delle numerose maestranze bellunesi, raggiunse a piedi la Valsugana, all’epoca territorio austriaco, per essere impiegato nei lavori di costruzione della ferrovia. Il suo compito era portare acqua agli operai. Si dormiva in fienili e in baracche di cantiere. Il compenso un piatto di minestra e un pezzo di pane. Viste con gli occhi di oggi, sono situazioni che fanno rabbrividire, ma nella condizione di miseria nera in cui gravava il Bellunese all’indomani dell’Unità d’Italia, anche una bocca in meno da sfamare era un aiuto per la famiglia.

Agli inizi del Novecento, poco più che ragazzo, si imbarcò come mozzo sui piroscafi che attraversavano l’Atlantico tra Genova e New York. Col tempo ascese anche al ruolo di aiuto cuoco, ma il lavoro era pur sempre difficile. Da un punto di vista fisico perché si passavano dieci mesi all’anno disturbati continuamente dal rollio e dal movimento dell’oceano, da un punto di vista psicologico perché si doveva convivere con il dramma dei migranti che, nelle stive della terza classe, affrontavano il viaggio della speranza verso l’America in condizioni disumane. In ogni tragitto si sviluppavano epidemie e mediamente si celebravano quattro o cinque funerali di mare. Il viaggio poteva durare anche quaranta giorni e, in determinate stagioni, al largo delle coste americane c’era l’insidia degli iceberg. Il ritorno era più sereno, frequentato soprattutto dai passeggeri delle prime classi. Molti migranti, pur partiti con l’idea di ritornare in patria, finivano col mettere radici in America per l’angoscia di dover riaffrontare un mese e più di mal di mare. Mio nonno era forte e non pativa il mal di mare, ma la vita da marittimo non poteva durare a lungo e dopo tre anni decise di fermarsi in America. New York, anzi Nuova York come era solito chiamarla, divenne la sua città. Qui mise a frutto l’esperienza di aiuto cuoco e trovò impiego in diversi ristoranti. La sua natura, però, lo spinse ad affrontare anche periodi di lavoro nelle miniere della Pennsylvania o a fare il boscaiolo nel Vermont e nel Quebec. Gli affari andavano discretamente e con il suo lavoro poteva garantire sicurezza anche alla famiglia a Ponte Nelle Alpi.

Ritratto di Antonio. La fotografia è stata scattata in uno studio fotografico di New York poco prima del suo rientro in Italia, probabilmente nel 1918.

In Europa, nel frattempo, soffiavano venti di guerra e tutti lo dissuadevano dal rientrare alla vigilia del primo conflitto mondiale. Il ritorno a casa si verificò finalmente al termine del 1918. Qui decise di mettere su famiglia e sposarsi con mia nonna, Maria De Battista, di La Secca. Si sistemarono provvisoriamente a Col di Cugnan, in attesa di coronare il loro sogno: una casa colonica, con tanta campagna e boschi da coltivare, così da garantire un futuro ai figli. Acquistarono numerosi terreni alla Vena d’Oro e vi costruirono la casa dove trascorrere la loro vita. Nacquero anche i primi figli, Ester e Angelo, ma le cose non andarono come sperato. L’Italia ritrovata all’indomani della guerra era in condizioni peggiori di come era stata lasciata e con il ricavato della terra si poteva al massimo sopravvivere. Qui riaffiorò lo spirito avventuroso del nonno. Sentì e lesse di gente che aveva fatto fortuna cercando oro nelle Americhe e, con una decina di compaesani di Cugnan e Losego, decise di partire alla volta del Perù. Doveva essere un’esperienza breve, qualche mese, al massimo un anno, perché ormai aveva moglie e due figli. Gli eventi andarono diversamente. La loro meta fu la foresta amazzonica dove – a detta di molti – l’oro, i diamanti e gli smeraldi tappezzavano i corsi d’acqua. La realtà era ben diversa.

