Le luci

Quando ho lasciato Agordo per andare a studiare a Milano, più di trent’anni fa, sono state le luci a farmi innamorare di quella che ancora oggi è la città in cui abito. Anzi, le “luminose”, come chiamavano i milanesi le pubblicità che ricoprivano l’intera facciata del Palazzo del Carminati in Piazza del Duomo. L’omino del lucido per scarpe Brill, sulla cui punta brillava una stella. L’enorme insegna che ordinava “Bevete Coca Cola”. La scritta bianca incorniciata di rosso del caffè Kimbo. Ma soprattutto la signorina della Kores, che dall’alto del palazzo ticchettava instancabile su una macchina da scrivere in una riuscitissima animazione al neon. Quasi una promessa per me che volevo fare il giornalista e avevo scelto di iscrivermi all’università del capoluogo lombardo, invece che in quella più vicina di Padova, per essere più vicino a dove nascevano i giornali.

Sono state quelle luci a farmi trovare il coraggio, pochi giorni dopo, di andare in Via Negri, a due passi da quella piazza, alla sede de il Giornale, per cercare di incontrare quello che era il mio giornalista modello: Indro Montanelli. Eccomi a vent’anni, una copia di un suo libro in mano, a chiedere alla reception se potevo salire a salutare il direttore. E, come succedeva e forse non succede più, il centralinista che sorride e chiama un’altra mitica signorina di quegli anni, Iside Frigerio, la segretaria di Montanelli. Che mi porta da lui. Quattro chiacchiere con il grande giornalista e poi di nuovo nelle luci della città con una dedica che ancora conservo su quel libro, ma che all’epoca non mi fece un grande piacere: “A Moreno Soppelsa, con tanti auguri di non diventare mai un giornalista”.

Giornalista poi lo sono diventato. Le luci di allora non ci sono più, dal momento che nel 1999 le hanno spente per “dare decoro a Milano”. Ma sono ancora in questa città, che amo come le Dolomiti lasciate con triste entusiasmo. Conservo con cura i ricordi della mia infanzia nella casa di Cencenighe Agordino, ai piedi del bosco che era il mio regno di gioco. E guardo Brenno, mio figlio di quattro anni, che corre in un parco cittadino, o in una delle “fattorie didattiche” dove i bimbi milanesi possono trovare un po’ di verde e di animali con cui non hanno molta consuetudine. Lo guardo in bilico tra la certezza di quello che perde rispetto alla mia infanzia e i vantaggi di quello che, per possibilità, può avere abitando e crescendo in una grande città.

Torno nel Bellunese tutte le volte che posso e sono contento che a Brenno e a mia moglie piacciano quelle zone, che siano anche loro innamorati del Civetta, della Valle di San Lucano, del Lago di Alleghe. Poi, una volta rientrato a casa, perché è Milano quella che chiamo casa oggi, guardo una stampa appesa nel mio studio. È uno dei più noti dipinti di Dino Buzzati, il “Duomo di Milano”. A seconda di come lo guardo è una montagna che sembra il Duomo. O il Duomo che sembra una montagna.

Moreno Soppelsa

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