Category “Vite migranti”

Storie di emigranti bellunesi

Le mille avventure di Antonio Nadalet

I racconti sulle vicissitudini dei nostri migranti hanno il potere di indurmi sentimenti contrastanti e sempre profondi. Da un lato la pena per queste persone, costrette ad abbandonare la casa e gli affetti, dall’altro l’ammirazione per il loro coraggio e la loro laboriosità, dimostrata e riconosciuta ovunque. Ascoltando queste storie di sacrificio e dignità provo una sorta di orgoglio per la mia “bellunesità”.

La vita di mio nonno materno, Antonio Nadalet, classe 1888, di Pises di Ponte nelle Alpi, è una storia che merita di essere ricordata. Quarto di cinque fratelli e orfano di madre, dovette imparare presto a sbrigarsela da solo. Già all’età di sette anni iniziò la sua carriera di emigrante. Da solo, al seguito delle numerose maestranze bellunesi, raggiunse a piedi la Valsugana, all’epoca territorio austriaco, per essere impiegato nei lavori di costruzione della ferrovia. Il suo compito era portare acqua agli operai. Si dormiva in fienili e in baracche di cantiere. Il compenso un piatto di minestra e un pezzo di pane. Viste con gli occhi di oggi, sono situazioni che fanno rabbrividire, ma nella condizione di miseria nera in cui gravava il Bellunese all’indomani dell’Unità d’Italia, anche una bocca in meno da sfamare era un aiuto per la famiglia.

Agli inizi del Novecento, poco più che ragazzo, si imbarcò come mozzo sui piroscafi che attraversavano l’Atlantico tra Genova e New York. Col tempo ascese anche al ruolo di aiuto cuoco, ma il lavoro era pur sempre difficile. Da un punto di vista fisico perché si passavano dieci mesi all’anno disturbati continuamente dal rollio e dal movimento dell’oceano, da un punto di vista psicologico perché si doveva convivere con il dramma dei migranti che, nelle stive della terza classe, affrontavano il viaggio della speranza verso l’America in condizioni disumane. In ogni tragitto si sviluppavano epidemie e mediamente si celebravano quattro o cinque funerali di mare. Il viaggio poteva durare anche quaranta giorni e, in determinate stagioni, al largo delle coste americane, c’era l’insidia degli iceberg. Il ritorno era più sereno, frequentato soprattutto dai passeggeri delle prime classi. Molti migranti, pur partiti con l’idea di ritornare in patria, finivano col mettere radici in America per l’angoscia di dover riaffrontare un mese e più di mal di mare. Mio nonno era forte e non pativa il mal di mare, ma la vita da marittimo non poteva durare a lungo e dopo tre anni decise di fermarsi in America. New York, anzi Nuova York come era solito chiamarla, divenne la sua città. Qui mise a frutto l’esperienza di aiuto cuoco e trovò impiego in diversi ristoranti. La sua natura, però, lo spinse ad affrontare anche periodi di lavoro nelle miniere della Pennsylvania o a fare il boscaiolo nel Vermont e nel Quebec. Gli affari andavano discretamente e con il suo lavoro poteva garantire sicurezza anche alla famiglia a Ponte Nelle Alpi.

Ritratto di Antonio. La fotografia è stata scattata in uno studio fotografico di New York poco prima del suo rientro in Italia, probabilmente nel 1918.

In Europa, nel frattempo, soffiavano venti di guerra e tutti lo dissuadevano dal rientrare alla vigilia del primo conflitto mondiale. Il ritorno a casa si verificò finalmente al termine del 1918. Qui decise di mettere su famiglia e sposarsi con mia nonna, Maria De Battista, di La Secca. Si sistemarono provvisoriamente a Col di Cugnan, in attesa di coronare il loro sogno: una casa colonica, con tanta campagna e boschi da coltivare, così da garantire un futuro ai figli. Acquistarono numerosi terreni alla Vena d’Oro e vi costruirono la casa dove trascorrere la loro vita. Nacquero anche i primi figli, Ester e Angelo, ma le cose non andarono come sperato. L’Italia ritrovata all’indomani della guerra era in condizioni peggiori di come era stata lasciata e con il ricavato della terra si poteva al massimo sopravvivere. Qui riaffiorò lo spirito avventuroso del nonno. Sentì e lesse di gente che ha aveva fatto fortuna cercando oro nelle Americhe e, con una decina di compaesani di Cugnan e Losego, decise di partire alla volta del Perù. Doveva essere un’esperienza breve, qualche mese, al massimo un anno, perché ormai aveva moglie e due figli. Gli eventi andarono diversamente. La loro meta fu la foresta amazzonica dove, a detta di molti, l’oro, i diamanti e gli smeraldi tappezzavano i corsi d’acqua. La realtà era ben diversa.

Di oro poche tracce, in compenso il clima era insopportabile e i pericoli ovunque. Tutti gli eroici cercatori contrassero la febbre malarica. Alcuni non sopravvissero, altri abbandonarono in tempo e ritornano a casa. Mio nonno, benché fiaccato dai continui attacchi febbrili, non si arrese, abbandonò l’Amazzonia e si spostò sul più salubre altopiano andino. Continuò a cercare l’oro, ma questa volta nelle viscere delle montagne, a oltre 4000 metri di quota. Acquisì da una società nordamericana la concessione per l’esplorazione e lo sfruttamento di un filone aurifero. Con la dinamite e il piccone, aiutato da alcuni indio dei villaggi sottostanti, estrasse la roccia ricca di oro. Periodicamente organizzava una colonna di muli caricati con il materiale e raggiungeva una località prestabilita nel fondovalle, a due giorni di cammino, dove l’oro veniva conferito e pagato. Era un viaggio pericoloso, sull’orlo di canyon senza fondo, da fare imbracciando 24 ore su 24 il fucile, per i continui attacchi di predoni di ogni sorta. Tuttavia era un rischio da affrontare perché l’attività era remunerativa.

Dovette essere un’esperienza dolorosissima, perché nei suoi racconti mi ricordava sempre la pena con cui erano guardati, alla messa della domenica, i miei due zii, ancora bambini, considerati orfani ormai da tutti.

Il continuo contatto epistolare con casa e i frequenti trasferimenti di denaro convinsero anche la nonna ad accettare un periodo di assenza più lungo del preventivato. In fin dei conti, c’era la possibilità di sistemarsi sul serio. A un certo punto, però, la corrispondenza si arrestò. Per mesi la nonna non ricevette notizie. Dovette essere un’esperienza dolorosissima, perché nei suoi racconti mi ricordava sempre la pena con cui erano guardati, alla messa della domenica, i miei due zii, ancora bambini, considerati orfani ormai da tutti. La malaria stava minando il fisico del nonno e gli attacchi febbrili erano sempre più frequenti e insopportabili. Per questo decise di abbandonare tutto, raggiungere un ospedale per curarsi, riacquistare forze e poi rientrare in Italia. Con un viaggio di una settimana, legato al mulo per non precipitare dai dirupi quando la febbre saliva a quaranta, raggiunse una missione nei pressi di Lima. Lì venne curato immediatamente con il chinino, ma successe un imprevisto. Il clima della fascia costiera peruviana è estremamente secco e in quella zona non pioveva praticamente da anni. Tuttavia, dopo pochi giorni dal suo ricovero, si verificò un tremendo uragano, mai ricordato a memoria d’uomo. La missione costruita in fango e terra si sciolse letteralmente per le piogge. L’intera capitale lamentò vittime e danni incalcolabili.

