Category “Vite migranti”

Storie di emigranti bellunesi

Vita nomade – prima parte

Nacqui nel comune di Gosaldo il 25 dicembre 1906 e durante tutta la vita esercitai il mestiere di seggiolaio, continuando così una tradizione che era stata di mio padre e di mio nonno. Mio nonno non lo conobbi in quanto morì piuttosto giovane, ma riguardo alla sua attività di seggiolaio mi furono riferiti alcuni fatti che forse meritano un po’ di attenzione ai fini di una comprensione più ampia dell’attività dei seggiolai durante il secolo scorso.

Era nato nel 1841: a quei tempi si doveva viaggiare a piedi a causa della mancanza di mezzi di trasporto pubblico. Le sue “campagne” furono piuttosto brevi; la sua zona preferita era la vicina Valsugana. La stagione più redditizia gli fruttò 33 lire e un piccolo attrezzo per il confezionamento delle gerle che regalò al figlio Giovanni. Quando il nonno cominciò a fare il seggiolaio, ancora la “càora” (quella specie di cavalletto di legno che per il seggiolaio sostituisce il banco da falegname) non era in uso: lavoravano gli elementi della sedia premendo le estremità del pezzo di legno da un lato contro un muro, dall’altro lato contro una tavola di legno che il seggiolaio teneva appesa al collo. Era un modo rudimentale ma ingegnoso di improvvisare una morsa dal nulla. Morì nel 1892.

Mio padre non poté partecipare ai funerali del nonno perché in quel periodo si trovava in Francia, sempre come seggiolaio. Già alla fine del secolo scorso l’arte dei nostri “conthe” in Francia si era affermata con successo e un buon gruppo di gosaldini preferiva la Francia all’Italia in quanto offriva condizioni di vita migliori nonché maggiori possibilità di guadagno. Ovviamente le “campagne” francesi, date le difficoltà di collegamento esistenti a quell’epoca, richiedevano tempi lunghi; una “campagna” francese di mio padre durò quattro anni, quattro mesi e quattro giorni. A differenza del nonno, mio padre visse quasi esclusivamente con i proventi che gli derivavano dal suo mestiere di seggiolaio. Tengo a sottolineare “quasi esclusivamente” per il fatto che il bilancio familiare era integrato anche dall’agricoltura: quasi ogni seggiolaio, a quei tempi, in stalla possedeva una o più mucche e qualche altro animale. Egli partì per la Francia come garzone all’età di 9 anni, con il diploma di seconda elementare. Espresse sempre giudizi positivi sul conto dei francesi: soleva dire che esigevano lavori eseguiti con finezza e qualità.

La mia prima partenza come garzone è rimasta talmente impressa nel mio ricordo che cinquantotto anni non sono stati sufficienti, non dico a farmela scordare, ma nemmeno ad annebbiarla. Certe esperienze personali lasciano nell’animo un’impronta tale che il tempo non può logorare. Era il 5 gennaio 1920, avevo compiuto i 13 anni da una decina di giorni, ero in possesso del diploma di terza elementare. Partire a 13 anni era un po’ un privilegio se si pensa che parecchie famiglie, costrette dalla necessità, dovevano congedare i propri figli maschi all’età di 9, 10 anni. Il corredo che mia madre mi approntò era costituito dai seguenti capi: due paia di calzoni lunghi fino al tallone; una giacca; due panciotti di fustagno; due camicie lunghe fino al ginocchio; tre paia di calze di lana confezionate in casa; una maglia di lana; un berretto; un grembiule; un paio di scarpe confezionate in loco da un calzolaio; un paio di pantofole casalinghe (scarpét). Mutande niente, perché non erano ancora entrate nell’uso. I pantaloni e la giacca erano di fustagno, un tessuto resistente e particolarmente adatto ai lavori manuali.

Seggiolai in Francia, anni Venti

Alcuni giorni prima del distacco, fedele a una consuetudine paesana, andai in chiesa a confessarmi e a comunicarmi, fiducioso nell’aiuto del Signore. Mia madre mi insegnava che solo Lui può guidare sul retto sentiero ed essere di grande sostegno per le vie del mondo. La sera antecedente la mia partenza, ella mi cucinò le frittelle da consumare durante il viaggio; allora i dolci erano cosa molto rara per noi e servirono ad addolcire un po’ quell’indimenticabile partenza.

