Category “Storie”

«La mia ultim’ora è suonata, mai usirò vivo da questa tomba». Il disastro della miniera di Cherry raccontato da uno dei sopravvissuti

«Ritiratisi che fummo un poco al sicuro e dove laria si poteva respirre si siamo ammucchiati tutti in un cerchio si parlava come questo era succeduto si domandavano uno con l’altro da dove era stato il fuoco incominciato. Nssuno di noi minatori lo sapeva solo il Caporale di notte a nome George Eddy disse: Mi è stato detto che il fuoco a’ incominciato da una Balla di fieno cioè vi erano sei balli di fieno in un carro e una di queste attaccò fuoco ma non so’ come Allora tutti speranzosi perché nessuni di noi credeva che una Balla di fieno in fiamme potesse fare tanta tanta strage».

Il racconto è di Antenore Quartiroli, emigrato di Boretto, Reggio Emilia. La strage è quella avvenuta a Cherry, piccolo villaggio nella contea di Bureau (Illinois) che al censimento del 2010 contava 482 abitanti. Quel piccolo villaggio fu nel secolo scorso teatro di uno dei più grandi disastri minerari nella storia degli Stati Uniti.

È il 13 novembre del 1909, un sabato. Il turno di lavoro comincia come sempre alle sette del mattino. Tutto regolare, fino a quando un corto circuito fa saltare l’impianto di illuminazione. È l’inizio di un disastro. Per vincere il buio di gallerie e pozzi vengono accese diverse torce a olio e ad acetilene. Più tardi, verso mezzogiorno, nel secondo livello della miniera viene portato un carico di balle di fieno. Servirà a nutrire i muli che trascinano verso l’alto i vagoni pieni di carbone. La tragedia è in agguato. In prossimità del pozzo di areazione una delle torce cade sul carico e scatena un incendio. Il legname che sostiene le gallerie fa da conduttore e le fiamme in poco tempo si propagano. All’una scatta l’allarme: bisogna mettersi in salvo. È quello che provano a fare Antenore e i suoi compagni.

«Il tempo passava e il fumo sempre si avicinava a noi e manmano che questo si avanzava noi sempre più indietro si ritirava. Verso le ore 7 sempre del medimo giorno pareva che il fumo fosse sparito, noi tutti gioiosi abbiamo detto: adesso andiamo fuori ma Uno di noi disse: Cari compagni la mia consolazione sarebbe che tutti andassimo fuori salvi ma ancora non lo credo. Infatti fatti alcuni passi, fumo non ve neva più ma l’aria ossigenata era cosi forte che qualunque uomo non poteva resistervi più 5 minuti».

Si prova per un’altra via, ma i cunicoli sono orami diventati una trappola.

«Passato che abbiamo il 7 Nord – prosegue la testimonianza – si siamo incamminati giù per la strada del Nord Vest dopo 5 minuti che si camminava sentii una voce che disse: Anche qua c’è il Black Damp (aria ossigenata) non si più andare avanti al sentire quelle parole un grido di terrore corse di bocca in bocca e chi si avesse visto in quel momento nessuno arrebbe conosiuto in noi al nostro sguardo gente umana».

Via via che il fumo si propaga, il lumicino delle speranze si fa sempre più flebile.

«Ormai la via d’usita era chiusa da ambo le parti da quest’aria ossigenata non rimaneva altro che rassegnarsi andare dove l’aria era meglio e aspettare che qualche d’uni dal di fuori venissero in nostro soccorso prima della nostra morte».

Le giornate passano. I superstiti sono una ventina, stremati da fatica, fame e sete. Si trascinano a stento per cercare un po’ d’acqua. Impossibile resistere, tanto che Antenore decide di lasciare uno scritto per la moglie:

«Cara Erminia sono sicuro che la mia ultim’ora è suonata e che mai usirò vivo da questa tomba. Non pensare alla mia morte perché credo di fare una morte dolce. Scriverai alla mia sfortunata madre e fratelli e gli dirai la mia triste fine altro non ho da dirti che di educare il nostro figlio meglio che puoi, e quando sarà grande gli dirai che aveva un padre onesto. Direi arrivedersi ma non posso che dire addio per sempre. Un Bacio Antenore».

