Category “Vite migranti”

Storie di emigranti bellunesi

I De Toffol in Brasile

di Adelino Detofol

La famiglia De Toffol (che con le variazioni intervenute nel corso del tempo si può trovare scritta anche come Detofol o Detoffol), ha le proprie origini nel Comune di Sedico, ed è radicata in Brasile da oltre centotrent’anni.

La storia brasiliana iniziò con Nicolò De Toffol, nato il 25 agosto del 1852 a Sedico. Assieme alla moglie Luigia Sabedot e al figlio maggiore Fiorello, Nicolò arrivò in Brasile il 12 gennaio 1886, nella città di Rio de Janeiro, con destinazione finale la città Dona Isabel, nel Rio Grande do Sul.

Nicolò lasciò in Italia il padre Sebastiano e la madre Caterina Triches, oltre alle sorelle Domenica, Maria Filomena e Maria.
In Brasile, Nicolò e Luigia ebbero altri sei figli: Sebastiano, Manoel, Vitório, Catherina, Antonieta e Páscoa.

Nello stato di Rio Grande do Sul, Nicolò lavorò come contadino e lo stesso fecero in seguito i suoi figli. Arrivato dall’Italia, infatti, acquistò assieme a un compagno – anch’egli originario di Sedico, che si chiamava Giussepe Barp -, un pezzo di terra a Travessão Martins. Nicolò il lotto numero 15, Giuseppe il numero 16.

Con il loro lavoro riuscirono ad avere successo e a pagarsi, nel 1893, quei pezzi di terra. Nicolò morì a Flores Da Cunha il 9 giugno del 1907, a 55 anni, per causa naturale. Sappiamo che all’epoca la moglie Luigia era ancora viva, ma non sappiamo quando è morta.

Il 29 ottobre del 2016, nella città di Chapecó (Santa Catarina), i discendenti brasiliani di Nicolò hanno celebrato il loro primo raduno, giungendo numerosi da diverse parti del Paese. Il raduno ha rappresentato una vera “pietra miliare” nella storia della famiglia.

Di qua e di là dell’oceano

di Luisa Carniel

Giacomo Cassol nacque a Pullir di Cesiomaggiore il 18 giugno 1879, figlio di Felice e Teresa Perenzin. Verso la fine dell’Ottocento, la famiglia Cassol si trasferì nel paese di Rasai di Seren del Grappa, dove erano mezzadri; qui Giacomo conobbe Maria Domenica Corso, che sposò nel 1900. Maria era nata a Rasai il 24 febbraio 1882 e, avendo perso ambedue i genitori quando ancora era piccolissima, era stata cresciuta da una zia.

Fu Giovanni, classe 1869 e fratello maggiore di Giacomo, ad aprire la strada per gli Stati Uniti e lo fece già nel 1903, dirigendosi, assieme ad un nutrito gruppo di serenesi, a Pocahontas, West Virginia. L’anno seguente, a tre mesi di distanza l’uno dall’altro, emigrarono prima il fratello Giuseppe, nato nel 1874, e poi Giacomo, che lasciò a Rasai la moglie Maria con i tre figli, Giacomina, Antonio e Angelina. Giacomo trovò lavoro nella costruzione della ferrovia, sempre nello Stato della West Virginia e due anni dopo la moglie lo raggiunse, portando con sé la primogenita.

Vivevano in una delle baracche messe a disposizione dalle ferrovie e, per aumentare le entrate della famiglia, Maria gestiva una taverna, dove la sera faceva la cena agli operai senza famiglia al seguito, aiutata nel servizio dalla piccola Giacomina. In America nacquero altri due figli: Virginia, che deve il suo nome allo Stato che accolse i genitori, e Quinto, nato nel 1910 a Nolansburg, nel Kentucky dove si erano trasferiti.

Due anni più tardi tutta la famiglia ritornò in Italia, dove rimase però per soli due anni, perché fu di ritorno – ancora nel Kentucky – qualche mese prima dello scoppio della Grande Guerra. Nel frattempo, nel 1913 era nato Vittorio e subito dopo la madre era andata a fare la balia da latte a Milano, lasciando il piccolo presso una famiglia di Porcen. Nel 1916, in terra americana nacque Pietro e due anni dopo la famiglia rientrò definitivamente a Rasai, dove venne alla luce l’ottavo e ultimo figlio, Roberto. 

Giacomo Cassol successivamente emigrò in Libia con il figlio maggiore, entrambi furono impiegati nell’edilizia; Giacomo morì nel 1933. La moglie Maria, rimasta vedova a soli cinquant’anni, si trasferì allora a Milano per riprendere il lavoro di balia, questa volta asciutta, rimanendo nella città meneghina per più di vent’anni e facendo crescere diversi rampolli della buona società milanese; morì a Rasai all’età di settantadue anni. 