Il mio padrone era un compaesano; mio padre affidandomi a lui si raccomandò caldamente che m’insegnasse i primi elementi del mestiere trattandomi bene, con pazienza e umanità. Chiarì subito che non avrebbe voluto nessun compenso per le mie prestazioni ma che s’accontentava di un po’ di comprensione. Mio padre era molto sensibile ai problemi dei garzoni: conservava amari ricordi della sua prima “campagna” francese. Il suo padrone era stato troppo esigente e ai garzoni riservava un trattamento diverso da quello che riservava a sé. Raccontava di aver sofferto la fame e che la domenica, dopo una settimana di lavoro massacrante che durava dall’alba a notte inoltrata, doveva percorrere una quarantina di chilometri di strada a piedi per rifornirsi di paglia.

A piedi, con un fagotto in spalla, in compagnia del padrone, m’allontanai dalla mia frazione e, attraverso il Canale del Mis, raggiunsi la stazione ferroviaria di Sedico-Bribano. Era lunedì; essendo una giornata grigia e piovosa fu poco agevole percorrere i sentieri. A Bribano prendemmo il treno intorno alle 18.00: la nostra destinazione era Umbertide, provincia di Perugia. Quel paese il mio padrone lo conosceva bene, anzi tutti gli attrezzi del mestiere li aveva già là, in custodia presso la casa di conoscenti. L’unico attrezzo che io avevo preso era una piccola accetta. Il viaggio fu lento: arrivammo a Umbertide il mercoledì sera. I primi giorni versai qualche lacrima, non riuscendo a distogliere il pensiero dalla mia famiglia, dagli amici e dai miei monti. La cornice di cime che circonda Gosaldo mancava al mio sguardo provocandomi disorientamento e stupore.
(Continua…)

Gelindo Pongan (Gelindo dai Nonet), in collaborazione con il prof. Gian Pietro Zanin

Questa storia ci è stata gentilmente consegnata da Barbara Bressan.

Un futuro roseo

«Condizioni particolarmente vantaggiose vi sono offerte per il lavoro sotterraneo nelle miniere belghe. Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori». 

Ad affabulare gli operai italiani non era uno scaltro commerciante deciso ad appioppare mercanzia di dubbia qualità, erano le parole stampate su un manifesto della Federazione Carbonifera Belga diventato famoso per il suo colore rosa. Un brigante di carta incollato sui muri di tutte le città e zeppo di slogan e promesse da far stropicciare gli occhi: «Carbone gratuito», «Biglietti ferroviari gratuiti», «Premio di natalità», «Ferie», «Alloggio». 

«Il viaggio dall’Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani, firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d’uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio». Come non accorrere, come non approfittarne! La realtà era ben diversa, ed era fatta di condizioni difficili, fatica, pericoli. 

C’è una data simbolo che contrassegna l’emigrazione italiana in Belgio, quella del 23 giugno 1946. È la data in cui viene siglato il “Protocollo italo-belga per il trasferimento di 50.000 minatori italiani in Belgio”. Un accordo ribattezzato anche “Uomini in cambio di carbone”. Gli uomini – duemila a settimana – li metteva l’Italia. Il Belgio forniva il carbone a prezzo agevolato.

Il contesto di questo scambio è quello disastroso, dal punto di vista materiale ed economico, dell’immediato secondo dopoguerra, con il nostro Paese sconfitto e bisognoso sia della materia prima (il carbone, appunto), sia di tamponare l’abbondante disoccupazione in patria. Bruxelles deve invece colmare il vuoto di manodopera lasciato nelle sue miniere dai prigionieri tedeschi rimpatriati dopo il conflitto. 

Per tenere fede al patto e garantire i contingenti di braccia promessi, lungo vie e piazze della Penisola inizia a comparire per l’appunto il famigerato “Manifesto rosa”, passato alla storia per il suo colore, ma soprattuto per la serie di annunci che, a suon di illusioni, stimolavano a trasferirsi in Belgio.