Trascorrono otto giorni. Incredibilmente Antenore e alcuni colleghi sono ancora in vita. Con le ultime energia rimaste e con la forza della disperazione tentano il tutto per tutto: abbattono il muro e provano a raggiungere l’uscita. Imboccata la strada giusta cominciano a giungere le voci dei soccorritori impegnati a recuperare i cadaveri delle vittime: ben 259, di cui 65 italiani. Nessuno immagina ci possano essere ancora delle persone in vita. E invece ci sono e alle due del pomeriggio di sabato 20 novembre vengono tratte in salvo.

«Appena sortito mi condussero in un treno speciale – ricorda Antenore, ormai scampato alla fine – la erano letti pronti, doctori da ogni parte, Suore Monache, infermieri, medicine, Giornalisti, Soldati e tanti altri che io non ricordo… I Giornalisti volevano sapere come abbiamo fatto a campare 8 giorni senza mangiare I Dottori domandavano come si sentiva un’altro domandava un’altra cosa io invece li mettevo tutti pari domandavo solo qualche cosa da bere e guardavo sempre dal finistrino se vedevo qualche d’uno dei miei cari Vedevo Solo degli amici che salutavano con la mano chi con la testa vi era pure Panizzi Elenterio un mio compaesano che mi disse da lontano che appena ludii. Anche questa lai passata bella».

Il racconto dei terribili otto giorni di Antenore e degli altri sopravvissuti è contenuto in un libretto che Tarcisio Bombassaro – tramite Gianluigi Bazzocco, presidente della Famiglia Ex emigranti di Fonzaso – ha consegnato al Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia”. Digitalizzato e disponibile per la consultazione sul sito di Aletheia, il libretto offre una lucida testimonianza sul disastro di Cherry.
Una delle tante pagine dimenticate della nostra storia recente.

ROBA DA CIÒDE: DONNE ALLA VENTURA. L’emigrazione delle donne bellunesi nel Trentino

Foto di gruppo di ciòde (o ciodéte): le giovani donne bellunesi impiegate come braccianti o domestiche stagionali in Trentino. Il nome deriva probabilmente dal loro uso di scarpe chiodate (Archivio Associazione Bellunesi nel Mondo)

“Mi a nove ani ò cognést ‘ndar a Trento a laoràr sot parón. I me ciaméa la matelòta” (Io a nove anni sono dovuta andare a Trento a lavorare sotto padrone. Mi chiamavano tosatèla). A parlare è la mia nonna paterna che, rivolta a noi nipoti, generazione fortunata, ci ricordava, a guisa di benevolo rimprovero per qualche nostro atteggiamento un po’ monello, la triste esperienza dell’emigrazione conosciuta in così tenera età. La nonna ci raccontava che con i suoi padroni, tutto sommato, si era trovata bene ma, per molte compagne che condividevano la sua stessa condizione, non è sempre stato così, anzi!

Il fenomeno delle Ciòde, pur avendo interessato anche bambini d’ambo i sessi, è da considerarsi una forma d’emigrazione principalmente femminile, che ha visto, a cavallo fra XIX e XX secolo, frotte di contadine bellunesi raggiungere le floride campagne della Val d’Adige per svolgervi lavori di bracciantato agricolo. Data la natura dell’impiego, il periodo di assenza da casa andava dalla primavera all’autunno, seguendo, come le rondini, i ritmi delle stagioni.
Tale flusso di manodopera femminile era per lo più determinato, come già quello maschile, dalle misere condizioni in cui viveva la maggior parte della popolazione, una vita di stenti e di privazioni. L’aspettativa era quella di migliorare le proprie condizioni di vita mirando, nel contempo, a raggranellare qualche soldo con cui concorrere al sostentamento del nucleo familiare e magari, per le nubili, farsi la dote. Ciò non si poteva pretendere per i bambini, la cui permanenza fuori casa rispondeva spesso all’avvilente necessità di avere, almeno per un certo periodo, una bocca in meno da sfamare. Il fatto che la domanda dei possidenti del Trentino si rivolgesse al genere femminile è verosimilmente da attribuire al suo minor costo sul mercato del lavoro e dal fatto che le Ciòde si dimostrarono, per lo più, delle lavoratrici instancabili e versatili.

