Le mille avventure di Antonio Nadalet

I racconti sulle vicissitudini dei nostri migranti hanno il potere di indurmi sentimenti contrastanti e sempre profondi. Da un lato la pena per queste persone, costrette ad abbandonare la casa e gli affetti, dall’altro l’ammirazione per il loro coraggio e la loro laboriosità, dimostrata e riconosciuta ovunque. Ascoltando queste storie di sacrificio e dignità provo una sorta di orgoglio per la mia “bellunesità”.

La vita di mio nonno materno, Antonio Nadalet, classe 1888, di Pises di Ponte nelle Alpi, è una storia che merita di essere ricordata. Quarto di cinque fratelli e orfano di madre, dovette imparare presto a sbrigarsela da solo. Già all’età di sette anni iniziò la sua carriera di emigrante. Da solo, al seguito delle numerose maestranze bellunesi, raggiunse a piedi la Valsugana, all’epoca territorio austriaco, per essere impiegato nei lavori di costruzione della ferrovia. Il suo compito era portare acqua agli operai. Si dormiva in fienili e in baracche di cantiere. Il compenso un piatto di minestra e un pezzo di pane. Viste con gli occhi di oggi, sono situazioni che fanno rabbrividire, ma nella condizione di miseria nera in cui gravava il Bellunese all’indomani dell’Unità d’Italia, anche una bocca in meno da sfamare era un aiuto per la famiglia.

Agli inizi del Novecento, poco più che ragazzo, si imbarcò come mozzo sui piroscafi che attraversavano l’Atlantico tra Genova e New York. Col tempo ascese anche al ruolo di aiuto cuoco, ma il lavoro era pur sempre difficile. Da un punto di vista fisico perché si passavano dieci mesi all’anno disturbati continuamente dal rollio e dal movimento dell’oceano, da un punto di vista psicologico perché si doveva convivere con il dramma dei migranti che, nelle stive della terza classe, affrontavano il viaggio della speranza verso l’America in condizioni disumane. In ogni tragitto si sviluppavano epidemie e mediamente si celebravano quattro o cinque funerali di mare. Il viaggio poteva durare anche quaranta giorni e, in determinate stagioni, al largo delle coste americane, c’era l’insidia degli iceberg. Il ritorno era più sereno, frequentato soprattutto dai passeggeri delle prime classi. Molti migranti, pur partiti con l’idea di ritornare in patria, finivano col mettere radici in America per l’angoscia di dover riaffrontare un mese e più di mal di mare. Mio nonno era forte e non pativa il mal di mare, ma la vita da marittimo non poteva durare a lungo e dopo tre anni decise di fermarsi in America. New York, anzi Nuova York come era solito chiamarla, divenne la sua città. Qui mise a frutto l’esperienza di aiuto cuoco e trovò impiego in diversi ristoranti. La sua natura, però, lo spinse ad affrontare anche periodi di lavoro nelle miniere della Pennsylvania o a fare il boscaiolo nel Vermont e nel Quebec. Gli affari andavano discretamente e con il suo lavoro poteva garantire sicurezza anche alla famiglia a Ponte Nelle Alpi.

Ritratto di Antonio. La fotografia è stata scattata in uno studio fotografico di New York poco prima del suo rientro in Italia, probabilmente nel 1918.

In Europa, nel frattempo, soffiavano venti di guerra e tutti lo dissuadevano dal rientrare alla vigilia del primo conflitto mondiale. Il ritorno a casa si verificò finalmente al termine del 1918. Qui decise di mettere su famiglia e sposarsi con mia nonna, Maria De Battista, di La Secca. Si sistemarono provvisoriamente a Col di Cugnan, in attesa di coronare il loro sogno: una casa colonica, con tanta campagna e boschi da coltivare, così da garantire un futuro ai figli. Acquistarono numerosi terreni alla Vena d’Oro e vi costruirono la casa dove trascorrere la loro vita. Nacquero anche i primi figli, Ester e Angelo, ma le cose non andarono come sperato. L’Italia ritrovata all’indomani della guerra era in condizioni peggiori di come era stata lasciata e con il ricavato della terra si poteva al massimo sopravvivere. Qui riaffiorò lo spirito avventuroso del nonno. Sentì e lesse di gente che ha aveva fatto fortuna cercando oro nelle Americhe e, con una decina di compaesani di Cugnan e Losego, decise di partire alla volta del Perù. Doveva essere un’esperienza breve, qualche mese, al massimo un anno, perché ormai aveva moglie e due figli. Gli eventi andarono diversamente. La loro meta fu la foresta amazzonica dove, a detta di molti, l’oro, i diamanti e gli smeraldi tappezzavano i corsi d’acqua. La realtà era ben diversa.