Il nonno si ritrovò per strada in condizioni di salute drammatiche. Riuscì fortunatamente a fare scorta di chinino per contenere il male, ma non trovò una sola nave su cui imbarcarsi alla volta di una qualsiasi destinazione europea. Capì che in una città in preda alle epidemie e al colera, priva della possibilità di comunicare con l’esterno, non poteva restare e decise di raggiungere un porto sulla costa atlantica del continente, in Colombia o in Venezuela. Fu la prova più difficile della sua pur avventurosa vita. Attraverso Ecuador e Colombia, raggiunse Maracaibo, in Venezuela. Un viaggio di oltre due mesi, compiuto su battelli fluviali, treni di fortuna e a piedi. Qui si imbarcò sul primo piroscafo per l’Italia. A salvarlo furono le scorte di chinino e la forte fibra. Dopo cinque mesi senza notizie, e con l’angoscia di ricevere in ogni momento il fatidico telegramma che stronca ogni speranza, un bel giorno un trionfante postino, salito di corsa alla Vena d’Oro da Castion, annunciò alla nonna lo sbarco a Genova del nonno. Fu la fine di un incubo: lei potè riabbracciare il marito e i figli poterono conoscere il padre partito quando erano ancora in tenerissima età. Alla partenza pesava oltre ottanta chili, ora non raggiungeva i cinquanta.

Trascorse i successivi due anni alternando lunghi soggiorni all’ospedale di Belluno e periodi di riposo a casa. Non era in grado di lavorare e l’onere del sostentamento della famiglia gravava tutto sulla nonna. Mancava inoltre qualsiasi forma di assistenza sanitaria e le lunghe degenze in ospedale avevano costi esorbitanti. Per affrontare la situazione fu costretto a vendere boschi, terreni agricoli e pure la sorgente delle acque minerali. Cosa più importante, comunque, gli attacchi febbrili si andavano sempre più rarefacendo e pian piano le forze ritornavano. Il solo lavoro della terra non poteva però garantire un futuro certo alla famiglia e qui iniziò la seconda vita da emigrante del nonno, questa volta in Europa. Fu un’emigrazione stagionale: boscaiolo in Austria e Baviera, tuttofare in Svizzera, minatore in Belgio, operaio in Olanda e Francia. Non c’è praticamente lavoro in cui non si sia cimentato e nazione che non abbia visitato. Nel frattempo nacquero altri due figli: nel 1927 mio zio Ferruccio, nel 1928 mia mamma. Avrebbe voluto darle il melodico nome di Aurelie, conosciuto nei Paesi francofoni, ma il solerte impiegato dell’ufficio anagrafe, ligio alle leggi fasciste, lo trascrisse in un improbabile, ma italico, Orelida.

Il nonno comprese che la famiglia e mia nonna, per quanto donna forte ed energica, non potevano privarsi per periodi troppo prolungati della sua presenza. Vinse la ritrosia di lei ad abbandonare la Vena d’Oro e la convinse ad affrontare, tutti insieme, l’esperienza di emigrazione. Il Paese prescelto fu proprio la Francia, ritenuta più idonea ad accogliere una famiglia di italiani. Da solo si recò oltralpe, verificò varie situazioni e opportunità lavorative e alla fine individuò come meta la cittadina di Laifour, a Nord di Charleville Mezieres, nel dipartimento delle Ardenne, al confine con il Belgio. La nonna con tutti i figli lo raggiunse a distanza di qualche mese. Si sistemarono in una piccola ma dignitosa casetta messa a disposizione dalla grande industria siderurgica presso cui il nonno lavorava come operaio. Condussero una vita modesta ma serena e senza privazioni. Il nonno si fece apprezzare anche per la padronanza con le lingue: parlava correntemente l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, oltre al francese e all’italiano. Questo lo portò ad avere spesso un ruolo importante nel gestire l’organizzazione delle attività lavorative, dove potè rapportarsi con le maestranze multietniche e con la numerosa comunità spagnola direttamente nelle rispettive lingue. A casa, la sera, l’unica parlata consentita era invece il dialetto bellunese.

Laifour, primi anni Trenta. La famiglia di Antonio e Maria con i fligli Ester, Angelo, Ferruccio e Orelida. All’epoca non era ancora nato l’ultimogenito, Ottorino.

La famiglia si integrò molto bene nella nuova vita e i figli frequentarono con profitto la scuola francese. Furono anni ricordati con molto piacere e allietati dalla nascita, nel 1934, dell’ultimo figlio: mio zio Ottorino. A interrompere la loro serenità sopraggiunse il secondo conflitto mondiale. Laifour era posta all’estremità settentrionale della linea Maginot, la grande struttura realizzata dai francesi per difendere i confini dagli storici nemici tedeschi. Nel 1939, temendo l’attacco tedesco, la Francia si armò. Non si ipotizzava, però, che l’invasione potesse avvenire da Nord, attraverso l’Olanda e il Belgio. Mia mamma ricorda ancora in modo nitido il giorno in cui le lezioni, a scuola, vennero improvvisamente interrotte e i ragazzi mandati di corsa a casa. Nel frattempo gli altoparlanti, nelle vie, annunciavano che di lì a breve sarebbero potuti arrivare gli invasori. Vennero concesse alla popolazione due ore per riunire le famiglie, raccogliere lo stretto indispensabile e raggiungere un piazzale. Lì sarebbero stati smistati e destinati, come profughi di guerra, a varie regioni della Francia lontane dal confine. La meta fissata per la famiglia Nadalet fu la cittadina di Penvenan, in Bretagna, non distante da Brest.

L’impossibilità di comunicare fu un dramma nel dramma.

Il tragitto venne compiuto con camion militari e treni allestiti allo scopo. Si può immaginare la confusione e lo stato d’animo della gente. Ad aggravare la situazione c’era l’assenza del nonno, trattenuto dall’azienda per imballare e trasferire, in fretta e furia, tutti i macchinari in un altro stabilimento nei pressi di Tolosa, all’altro capo della Francia. L’impossibilità di comunicare fu un dramma nel dramma. Si partì, ma si comprese subìto che le colonne militari e i convogli di treni erano facile preda degli attacchi dei caccia tedeschi. Assistettero all’esplosione dei camion che li precedevano e le linee ferroviarie vennero sistematicamente interrotte. Il consiglio fu di procedere a piedi, lontano dalle strade, dormire nelle chiese o nei fienili isolati, evitando di formare grossi assembramenti. Riposarono nella grande Cattedrale di Reims e nelle principali chiese e monumenti del Nord della Francia.

Questa esperienza, probabilmente drammatica, vista con gli occhi di un bambino assume un altro aspetto. Nei ricordi di mia mamma non traspare angoscia o dolore. Il suo racconto è una sorta di avventura compiuta con i fratelli e con tanti altri ragazzi. Dopo venti giorni raggiunsero la Bretagna. L’avanzata tedesca fu fulminea e tutto il Nord della Francia venne occupato rapidamente. Di lì a pochi giorni furono in Bretagna. Il nonno si riunì alla famiglia solo a distanza di un altro mese, dopo aver vagato, in pena, alla cieca, per tutto il Paese. Ora erano finalmente tutti insieme. Inizialmente vennero ospitati, con tanti altri profughi, in un collegio, colonia marina. Poi ebbero a disposizione una porzione di casa in cui mangiare e trascorrere la giornata, per rientrare a sera al ricovero comune. A parte questo, la vita in Bretagna non si rivelò così male e il clima fu mite. La parola fame nemmeno concepita, perché la terra era generosa e il mare, con le sue incredibili basse maree, rappresentava un self-service in cui approvvigionarsi di ogni prelibatezza. Si pranzava con ostriche, granchi poro e astici. Mancava solo la polenta!