Il reclutamento veniva in genere gestito da una donna del paese che si occupava anche dei viaggi, sia di andata, sia di ritorno; i bambini erano solitamente affidati a Ciòde adulte conosciute.

Il viaggio, nonostante la vicinanza geografica del luogo di destinazione, si presentava alquanto incerto e talvolta avventuroso. Avveniva con mezzi di trasporto eterogenei: in parte a piedi, in parte coi carri, almeno fino a Primolano o a Tezze Valsugana, dove si proseguiva per Trento con il treno. A Tezze c’era da superare la frontiera, in quanto il Trentino, fino alla conclusione della Guerra Mondiale 1914-1918, faceva parte dell’impero asburgico e quindi ci voleva il passaporto. In realtà, a quanto sembra, era abbastanza facile eludere i controlli o, in vece del passaporto, bastava esibire un certificato di buona condotta firmato dal Sindaco o dal Parroco, potente lasciapassare che, al tempo, costituiva anche un’autorevole referenza.
Le lavoratrici bellunesi erano chiamate Ciòde dalla popolazione trentina, pare per il fatto di avere la suola degli zoccoli di legno ricoperta da bròche (bullette antiusura) o, secondo altri, per il frequente intercalare, nella parlata, dell’espressione ciò.

Quello che rende peculiare il fenomeno delle Ciòde è la precarietà del lavoro e, soprattutto, le mortificanti modalità d’ingaggio. Esse, a parte quelle che avevano già instaurato un rapporto di continuità con famiglie presso le quali avevano già lavorato, partivano per lo più al buio, ovvero senza sapere se e dove avrebbero trovato lavoro. Ciò alimentava il tristemente famoso mercato delle Ciòde che si teneva nella Piazza del Duomo di Trento, all’ombra di un grande tiglio. Qui si assisteva al deprimente “offrirsi” delle Ciòde agli agrari trentini che le esaminavano, alla stregua degli animali del foro boario, privilegiando, visto l’impiego che erano chiamate a svolgere, la fisicità e la robustezza sull’avvenenza. Oltre all’umiliante esporsi alla cernita dei potenziali datori di lavoro, un altro aspetto negativo era rappresentato dalla maggior forza contrattuale di quest’ultimi, che le vedevano costrette ad accettare condizioni dettate pressoché unilateralmente, non scritte, e spesso disattese. Insomma, un vero e proprio sfruttamento. Contro questo inumano mercato si erano mossi in patria, a tutela delle povere Ciòde, i Segretariati dell’Emigrazione, patronati di ispirazione socialista e cattolica che riuscirono, grazie a un’azione di propaganda e alla raccolta di fondi, ad apportare qualche miglioramento.

Un deciso salto di qualità fu compiuto con l’istituzione a Trento, nel 1908, presso l’Ufficio Comunale del Lavoro, della “Sezione Lavoratori e Lavoratrici della Terra”, appositamente preposta alla tutela delle Ciòde e dei loro rapporti con i datori di lavoro.

Quest’Istituzione si rivelò un vero toccasana per le povere e spesso sprovvedute emigranti, che vi trovarono un sicuro punto di riferimento, di tutela e di assistenza. La Sezione svolgeva attività di collocamento, senza peraltro interferire nei rapporti bilaterali di contrattazione, prestandosi a formalizzare per iscritto i contratti stipulati e riportandoli su un apposito registro. L’Ufficio rimaneva a disposizione di ambo i contraenti per verificare eventuali inadempienze e dirimere possibili cause di contenzioso. Un altro prezioso servizio svolto dall’Ufficio fu quello di assicurare assistenza alle Ciòde appena arrivate e ancora senza collocazione, o rimaste temporaneamente disoccupate, che in precedenza si arrabattavano alla bell’e meglio, trovando rifugi di fortuna in cui erano esposte a non pochi rischi. Tale servizio contemplava un asilo diurno, un deposito bagagli, un recapito postale e, successivamente, anche un dormitorio.

Il fatto che la manodopera femminile bellunese fosse tanto richiesta è dovuto principalmente al fatto che, oltre a essere delle grandi lavoratrici, provenendo anch’esse dal mondo contadino, le Ciòde si dimostravano subito operative senza bisogno di apprendistati: insomma, sapevano già fare di tutto. Le condizioni di lavoro erano, in genere, piuttosto pesanti e il trattamento, inteso come vitto e alloggio, loro riservato, dipendeva dalla sensibilità della famiglia ospitante, ma per lo più lasciava alquanto a desiderare (anche se in patria la situazione non era certo migliore). Il disagio, soprattutto per i bambini (Ciodéte e Ciodéti), era accentuato dalla nostalgia di casa.