Di oro poche tracce, in compenso il clima era insopportabile e i pericoli ovunque. Tutti gli eroici cercatori contrassero la febbre malarica. Alcuni non sopravvissero, altri abbandonarono in tempo e ritornano a casa. Mio nonno, benché fiaccato dai continui attacchi febbrili, non si arrese, abbandonò l’Amazzonia e si spostò sul più salubre altopiano andino. Continuò a cercare l’oro, ma questa volta nelle viscere delle montagne, a oltre 4000 metri di quota. Acquisì da una società nordamericana la concessione per l’esplorazione e lo sfruttamento di un filone aurifero. Con la dinamite e il piccone, aiutato da alcuni indio dei villaggi sottostanti, estrasse la roccia ricca di oro. Periodicamente organizzava una colonna di muli caricati con il materiale e raggiungeva una località prestabilita nel fondovalle, a due giorni di cammino, dove l’oro veniva conferito e pagato. Era un viaggio pericoloso, sull’orlo di canyon senza fondo, da fare imbracciando 24 ore su 24 il fucile, per i continui attacchi di predoni di ogni sorta. Tuttavia era un rischio da affrontare perché l’attività era remunerativa.

Dovette essere un’esperienza dolorosissima, perché nei suoi racconti mi ricordava sempre la pena con cui erano guardati, alla messa della domenica, i miei due zii, ancora bambini, considerati orfani ormai da tutti.

Il continuo contatto epistolare con casa e i frequenti trasferimenti di denaro convinsero anche la nonna ad accettare un periodo di assenza più lungo del preventivato. In fin dei conti, c’era la possibilità di sistemarsi sul serio. A un certo punto, però, la corrispondenza si arrestò. Per mesi la nonna non ricevette notizie. Dovette essere un’esperienza dolorosissima, perché nei suoi racconti mi ricordava sempre la pena con cui erano guardati, alla messa della domenica, i miei due zii, ancora bambini, considerati orfani ormai da tutti. La malaria stava minando il fisico del nonno e gli attacchi febbrili erano sempre più frequenti e insopportabili. Per questo decise di abbandonare tutto, raggiungere un ospedale per curarsi, riacquistare forze e poi rientrare in Italia. Con un viaggio di una settimana, legato al mulo per non precipitare dai dirupi quando la febbre saliva a quaranta, raggiunse una missione nei pressi di Lima. Lì venne curato immediatamente con il chinino, ma successe un imprevisto. Il clima della fascia costiera peruviana è estremamente secco e in quella zona non pioveva praticamente da anni. Tuttavia, dopo pochi giorni dal suo ricovero, si verificò un tremendo uragano, mai ricordato a memoria d’uomo. La missione costruita in fango e terra si sciolse letteralmente per le piogge. L’intera capitale lamentò vittime e danni incalcolabili.

Il nonno si ritrovò per strada in condizioni di salute drammatiche. Riuscì fortunatamente a fare scorta di chinino per contenere il male, ma non trovò una sola nave su cui imbarcarsi alla volta di una qualsiasi destinazione europea. Capì che in una città in preda alle epidemie e al colera, priva della possibilità di comunicare con l’esterno, non poteva restare e decise di raggiungere un porto sulla costa atlantica del continente, in Colombia o in Venezuela. Fu la prova più difficile della sua pur avventurosa vita. Attraverso Ecuador e Colombia, raggiunse Maracaibo, in Venezuela. Un viaggio di oltre due mesi, compiuto su battelli fluviali, treni di fortuna e a piedi. Qui si imbarcò sul primo piroscafo per l’Italia. A salvarlo furono le scorte di chinino e la forte fibra. Dopo cinque mesi senza notizie, e con l’angoscia di ricevere in ogni momento il fatidico telegramma che stronca ogni speranza, un bel giorno un trionfante postino, salito di corsa alla Vena d’Oro da Castion, annunciò alla nonna lo sbarco a Genova del nonno. Fu la fine di un incubo: lei potè riabbracciare il marito e i figli poterono conoscere il padre partito quando erano ancora in tenerissima età. Alla partenza pesava oltre ottanta chili, ora non raggiungeva i cinquanta.