Di oro poche tracce, in compenso il clima era insopportabile e i pericoli ovunque. Tutti gli eroici cercatori contrassero la febbre malarica. Alcuni non sopravvissero, altri abbandonarono in tempo e ritornano a casa. Mio nonno, benché fiaccato dai continui attacchi febbrili, non si arrese, abbandonò l’Amazzonia e si spostò sul più salubre altopiano andino. Continuò a cercare l’oro, ma questa volta nelle viscere delle montagne, a oltre 4000 metri di quota. Acquisì da una società nordamericana la concessione per l’esplorazione e lo sfruttamento di un filone aurifero. Con la dinamite e il piccone, aiutato da alcuni indio dei villaggi sottostanti, estrasse la roccia ricca di oro. Periodicamente organizzava una colonna di muli caricati con il materiale e raggiungeva una località prestabilita nel fondovalle, a due giorni di cammino, dove l’oro veniva conferito e pagato. Era un viaggio pericoloso, sull’orlo di canyon senza fondo, da fare imbracciando 24 ore su 24 il fucile, per i continui attacchi di predoni di ogni sorta. Tuttavia era un rischio da affrontare perché l’attività era remunerativa.

Dovette essere un’esperienza dolorosissima, perché nei suoi racconti mi ricordava sempre la pena con cui erano guardati, alla messa della domenica, i miei due zii, ancora bambini, considerati orfani ormai da tutti.

Il continuo contatto epistolare con casa e i frequenti trasferimenti di denaro convinsero anche la nonna ad accettare un periodo di assenza più lungo del preventivato. In fin dei conti, c’era la possibilità di sistemarsi sul serio. A un certo punto, però, la corrispondenza si arrestò. Per mesi la nonna non ricevette notizie. Dovette essere un’esperienza dolorosissima, perché nei suoi racconti mi ricordava sempre la pena con cui erano guardati, alla messa della domenica, i miei due zii, ancora bambini, considerati orfani ormai da tutti. La malaria stava minando il fisico del nonno e gli attacchi febbrili erano sempre più frequenti e insopportabili. Per questo decise di abbandonare tutto, raggiungere un ospedale per curarsi, riacquistare forze e poi rientrare in Italia. Con un viaggio di una settimana, legato al mulo per non precipitare dai dirupi quando la febbre saliva a quaranta, raggiunse una missione nei pressi di Lima. Lì venne curato immediatamente con il chinino, ma successe un imprevisto. Il clima della fascia costiera peruviana è estremamente secco e in quella zona non pioveva praticamente da anni. Tuttavia, dopo pochi giorni dal suo ricovero, si verificò un tremendo uragano, mai ricordato a memoria d’uomo. La missione costruita in fango e terra si sciolse letteralmente per le piogge. L’intera capitale lamentò vittime e danni incalcolabili.

Il nonno si ritrovò per strada in condizioni di salute drammatiche. Riuscì fortunatamente a fare scorta di chinino per contenere il male, ma non trovò una sola nave su cui imbarcarsi alla volta di una qualsiasi destinazione europea. Capì che in una città in preda alle epidemie e al colera, priva della possibilità di comunicare con l’esterno, non poteva restare e decise di raggiungere un porto sulla costa atlantica del continente, in Colombia o in Venezuela. Fu la prova più difficile della sua pur avventurosa vita. Attraverso Ecuador e Colombia, raggiunse Maracaibo, in Venezuela. Un viaggio di oltre due mesi, compiuto su battelli fluviali, treni di fortuna e a piedi. Qui si imbarcò sul primo piroscafo per l’Italia. A salvarlo furono le scorte di chinino e la forte fibra. Dopo cinque mesi senza notizie, e con l’angoscia di ricevere in ogni momento il fatidico telegramma che stronca ogni speranza, un bel giorno un trionfante postino, salito di corsa alla Vena d’Oro da Castion, annunciò alla nonna lo sbarco a Genova del nonno. Fu la fine di un incubo: lei potè riabbracciare il marito e i figli poterono conoscere il padre partito quando erano ancora in tenerissima età. Alla partenza pesava oltre ottanta chili, ora non raggiungeva i cinquanta.

Trascorse i successivi due anni alternando lunghi soggiorni all’ospedale di Belluno e periodi di riposo a casa. Non era in grado di lavorare e l’onere del sostentamento della famiglia gravava tutto sulla nonna. Mancava inoltre qualsiasi forma di assistenza sanitaria e le lunghe degenze in ospedale avevano costi esorbitanti. Per affrontare la situazione fu costretto a vendere boschi, terreni agricoli e pure la sorgente delle acque minerali. Cosa più importante, comunque, gli attacchi febbrili si andavano sempre più rarefacendo e pian piano le forze ritornavano. Il solo lavoro della terra non poteva però garantire un futuro certo alla famiglia e qui iniziò la seconda vita da emigrante del nonno, questa volta in Europa.