Complice forse la non continuità del lavoro, limitata ai mesi estivi, e nonostante molte affinità culturali, fra Ciòde e popolazione trentina non vi fu mai vera integrazione, fatte salve alcune eccezioni (vi furono, pur rari, dei matrimoni). I rapporti si mantennero sempre piuttosto distaccati, stante anche la situazione di subalternità in cui le lavoratrici si trovavano e il poco tempo libero di cui disponevano per poter socializzare con la comunità di accoglienza.

Non mancarono episodi di conflittualità. Soprusi, anche gravi, da una parte, e comportamenti di insubordinazione dall’altra. Sono stati segnalati anche comportamenti sconvenienti da parte di qualche Ciòda (i parroci erano molto preoccupati in tal senso), soprattutto nei frequenti periodi di interruzione del lavoro tra un ingaggio e l’altro, nonostante la possibilità di fruire, dopo la sua istituzione, dell’assistenza della Sezione Lavoratori e Lavoratrici della Terra (il mercato “clandestino” delle Ciòde non cessò mai del tutto).

È stata, quella delle Ciòde, un’esperienza molto amara, di solitudine, di duro lavoro e di asservimento. Esperienza che, in molti casi, sarebbe continuata più avanti, sotto altre forme, meno dure, forse, come tipologia di lavoro, ma pur sempre cariche di sofferenze e preoccupazioni.

Molte di esse, infatti, hanno vissuto in seguito l’esperienza della balia da latte, della balia asciutta, della serva, dell’operaia, oppure hanno seguito i mariti, come cuoche o inservienti, nei cantieri di mezza Europa. Lontano da casa, dai luoghi della loro infanzia e giovinezza, dentro una cultura diversa, lontano, soprattutto, nella maggior parte dei casi, dagli affetti più cari: questo era il duro volto dell’emigrazione.

Tuttavia, queste esperienze dolorose hanno permesso alle donne di uscire dallo stretto perimetro del proprio paese, di venire a contatto con realtà diverse, di ampliare il proprio orizzonte di conoscenze, di acquisire consapevolezza del proprio stato e della propria libertà, presupposti fondamentali per il processo di emancipazione e autodeterminazione che ne sarebbe seguito. L’emigrazione, oltre che rispondere a uno stato di necessità, rappresentava anche, per quante erano più intraprendenti e aperte all’innovazione, un’occasione per realizzare un disegno di crescita personale e di affrancamento dall’autorità genitoriale.

Il fenomeno delle Ciòde, andatosi via via spegnendo nel tempo (è durato fino alla Seconda Guerra Mondiale), rappresenta, in termini numerici, un aspetto marginale nel più ampio contesto della mobilità umana, nondimeno esso merita, per le sue peculiarità di genere, di luogo e di tipologia di lavoro, di essere sottratto all’oblio e occupare, nell’ambito dell’emigrazione, un proprio, riconosciuto spazio.

Lois Bernard

Migrazione femminile. Il coraggio delle donne bellunesi.

Aletheia_Balie_22Nonostante le migrazioni tra il XIX e il XX secolo siano state frequentemente caratterizzate da una componente maschile, non significa che le donne non abbiano partecipato a questo fenomeno. Semplicemente non se ne parla molto. Eppure, ci sono tanti esempi di donne che da sole hanno viaggiato, lavorato e lottato per la propria famiglia. Alcune sono rimaste, alcune sono partite. Ma tutte hanno avuto il loro ruolo importante.