Quinto Cassol, figlio di Giacomo e Maria, ritornò a Berkley, Virginia, nel 1929; sposò una certa Helen e per molti anni non diede notizie di sé alla famiglia. 

Giacomina Cassol, primogenita di Giacomo e Maria, in Virginia conobbe Pietro Peraldo, un ingegnere originario di Biella, che sposò giovanissima e al quale diede tre figli. Il rapporto non durò molto e nel 1925 Giacomina rientrò in Italia, portando con sé i figli; si stabilì a Roma, dove faceva l’interprete.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, non volendo che i figli vi partecipassero, mandò i due maschi, Dante e William, dal padre in Virginia. La cattiva sorte, però, spezzò presto le loro vite: il più giovane morì per un’intossicazione alimentare mentre l’altro, William, fu vittima di un attentato a Berlino nel 1948; è sepolto nel cimitero di Arlington e gli è stata conferita una medaglia per meriti di guerra.

Pietro Cassol, penultimo figlio di Giacomo e Maria, emigrò definitivamente in Francia, mentre il fratello Roberto nel 1941 partì volontario per la campagna di Russia, morendovi però due anni più tardi.

L’emigrazione caratterizzò anche i numerosi nipoti di Giacomo e Maria, tra cui Elena: ma questa sarà un’altra storia da raccontare.

West Virginia, la famiglia Cassol.
Maria Corso, balia a Milano, assieme alla famiglia Brambilla, presso la quale lavorava.

La traiettoria della famiglia De Bona Sartor

di Gil Karlos Ferri

Premessa
Questo articolo propone una contestualizzazione storica dell’immigrazione italiana a Urussanga attraverso l’analisi della traiettoria della famiglia De Bona Sartor. Il periodo di riferimento va dalla seconda metà del XIX secolo, al tempo della Grande Emigrazione italiana, alla prima metà del XX secolo, con il cambiamento dei costumi di Matteo e Domenica De Bona Sartor a Urussanga. Per ricostruire questa storia sono state utilizzate diverse fonti: atti di nascita, di matrimonio e di morte, storie di famiglia, alberi genealogici, fotografie, interviste e dati antropologici. Come ogni narrazione storica, il recupero di una traiettoria familiare sarà sempre incompleto. Tuttavia, riscoprire la storia di vita degli antenati può essere una strategia per comprendere la nostra evoluzione come soggetti sociali. Gli studi genealogici e riguardanti le abitudini del passato rivelano adattamenti e innovazioni nelle dinamiche familiari, e possono lasciare in eredità l’ispirazione per cercare migliori condizioni di vita.

Famiglia De Bona Sartor: una traiettoria italo-brasiliana
Oltre agli studi genealogici, la traiettoria di una famiglia può aiutare nella comprensione dei processi storici più ampi. Nel caso di immigrazione e colonizzazione, le fonti di famiglia sono fondamentali per comprendere questo fenomeno così diffuso, ma allo stesso tempo particolare.

La famiglia De Bona Sartor ha le sue origini nella frazione di Igne (Longarone). Secondo i registri parrocchiali presenti a Belluno, gli antenati di questa famiglia hanno vissuto a Igne a partire almeno dal XVI secolo. Il cognome De Bona deriva da bona, femminile di bono, che significa buono. Sartor è una variazione dialettale di Sartore, che viene dal Sartoris latino. In generale si riferisce alla sartoria.

Matteo De Bona Sartor, punto di partenza per tracciare la storia della famiglia venuta dall’Italia in Brasile, nacque a Igne il 18 aprile 1843. Era figlio di Antonio e di Maria Bratti, di famiglia contadina. Sposò Domenica Damian il 9 aprile 1866. Ebbero sei figli nati a Longarone: Giuseppe, Francesca, Maria, Antonio, Maddalena, Cattarina, e due nati a Urussanga: Giovanni e Giacoma. Vista la complicata situazione socio-economica del periodo, Matteo e Domenica, con i figli, seguirono il destino di migliaia di italiani, decidendo di emigrare in America.

Partirono dal porto di Genova con la nave “Baltimora” e arrivarono a Rio de Janeiro il 13 febbraio 1880. Il giorno seguente la nave Rio Negro li guidò a Santa Catarina. La famiglia si stabilì in una colonia sulla linea Rio Maior, nel nucleo di Urussanga: colonia di Azambuja.

Il 13 luglio 1890, dopo la morte della prima moglie, Matteo sposò Maria Feltrin Cesconetto, che morì il 4 giugno 1921 nella località di Rio Maior, a 78 anni di età.