Lorenzo Pertoldi

Fine prima parte. La storia continua nella prossima newsletter…

Storie di emigrazione, la nuova newsletter del Centro studi “Aletheia”

newsletter aletheia

Far conoscere il nostro passato e riportare alla luce il ricco patrimonio di esperienze vissute dai nostri emigranti. Un patrimonio fatto di sacrifici e soddisfazioni, eventi drammatici e successi, nostalgia del paese lasciato alle spalle e integrazione nelle nuove realtà di approdo. Questo l’obiettivo di “Storie di emigrazione”, la nuova newsletter del Centro studi sule migrazioni “Aletheia” (strumento dell’Associazione Bellunesi nel Mondo) che ogni settimana regalerà un racconto biografico di bellunesi nel mondo.
Vere e proprie avventure sparse nei cinque continenti, con un  comune denominatore: il legame con la terra di origine, la terra dolomitica.

Ricevere la newsletter non è solo gratuito, è anche semplicissimo: basta visitare la pagina www.centrostudialetheia.it/newsletter e inserire il proprio nome e indirizzo email. Dopodiché, non resta che leggere le nuove storie pronte ogni settimana e appassionarsi con le vicende che hanno segnato oltre un secolo di storia italiana, veneta e bellunese.

Per maggiori informazioni – o per condividere la propria storia – è possibile contattare l’Associazione Bellunesi nel Mondo al numero: 0437 941160 (chiedendo di Simone Tormen) o all’indirizzo email: aletheia@bellunesinelmondo.it. Continuiamo a mantenere vivo assieme il nostro passato, perché ci guidi nel presente e ci illumini l’avvenire.

Cròmere e Nèrte: donne da soma

Cromera

La chiamavano Mariéta Pasànega (1).
Mariéta era il diminutivo dialettale di Maria, Pasànega il soprannome che, un tempo, veniva spesso appiccicato o sostituito al cognome anagrafico per distinguere una famiglia da un’altra, data la frequente omonimia che caratterizzava gli abitanti dei piccoli borghi di montagna e non solo. Questi soprannomi potevano derivare dal nome proprio del fondatore della famiglia, dal mestiere esercitato, da una caratteristica fisica o di costume, dal toponimo del luogo di provenienza e così via.

Mariéta era una donna piccola e, all’apparenza, gracile; figura che celava però una forza e una tenacia non comuni, tipiche delle montanare. Rimasta vedova, per mantenere la famiglia esercitava il mestiere di Cròmera (2). Partiva a inizio settimana caricandosi sulla schiena la cassèla (3) piena di articoli di varia merceria che non è azzardato dire pesasse quanto lei, e si inoltrava a piedi in direzione della vallata agordina. Faceva ritorno nel fine settimana; nel frattempo, i figli erano custoditi e accuditi dalla loro sorella maggiore poco più che dodicenne.

Mariéta, verso la quale chi scrive ha un legame di “affinità” (4), è lo spunto per tratteggiare due figure femminili (sebbene il genere non sia esclusivo), la Cròmera, appunto, e la Nèrta (5), unite da un comune percorso di dura peregrinazione.

Il secco titolo del libro “Furono sempre le donne a portare” (6) appare eccessivo, ma è indubbio che la donna abbia dovuto caricarsi sulle spalle, in senso non solo metaforico, pesi assai ardui da sostenere. Basti pensare al sistema di trasporto imposto dalla morfologia del nostro territorio, dove a dominare erano il pendio e la carenza di strade rotabili e toccava quindi a schiena e spalle portare la dhèrla (7), la crazh (8), la fièrcla (9) per vincere la forza di gravità, calpestando un suolo spesso accidentato e infido. E cominciavano da giovani, troppo giovani, a portare carichi eccessivi, che non di rado lasciavano segni duraturi sui fragili fisici ancora in formazione (gambe storte, scoliosi, deformazione del bacino).

Ci occupiamo qui solo di Cròmere e Nèrte in quanto figure emblematiche di una singolare forma di emigrazione, in genere a breve raggio (ma non sempre) e temporalmente contenuta (ma non sempre), che potremmo definire “fuoriporta”. Non si tratta di un’emigrazione “minore”, perché ogni forma si porta appresso il proprio stigma, le proprie spine, ed è dettata da una comune motivazione di fondo che ha le sue radici in una condizione socioeconomica inadeguata. L’emigrare è un’opzione, sia che nasca da una necessità, com’è per lo più avvenuto, sia che punti a un traguardo di auto-affermazione.