Prendiamo, prima di tutto, l’esempio delle donne che sono rimaste. È vero: si potrebbe pensare che per le donne sia più semplice restare a casa senza dover affrontare i lunghi pericolosi viaggi ed emigrare all’estero. Per gli uomini che se ne vanno è decisamente difficile, le condizioni sono estreme e i mestieri pure, non sanno se torneranno e i pericoli sono ovunque. Ma si parla del XIX secolo. Per tutti ci sono pericoli e per tutti ci sono difficoltà. Non dobbiamo guardare quel periodo con i nostri occhi del XXI secolo. Si tratta di una donna dell’800. Bisogna considerare alcuni fattori prima di giudicare. La donna del XIX secolo è vista come una nullità dalla società soprattutto se non sposata o senza una figura maschile adulta a proteggerla. Il suo scopo, come quello della famiglia in generale, è avere più figli possibili. Uno dei motivi è la necessità di avere aiuto nei campi e nella casa. In più, la mentalità è questa e per tutti è giusto così. Se il marito decide di emigrare, alla donna spettano compiti altrettanto difficili. Da sola doveva crescere i bambini, accudire il bestiame, coltivare il campo, svolgere le faccende in casa. Vive in una condizione di continuo pericolo senza una figura maschile perchè la moglie dipende dal marito. Inoltre, si invecchia facilmente, ci sono molte malattie e scarsa igiene. L’energia che ha una donna adesso di 50 anni, all’epoca non è concepibile.

Alcune donne, invece, hanno un diverso tipo di coraggio e decidono di partire. Vengono in mente le venditrici ambulanti. Non sono solo gli uomini a girare tentando di vendere la propria mercanzia. Alla pari degli uomini cròmer, troviamo le donne cròmere. Il loro nome deriva dal tedesco Kram (merce). Le donne cròmere sono originarie soprattutto di Lamon o Sovramonte, partono verso la primavera e sono capaci di attraversare la pianura Padana, raggiungere la Svizzera o il sud della Francia per poi ritornare in autunno. Trasportano la casséla sulle loro spalle piena di oggetti da vendere. Con il tempo riescono ad organizzarsi sempre di più, imparando a spostarsi in treno e restano insieme in piccoli appartamenti-magazzini. Anche le nerte sono venditrici ambulanti: originarie solitamente di Erto e Casso, viaggiano trasportando la gerla contenente utensili di legno costruiti dagli uomini. La presenza femminile si riscontra anche nelle miniere in Belgio o in Francia. Nonostante siano gli uomini a dover scendere nelle viscere della terra, le donne restano in attesa che il carrello sia riempito con il materiale tolto nella costruzione di gallerie o cunicoli per poterlo poi svuotare. Un lavoro decisamente pesante…
Un altro esempio, all’interno dell’emigrazione stagionale, troviamo le ciòde o ciodete: ragazze giovani le prime e ragazzine le seconde. Verso la primavera si allontanano dalle nostre zone per dirigersi a piedi verso il Trentino e Tirolo. Nei giorni festivi, nella piazza principale, i futuri “padroni” possono scegliere la ragazza da assumere come in un vero e proprio mercato. I loro compito lavorativo gira attorno alla cura degli animali, dei campi e della casa.
Forse le balie è il mestiere che più si conosce. Anche questo fa parte della migrazione interna specialmente dalla prima metà del XIX secolo fino agli anni Cinquanta del Novecento. Un mestiere faticoso soprattutto dal punto di vista psicologico. Si parla di balie da latte quando si fa riferimento alle donne che sostituiscono nell’allattamento altre mamme di famiglie aristocratiche. I motivi possono essere vari: innanzitutto, la baia necessita denaro e risorse economiche per la propria famiglia, ma può capitare che la mamma non possa o non voglia allattare. La futura balia deve prima ottenere un certificato (Certificato di Sanità per esercizio baliatico) nel quale si conferma che ha da poco partorito e che è di sana e robusta costituzione.  Da non sottovalutare l’impatto psicologico e i sensi di colpa nel dover abbandonare il proprio bambino e doversi dedicare ad un altro… Le balie asciutte invece, si dedicano ai figli altrui senza dover allattare.
Nel corso del XX secolo sempre molte più donne bellunesi emigrano verso l’Europa centrale e alpina. Sono impegnate in attività commerciali come nelle gelaterie cadorine e zoldane all’estero. Continua la presenza delle donne nelle grandi industrie tessili in Svizzera e il loro numero si intensifica nel secondo dopoguerra.