Qui scoprirono che la loro casa, lasciata in fretta due anni prima, era stata completamente saccheggiata e svuotata.

Il nonno, da cittadino italiano, era un alleato dei tedeschi e per di più parlava la loro lingua. Tutto questo gli garantì una condizione di privilegio sul lavoro. La famiglia, pur consapevole che la situazione era provvisoria, trascorse due anni sereni. Ogni cosa però ha una fine e nel 1941, al compimento del ventesimo anno, mio zio Angelo fu soggetto agli obblighi militari. Gli accordi tra i Paesi dell’Asse prevedevano che l’arruolamento di cittadini all’estero avvenisse nel Paese di origine. I tedeschi lo invitarono pertanto a raggiungere Belluno. A questo punto, però, la famiglia decise di seguirlo e far ritorno in patria. Dovettero prima passare per Laifour, per perfezionare le pratiche per il rientro. Qui scoprirono che la loro casa, lasciata in fretta due anni prima, era stata completamente saccheggiata e svuotata. Compresero anche che le condizioni della Francia, e dell’intera Europa, non erano quelle dell’isola felice Bretagna. La fame era una presenza costante, ma a dare speranza c’era la prospettiva di avere alla Vena d’Oro una casa accogliente e dei terreni da coltivare per sfamarsi.

Lo zio, nel frattempo, arrivato a Belluno venne prontamente arruolato nella Brigata Cadore e inviato in Bosnia e Montenegro. Lo rividero solo nel 1946. Il successivo rientro della famiglia fu complesso. Una volta a Belluno non poterono ritornare nella loro abitazione, data in affitto insieme ai terreni. Soltanto alla fine dell’anno potevano riaverne la disponibilità. In più, non potevano nemmeno contare sul raccolto di quella stagione. Si sistemarono provvisoriamente all’albergo al Ponte della Vittoria, in attesa del trasferimento dei loro risparmi, trattenuti alla frontiera e inviati a Roma. Li riebbero solo a distanza di parecchi mesi, abbondantemente decurtati per non meglio precisati oneri e prelievi del regime. Il nonno, per quanto avanti con gli anni, non si perse d’animo e, memore del suo passato di boscaiolo teleferista, raggiunse in piena guerra la Carinzia per la sua ultima esperienza di emigrazione. Pian piano le cose si sistemarono, ritornarono in possesso della loro casa alla Vena d’Oro e cominciarono a coltivare la campagna. Con l’armistizio dell’8 settembre del 1943, lo zio Angelo, alla pari di molti commilitoni, si aggregò con la Brigata Garibaldi al fianco dei partigiani di Tito. Al rientro in patria, a guerra finita, venne mandato, senza neanche passare per casa, in Sicilia, a sedare i moti indipendentisti sull’isola. Al ritorno a Belluno cercò un lavoro in patria.

Le condizioni dell’Italia erano drammatiche e trovare un impiego era un miracolo. Partì allora per le miniere di carbone del Belgio, non lontano da Laifour. Qui sposò una ragazza figlia di emigranti veronesi. Poi si trasferì in Francia, per andare a vivere definitivamente nel posto in cui aveva trascorso la sua infanzia e la gioventù. Nel corso degli anni fu sempre un punto di riferimento, anche sindacale, per i numerosi emigranti italiani in Francia e in Belgio, dove partecipò ai soccorsi delle vittime della tragedia di Marcinelle. Anche lo zio Ferruccio, spirito libero e animo coraggioso, non riuscì ad ambientarsi in Italia. Già alla fine del 1945, da clandestino, attraversò le Alpi in modo avventuroso. Venne rinchiuso in un campo di concentramento dove sperimentò l’odio verso gli italiani. Il ricordo di una Francia che l’aveva accolto generosamente vent’anni prima svanì. Seppe comunque riscattarsi e raggiungere risultati professionali di tutto rispetto. Si stabilì a Salindres, in Occitania, vicino alla città di Nimes. Mio zio Ottorino, dopo aver lavorato in tutto il Nord Italia, si stabilì in provincia di Bergamo, sul Lago d’Iseo. Mia mamma e la sorella Ester non abbandonarono più Belluno.

Il nonno Antonio si spense serenamente nella sua casa alla Vena d’Oro nel 1958, tre mesi dopo la mia nascita. Fino alla fine manifestò i segni della malaria contratta quarant’anni prima in Perù. Avrei tanto desiderato conoscerlo personalmente. Avrei voluto sentire i racconti che faceva la sera a mia mamma, seduta sulle sue ginocchia. Racconti di mare con onde alte come montagne, di grattacieli immensi, di scimmie impertinenti, di pappagalli multicolori e di serpenti lunghi dieci metri. Nelle sue storie mai un accenno alle esperienze difficili e ai sacrifici. Una vita affrontata con entusiasmo, con la mente aperta al mondo, con il cuore rivolto a Belluno. Mia nonna Maria, presenza fondamentale e fonte di equilibrio e serenità per tutti, lo seguì undici anni dopo. Entrambi riposano insieme nel cimitero di Levego.

Lorenzo Pertoldi

Cròmere e Nèrte: donne da soma

Cromera

La chiamavano Mariéta Pasànega (1).
Mariéta era il diminutivo dialettale di Maria, Pasànega il soprannome che, un tempo, veniva spesso appiccicato o sostituito al cognome anagrafico per distinguere una famiglia da un’altra, data la frequente omonimia che caratterizzava gli abitanti dei piccoli borghi di montagna e non solo. Questi soprannomi potevano derivare dal nome proprio del fondatore della famiglia, dal mestiere esercitato, da una caratteristica fisica o di costume, dal toponimo del luogo di provenienza e così via.

Mariéta era una donna piccola e, all’apparenza, gracile; figura che celava però una forza e una tenacia non comuni, tipiche delle montanare. Rimasta vedova, per mantenere la famiglia esercitava il mestiere di Cròmera (2). Partiva a inizio settimana caricandosi sulla schiena la cassèla (3) piena di articoli di varia merceria che non è azzardato dire pesasse quanto lei, e si inoltrava a piedi in direzione della vallata agordina. Faceva ritorno nel fine settimana; nel frattempo, i figli erano custoditi e accuditi dalla loro sorella maggiore poco più che dodicenne.

Mariéta, verso la quale chi scrive ha un legame di “affinità” (4), è lo spunto per tratteggiare due figure femminili (sebbene il genere non sia esclusivo), la Cròmera, appunto, e la Nèrta (5), unite da un comune percorso di dura peregrinazione.

Il secco titolo del libro “Furono sempre le donne a portare” (6) appare eccessivo, ma è indubbio che la donna abbia dovuto caricarsi sulle spalle, in senso non solo metaforico, pesi assai ardui da sostenere. Basti pensare al sistema di trasporto imposto dalla morfologia del nostro territorio, dove a dominare erano il pendio e la carenza di strade rotabili e toccava quindi a schiena e spalle portare la dhèrla (7), la crazh (8), la fièrcla (9) per vincere la forza di gravità, calpestando un suolo spesso accidentato e infido. E cominciavano da giovani, troppo giovani, a portare carichi eccessivi, che non di rado lasciavano segni duraturi sui fragili fisici ancora in formazione (gambe storte, scoliosi, deformazione del bacino).