Il fenomeno in questione, nato dall’esigenza di integrare il magro reddito dell’agricoltura locale, assunse prevalentemente il carattere della stagionalità. Non sono mancati, tuttavia, casi in cui i protagonisti, in questo caso maschi, hanno raggiunto traguardi importanti, soprattutto all’estero, divenendo titolari di negozi e attività commerciali di rilievo.
Si tratta di un fenomeno endemico delle valli alpine, dove il terreno coltivabile era insufficiente in termini di estensione, fertilità e condizioni climatiche, ad assicurare il necessario per vivere e quindi, quando anche la pastorizia transumante andò in crisi in seguito ai crescenti divieti a far svernare le greggi in pianura, bisognò escogitare qualcosa di nuovo, di alternativo.

Una rapida disamina dell’”ambulantato” commerciale del Triveneto ci fa conoscere la geografia e la specificità del fenomeno. Citiamo qualche esempio. Nel Tesino, la riconversione portò gli abitanti, in questo caso quasi esclusivamente maschi, a commercializzare dapprima le pietre focaie (soprattutto per gli archibugi) e poi le stampe sacre e profane dei Remondini di Bassano.

Nel confinante altopiano di Lamon l’attività cominciò con la vendita delle penne d’oca per proseguire con l’attività di cròmer e cròmere. In Carnia, il fenomeno dei venditori ambulanti (Cramars) ha radici antiche. Iniziato in forma stagionale per poterlo conciliare con i lavori agro-silvo-pastorali, è andato via via consolidandosi, espandendosi nell’oltralpe (Austria) e nella Mitteleuropa, assumendo non di rado carattere di stanzialità (negozi e ambulantato locale) (10).

Nella zona di Erto e Casso e nella Valcellina, sono in prevalenza le donne (Nèrte) a svolgere l’attività di venditrici itineranti, proponendo attrezzi per la casa confezionati dai vecchi e dai giovani (gli adulti sono per lo più impegnati in altre forme di emigrazione) durante la stagione invernale.

Cromera

Le Cròmere.

“E lóra, par darte na idèa mi è girà, mi è patì fam, mi è patì frèd, mi è patì mói, mi è combatù coi òmeni, mi è dormi ante le fóie moie… mi le è passae tüte!” (11)

La testimonianza sopra riportata riassume efficacemente l’esperienza, molto dura e sofferta, di una Cròmera, fatta di fatica, di patimenti, di disagi e di rischi.

Il suo strumento di lavoro era la cassèla, una sorta di cassettiera portatile in cui era riposta con cura la varia mercanzia; c’era anche il modello a fisarmonica che si apriva scoprendo contemporaneamente tutti gli scomparti ed era quindi particolarmente adatto ad esporre le merci in occasione di mercati, fiere, feste patronali che, assieme al porta a porta, facevano parte dell’itinerario tradizionale della Cròmera. Vale la pena rovistare un po’ in questi contenitori per conoscere la tipologia merceologica proposta alla clientela. C’erano articoli di merceria quali spagnolette di filo, bottoni vari, elastici, fettucce, cordoni da scarpe, cinture, tiràche (bretelle), gusèle (aghi per cucire), spille da balia, “uova” di legno da rammendo, ditali ecc.; articoli di biancheria come mutande, fanèle (maglie da sotto), calzini, fazzoletti da naso e da testa, traverse ecc.; materiale per l’igiene e la cura della persona come pennelli da barba, lamette, pettini, brillantina, saponette, specchietti ecc.; oggetti vari quali articoli di bigiotteria, tabacchiere, piccole roncole a serramanico, forbici ecc. (per poter vendere occhiali e arnesi da taglio occorreva aver compiuto 21 anni e avere la fedina penale pulita) (12). Si trattava quindi di una vera e propria boteghéta viaggiante.