Tra tutte queste donne coraggiose, è impossibile non nominare Anna Rech. Originaria di Pedavena, resta vedova quando non ha nemmeno 50 anni. Sola, con 7 figli quasi tutti minorenni e analfabeta deve imparare a cavarsela senza la figura maschile adulta che tanto la società pensa sia fondamentale nella vita di una donna. Prende la sofferta, ma coraggiosa decisione di lasciare Belluno con i figli e cammina fino a Vicenza da dove prende il treno per raggiungere Genova. Qui viene scoraggiata perché una donna da sola non può farcela. La necessità di sopravvivere, però, è più forte e la famiglia si imbarca. Arrivano in Brasile, nella zona del Rio Grande Do Sul. È il 1876.  Le viene assegnato un terreno che Anna scopre trovarsi in un punto strategico: vicino alla sua casa passano molti viandanti e viaggiatori. Il suo ingegno la porta a fare della sua abitazione una locanda, un punto di ristoro. Inizia ad essere un punto di riferimento per coloro che abitano nelle vicinanze anche grazie al contributo che offre come levatrice. Col passare degli anni è sempre più conosciuta e amata e attorno a lei vengono ad abitare molte altre famiglie. Questo getta le basi per una futura cittadina che prende il nome proprio da Anna. Impossibile non riconoscere il suo coraggio…

Di figure femminili forti e determinate ce ne sarebbero sicuramente tantissime. Purtroppo, non hanno avuto il giusto riconoscimento… Ma se ancora pensate che per la donna sia stato tutto molto più facile…. sarebbe meglio rileggere l’interno articolo daccapo.

Italiani brava gente? Discriminazione dell’immigrato italiano in Argentina tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo.

italiani_sbarco_argentinaItaliani brava gente? Non sempre. La Costituzione Argentina emanata nel 1853 non fa differenza: qualsiasi immigrato europeo può entrare nel paese purché lavori e contribuisca allo sviluppo economico sociale. Eppure, il governo argentino ha ben in testa i suoi progetti. L’europeo tedesco, francese e svizzero sono i prescelti: portano capitale e sono grandi lavoratori. L’italiano e lo spagnolo, ovvero i latini, secondo lo stereotipo di quel periodo, sono indolenti e ostili al lavoro. Nonostante ciò, quando l’immigrazione diventa spontanea e non più controllata, l’italiano arriva in massa. Per quanto molti abbiano avuto fortuna in Argentina, altri hanno miseramente fallito. Questa seconda categoria ha favorito la discriminazione tanto che l’Argentina verso la fine del XIX secolo inizia a desiderare il ritorno della natura, alla tradizione del gaucho, figure che precedentemente avevano rappresentato la barbarie nei confronti della città portatrice di cultura.  L’immigrato, se prima era il privilegiato, ora (quello povero) è considerato come un individuo corrotto moralmente, impedisce il miglioramento della società ed è quindi una minaccia per lo sviluppo della nazione. I ruoli si invertono e ora la sua figura da civilizzata passa a barbara. Laura Oliva Gerstner scrive un saggio che tratta la discriminazione dello straniero in Argentina nella letteratura. Lei stessa afferma: “el problema de la otredad tomaba nuevas formas y direcciones, pero su ámbito de enunciación continuaba siendo lo mismo”. Ovvero: le categorie per definire l’inferiorità dell’altro rimangono le stesse, solo cambia la vittima. Questo odio verso determinati individui (in questo caso l’immigrato), infatti, non è una novità e può essere considerato come la continuazione del razzismo verso l’indio. Se prima la città corrispondeva all’idea di civiltà, ora rappresenta il caos ed è lo scenario maggiormente indicato per fomentare l’odio contro lo straniero.