Trascorse i successivi due anni alternando lunghi soggiorni all’ospedale di Belluno e periodi di riposo a casa. Non era in grado di lavorare e l’onere del sostentamento della famiglia gravava tutto sulla nonna. Mancava inoltre qualsiasi forma di assistenza sanitaria e le lunghe degenze in ospedale avevano costi esorbitanti. Per affrontare la situazione fu costretto a vendere boschi, terreni agricoli e pure la sorgente delle acque minerali. Cosa più importante, comunque, gli attacchi febbrili si andavano sempre più rarefacendo e pian piano le forze ritornavano. Il solo lavoro della terra non poteva però garantire un futuro certo alla famiglia e qui iniziò la seconda vita da emigrante del nonno, questa volta in Europa. Fu un’emigrazione stagionale: boscaiolo in Austria e Baviera, tuttofare in Svizzera, minatore in Belgio, operaio in Olanda e Francia. Non c’è praticamente lavoro in cui non si sia cimentato e nazione che non abbia visitato. Nel frattempo nacquero altri due figli: nel 1927 mio zio Ferruccio, nel 1928 mia mamma. Avrebbe voluto darle il melodico nome di Aurelie, conosciuto nei Paesi francofoni, ma il solerte impiegato dell’ufficio anagrafe, ligio alle leggi fasciste, lo trascrisse in un improbabile, ma italico, Orelida.

Il nonno comprese che la famiglia e mia nonna, per quanto donna forte ed energica, non potevano privarsi per periodi troppo prolungati della sua presenza. Vinse la ritrosia di lei ad abbandonare la Vena d’Oro e la convinse ad affrontare, tutti insieme, l’esperienza di emigrazione. Il Paese prescelto fu proprio la Francia, ritenuta più idonea ad accogliere una famiglia di italiani. Da solo si recò oltralpe, verificò varie situazioni e opportunità lavorative e alla fine individuò come meta la cittadina di Laifour, a Nord di Charleville Mezieres, nel dipartimento delle Ardenne, al confine con il Belgio. La nonna con tutti i figli lo raggiunse a distanza di qualche mese. Si sistemarono in una piccola ma dignitosa casetta messa a disposizione dalla grande industria siderurgica presso cui il nonno lavorava come operaio. Condussero una vita modesta ma serena e senza privazioni. Il nonno si fece apprezzare anche per la padronanza con le lingue: parlava correntemente l’inglese, il tedesco, lo spagnolo, oltre al francese e all’italiano. Questo lo portò ad avere spesso un ruolo importante nel gestire l’organizzazione delle attività lavorative, dove potè rapportarsi con le maestranze multietniche e con la numerosa comunità spagnola direttamente nelle rispettive lingue. A casa, la sera, l’unica parlata consentita era invece il dialetto bellunese.

Laifour, primi anni Trenta. La famiglia di Antonio e Maria con i fligli Ester, Angelo, Ferruccio e Orelida. All’epoca non era ancora nato l’ultimogenito, Ottorino.

La famiglia si integrò molto bene nella nuova vita e i figli frequentarono con profitto la scuola francese. Furono anni ricordati con molto piacere e allietati dalla nascita, nel 1934, dell’ultimo figlio: mio zio Ottorino. A interrompere la loro serenità sopraggiunse il secondo conflitto mondiale. Laifour era posta all’estremità settentrionale della linea Maginot, la grande struttura realizzata dai francesi per difendere i confini dagli storici nemici tedeschi. Nel 1939, temendo l’attacco tedesco, la Francia si armò. Non si ipotizzava, però, che l’invasione potesse avvenire da Nord, attraverso l’Olanda e il Belgio. Mia mamma ricorda ancora in modo nitido il giorno in cui le lezioni, a scuola, vennero improvvisamente interrotte e i ragazzi mandati di corsa a casa. Nel frattempo gli altoparlanti, nelle vie, annunciavano che di lì a breve sarebbero potuti arrivare gli invasori. Vennero concesse alla popolazione due ore per riunire le famiglie, raccogliere lo stretto indispensabile e raggiungere un piazzale. Lì sarebbero stati smistati e destinati, come profughi di guerra, a varie regioni della Francia lontane dal confine. La meta fissata per la famiglia Nadalet fu la cittadina di Penvenan, in Bretagna, non distante da Brest.

L’impossibilità di comunicare fu un dramma nel dramma.

Il tragitto venne compiuto con camion militari e treni allestiti allo scopo. Si può immaginare la confusione e lo stato d’animo della gente. Ad aggravare la situazione c’era l’assenza del nonno, trattenuto dall’azienda per imballare e trasferire, in fretta e furia, tutti i macchinari in un altro stabilimento nei pressi di Tolosa, all’altro capo della Francia. L’impossibilità di comunicare fu un dramma nel dramma. Si partì, ma si comprese subìto che le colonne militari e i convogli di treni erano facile preda degli attacchi dei caccia tedeschi. Assistettero all’esplosione dei camion che li precedevano e le linee ferroviarie vennero sistematicamente interrotte. Il consiglio fu di procedere a piedi, lontano dalle strade, dormire nelle chiese o nei fienili isolati, evitando di formare grossi assembramenti. Riposarono nella grande Cattedrale di Reims e nelle principali chiese e monumenti del Nord della Francia.