Cromera

Oltre al materiale che era possibile allogare all’interno, la Cròmera legava sopra la cassèla la merce più ingombrante come telerie, scampoli di stoffe e qualche semplice capo di vestiario. La cassèla così organizzata raggiungeva a pieno carico un peso ragguardevole che poteva raggiungere i 30 chilogrammi e più ed era quindi assai disagevole, non solo da portare, ma anche da caricarsi sulle spalle e da posare. Il carico, con l’ampio fardello legato sopra la cassèla, sopravanzava alquanto la testa della Cròmera alzando il baricentro dell’insieme e rendendo instabile e difficoltoso l’incedere, specie se il terreno era accidentato. Gli spallacci, di canapa o di cuoio, provocavano sulla convessità mediale delle spalle un solco profondo, solo in parte attenuato dallo spesso bustino di stoffa o di pelle di pecora che, a guisa di piccolo scapolare (13) aperto anteriormente, veniva a tal fine indossato; all’inizio era dura, poi finivano col farci il callo.

Altro indispensabile strumento di lavoro della Cròmera era l’ombrello, che doveva essere particolarmente ampio da riparare sia lei che la cassèla, e soprattutto col manico robusto dovendo fungere anche da bastone di appoggio. Il suo abbigliamento, quale si deduce dalle foto che la ritraggono, era essenziale e votato alla praticità: abito per lo più scuro, traversa, scialle, fazzoletto annodato sulla nuca, scarpe robuste o scarpét a seconda della stagione; in un apposito fagotto teneva l’unico cambio che si portava appresso per alternarlo.

Alla fatica di dover affrontare lunghi percorsi a piedi con il pesante carico sulle spalle per raggiungere le case sparse, specialmente quelle più distanti dai centri abitati forniti di negozi che costituivano la clientela potenzialmente più propensa ad avvalersi del suo servizio, si aggiungevano i disagi di natura logistica e climatica (mi è patì fam, mi è patì frèd, mi è patì mói). I problemi maggiori che la Cròmera doveva affrontare erano quelli dell’alimentazione, del proteggersi dalle avversità atmosferiche e del trovare un posto in cui pernottare. Per alimentarsi doveva spesso affidarsi al buon cuore di qualche famiglia che la ristorava con quello che aveva, una fetta di polenta, un piatto di minestra o poco altro (dalle case dei contadini nessuno usciva a mani vuote) e le permetteva di trascorrere la notte, a seconda della stagione, nella stalla o sul fienile. La Cròmera, per gratitudine e per orgoglio, non mancava di compensare il suo temporaneo anfitrione con qualche oggetto del suo piccolo bazar itinerante.

Il passaggio, citato in apertura, che recita “mi è combatù coi òmeni”, sottintende le insidie che una donna, specie se da sola, poteva incontrare da parte di qualche malintenzionato, sia per quanto riguarda la sua integrità fisica, sia per quanto concerne l’essere derubata del denaro guadagnato o della merce trasportata.

Cromere

Fra la Cròmera e la sua clientela si instaurava un rapporto di fidelizzazione che la vedeva passare con puntualità “calendariale” presso le stesse famiglie, cui non solo vendeva la merce che si portava appresso, ma raccoglieva anche ordini e desiderata che si premurava di evadere al passaggio successivo, non solo per interesse, ma anche per il gusto di accontentare l’acquirente (a volte, cessata l’attività, la Cròmera continuava a intrattenere un rapporto epistolare con le famiglie a cui si era affezionata). Solitamente le Cròmere non si facevano concorrenza sleale, esisteva una sorta di tacito accordo in cui ciascuna aveva la propria zona di operazione e non invadeva quella altrui.

Il percorso delle Cròmere poteva essere del tipo “fuoriporta” come nel caso di Marieta Pasànega, ovvero limitato a itinerari brevi nel circondario che permettevano frequenti rientri, sia per non stare per troppo tempo lontane dalla famiglia, sia per approvvigionarsi di merce per il viaggio successivo, oppure di lunga durata quando affrontavano percorsi molto distanti da casa. L’ambito in cui svolgevano il proprio lavoro era comunque per lo più circoscritto all’area delle Tre Venezie, anche se non mancarono Cròmere che, in tempi più recenti (inizio ʼ900), si diressero verso la Svizzera, avendo come punto di riferimento emigranti lamonesi che fin dall’800 vi si erano insediati avviando una fiorente attività commerciale. Qui accorsero un buon numero di giovani Cròmere, che, d’intesa con i compaesani presso cui si approvvigionavano e spesso alloggiavano, formarono una rete di distribuzione capillare sul territorio che si rivelò proficua. Il fenomeno si protrasse fin verso gli anni ʼ70 del secolo scorso coinvolgendo, com’era avvenuto per altre figure dell’emigrazione femminile bellunese (ciòde e balie), altri soggetti dell’area parentale e amicale (14).