Ci occupiamo qui solo di Cròmere e Nèrte in quanto figure emblematiche di una singolare forma di emigrazione, in genere a breve raggio (ma non sempre) e temporalmente contenuta (ma non sempre), che potremmo definire “fuoriporta”. Non si tratta di un’emigrazione “minore”, perché ogni forma si porta appresso il proprio stigma, le proprie spine, ed è dettata da una comune motivazione di fondo che ha le sue radici in una condizione socioeconomica inadeguata. L’emigrare è un’opzione, sia che nasca da una necessità, com’è per lo più avvenuto, sia che punti a un traguardo di auto-affermazione.

Il fenomeno in questione, nato dall’esigenza di integrare il magro reddito dell’agricoltura locale, assunse prevalentemente il carattere della stagionalità. Non sono mancati, tuttavia, casi in cui i protagonisti, in questo caso maschi, hanno raggiunto traguardi importanti, soprattutto all’estero, divenendo titolari di negozi e attività commerciali di rilievo.
Si tratta di un fenomeno endemico delle valli alpine, dove il terreno coltivabile era insufficiente in termini di estensione, fertilità e condizioni climatiche, ad assicurare il necessario per vivere e quindi, quando anche la pastorizia transumante andò in crisi in seguito ai crescenti divieti a far svernare le greggi in pianura, bisognò escogitare qualcosa di nuovo, di alternativo.

Una rapida disamina dell’”ambulantato” commerciale del Triveneto ci fa conoscere la geografia e la specificità del fenomeno. Citiamo qualche esempio. Nel Tesino, la riconversione portò gli abitanti, in questo caso quasi esclusivamente maschi, a commercializzare dapprima le pietre focaie (soprattutto per gli archibugi) e poi le stampe sacre e profane dei Remondini di Bassano.

Nel confinante altopiano di Lamon l’attività cominciò con la vendita delle penne d’oca per proseguire con l’attività di cròmer e cròmere. In Carnia, il fenomeno dei venditori ambulanti (Cramars) ha radici antiche. Iniziato in forma stagionale per poterlo conciliare con i lavori agro-silvo-pastorali, è andato via via consolidandosi, espandendosi nell’oltralpe (Austria) e nella Mitteleuropa, assumendo non di rado carattere di stanzialità (negozi e ambulantato locale) (10).

Nella zona di Erto e Casso e nella Valcellina, sono in prevalenza le donne (Nèrte) a svolgere l’attività di venditrici itineranti, proponendo attrezzi per la casa confezionati dai vecchi e dai giovani (gli adulti sono per lo più impegnati in altre forme di emigrazione) durante la stagione invernale.

Cromera

Le Cròmere.

“E lóra, par darte na idèa mi è girà, mi è patì fam, mi è patì frèd, mi è patì mói, mi è combatù coi òmeni, mi è dormi ante le fóie moie… mi le è passae tüte!” (11)

La testimonianza sopra riportata riassume efficacemente l’esperienza, molto dura e sofferta, di una Cròmera, fatta di fatica, di patimenti, di disagi e di rischi.

Il suo strumento di lavoro era la cassèla, una sorta di cassettiera portatile in cui era riposta con cura la varia mercanzia; c’era anche il modello a fisarmonica che si apriva scoprendo contemporaneamente tutti gli scomparti ed era quindi particolarmente adatto ad esporre le merci in occasione di mercati, fiere, feste patronali che, assieme al porta a porta, facevano parte dell’itinerario tradizionale della Cròmera. Vale la pena rovistare un po’ in questi contenitori per conoscere la tipologia merceologica proposta alla clientela. C’erano articoli di merceria quali spagnolette di filo, bottoni vari, elastici, fettucce, cordoni da scarpe, cinture, tiràche (bretelle), gusèle (aghi per cucire), spille da balia, “uova” di legno da rammendo, ditali ecc.; articoli di biancheria come mutande, fanèle (maglie da sotto), calzini, fazzoletti da naso e da testa, traverse ecc.; materiale per l’igiene e la cura della persona come pennelli da barba, lamette, pettini, brillantina, saponette, specchietti ecc.; oggetti vari quali articoli di bigiotteria, tabacchiere, piccole roncole a serramanico, forbici ecc. (per poter vendere occhiali e arnesi da taglio occorreva aver compiuto 21 anni e avere la fedina penale pulita) (12). Si trattava quindi di una vera e propria boteghéta viaggiante.

Cromera

Oltre al materiale che era possibile allogare all’interno, la Cròmera legava sopra la cassèla la merce più ingombrante come telerie, scampoli di stoffe e qualche semplice capo di vestiario. La cassèla così organizzata raggiungeva a pieno carico un peso ragguardevole che poteva raggiungere i 30 chilogrammi e più ed era quindi assai disagevole, non solo da portare, ma anche da caricarsi sulle spalle e da posare. Il carico, con l’ampio fardello legato sopra la cassèla, sopravanzava alquanto la testa della Cròmera alzando il baricentro dell’insieme e rendendo instabile e difficoltoso l’incedere, specie se il terreno era accidentato. Gli spallacci, di canapa o di cuoio, provocavano sulla convessità mediale delle spalle un solco profondo, solo in parte attenuato dallo spesso bustino di stoffa o di pelle di pecora che, a guisa di piccolo scapolare (13) aperto anteriormente, veniva a tal fine indossato; all’inizio era dura, poi finivano col farci il callo.

Altro indispensabile strumento di lavoro della Cròmera era l’ombrello, che doveva essere particolarmente ampio da riparare sia lei che la cassèla, e soprattutto col manico robusto dovendo fungere anche da bastone di appoggio. Il suo abbigliamento, quale si deduce dalle foto che la ritraggono, era essenziale e votato alla praticità: abito per lo più scuro, traversa, scialle, fazzoletto annodato sulla nuca, scarpe robuste o scarpét a seconda della stagione; in un apposito fagotto teneva l’unico cambio che si portava appresso per alternarlo.

Alla fatica di dover affrontare lunghi percorsi a piedi con il pesante carico sulle spalle per raggiungere le case sparse, specialmente quelle più distanti dai centri abitati forniti di negozi che costituivano la clientela potenzialmente più propensa ad avvalersi del suo servizio, si aggiungevano i disagi di natura logistica e climatica (mi è patì fam, mi è patì frèd, mi è patì mói). I problemi maggiori che la Cròmera doveva affrontare erano quelli dell’alimentazione, del proteggersi dalle avversità atmosferiche e del trovare un posto in cui pernottare. Per alimentarsi doveva spesso affidarsi al buon cuore di qualche famiglia che la ristorava con quello che aveva, una fetta di polenta, un piatto di minestra o poco altro (dalle case dei contadini nessuno usciva a mani vuote) e le permetteva di trascorrere la notte, a seconda della stagione, nella stalla o sul fienile. La Cròmera, per gratitudine e per orgoglio, non mancava di compensare il suo temporaneo anfitrione con qualche oggetto del suo piccolo bazar itinerante.

