Category “Vite migranti”

Storie di emigranti bellunesi

Colle Mosè, primo presidente della Famiglia Bellunese dell’Est della Francia

Il 10 luglio 1979, all’età di 90 anni, è deceduto Mosè Colle. Era nato a Lentiai il 22 settembre 1889, bellunese di vecchio stampo, partito dal suo paese nel 1921, ha coraggiosamente trascorso la maggior parte della propria vita a Lexy (Francia), cittadina stretta in gemellaggio con Sospirolo. A Lexy Mosè ha lasciato un’impronta di laboriosità e di straordinario attaccamento al lavoro in una fabbrica della Società della Providence di Rehon, dove si è saputo conquistare l’affetto e la stima dei compagni e dei datori di lavoro. Oltre a questo, va segnalato che la sua porta è sempre stata aperta a tutti, ma il più grande piacere per lui era soprattutto, la visita dei Bellunesi, ai quali voleva molto bene. Vecchio combattente della guerra mondiale 1914-1918, era padre di sette figlioli; uno lo perse prematuramente ed un secondo che si chiamava Cleto ha trovato la morte gloriosa sul campo d’onore nella guerra d’Indocina. Quattro figli hanno vissuto nella cittadina di Lexy, e tre di loro, cioè Clio, Settimio e Jean-Marie dirigono una grande società di trasporti denominata «Fratelli Colle». 

Mosè Colle è sempre stato un entusiasta sostenitore della Famiglia Bellunese dell’Est della Francia, della quale fu il primo presidente. 

Fonte: BNM n. 11/1979

Giovanni Alfonso Baiocco, maestro del ferro battuto

Giovanni Baiocco nacque a Lentiai nel 1904. Fu a Monza dove ebbe una rigorosa formazione artistica attraverso l’alternanza tra l’indispensabile esercizio pratico e regolari studi teorici; qui ottenne il diploma di maestro d’arte, per poi specializzarsi nella lavorazione del ferro sotto la guida del maestro Alessandro Mazzucotello, lo stesso che guidò al successo il feltrino Carlo Rizzarda. Poco più che ventenne si trasferì in Argentina, precisamente a Buenos Aires, dove si fece presto conoscere come “quello del ferro battuto” e dove aprì un negozio in Avenida Cordoba, che chiamò “La bottega del ferro”. Le sue opere venivano regolarmente acquistate sia dagli argentini come dai membri della collettività italiana. Nel 1970 un grande settimanale argentino gli dedicò un importante servizio giornalistico, dove si mise in luce che nella sua formazione culturale trovò ampio spazio la storia dell’arte e che quindi egli conosceva e cercava di spaziare negli stili delle diverse epoche, anche se dimostrava una particolare simpatia per il rinascimento spagnolo. 

Giovanni Alfonso Baiocco fu membro di molte istituzioni benefiche e associazioni; inoltre faceva anche parte della “Bellunese”. Morì a Buenos Aires nel 1981, dopo più di cinquant’anni di emigrazione.

Fonte: BNM n. 3/1970 e n. 3/1881

Antonio e Elvira Australia De Francesch

Antonio De Francesch e la moglie Elvira Australia Chiesura, scomparsi rispettivamente nel 1881 e nel 1882, sono stati per tanti anni la coppia più anziana e più benvoluta della zona dei Coi de Pera, in comune di Ponte nelle Alpi. Nel 1979 riuscirono persino a festeggiare le nozze di diamante. Erano persone molto conosciute e stimate, con la loro bella storia di emigrazione alle spalle. Antonio, chiamato “de Australia” in onore alla moglie, nacque nel 1892 e, con la partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, gli fu conferito il titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto. Fu poi emigrante per lunghi anni in Europa e in Sudamerica, con la qualifica di operaio. La moglie Elvira Australia (si dice che questo nome le sia stato dato nel ricordo dell’unico continente che il padre, emigrante, non aveva avuto modo di conoscere) era nata a Pittsburg, negli Stati Uniti, da genitori bellunesi e si era trasferita in Italia all’età di undici anni. Antonio ed Elvira ebbero otto figlie, che lei accudiva a Col di Cugnan mentre lui era all’estero per lavoro. Una di queste, Ausilia, ha seguito pure lei la via dell’emigrazione e si è trasferita in Argentina. I numerosi discendenti di Antonio e Elvira si ritrovano quasi annualmente per esprimere riconoscenza e gratitudine a questa coppia di anziani, alle figlie ed ai generi, per i valori che hanno saputo tramandare: dedizione al lavoro e alla famiglia, fede e altruismo, condivisione delle gioie e sopportazione del dolore nelle difficoltà della vita. 