Cromera

Le Nèrte.
Il lavoro della Nèrta ha molti punti in comune con quello della Cròmera, tipici di questa peculiare forma di emigrazione itinerante: le motivazioni, la tipologia di lavoro, la mobilità, la cultura.

La Nèrta era, come la Cròmera, una venditrice ambulante che si muoveva a piedi e al posto della cassèla indossava la dhèrla (la differenza non è così netta al punto che le due figure tendevano spesso a sovrapporsi, sia come mezzo di trasporto merci utilizzato, sia come merceologia trattata).
Questa figura di venditrice girovaga ha preso il nome dal luogo di origine, il Comune di Erto Casso, ma la si ritrovava anche in altri centri della Valcellina come Claut e Cimolais.

La Nèrta era, per tradizione, la venditrice di utensili di legno da uso domestico. L’ambito territoriale cui qui ci riferiamo è indicativamente quello della provincia di Belluno; anche se le Valli del Vajont e del Cellina insistono geograficamente su territorio friulano, è indubbio che gravitino in maniera rilevante, ancor prima della costruzione della strada di collegamento, sul versante di Longarone e della Valle del Piave. L’altopiano di Lamon, terra di Cròmere, e quello più angusto di Erto e Casso, patria delle Nèrte, presentano entrambi le caratteristiche orografiche dei paesi prealpini e le problematiche che ne conseguono.

Le motivazioni di base che muovevano la Nèrta erano le stesse della Cròmera: necessità di trovare forme di integrazione del reddito che i piccoli e magri appezzamenti, assieme al minuto allevamento, non erano in grado di assicurare alla famiglia. Le Nèrte più giovani puntavano anche a guadagnare il necessario per farsi il corredo da sposa.

Le coraggiose e dinamiche donne di quella landa del Friuli Nord-occidentale non esitarono perciò a caricarsi sulle spalle la pesante dhèrla, colma di oggetti di legno che gli uomini non emigrati, assieme ai vecchi, ai ragazzi più grandi e talvolta alle donne stesse, realizzavano durante il lungo inverno. L’ambiente di lavoro era per lo più la stalla, maleodorante e male illuminata; gli attrezzi usati erano accette, coltelli a petto, pialle, scalpelli, trivelle, roncole e, importantissimo, il tornio, del tipo a balestra o a pedale. L’artigianato del legno, specie come utensileria, vantava in zona una consolidata tradizione; se ne ha notizia anche in un’istanza che quei villaggi hanno inviato al Senato veneto per essere esonerati da “gravezze” difficilmente sostenibili (15). Anche le Nèrte hanno avuto, in tempi più recenti, chi si è occupato della loro condizione. Il Sindaco di Erto Casso perorò la loro causa presso il Prefetto di Udine (1927), chiedendo una riduzione della cauzione da versare per l’esercizio dell’attività in quanto ritenuta troppo onerosa; successivamente, nel 1930, si rivolse alla Confederazione Nazionale Sindacati Fascisti del Commercio di Udine per chiedere un contributo a favore dei “girovaghi” del suo Comune (16).

Quella delle Nèrte era una vita grama; dovevano girare per case e mercati, con qualsiasi tempo, cercando di vendere la modesta mercanzia di cui era riempita la capace e pesante gerla che gravava sulle loro spalle lasciandovi, nonostante la dopéssa (17), segni incalliti. Solo con il miglioramento della viabilità poterono, a volte, disporre di un carretto, trainato quasi sempre a braccia (avvalersi di un asinello era privilegio di poche): viaggiavano solitamente in due o più, chi tirava e chi spingeva (18).

Rovistando dentro la gerla della Nèrta troviamo un ampio assortimento di oggetti di legno. Utensili da cucina, quali posate e stoviglie di legno, forchettoni e cucchiaioni per mescolare i cibi durante la cottura, mestoli da polenta, mattarelli, martelli a punte piramidali per battere la carne, portasale, mortai pestasale, portauova, sessole, taglieri di varie forme e dimensioni, stampi per burro; altri articoli per la casa come battipanni in canna d’india, spine, cannelle e tappi per le )botti, uova di legno da rammendo, zoccoli, fusi per filare, canói (19) – da cui il nome di Canolàre con cui erano note nel Veneto Sud-Occidentale (20). Quelle che disponevano del carretto vi caricavano anche merce più ingombrante come móneghe (21), botticelle, appendiabiti, portafiori in giunco, assi da bucato, sgabelli, poggiapiedi, seggiole ecc.