Il passaggio, citato in apertura, che recita “mi è combatù coi òmeni”, sottintende le insidie che una donna, specie se da sola, poteva incontrare da parte di qualche malintenzionato, sia per quanto riguarda la sua integrità fisica, sia per quanto concerne l’essere derubata del denaro guadagnato o della merce trasportata.

Cromere

Fra la Cròmera e la sua clientela si instaurava un rapporto di fidelizzazione che la vedeva passare con puntualità “calendariale” presso le stesse famiglie, cui non solo vendeva la merce che si portava appresso, ma raccoglieva anche ordini e desiderata che si premurava di evadere al passaggio successivo, non solo per interesse, ma anche per il gusto di accontentare l’acquirente (a volte, cessata l’attività, la Cròmera continuava a intrattenere un rapporto epistolare con le famiglie a cui si era affezionata). Solitamente le Cròmere non si facevano concorrenza sleale, esisteva una sorta di tacito accordo in cui ciascuna aveva la propria zona di operazione e non invadeva quella altrui.

Il percorso delle Cròmere poteva essere del tipo “fuoriporta” come nel caso di Marieta Pasànega, ovvero limitato a itinerari brevi nel circondario che permettevano frequenti rientri, sia per non stare per troppo tempo lontane dalla famiglia, sia per approvvigionarsi di merce per il viaggio successivo, oppure di lunga durata quando affrontavano percorsi molto distanti da casa. L’ambito in cui svolgevano il proprio lavoro era comunque per lo più circoscritto all’area delle Tre Venezie, anche se non mancarono Cròmere che, in tempi più recenti (inizio ʼ900), si diressero verso la Svizzera, avendo come punto di riferimento emigranti lamonesi che fin dall’800 vi si erano insediati avviando una fiorente attività commerciale. Qui accorsero un buon numero di giovani Cròmere, che, d’intesa con i compaesani presso cui si approvvigionavano e spesso alloggiavano, formarono una rete di distribuzione capillare sul territorio che si rivelò proficua. Il fenomeno si protrasse fin verso gli anni ʼ70 del secolo scorso coinvolgendo, com’era avvenuto per altre figure dell’emigrazione femminile bellunese (ciòde e balie), altri soggetti dell’area parentale e amicale (14).

Cromera

Le Nèrte.
Il lavoro della Nèrta ha molti punti in comune con quello della Cròmera, tipici di questa peculiare forma di emigrazione itinerante: le motivazioni, la tipologia di lavoro, la mobilità, la cultura.

La Nèrta era, come la Cròmera, una venditrice ambulante che si muoveva a piedi e al posto della cassèla indossava la dhèrla (la differenza non è così netta al punto che le due figure tendevano spesso a sovrapporsi, sia come mezzo di trasporto merci utilizzato, sia come merceologia trattata).
Questa figura di venditrice girovaga ha preso il nome dal luogo di origine, il Comune di Erto Casso, ma la si ritrovava anche in altri centri della Valcellina come Claut e Cimolais.

La Nèrta era, per tradizione, la venditrice di utensili di legno da uso domestico. L’ambito territoriale cui qui ci riferiamo è indicativamente quello della provincia di Belluno; anche se le Valli del Vajont e del Cellina insistono geograficamente su territorio friulano, è indubbio che gravitino in maniera rilevante, ancor prima della costruzione della strada di collegamento, sul versante di Longarone e della Valle del Piave. L’altopiano di Lamon, terra di Cròmere, e quello più angusto di Erto e Casso, patria delle Nèrte, presentano entrambi le caratteristiche orografiche dei paesi prealpini e le problematiche che ne conseguono.

Le motivazioni di base che muovevano la Nèrta erano le stesse della Cròmera: necessità di trovare forme di integrazione del reddito che i piccoli e magri appezzamenti, assieme al minuto allevamento, non erano in grado di assicurare alla famiglia. Le Nèrte più giovani puntavano anche a guadagnare il necessario per farsi il corredo da sposa.

Le coraggiose e dinamiche donne di quella landa del Friuli Nord-occidentale non esitarono perciò a caricarsi sulle spalle la pesante dhèrla, colma di oggetti di legno che gli uomini non emigrati, assieme ai vecchi, ai ragazzi più grandi e talvolta alle donne stesse, realizzavano durante il lungo inverno. L’ambiente di lavoro era per lo più la stalla, maleodorante e male illuminata; gli attrezzi usati erano accette, coltelli a petto, pialle, scalpelli, trivelle, roncole e, importantissimo, il tornio, del tipo a balestra o a pedale. L’artigianato del legno, specie come utensileria, vantava in zona una consolidata tradizione; se ne ha notizia anche in un’istanza che quei villaggi hanno inviato al Senato veneto per essere esonerati da “gravezze” difficilmente sostenibili (15). Anche le Nèrte hanno avuto, in tempi più recenti, chi si è occupato della loro condizione. Il Sindaco di Erto Casso perorò la loro causa presso il Prefetto di Udine (1927), chiedendo una riduzione della cauzione da versare per l’esercizio dell’attività in quanto ritenuta troppo onerosa; successivamente, nel 1930, si rivolse alla Confederazione Nazionale Sindacati Fascisti del Commercio di Udine per chiedere un contributo a favore dei “girovaghi” del suo Comune (16).

Quella delle Nèrte era una vita grama; dovevano girare per case e mercati, con qualsiasi tempo, cercando di vendere la modesta mercanzia di cui era riempita la capace e pesante gerla che gravava sulle loro spalle lasciandovi, nonostante la dopéssa (17), segni incalliti. Solo con il miglioramento della viabilità poterono, a volte, disporre di un carretto, trainato quasi sempre a braccia (avvalersi di un asinello era privilegio di poche): viaggiavano solitamente in due o più, chi tirava e chi spingeva (18).

Rovistando dentro la gerla della Nèrta troviamo un ampio assortimento di oggetti di legno. Utensili da cucina, quali posate e stoviglie di legno, forchettoni e cucchiaioni per mescolare i cibi durante la cottura, mestoli da polenta, mattarelli, martelli a punte piramidali per battere la carne, portasale, mortai pestasale, portauova, sessole, taglieri di varie forme e dimensioni, stampi per burro; altri articoli per la casa come battipanni in canna d’india, spine, cannelle e tappi per le )botti, uova di legno da rammendo, zoccoli, fusi per filare, canói (19) – da cui il nome di Canolàre con cui erano note nel Veneto Sud-Occidentale (20). Quelle che disponevano del carretto vi caricavano anche merce più ingombrante come móneghe (21), botticelle, appendiabiti, portafiori in giunco, assi da bucato, sgabelli, poggiapiedi, seggiole ecc.

Per le donne di Erto l’andare in giro con il carico in spalla era un fatto naturale, accettato, e, per talune, addirittura preferito all’attività agricola. Non per tutte però. Un’anziana donna ertana confessa di aver detestato questo tipo di lavoro, al punto che, una volta cessata l’attività, bruciò la cassèla per non vederla più (22).

La tipologia del lavoro ricalcava quello delle Cròmere. Gli itinerari delle Nèrte comprendevano il Cadore, il Bellunese, l’Agordino, la Carnia con il resto del Friuli, la Lombardia e anche regioni più lontane; all’estero le loro mete erano l’Austria e la Svizzera. Ultimamente avevano esteso il commercio alla merceria e alla maglieria; armate quindi di cassèla e cesta o valigia, prendevano il treno a Longarone per raggiungere lidi più lontani.
L’esercizio dell’emigrazione itinerante ha indubbiamente contribuito al processo di emancipazione della “Nèrta”, pur permanendo forte il legame da essa conservato con il proprio paese e il patrimonio di tradizioni di cui è depositario.