Fonte: BNM n. 4/1881 e n. 4/1882

Benedetta Casanova Fuga, vedova Zannantonio

Nacque a S. Pietro di Cadore il 18 marzo 1898. Le fu concessa l’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto in qualità di “portatrice” durante il primo conflitto mondiale sul fronte dell’alto Cadore. Fu madre di cinque figli, uno dei quali, Stefano, deportato politico in Germania. Nel 1949 Benedetta lasciò la sua terra natale per raggiungere il marito e i figli in terra di Francia, esattamente ad Altkirch (Alto Reno). Nel 1956 perse il marito in un incidente stradale. 

Ogni estate passava le sue vacanze tra Casamazzagno e Costalta, ove aveva tanti ricordi e con gli amici rievocava, con invidiabile precisione, le note belle e anche quelle brutte. Al suo rientro in Francia, durante i lunghi mesi di permanenza colà, pregava il buon Dio perché la conservasse in salute e le desse la possibilità e la forza di rivedere il suo paese natale e riabbracciare parenti ed amici. 

Fonte: BNM n.5/1978

Guido Dal Farra

Nato il l° agosto del 1924 a Faverga, un sobborgo alle porte di Belluno, Guido Dal Farra era scampato al turbine della seconda guerra mondiale quasi per miracolo. Pochi giorni dopo la chiamata alle armi, nell’agosto del ’43 l’esercito italiano si sfasciò e Guido ritornò a casa; per pochi giorni, però. Per evitare il pericolo di rastrellamenti si rifugiò sulle montagne, da lui ben conosciute Dolomiti bellunesi, vivendo alla macchia, sfuggendo agli agguati del nemico della Patria, ribelle a impugnare un’arma per lottare contro i fratelli. Passata la bufera della guerra emigrò in Francia, in cerca di lavoro per le sue braccia robuste; e dalla Francia, nel 1949, emigrò in Argentina. Qui, a San Carlos de Bariloche, c’era suo padre, Vittorio, già valoroso bersagliere della prima guerra mondiale. Era giunto a Bariloche verso il 1931, epoca della crisi mondiale, seguendo le orme del pioniere e compaesano Primo Capraro. In Italia aveva la- sciato la moglie e sei figli con la promessa di chiamarli appena sistemato; la crisi però era in tutto il mondo e alla moglie e ai figli bisognava, e lui voleva, preparare un futuro decente. Quando sembrava che tutto fosse a posto, ecco la seconda guerra mondiale e tutto andò a rotoli. Nel 1949 quando Guido, con il fratello Ugo, arrivò a Bariloche, c’erano molti bellunesi ed erano molti i cognomi bellunesi: De Col, Dal Cin, Dal Pont, De Cian, De Min, De Pellegrini, Dalla Gasperina… e il dialetto veneto era famigliare anche agli argentini residenti. Guido, e anche i fratelli che lo raggiunsero fino a completare la famiglia, si climatizzò subito e, soprattutto, incominciò a lavorare sfogando così quella voglia immensa di esser utile che sempre lo attanagliò. Quando, nel 1955, si costruì la nuova sede dell’Associazione italiana di Mutuo Soccorso “Nueva Italia” lui e i fratelli erano sulla breccia, imbrattati di calce e cemento, cazzuola in mano, a tirar su pareti. Poi entrò nella ditta «Falaschi Construcciones », italiana, meritandosi un posto di fiducia e di responsabilità. Intanto si era sposato (nel 1957) e il matrimonio con la connazionale Bruna Filipuzzi, una friulana tutto cuore e spirito, fu rallegrato da una bella coppietta, ora già matura: Livio e Silvana. Con il fratello Ugo costruì pure, informa, diciamo così, individuale, un civettuolo alberghetto, il «San Marco», quasi in pieno centro de Bariloche, alberghetto che è gestito dalla signora e dalla cognata Maria. Tutto sembrava che andasse a gonfie vele quando una «sorella» che tutti temiamo e rispettiamo, entrò di sotterfugio, lo chiamò prepotentemente e lo portò via con sé. A 59 anni, se ne è andato, rapito precocemente, colpito da un infarto cardiaco. Giovane ancora, allegro, simpatico: la sera prima era stato con gli amici, in allegra compagnia, alla sede dell’Associazione Italiana, gaio e sorridente. I funerali furono una apoteosi, se così possiamo dire, di condoglianza e di dolore. Era il 19 dicembre 1883 e si sentiva già nell’aria odore di presepi e melodie di cornamuse. 

Fonte: BNM n. 3/1884