Per le donne di Erto l’andare in giro con il carico in spalla era un fatto naturale, accettato, e, per talune, addirittura preferito all’attività agricola. Non per tutte però. Un’anziana donna ertana confessa di aver detestato questo tipo di lavoro, al punto che, una volta cessata l’attività, bruciò la cassèla per non vederla più (22).

La tipologia del lavoro ricalcava quello delle Cròmere. Gli itinerari delle Nèrte comprendevano il Cadore, il Bellunese, l’Agordino, la Carnia con il resto del Friuli, la Lombardia e anche regioni più lontane; all’estero le loro mete erano l’Austria e la Svizzera. Ultimamente avevano esteso il commercio alla merceria e alla maglieria; armate quindi di cassèla e cesta o valigia, prendevano il treno a Longarone per raggiungere lidi più lontani.
L’esercizio dell’emigrazione itinerante ha indubbiamente contribuito al processo di emancipazione della “Nèrta”, pur permanendo forte il legame da essa conservato con il proprio paese e il patrimonio di tradizioni di cui è depositario.

La condizione di donna migrante, comune a Cròmera e Nèrta, ha indubbiamente inciso sulla sua mentalità e i suoi valori, le ha permesso di conoscere il mondo esterno, di venire a contatto con realtà diverse, di assorbire il contagio di altre culture che ne hanno sviluppato la capacità critica e l’hanno resa indipendente. Un ideale gemellaggio unisce Cròmere e Nèrte, protagoniste di una vera epopea in cui la donna, in questo caso la montanara, ha saputo ridisegnare, con tenacia e determinazione, la sua vera immagine, ben diversa da quella stereotipata che la voleva marginale e rassegnata. Anche l’emigrazione femminile itinerante, tipica della micro-mobilità alpina, ha quindi contribuito, al pari di altre forme, al processo di affermazione e autodeterminazione della donna.

Il lavoro di Cròmere e Nèrte resterà parte viva del nostro patrimonio di cultura immateriale, della nostra storia e della nostra peculiarità montanara.

Di Lois Bernard

Cromera

NOTE

1 Al secolo Maria Da Rold.


2 Cròmera – Venditrice ambulate porta a porta di mercerie e chincaglierie varie. Varianti al nome erano Krumern (Valle dei Mocheni – TN) e Cramar (Friuli), Mersàra (Merciaia – Veneto Sud-Occidentale).


3 Cassèla – Mezzo di trasporto da indossare a guisa di basto, fornito di cassetti o di apertura a fisarmonica, in cui era contenuto il materiale da vendere.


4 Nonna della moglie dell’autore.


5 Nèrta – Venditrice ambulante porta a porta di utensili di legno (Taglieri, mestoli, cucchiai, battipanni ecc.) fatti dagli uomini di casa durante l’inverno. Era chiamata anche Mestolaia (venditrice di mestoli), Sedonèra (Friuli) e Canolàra (Veneto Sud-Occidentale).


6 Brolati Paola, Furono sempre le donne a portare, Edizioni Fuoriposto, Mestre-Venezia, 2016.


7 Dhèrla – Gerla. Contenitore troncoconico di vimini, di varie fattezze e dimensioni, munito di spallacci e indossato a guisa di zaino, usato per portare le merci più disparate.


8 Crazh (detta anche rèfa, barcèla, fartòla) – Sorta di basto costituito da un telaio rettangolare di legno munito di un piano di appoggio e dotato di spallacci, anch’esso indossato a guisa di zaino. Usata per trasporti nei quali non era indicato l’impiego della dhèrla e dai careghéte per portarsi appresso i ferri del mestiere.


9 Fièrcla – Simile alla crazh, reca, in luogo del piano di appoggio, due aste incurvate che si sviluppano verso l’alto aprendosi e dando origine a uno scheletro che riprende vagamente la forma della dhèrla. Si presta al trasporto di mannelli di cereali, fascine di legna, tronchetti di legname di piccolo calibro ecc.