La condizione di donna migrante, comune a Cròmera e Nèrta, ha indubbiamente inciso sulla sua mentalità e i suoi valori, le ha permesso di conoscere il mondo esterno, di venire a contatto con realtà diverse, di assorbire il contagio di altre culture che ne hanno sviluppato la capacità critica e l’hanno resa indipendente. Un ideale gemellaggio unisce Cròmere e Nèrte, protagoniste di una vera epopea in cui la donna, in questo caso la montanara, ha saputo ridisegnare, con tenacia e determinazione, la sua vera immagine, ben diversa da quella stereotipata che la voleva marginale e rassegnata. Anche l’emigrazione femminile itinerante, tipica della micro-mobilità alpina, ha quindi contribuito, al pari di altre forme, al processo di affermazione e autodeterminazione della donna.

Il lavoro di Cròmere e Nèrte resterà parte viva del nostro patrimonio di cultura immateriale, della nostra storia e della nostra peculiarità montanara.

Di Lois Bernard

Cromera

NOTE

1 Al secolo Maria Da Rold.


2 Cròmera – Venditrice ambulate porta a porta di mercerie e chincaglierie varie. Varianti al nome erano Krumern (Valle dei Mocheni – TN) e Cramar (Friuli), Mersàra (Merciaia – Veneto Sud-Occidentale).


3 Cassèla – Mezzo di trasporto da indossare a guisa di basto, fornito di cassetti o di apertura a fisarmonica, in cui era contenuto il materiale da vendere.


4 Nonna della moglie dell’autore.


5 Nèrta – Venditrice ambulante porta a porta di utensili di legno (Taglieri, mestoli, cucchiai, battipanni ecc.) fatti dagli uomini di casa durante l’inverno. Era chiamata anche Mestolaia (venditrice di mestoli), Sedonèra (Friuli) e Canolàra (Veneto Sud-Occidentale).


6 Brolati Paola, Furono sempre le donne a portare, Edizioni Fuoriposto, Mestre-Venezia, 2016.


7 Dhèrla – Gerla. Contenitore troncoconico di vimini, di varie fattezze e dimensioni, munito di spallacci e indossato a guisa di zaino, usato per portare le merci più disparate.


8 Crazh (detta anche rèfa, barcèla, fartòla) – Sorta di basto costituito da un telaio rettangolare di legno munito di un piano di appoggio e dotato di spallacci, anch’esso indossato a guisa di zaino. Usata per trasporti nei quali non era indicato l’impiego della dhèrla e dai careghéte per portarsi appresso i ferri del mestiere.


9 Fièrcla – Simile alla crazh, reca, in luogo del piano di appoggio, due aste incurvate che si sviluppano verso l’alto aprendosi e dando origine a uno scheletro che riprende vagamente la forma della dhèrla. Si presta al trasporto di mannelli di cereali, fascine di legna, tronchetti di legname di piccolo calibro ecc.


10 Molfetta Domenico, I cramars in viaggio, in Ferigo Giorgio, Fornasin Alessio (a cura di), Cramars. Atti del convegno internazionale di studi Cramars. Emigrazione, mobilità, mestieri ambulanti dalla Carnia in età moderna, Arti Grafiche Friulane, Udine, 1997.


11 Facchin Stefano, A sbolognar la maroca… I Cròmer di Lamon, nomadi per mestiere, in Francesco Padovani (a cura di), Con la valigia in mano. L’emigrazione nel Feltrino dalla fine dell’Ottocento al 1970, Libreria Editrice Agorà, Feltre (BL), 2004.


12 Facchin Stefano, A sbolognar la maroca… cit.
13 Lo scapolare è una sorta di sopravveste, usata dai monaci, costituita da una striscia di stoffa, con un’apertura per la testa, che ricade sul petto e sulle spalle.


14 Facchin Stefano, A sbolognar la maroca… cit.


15 Cantarutti Novella, Emigrazione femminile e cultura tradizionale a Erto, in Atti dell’Accademia di scienze lettere e arti di Udine, v. 76, 1983.


16 Boz Nadia, Grossutti Javier, Protagoniste o comparse? L’emigrazione femminile dal Friuli, in Verrocchio Ariella, Tessitori Paola (a cura di), Il lavoro femminile tra vecchie e nuove migrazioni. Il caso del Friuli Venezia Giulia, Ediesse, Roma, 2009.


17 Dopéssa – Coprispalle per la gerla (Claut, Valcellina), vd. Pirona Giulio Andrea, Carletti Ercole, Corgnali Giovanni Battista, Il Nuovo Pirona. Vocabolario Friulano, Società Filologica Friulana, Udine, 2020.


18 Peressi Lucio, Folclore della Valcellina. Portatrici di ieri e di oggi, in Sot la nape, a.12, n. 3-4, 1960.


19 Canói – bacchette forate in cui inserire i ferri da maglia.


20 Frigotto Pier Paolo, Di casa in casa. I vecchi mestieri ambulanti nel Veneto, Cierre Edizioni, Sommacampagna (VR), 2012.


21 Mónega – scaldaletto. Incastellatura di legno atta a ospitare il braciere.


22 Cantarutti Novella, Emigrazione femminile e cultura tradizionale a Erto, cit.

8 marzo 2021, Festa della donna

10 storie di emigrazione femminile

Pubblichiamo in questa occasione dieci storie di donne bellunesi che hanno conosciuto l’emigrazione: chi quella temporanea e chi quella definitiva, qualcuna muovendosi entro i confini nazionali altre invece oltre, chi a seguito del marito e dei figli, chi in prima persona. Ognuna di loro è unica, come uniche sono la dedizione di queste donne per la famiglia e il lavoro, la determinazione e la forza nel sopportare le avversità e le sofferenze della vita. 


1. Maria Corso De Nando 

Maria Corso è nata a Pian del Vescovo di Lamon il 14 marzo 1905. Ancora giovane intraprese la strada dell’emigrazione recandosi per lavoro a Milano, poi in Germania e ancora in Svizzera, a Bellinzona. Nel 1940 sposò Romano De Nando di Arsiè ed insieme si spostarono nel Canton Uri. Nel 1942 nacque la loro figlia Marie-Louise. Due anni più tardi una fatale disgrazia le portò via il marito. Si trasferì quasi subito nel Cantone di Schwyz e nel 1950 ritornò a Erstfeld. Ha sempre lavorato come cuoca nelle mense per operai, soprattutto italiani. Rimasta sempre in Svizzera, è deceduta a Schattdorf il 12 agosto 1993.


2. Maria Flora Viezzer Dall’O 

Maria Flora Viezzer nacque a Peron di Sedico nel 1893. Nel 1914 sposò a Libano Antonio Dall’O’, del quale seguì sempre il destino; egli era dipendente della ditta Domenichelli. Nella sua vita Maria ebbe modo di dedicarsi in modo esemplare non solo agli otto figli (una dei quali religiosa in Sud America), ma anche agli altri, soprattutto ai poveri e agli ammalati. Nel 1927 si trasferì con la famiglia a Padova, dove dedicò il suo tempo libero al terzo ordine francescano con l’assistenza ai meno abbienti e ai sofferenti. Trasferitasi successivamente a Verona, svolse le stesse opere caritatevoli a servizio della parrocchia di San Pancrazio in Porto. Fu donna attiva e caritatevole anche presso l’Opera “Dame della Carità”, di cui era presidente, sempre in forma discreta e tempestiva. Morì l’8 novembre 1973 a Verona. 