Già prima del “Protocollo” i nostri connazionali si erano diretti nel Pays Noir, impiegati assieme a polacchi, cecoslovacchi, russi e tedeschi nelle viscere della terra. Ma è dopo la firma dell’intesa che miniera e Belgio diventano, per gli italiani, elementi di un binomio inscindibile – fatto di duro lavoro, incidenti1, alloggi degradanti e silicosi – almeno fino alla fine degli anni Cinquanta.

A far calare nettamente i flussi saranno le conseguenze dirette e indirette del disastro di Marcinelle (8 agosto 1956), con le sue duecentosessantadue vittime, di cui centotrentasei italiane, morte a quasi mille metri di profondità a seguito di un incendio scatenatosi nella miniera del Bois du Cazier.

Dopo Marcinelle gli espatri calano, pur senza interrompersi. E gli italiani cominciano a inserirsi in settori diversi da quello minerario, con un buon numero di emigranti che decidono di stabilirsi definitivamente nel contesto di arrivo.

1 Tra il 1946 e il 1963 si contano 890 vittime italiane nelle miniere del Belgio.

«Gravissime difficoltà» a trovare impiego. Emigrazione sconsigliata

Tempi duri per emigrare. Motivo? Le scarse opportunità di lavoro. Lo segnalava nel 1909, con la Circolare nr. 206 del 15 luglio1 diretta a prefetti, sottoprefetti, sindaci del Regno e Comitati mandamentali e comunali per l’emigrazione, il Commissariato dell’Emigrazione, ufficio speciale del Ministero degli Affari Esteri istituito nel 1901 (e attivo fino al 1927) con la “prima legge organica sull’emigrazione”.

La Circolare avvertiva quanti fossero in procinto di partire che era preferibile non recarsi in alcuni Paesi. Gli Stati Uniti, per esempio, dove Il Labor Information Office for Italians (Ufficio gratuito di collocamento per gli emigranti italiani a New York), avvisava di «gravissime difficoltà» per i muratori stranieri «nella ricerca di lavoro in New York, come pure negli altri centri della Confederazione Nord Americana».

Colpa, spiegava il Commissariato, della «trasformazione del sistema tecnico di costruzione avvenuta negli ultimi anni» (la Circolare sottolineava che «l’enorme sviluppo verificatosi nell’uso del cemento ha determinato in questi ultimi anni una sensibilissima diminuzione nella ricerca di mano d’opera per l’arte edilizia»), così come del «monopolio assicurato dalle unioni locali dei muratori per la fornitura della mano d’opera».

Ecco perché, veniva messo in luce, «col recente risveglio dell’immigrazione italiana negli Stati Uniti sono arrivati colà anche quest’anno moltissimi muratori, i quali non riescono a trovar lavoro».

Le cose non andavano meglio in altre parti d’America, tanto che il Regio Addetto dell’Emigrazione in Nuova Orleans sconsigliava l’emigrazione in Louisiana, Alabama, Arkansas, Tennessee, Mississipi e Florida, «a causa della depressione del mercato del lavoro».

Situazione critica anche in Uruguay. «Giova far noto – riportava l’avviso – che le condizioni del mercato del lavoro, in tutto il territorio della Repubblica, sono tali da sconsigliarvi per ora l’immigrazione della mano d’opera straniera». E questo nonostante nella città di Montevideo fossero stati progettati «dei grandiosi lavori per conto del Governo e del Municipio». Tali opere, precisava infatti il Commissariato, «hanno sufficiente mano d’opera ed è anzi rilevante il numero dei disoccupati».

In Europa, vivamente sconsigliate «a qualunque categoria di operai» le partenze per la Romania, essendosi «recentemente verificata una sensibile sovrabbondanza della mano d’opera in confronto ai bisogni».
Malgrado fossero in corso i lavori per la costruzione del porto nella città di Constanza, «anche per essi, non v’è bisogno di altro personale».

1 Documento conservato presso la Biblioteca Storica Cadorina.

«Condizioni tristissime» e «operai trattati come schiavi»

«Gli operai italiani non devono lasciarsi lusingare dalle false promesse di questi agenti segreti e non devono assolutamente emigrare verso il Brasile».

L’appello era riportato nel “Bollettino dell’emigrante italiano”1 del 1° novembre 1909, in un approfondimento riguardante “Il mercato del lavoro negli altri paesi”.