In generale, gli immigrati latini sono i più controllati perché considerati biologicamente inferiori. Gli italiani sono un gruppo poco definito. Nel senso che si inseriscono nella società in quanto la influenzano con la lingua, cultura, tradizioni, ma si isolano fra di loro perché creano una propria comunità, teatri, giornali, banche… Alcuni fanno veramente fortuna. Ma per coloro che falliscono, un metodo semplice è ricorrere all’illegalità per cercare di sopravvivere. Sono soprattutto italiani e spagnoli ad essere accusati di violenza e a soffrire il razzismo. Eugenia Scarzanella descrive la situazione dell’italiano immigrato in Italiani malagente: immigrazione, criminalità, razzismo in Argentina, 1890-1940. Si passa dalla simpatia verso lo straniero, giudicato più laborioso e più colto rispetto ai nativi, alla diffidenza nei suoi confronti perché avido, materialista e portatore di idee pericolose. Da notare che tanti italiani appartengono al movimento anarchico e molti vengono cacciati dalla penisola in quanto considerati pericolosi. I nostri connazionali sono accusati soprattutto di avarizia e ignoranza anche se in generale si pensa che la razza latina abbia un’alta predisposizione all’omicidio.
Una parte degli immigrati è composta dai poveri, dalle prostitute, dai mendicanti e vagabondi. Parassiti della società, non adatti ad impegnarsi in un lavoro reale. C’è chi per racimolare un po’ di soldi ruba o diventa vittima del gioco. La loro inferiorità sociale ed intellettuale è data dai tratti fisici dall’uso del linguaggio come il lunfardo, simbolo di sottosviluppo perché idioma primitivo ed incomprensibile. Inoltre, sembra che spagnoli e italiani siano i più presenti nei manicomi.
Pure le madri italiane vengono accusate. Loro, che dovrebbero essere il pilastro della famiglia e dei valori, trascurano i loro bambini perché “distratte” dal lavoro. I padri, invece, sono soggetti al vizio dell’alcool. Di conseguenza, i bambini crescono per le strade, sviluppano un’indole aggressiva o, addirittura, criminale, e molto spesso vengono sfruttati per lavorare. È frequente trovare dei bambini vagabondi dormire per le strade. E sono soprattutto italiani.
Anche vivere in un posto sporco e povero corrompe la psiche e aumenta la criminalità.  Un esempio è il conventillo, casa composta da tante stanze zeppe di immigrati. Il sovraffollamento produce scarsa igiene e, di conseguenza, malattie fisiche e mentali. Come già citato, gli italiani tendono a restare con i propri connazionali o solo con gli immigrati europei; in questo modo, però, non hanno la possibilità di inserirsi nella società e diventare argentini.

Curioso come al giorno d’oggi, l’opinione sia cambiata ancora una volta e sia tornata ad un giudizio positivo…

——————————————-

Gerstner, Oliva Laura (2013), “La estigmatización del inmigrante. Xenofobia literaria a finales del siglo XIX en Argentina” en Revista digital de la Escuela de Historia, año 5, n.9, Facultad de Humaninades y Artes, Universidad Nacional de Rosario.

Scarzanella, Eugenia (1999), Italiani malagente: immigrazione, criminalità, razzismo in Argentina, 1890-1940, F. Angeli, Milano.

Un motivo che spiega perché fu scelto l’europeo nel processo di immigrazione. Il caso argentino.

Aletheia_Cristoforo_ColomboCivilización-barabarie: questa è la dicotomia che ha regnato in America Latina. Un pensiero imposto dagli europei e dalle oligarchie creole. Secondo questa teoria è barbarie tutto ciò che appartiene all’America, che siano persone, geografia, animali; mentre civilización è l’europeo bianco portatore di civiltà e cultura. È un pregiudizio che in parte spiega il perché delle ondate migratorie europee del XIX secolo.