3. Monica Fontana

foto si Maria Fontana con il suo negozio ambulante sulle spalle

Monica Fontana è stata una donna venditrice ambulante, una cròmera. Il suo viaggio per le vie della Svizzera è cominciato subito dopo l’ultima guerra mondiale. Percorse sei Cantoni e poi si stabilì in quello di Sciaffusa dove viveva con un nipote. Di là Monica pensava a suo marito, malato, e alla figlia che risiedevano a Belluno e regolarmente mandava loro i frutti delle sue fatiche. Era una camminatrice Monica, sempre portando sulle spalle il suo negozio volante tra i casolari sparsi. E con la merce portava il sorriso e la bontà degli italiani. Si ritirò solo quando la salute non le permise di continuare: chiuso con il commercio ambulante, decise di rimpatriare e di raggiungere i suoi cari per godersi insieme a loro le sue belle montagne. Molti hanno rimpianto mamma Monica e la sua bella figura di donna modesta, che va elogiata per la sua perseveranza e abnegazione. 


4. Maddalena Selle

Maddalena Selle era originaria di Tiser di Gosaldo. Fu nominata Cavaliere di Vittorio Veneto, una delle pochissime donne che hanno avuto questa onorificenza, una donna che la Grande Guerra non l’ha solo vissuta ma anche combattuta in qualità di portamunizioni: a soli 16-17 anni, portava nella sua gerla l’occorrente per far saltare le rocce teatro di guerra. Dopo il conflitto seguì il destino di molte donne agordine ed emigrò nella zona di Milano, rimanendovi per tanti decenni e dove si è formata una famiglia. Fu socia della Famiglia Bellunese di Milano, divenendo presto la sua beniamina. 


5. Angelina Zampieri

foto di Angelina Zampieri

Angelina Zampieri nacque il 28 dicembre 1898 a Visome di Belluno, figlia di Giuseppe e Teresa Trevisson, una coppia originaria di Polentes di Limana. Angelina apparteneva ad una famiglia povera e quando aveva solo sei anni lasciò famiglia, giochi ed amicizie, per andare in Francia, ospite di parenti. Qui rimase fino ai dodici anni quando era grande abbastanza per dare una mano nei lavori di casa e tornò in famiglia; dovette però rifare ben presto la sua povera valigia e ritornare in casa d’altri, stavolta in condizione di piccola serva, una cioda, come i trentini definivano le donne bellunesi. A Pove di Trento divenne domestica del falegname settantenne Bartolo Maggioli, l’uomo che si rivelò il suo aguzzino e che non tardò a minacciare la ragazza per soddisfare i suoi istinti maschili. Lei lo respinse sempre con decisione e riuscì anche a farsi cambiare di casa, ma lui decise di ucciderla. Lo fece con quindici coltellate sul pianerottolo della casa in cui la giovane prestava servizio. Era il 24 luglio 1913. Migliaia di concittadini presero parte al suo funerale; la salma fu inizialmente tumulata presso il cimitero di Trento, poi, nel 1972, i poveri resti furono portati a Limana. Da molti è considerata la Maria Goretti del Bellunese, dato che prima di morire perdonò il suo assassino chiedendo a Dio che lo accogliesse in Cielo. 


6. Luigia Angela Sacchet

Luigia Angela Sacchet nacque a Cesiomaggiore l’8 gennaio 1899. Quando il marito dovette partire per l’America, emigrò da sola per Biella per poter mantenere i suoi figli, provvisoriamente affidati ai genitori. Era il 1932. Trovò lavoro come balia. Ebbe cinque figli, due dei quali morirono giovani, seguiti dal marito, mai più rivisto. Si riunì con i figli a Biella dove visse e trascorse gli ultimi anni circondata dai suoi cari. Aveva una straordinaria forza d’animo che la sorreggeva nei momenti di dolore e nelle fatiche. Aveva sempre un sorriso e affetto per tutti. Morì a Biella il 23 settembre 1987, andando incontro alla morte con pace e serenità. 


7. Elena Boschet De Vallier

Foto di Elena Boschet che tiene in braccio la bisnipote Elena
Elena Boschet con la bisnipote, sua omonima

Elena Boschet è originaria di Celarda di Feltre; dopo due anni di lavoro presso l’ospedale cittadino, all’età di diciotto anni decise di emigrare in Svizzera, dove conobbe quasi subito Adelio De Vallier, originario di Laste di Rocca Pietore, emigrante nella zona di Neuchatel come operaio meccanico specializzato. Era il 1947. Si sposarono dopo un anno e dopo due ebbero la loro prima figlia, Diana, a cui fece presto compagnia il secondogenito, Walter. Dopo quattro anni in terra elvetica, Adelio decise di andarsene dall’Europa e raggiungere il Sudafrica, dove ottenne quasi subito un contratto di lavoro. Elena però era incinta e quindi decise di partorire prima il terzo figlio, Gianni, e di affrontare poi il viaggio da sola, senza il marito. Nel settembre 1958 Elena si imbarcò ad Amsterdam sulla nave Duncan con i tre figli per raggiungere il marito a Vanderbijlpark, città situata nella zona nordorientale del Paese. Qui si sistemarono inizialmente in una casetta in affitto ed Elena ricorda la felicità di vivere in un clima caldo, dove i bambini potevano giocare all’aria aperta per buona parte dell’anno. Dopo alcuni anni si trasferirono a Johannesburg, dove nacque l’ultimo figlio, Patrick. Per un certo periodo, quando i ragazzi cominciarono a frequentare l’università, Elena lavorò in un supermercato, dove era a capo del personale, costituito perlopiù da uomini e donne di colore, dai quali ha sempre avuto rispetto e collaborazione. Dopo più di quarant’anni di Sudafrica, nel 1999 Adelio e Elena decisero di tornare definitivamente a Laste, pur con l’intenzione di ritornare di tanto in tanto a Johannesburg, dove risiedono Walter e Gianni con le loro famiglie; Diana invece si è stabilita a Londra e Patrick a Brisbane, Australia. Purtroppo però, poco dopo il ritorno, Adelio si ammalò di un male incurabile che lo condusse alla morte. Tuttora Elena è in Sudafrica e la pandemia non le consente il rientro nel Bellunese; si gode l’ultima bisnipote, che porta il suo stesso nome. Dolcezza, umiltà e grande spirito di adattamento sono tratti caratteristici di questa donna straordinaria, un’altra espressione di laboriosità e dedizione alla famiglia, tipica della nostra emigrazione. 


8. Caterina De Martin Rosso

Caterina De Martin Martinon era originaria di Sedico, dove era nata nel 1848. Rimasta vedova del marito Giovanni Rosso, dopo pochi mesi lasciò il suo paese e la povertà che vi regnava e con i sette figli, tutti minorenni, emigrò verso il Brasile. Era il 20 dicembre 1888. Il figlio più piccolo aveva due anni, il maggiore venti ed aveva con sé la moglie diciassettenne, originaria di Barp. Si stabilirono nella zona di Criciuma, nello Stato di Santa Caterina, che raggiunsero da Laguna grazie al treno con uno dei primi viaggi sulla neonata linea ferroviaria. Ottenne inizialmente un unico lotto per sé e per i figli: qui costruirono la loro casa e vissero coltivando la terra. A Morro Albino, Caterina morì nel 1920.