La narrazione continua con la traiettoria del figlio maggiore di Matteo e Domenica, Giuseppe. 
Giuseppe De Bona Sartor nacque a Igne il 17 novembre 1866. Emigrò a Urussanga nel 1880, dove nel 1885 sposò Emília Tramontin. Da questa unione nacquero tredici figli: Luigi, Domenico, Domenica, Elisabetta, Matteo, Angelo, Maria, Luiza, Lucas, Clementina, Joana, Diamantina, Amadeo.

Alla fine del XIX secolo, la famiglia di Giuseppe De Bona Sartor, proveniente da Rio Maior, fu una delle prime famiglie a stabilirsi nella regione di Sant’Anna del Alto Rio Carvão (Fiume Carbone), che attualmente si chiama Santaninha.

Dal 1940 i matrimoni inter-etnici e le migrazioni mutarono in molti modi i rapporti della famiglia De Bona Sartor in Brasile. I discendenti di Giuseppe ed Emilia, così come i loro parenti, cercarono un’ascesa socio-economica nei centri urbani come Criciúma e Tubarão. Alcuni migrarono nelle zone di montagna, nelle regioni di São Joaquim, Lages e Anita Garibaldi, altri si spostarono negli stati di Paraná e Rio Grande do Sul. Da questo periodo in poi, le nuove generazioni ampliarono la genealogia della famiglia, diversificando mestieri e costumi.

Matteo De Bona Sartor e Maria Feltrin Cesconetto. Urussanga, primi anni del ‘900.
(Collezione Claudia Maccari De Bona Sartor. Anita Garibaldi, SC, Brasile)

La famiglia di Giuseppe De Bona Sartor e Emilia Tramontin. In piedi, da sinistra a destra: Matteo, Domenico, Elizabetta, Domenica, Luigi e Angelo. Seduti: Lucas, Giuseppe, Diamantina, Emilia, Amadeo, Joana e Maria. Sant’Ana do Alto Rio Carvão, Urussanga, SC, Brasile. Anno 1914.
(Collezione Claudia de Bona Sartor. Anita Garibaldi, SC, Brasile)

La figlia di Festus

di Giacomo Alpagotti

Ogni tanto riguardo le fotografie dei posti dove ho vissuto nel mio peregrinare per lavoro. Una in particolare mi riporta alla mente tanti ricordi: la foto di una bambina nigeriana, la figlia di Festus Parlamonte.

Festus era l’impiegato dell’officina, registrava e teneva in ordine i carteggi delle comande e dei lavori eseguiti. Lo conoscevo da quando ero arrivato al Terminale di Brass.

Ogni tanto parlavamo e mi raccontava che c’erano dei giorni in cui la sua famiglia non aveva nulla da mangiare. Un giorno mi raccontò che il figlio più vecchio si era messo a mangiare terra. Il suo datore di lavoro a volte ritardava anche mesi con la paga.

Io a tutte queste storie non davo molto peso. Tra me dicevo: «È il solito sistema per spillare quattrini». A volte gli davo qualche naira, ma non credevo del tutto a quanto mi raccontava.

Poi, quando iniziarono i montaggi su una piattaforma a quaranta chilometri dalla costa, l’ufficio manutenzione mi delegò come tecnico in aiuto al personale del montaggio. Il mio compito era quello di procurare il materiale per l’esecuzione dei lavori, nel magazzino centrale o nel mercato locale di Port Harcourt.

Quando finirono i lavori di montaggio, tutta la squadra sarebbe rientrata in Italia. Non essendo mai stati a terra, non avevano nessun ricordo da portare, così mi chiesero se da Brass riuscivo a procurare loro dei tronchetti dell’albero della felicità. Chi mi sarebbe stato d’aiuto a tale scopo? Pensai subito a Festus.

Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno l’elicottero mi scaricò a Brass. In officina trovai Festus e gli spiegai quale fosse il mio problema. Lui mi disse: «Questa sera dopo le cinque vieni a prendermi a casa mia e assieme vediamo di recuperare quanto ti serve».

D’impulso, rendendomi conto che molto probabilmente quel giorno non avevano mangiato niente, nel piccolo negozio lì vicino comperai un po’ di biscotti…


In attesa che arrivasse l’ora, mi ritirai in camera mia e iniziai a pensare a tante cose, tra queste anche a Festus. Era una persona mite, sempre disponibile ed educata.

All’ora stabilita, mi recai da lui. Quando Festus uscì di casa, assieme uscirono i suoi familiari, moglie e figli. Quando vidi i figli, rimasi colpito per la loro magrezza. Mi sembravano due cerini, con la testa grossa e il corpo sottile.