Direi che non è stata tutta colpa dell’oligarchia creola e dell’Europa. I loro pensieri e pregiudizi non sono nati dal nulla. Direi piuttosto di tornare indietro a quella famigerata data del 1492. Cristoforo Colombo sbaglia i suoi calcoli e arriva in quella che verrà definita America. Si meraviglia nei confronti della diversità geografica: così straordinaria, così enorme, così selvaggia. Descrive la popolazione dal suo punto di vista europeo, sottolineando la loro diversità come se la loro diversità fosse ignoranza. Certo, non conoscevano molti strumenti, la cultura o la religione degli europei. Questo non significa fossero ignoranti: semplicemente vivevano a modo loro. Ecco che Colombo scopre l’America. Scoperta? Quale scoperta? L’America esisteva pure prima ed era abitata! Il linguaggio è uno strumento potentissimo, non a caso per avere il controllo su tutto sentiamo la necessità di nominarlo. L’Europeo ha dato nomi (secondo il suo punto di vista) ad alberi, piante, persone, isole. E così l’America ha iniziato ad esistere. Ma è selvaggia e cattiva. L’europeo deve domarla. Difficile trovare un testo della letteratura latino-americana in cui l’America non venga descritta dal punto di vista europeo; difficile che sia l’indio stesso a scrivere e parlare. E anche quando sembra essere così, in realtà è solo apparenza. Un esempio è Una excursión a los indios Ranqueles pubblicato nel 1870 e scritto da Lucio V. Mansilla. Lo stesso autore ha la possibilità di conoscere alcune popolazioni indigene e le descrive in modo diverso, non come persone crudeli. E parlano perfino. Ma è tutta apparenza. E lo si nota dalla struttura del testo. Innanzitutto, gli indios vengono descritti ancora una volta da un non indio (Mansilla) che ovviamente ne parla dal suo punto di vista molto influenzato dal pensiero europeo. Inoltre, Mansilla mette fra virgolette le parole degli indios, come se fosse lui a concedere loro la parola quando e come gli comoda. Li pone ad un livello di inferiorità. E questo è solo un esempio…
Perfino il boom latino-americano inganna. La letteratura ispano avanza e prende piede tra gli anni 1960-70. Vengono pubblicati libri e testi più facilmente e nasce un interesse verso il “nuovo Mondo”. Peccato che sia poco indipendente in quanto i testi vengono pubblicati da case editrici spagnole. Gli autori sono sì latino-americani, ma con origini europee. Ancora una volta è qualcun altro a parlare della realtà latino-americana definendola magica, diversa, straordinaria, aggettivi che denotano la superiorità e il punto di vista europei. Si parla di Real maravilloso e di Realismo mágico: la realtà latino-americana è magica, ma viene descritta con se fosse reale. È magica davvero? Da che punto di vista? Europeo ovviamente.

Questo pregiudizio ha influenzato molto gli stati latino-americani. Per loro è necessario che l’europeo popoli l’America e la civilizzi.

Parliamo del caso argentino. L‘indio è una minaccia nel processo di unificazione della nazione. Non basta unificare geograficamente il paese strappando le terre alle popolazioni autoctone. É necessario omogeneizzare l’identità della nazione, ovvero le sue persone. L’eterogeneità è un pericolo: come possono indios e europei sentire di appartenere allo stesso stato se non condividono né memoria storica, né lingua, né cultura? Inoltre, una nazione per crescere ha bisogno di uno sviluppo economico e demografico. Bisogna domare l’indio, il gaucho (discendente europeo, ma influenzato dalla geografia argentina e quindi barbaro) la natura, gli animali. Bisogna conquistare la pampa, nominata come “deserto”. Bisogna eliminare “l’altro”, ovvero chi è diverso e di conseguenza sbagliato. Non può essere un “io e l’altro”. Per far funzionare la nazione, deve esserci un “noi”. Ecco che si ritorna al pensiero di Colombo…
Questa superiorità dell’europeo può spiegare in parte le grandi ondate migratorie partite dal nostro continente. Nel 1853 nella città di Santa Fe, viene promulgata la Costituzione Argentina nella quale, tra i diversi punti, si invita qualsiasi europeo ad entrare nel paese purché venisse per lavorare e coltivare la terra. Bisogna sradicare l’Argentina dalla sua arretratezza economica e sociale ed il compito viene affidato all’europeo.  Ne parla anche Domingo Faustino Sarmiento nel suo Facundo. Civilización y barbarie, testo che ha un grandissimo impatto nell’idea che l’Europa sia superiore all’America. L’Argentina dà il benvenuto agli immigrati europei. Eppure, questa decisione le si ritorcerà contro. L’opinione nei confronti dei nuovi arrivati ad un certo punto cambia. Se prima erano superiore, adesso sono a loro volta una minaccia all’identità argentina. Sono troppi, di troppe nazionalità, troppo diversi fra loro. Tanti pregiudizi negativi soprattutto nei confronti degli europei latini, spagnoli ed italiani, da molti considerati biologicamente inferiori e poco inclini al lavoro. L’immigrato povero (solitamente latino) ruba per sopravvivere, cede al vizio dell’alcool, del gioco, si isola con i suoi connazionali, è moralmente corrotto.  E questo ha un impatto negativo sull’intera società. Ecco che i ruoli si invertono. Verso il 1880 c’è un ritorno ai valori della natura e del gaucho inizialmente discriminati. Ora paradossalmente la barbarie sono la città e una parte degli immigrati europei.