9. Maria Cason Tonet

foto di Maria Cason, forse ventenne

Maria Cason nacque a Pren di Feltre il 14 settembre 1916, decima figlia di Giuseppe e Antonietta Buttol, i quali si erano conosciuti in Svizzera a fine Ottocento, entrambi emigranti. Giuseppe e Antonietta vissero per un certo periodo a Zurigo, dove ebbero i loro primi quattro figli, poi rientrarono a Pren; tra un figlio e l’altro Giuseppe continuò ad emigrare, dapprima in Svizzera e in Francia come muratore e poi nell’Agro Pontino per le bonifiche dell’epoca fascista. Anche i figli conobbero presto l’emigrazione, chi in “Tirol”, come si diceva allora, ciodet presso i contadini trentini, chi nell’edilizia, chi a servizio di qualche famiglia facoltosa della pianura. Maria partì a diciassette anni e la sua prima destinazione fu Milano, a servizio presso una famiglia del centro città. Il lavoro era duro, cominciava presto il mattino e finiva tardi la sera; solo la domenica pomeriggio aveva qualche ora libera. Teneva qualche soldo per sé, il resto lo spediva a casa. Di solito faceva il contratti di un anno o un anno e mezzo, poi finalmente faceva ritorno a casa per riabbracciare genitori e fratelli, quelli che c’erano. Si fermava un mese circa, poi ripartiva, con un altro contratto in mano. Anche se non si trovava bene come lavoro, cercava di tener duro almeno un anno, per timore che si dicesse che non aveva voglia di lavorare. Anche a distanza di tanti anni, Maria ricordava tutti i nomi dei datori di lavoro, dei quali conservava un bel ricordo. Tutte le sue amiche del paese sono partite per andare a servizio, molte sono ritornate, qualcuna ha trovato marito là. Nel ’49 si è sposata con Antonio Tonet. Dopo qualche anno a Pren, ha seguito il marito che emigrava come muratore stagionale in Svizzera; inizialmente lavorò come cameriera in un ristorante, poi prestò servizio presso una famiglia di Zurigo, occupandosi della casa e dei due figli della coppia. Nel 1961 rientrarono definitivamente in Italia e si sistemarono nella casetta che avevano costruito con tanti sacrifici. Maria morì a Pren il 27 aprile 2017. 


10. Orsolina Zatta Cecchin

foto di Orsolina Zatta

Orsolina Zatta nacque il 6 luglio 1923 a Tomo di Feltre, figlia di Umberto e Ida Marin. Dopo la seconda guerra mondiale, sperando in un futuro migliore al di là dell’oceano, decise di emigrare in Brasile con il marito Guerrino Cecchin e la figlia Rita. Si stabilirono nel Rio Grande do Sul, dove furono agricoltori per i primi quattro anni; poi Guerrino ebbe problemi agli arti inferiori, così decisero di trasferirsi nel centro urbano di Caxias, dove Orsolina fu impiegata nella fabbrica di tavole di compensato Gethal per quindici anni. In Brasile la coppia ebbe altre due figlie, Rosalba e Rosanna. Orsolina e Guerrino seppero mantenere anche in Brasile la loro cultura italiana, specialmente per ciò che concerne la religiosità e la cucina. Ambedue speravano un giorno di poter rivedere l’Italia: “la è dentro qua tel còr” diceva Orsolina riferendosi alla sua amata Patria. Nelle ore libere amava camminare e coltivare il piccolo orto, accontentandosi delle piccole cose. Con allegria, generosità e umiltà lasciò un esempio di vita per tutti. Morì il 3 febbraio 2012. 

A cura di Luisa Carniel

Franco Zannini

Nato a Sovramonte, dopo la guerra Franco Zannini era arrivato nel nord della Francia, doveaveva sposato un’emigrata lombarda, dalla quale aveva avuto quattro figli (una ragazza è impiegata al Parlamento Europeo). Egli era personaggio dalle molteplici attività, molto amato e conosciuto a Lexy per la sua disponibilità al dialogo con tutti. Lavorava in un laminatoio e nello stesso tempo faceva il corrispondente del giornale regionale, si interessava di sport e aveva fatto anche attività sportiva. Fu l’artefice del gemellaggio Lexy -Sospirolo e dei rapporti proficui con Longarone: scambi di studenti, visite reciproche, incontri sportivi tra squadre bellunesi e francesi hanno sempre visto Zannini in prima fila. Nonostante gli oltre trenta anni di permanenza in Francia manteneva uno stretto rapporto affettivo con la terra d ‘origine. E’ deceduto a soli 56 anni per un banale incidente stradale proprio mentre stava tornando dalla stazione dove aveva appena accompagnato un gruppo di ragazzi in partenza per Longarone, nel quadro degli scambi culturali che lo aveva visto protagonista a Lexy. In questa cittadina francese egli animava anche la Famiglia Bellunese dell’Est della Francia. Nel momento dell’estremo saluto, la chiesa di Lexy, pur essendo di grande capienza, risultò essere troppo piccola per contenere tutti gli amici venuti a rendergli un ultimo omaggio, un omaggio al loro amico, uomo di grande valore morale e di eccezionale dinamismo. La notizia della sua morte immatura destò profonda costernazione non solo a Lexy, ma anche a Longarone e Sospirolo ed in tutti gli ambienti dell’emigrazione bellunese ove contava numerosi amici. Memorabile è rimasta la sua immagine, davanti all’Altare della Patria, con il casco da minatore, nel corso del raduno mondiale a Roma del ‘73. Lo vogliamo ricordare cosi, sicuri che la stessa luce del casco da minatore sia quella che Franco Zannini ci ha lasciato insegnandoci come si fa ad amare la propria terra d’origine. 

Fonte: BNM n. 3/1880

Colle Mosè, primo presidente della Famiglia Bellunese dell’Est della Francia

Il 10 luglio 1979, all’età di 90 anni, è deceduto Mosè Colle. Era nato a Lentiai il 22 settembre 1889, bellunese di vecchio stampo, partito dal suo paese nel 1921, ha coraggiosamente trascorso la maggior parte della propria vita a Lexy (Francia), cittadina stretta in gemellaggio con Sospirolo. A Lexy Mosè ha lasciato un’impronta di laboriosità e di straordinario attaccamento al lavoro in una fabbrica della Società della Providence di Rehon, dove si è saputo conquistare l’affetto e la stima dei compagni e dei datori di lavoro. Oltre a questo, va segnalato che la sua porta è sempre stata aperta a tutti, ma il più grande piacere per lui era soprattutto, la visita dei Bellunesi, ai quali voleva molto bene. Vecchio combattente della guerra mondiale 1914-1918, era padre di sette figlioli; uno lo perse prematuramente ed un secondo che si chiamava Cleto ha trovato la morte gloriosa sul campo d’onore nella guerra d’Indocina. Quattro figli hanno vissuto nella cittadina di Lexy, e tre di loro, cioè Clio, Settimio e Jean-Marie dirigono una grande società di trasporti denominata «Fratelli Colle». 

Mosè Colle è sempre stato un entusiasta sostenitore della Famiglia Bellunese dell’Est della Francia, della quale fu il primo presidente. 

Fonte: BNM n. 11/1979