Non ebbi parole. Nel mio intimo mi vergognai di me stesso per non aver mai prestato fede a quanto Festus mi raccontava e come uomo provai una profonda pietà per quella famiglia.

D’impulso, rendendomi conto che molto probabilmente quel giorno non avevano mangiato niente, nel piccolo negozio lì vicino comperai un po’ di biscotti, ma non volli comperare tante cose, anche per non umiliare la famiglia.

Il recupero dei tronchetti fu una cosa abbastanza semplice. A Festus quella sera diedi qualche naira. Il mio pensiero fisso era cosa potevo fare per aiutare la sua famiglia.

Decisi così di portargli la mia prima colazione. Dalla mensa, preparai una bella pila di pane con burro e marmellata e diverse uova sode. Quando Festus le prese quasi gli venne da piangere e mi disse: «Con questo noi mangiamo sia per pranzo che per cena». Poi gli chiesi quanto fosse l’ammontare del suo salario e mi disse che erano duecento naira al mese.

Gli dissi che gliele avrei date io. «Finché mi sarà possibile te li darò, così anche se il tuo datore di lavoro non ti paga potrai essere tranquillo».
Continuai ad aiutarlo fino al mio rientro definitivo in Italia.

Giovanni e Angela, tenacia e coraggio

di Marilse Ramos

Giovanni Andreani nacque nel 1870 a Valmorel. Era figlio di Angelo e Antonia De Bona.
Angela Prade – in Brasile chiamata “nonna Andoleta” – nacque invece a Castion il 18 ottobre 1873, figlia di Francesco e Maria De Dea.

Quando con i genitori attraversarono l’Atalantico per arrivare in Brasile su una nave carica di immigrati, Giovanni e Angela erano bambini di quattordici e dodici anni. Sbarcarono a Florianopolis, Santa Catarina, e da qui le famiglie furono dirette a Guaricanas, all’epoca colonia di Blumenau. Il padre di Angela prese possesso del lotto n. 183, sulla riva sinistra del fiume Itajaí Açú; quello di Giovanni del lotto n. 26. Nel 1895 Giovanni e Angela si sposarono.

Nel corso degli anni Giovanni decise di acquistare un lotto coloniale situato dove oggi si trova il comune di Rio do Sul, nel luogo conosciuto come Valada Itoupava. Le strade erano precarie e dovette farsi largo in mezzo alla foresta per preparare il terreno alla coltivazione e costruire una nuova dimora. In uno dei suoi viaggi si ammalò e morì, lasciando Angela vedova con sei giovani figli: Maria Antonia di dodici anni, Pierina di dieci, Giovanni di sette, Anna di cinque, Amabile di tre e Palmira di due.

Dopo essere rimasta senza marito, “nonna Andoleta” diede grande dimostrazione di forza e coraggio. Le difficoltà erano tante: vedova, contadina, con bimbi piccoli e per lo più femmine. Il peso era davvero grande, tanto più che la terra di cui disponeva era poco fertile e difficile da coltivare, e l’area attorno era densamente abitata da indigeni, che i coloni chiamavano “selvaggi”.

Allora cominciò a lasciare porzioni più abbondanti di polenta, così che i suoi visitatori notturni potessero dilettarsi…

I conflitti non erano rari, anche se Angela ebbe sempre con gli indiani un contatto pacifico. Inizialmente vennero di notte, per spiare attraverso le fessure delle tavole di cui era fatta la casa. Angela sparò alcuni colpi con una vecchia pistola a canna che apparteneva a Giovanni e gli indiani si allontanarono. 

Ma in seguito fecero ritorno e Angela notò che quando arrivavano di notte raschiavano la polenta rimasta nel paiolo appeso fuori. Allora cominciò a lasciare porzioni più abbondanti di polenta, così che i suoi visitatori notturni potessero dilettarsi. Probabilmente questo gesto le guadagnò una certa simpatia tra gli Indios. La figlia Anna ricordava che quando erano nei campi, ai margini del bosco, era molto comune sentire le voci degli indiani pronunciare perfettamente i nomi di tutti i membri della famiglia.

Stancatasi del terreno sterile dei Guaricani, Angela andò a Rio do Sul per tentare la fortuna sulla terra che suo marito Giovanni aveva acquistato poco prima di morire. Partiti su un carro seguendo le rive del Rio Itajaí Açú, attraversarono il fiume e portarono tutto nella nuova proprietà.

Come è noto, gli immigrati furono di fatto lasciati al proprio destino, senza protezione e attenzione da parte delle autorità, per le quali erano come inesistenti. Non fu facile. Dopo aver attraversato tutte queste vicende, Angela Prade terminò il suo eroico viaggio di vita il 27 agosto 1948. Aveva 74 anni.

Giovanni e Angela