La pubblicazione periodica, a cura del Regio Addetto dell’emigrazione italiana a Colonia, in Germania, annunciava di essere venuta a conoscenza «che agenti di emigrazione stranieri hanno fatto e continuano a fare un’attiva propaganda in Westfalia e fra l’altro nelle località di Dorstfeld, Recklinghausen e Dülken, centri importanti di emigrazione italiana, per attirare al Brasile famiglie italiane», promettendo il viaggio gratuito da Amsterdam ai porti brasiliani.

Dopodiché, metteva in guardia i connazionali, invitandoli a non espatriare nel Paese sudamericano. Il motivo? «La situazione economica oltremodo sfavorevole di quel paese e specialmente dello Stato di S. Paolo, che assorbe il maggior numero di emigranti».

Il Bollettino precisava come «alle Autorità del Regno incaricate dei passaporti» fossero state «impartite categoriche istruzioni onde evitare che venissero dagli agenti dell’emigrazione clandestina frustrate le vigenti disposizioni circa l’emigrazione al Brasile».

«Le condizioni in cui si trovano i coloni italiani emigrati nel Brasile – ammoniva l’Ufficio del Regio Addetto a Colonia – sono tristissime; essi vengono trattati malissimo e raramente riescono a percepire il frutto dei loro sudori».

Non era solo l’emigrazione verso il Brasile ad essere «vivamente sconsigliata». L’attenzione era rivolta anche ad alcune località del Canada. Anche in questo caso, il Bollettino affermava di aver notato «già da qualche tempo nei distretti minerari della Germania, della Francia, del Lussemburgo, dell’Australia ecc. un’attiva propaganda di agenti segreti per incitare con false promesse i minatori, tra cui molti dei nostri, a recarsi a scopo di lavoro nelle miniere del Canadà e di Glasebey (Howascotia)2 in America».

Detto ciò, la segnalazione: «Siccome in quei due paesi i minatori colà residenti si trovano in isciopero, che non accenna per nulla ad essere composto, crediamo nostro dovere sconsigliare vivamente i minatori italiani a non cedere alle lusinghiere promesse di quegli agenti, tanto più che è a nostra conoscenza che gli operai vengono laggiù trattati come schiavi e costretti a lavorare per un meschino salario molte ore al giorno».

Anche all’epoca, venditori di illusioni erano pronti a lucrare su bisogni e speranze di chi era costretto a partire.

1 Anno II, n. 25 – Colonia, 1 novembre 1909. Documento conservato presso la Biblioteca Storica Cadorina di Vigo di Cadore.

2 Probabilmente Glace Bay, Nuova Scozia, Canada.

Una rara storia di emigrazione temporanea in Brasile

di Luisa Carniel

Quando si parla di emigrazione italiana di massa verso il Brasile ci si riferisce al periodo storico che va dal 1875 fino alla fine del secolo: si è trattato quasi esclusivamente di un’emigrazione definitiva, in quanto non vi erano le condizioni, né economiche, né logistiche, per tornare, dato che qui i contadini emigranti avevano venduto tutto prima di partire e avevano intrapreso la grande traversata con mogli, figli e magari anche genitori al seguito.

Tra le migliaia di storie di emigrazione bellunese ce ne sono almeno due che vedono i protagonisti rientrare dopo un periodo più o meno lungo in terra gaúcha: una è quella di Ferdinando Burigo, tornato a Belluno dopo la morte della moglie e dopo aver lasciato a Urussanga i figli, ormai sposati e con prole.

L’altra è quella di Angelo Biasuz, padre di Giuseppe, che fu figura di spicco della cultura feltrina, preside di liceo prima a Pola e poi per un ventennio a Padova, studioso e scrittore di storia locale: è lui stesso, che fu tra i fondatori dell’associazione “Famiglia Feltrina”, a raccontare l’esperienza di emigrazione del padre nei suoi scritti apparsi sulla rivista “El Campanon”.

Angelo Biasuz (il cognome ha avuto un’evoluzione dall’originario Biasuzzi) nacque a Mugnai il 23 marzo 1860, figlio primogenito di Giovanni Battista Biasuzzi e Giovanna Fent. Dopo il triennale servizio militare, nel 1884 sposò la compaesana Petra Angela Maccagnan (1866) e l’anno dopo nacque il loro primogenito Giovanni Battista, seguito poi da una femminuccia, Lucia.