10 Molfetta Domenico, I cramars in viaggio, in Ferigo Giorgio, Fornasin Alessio (a cura di), Cramars. Atti del convegno internazionale di studi Cramars. Emigrazione, mobilità, mestieri ambulanti dalla Carnia in età moderna, Arti Grafiche Friulane, Udine, 1997.


11 Facchin Stefano, A sbolognar la maroca… I Cròmer di Lamon, nomadi per mestiere, in Francesco Padovani (a cura di), Con la valigia in mano. L’emigrazione nel Feltrino dalla fine dell’Ottocento al 1970, Libreria Editrice Agorà, Feltre (BL), 2004.


12 Facchin Stefano, A sbolognar la maroca… cit.
13 Lo scapolare è una sorta di sopravveste, usata dai monaci, costituita da una striscia di stoffa, con un’apertura per la testa, che ricade sul petto e sulle spalle.


14 Facchin Stefano, A sbolognar la maroca… cit.


15 Cantarutti Novella, Emigrazione femminile e cultura tradizionale a Erto, in Atti dell’Accademia di scienze lettere e arti di Udine, v. 76, 1983.


16 Boz Nadia, Grossutti Javier, Protagoniste o comparse? L’emigrazione femminile dal Friuli, in Verrocchio Ariella, Tessitori Paola (a cura di), Il lavoro femminile tra vecchie e nuove migrazioni. Il caso del Friuli Venezia Giulia, Ediesse, Roma, 2009.


17 Dopéssa – Coprispalle per la gerla (Claut, Valcellina), vd. Pirona Giulio Andrea, Carletti Ercole, Corgnali Giovanni Battista, Il Nuovo Pirona. Vocabolario Friulano, Società Filologica Friulana, Udine, 2020.


18 Peressi Lucio, Folclore della Valcellina. Portatrici di ieri e di oggi, in Sot la nape, a.12, n. 3-4, 1960.


19 Canói – bacchette forate in cui inserire i ferri da maglia.


20 Frigotto Pier Paolo, Di casa in casa. I vecchi mestieri ambulanti nel Veneto, Cierre Edizioni, Sommacampagna (VR), 2012.


21 Mónega – scaldaletto. Incastellatura di legno atta a ospitare il braciere.


22 Cantarutti Novella, Emigrazione femminile e cultura tradizionale a Erto, cit.

È uscito il nostro notiziario

La copertina del numero di 2 di marzo 2021 della rivista del Centro Studi sulle Migrazioni "Aletheia"

Siamo arrivati al secondo numero del notiziario del Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia”. Grazie alla collaborazione con Antonio Cortese, ex Direttore Centrale dell’Istat – è stato docente presso la Facoltà di Economia
e Commercio di Urbino e presso la Facoltà di Economia di Roma Tre – avrete modo di venire a conoscenza dell’emigrazione veneta in tre paesi del mondo ben definiti: Ploštine, Chipilo e Grigny. Daremo inoltre spazio
a una serie di testimonianze di emigranti bellunesi di ieri e di oggi, tratteremo anche di numeri e degli Agenti di emigrazione. Buona lettura.

Caricati i primi vent’anni della rivista “Bellunesi nel mondo”

Bellunesi nel mondo

Caricati i primi vent’anni di “Bellunesi nel mondo”, la rivista dell’Associazione Bellunesi nel Mondo che, ininterrottamente dal 1966, viene spedita in tutto il globo agli associati Abm. Una delle riviste più storiche della provincia di Belluno e che parla proprio del Bellunese oltre, ovviamente, alle lotte sociali – che hanno visto in prima linea gli emigranti – e alle molteplici attività delle Famiglie Abm e dell’associazionismo in emigrazione.

Tutte le annate sono state digitalizzare, indicizzate e stanno per essere caricate nel database del Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia” (www.centrostudialetheia.it).

«Attualmente abbiamo caricato i primi vent’anni – le parole del presidente Abm Oscar De Bona, dal 1966 al 1986».

L’obiettivo è di mettere a disposizione a tutti, on line, la rivista dell’Abm, per permettere a chiunque di fare ricerca, leggere e analizzare il territorio bellunese, il fenomeno migratorio che ha interessato la provincia di Belluno e l’evoluzione dell’Associazione Bellunesi nel Mondo.

Per fare una ricerca basta visitare il sito www.centrostudialetheia.it e, andando nel campo “cerca”, inserire le parole chiave (es. “bellunesi nel mondo” + “1966”).