Angelo trovò lavoro nella costruzione della rete ferroviaria Treviso – Feltre – Belluno, inaugurata nel 1886, e nell’estate 1887 fu in Croazia come boscaiolo; ma i tempi erano difficili e anche per lui si prospettò quindi la via dell’emigrazione, come per la maggior parte dei bellunesi. Scelse il Brasile, probabilmente sulla scia degli zii Giacomo e Margherita, che una dozzina di anni prima vi erano emigrati con i loro undici figli, acquisendo un lotto nella Travessão Garibaldi, oggi zona di Flores da Cunha.

Nel febbraio 1888 Angelo si imbarcò a Genova sulla nave Cheribon, in compagnia di altri emigranti di Mugnai, come Giuseppe Polesana e Vittore Maccagnan, il quale partiva con la moglie e i loro sei figli.

Ma Angelo non raggiunse il Rio Grande come i suoi parenti, si stabilì fin da subito in Paraná, dove trovò lavoro come sorvegliante nella costruzione della linea ferroviaria Paranaguá–Santos. Nonostante le condizioni climatiche difficili dettate dal pressante caldo umido e la conseguente presenza di zanzare portatrici della febbre gialla, Angelo era felice del lavoro che faceva, lui che poteva contare su un corpo sano, robusto e abituato alla fatica.

nell’intraprendere il viaggio di ritorno, che durò circa un mese, si era cucito all’interno della giacca una ventina di sterline d’oro e in una cassettina aveva riposto dei piccoli ricordi del Brasile

Nel 1891, ultimato il lavoro della ferrovia, si trasferì alla periferia di Curitiba, la capitale dello Stato, dove abitava la cognata Maria Giovanna Maccagnan, proprietaria di un podere con animali da latte, viti e frutteti.

Nel marzo 1892 Angelo fu raggiunto dalla moglie, che lasciò i loro due figli in custodia ai nonni.

L’anno dopo nacque Giuseppe (1893-1991), che fu battezzato nella cattedrale cittadina e che nel suo secondo nome, Brasilio, porta un chiaro riferimento al luogo che gli ha dato i natali.

Angelo nel frattempo tornò al suo lavoro di sorvegliante nella costruzione di strade, questa volta nel territorio di Rio Negro, a nord di Curitiba. Più tardi si trasferirono in una zona isolata a occidente della capitale, dove era presente un’immensa foresta con alberi di ogni specie appartenenti alla vegetazione tropicale. Rimasero lì tre anni: in quel periodo il piccolo Giuseppe era l’unico bambino di quel gruppo di lavoratori, molto distanti dal resto del mondo.

Infine, si trasferirono alla periferia di Curitiba, che allora contava circa tremila abitanti ed era un posto tranquillo e salutare in cui vivere. Angelo aprì un negozio di combustibili, frequentato da clienti di diverse nazionalità. Arrivò anche un altro nascituro che però morì quando aveva solo due anni.

La nostalgia per l’Italia, e in particolare per i due figli rimasti a Mugnai, si fece sentire sempre di più, così nel 1899 decisero di rientrare definitivamente a Feltre.

Nei suoi scritti, Giuseppe ricorderà che il padre, nell’intraprendere il viaggio di ritorno, che durò circa un mese, si era cucito all’interno della giacca una ventina di sterline d’oro e in una cassettina aveva riposto dei piccoli ricordi del Brasile, tra i quali il becco di un tucano e ciò che rimaneva della coda di un cobra.

Angelo, che morì poi nel 1932, parlò sempre con simpatia del Paese che l’aveva ospitato, ma secondo il figlio quei dodici anni di sacrifici non erano stati giustamente remunerati.

Giuseppe Biasuz (Curitiba, 26 febbraio 1893 – Padova, 22 febbraio 1991), figlio di Angelo. Fu combattente e poi fatto prigioniero nella Prima guerra mondiale, ma riuscì ugualmente a laurearsi in Lettere a Padova già nel 1920. Oltre alla carriera di educatore e dirigente scolastico, si dedicò agli studi, producendo innumerevoli pubblicazioni, in particolare di storia dell’arte feltrina e biografie di personaggi illustri.