Questa esperienza, probabilmente drammatica, vista con gli occhi di un bambino assume un altro aspetto. Nei ricordi di mia mamma non traspare angoscia o dolore. Il suo racconto è una sorta di avventura compiuta con i fratelli e con tanti altri ragazzi. Dopo venti giorni raggiunsero la Bretagna. L’avanzata tedesca fu fulminea e tutto il Nord della Francia venne occupato rapidamente. Di lì a pochi giorni furono in Bretagna. Il nonno si riunì alla famiglia solo a distanza di un altro mese, dopo aver vagato, in pena, alla cieca, per tutto il Paese. Ora erano finalmente tutti insieme. Inizialmente vennero ospitati, con tanti altri profughi, in un collegio, colonia marina. Poi ebbero a disposizione una porzione di casa in cui mangiare e trascorrere la giornata, per rientrare a sera al ricovero comune. A parte questo, la vita in Bretagna non si rivelò così male e il clima fu mite. La parola fame nemmeno concepita, perché la terra era generosa e il mare, con le sue incredibili basse maree, rappresentava un self-service in cui approvvigionarsi di ogni prelibatezza. Si pranzava con ostriche, granchi poro e astici. Mancava solo la polenta!

Qui scoprirono che la loro casa, lasciata in fretta due anni prima, era stata completamente saccheggiata e svuotata.

Il nonno, da cittadino italiano, era un alleato dei tedeschi e per di più parlava la loro lingua. Tutto questo gli garantì una condizione di privilegio sul lavoro. La famiglia, pur consapevole che la situazione era provvisoria, trascorse due anni sereni. Ogni cosa però ha una fine e nel 1941, al compimento del ventesimo anno, mio zio Angelo fu soggetto agli obblighi militari. Gli accordi tra i Paesi dell’Asse prevedevano che l’arruolamento di cittadini all’estero avvenisse nel Paese di origine. I tedeschi lo invitarono pertanto a raggiungere Belluno. A questo punto, però, la famiglia decise di seguirlo e far ritorno in patria. Dovettero prima passare per Laifour, per perfezionare le pratiche per il rientro. Qui scoprirono che la loro casa, lasciata in fretta due anni prima, era stata completamente saccheggiata e svuotata. Compresero anche che le condizioni della Francia, e dell’intera Europa, non erano quelle dell’isola felice Bretagna. La fame era una presenza costante, ma a dare speranza c’era la prospettiva di avere alla Vena d’Oro una casa accogliente e dei terreni da coltivare per sfamarsi.

Lo zio, nel frattempo, arrivato a Belluno venne prontamente arruolato nella Brigata Cadore e inviato in Bosnia e Montenegro. Lo rividero solo nel 1946. Il successivo rientro della famiglia fu complesso. Una volta a Belluno non poterono ritornare nella loro abitazione, data in affitto insieme ai terreni. Soltanto alla fine dell’anno potevano riaverne la disponibilità. In più, non potevano nemmeno contare sul raccolto di quella stagione. Si sistemarono provvisoriamente all’albergo al Ponte della Vittoria, in attesa del trasferimento dei loro risparmi, trattenuti alla frontiera e inviati a Roma. Li riebbero solo a distanza di parecchi mesi, abbondantemente decurtati per non meglio precisati oneri e prelievi del regime. Il nonno, per quanto avanti con gli anni, non si perse d’animo e, memore del suo passato di boscaiolo teleferista, raggiunse in piena guerra la Carinzia per la sua ultima esperienza di emigrazione. Pian piano le cose si sistemarono, ritornarono in possesso della loro casa alla Vena d’Oro e cominciarono a coltivare la campagna. Con l’armistizio dell’8 settembre del 1943, lo zio Angelo, alla pari di molti commilitoni, si aggregò con la Brigata Garibaldi al fianco dei partigiani di Tito. Al rientro in patria, a guerra finita, venne mandato, senza neanche passare per casa, in Sicilia, a sedare i moti indipendentisti sull’isola. Al ritorno a Belluno cercò un lavoro in patria.

Le condizioni dell’Italia erano drammatiche e trovare un impiego era un miracolo. Partì allora per le miniere di carbone del Belgio, non lontano da Laifour. Qui sposò una ragazza figlia di emigranti veronesi. Poi si trasferì in Francia, per andare a vivere definitivamente nel posto in cui aveva trascorso la sua infanzia e la gioventù. Nel corso degli anni fu sempre un punto di riferimento, anche sindacale, per i numerosi emigranti italiani in Francia e in Belgio, dove partecipò ai soccorsi delle vittime della tragedia di Marcinelle. Anche lo zio Ferruccio, spirito libero e animo coraggioso, non riuscì ad ambientarsi in Italia. Già alla fine del 1945, da clandestino, attraversò le Alpi in modo avventuroso. Venne rinchiuso in un campo di concentramento dove sperimentò l’odio verso gli italiani. Il ricordo di una Francia che l’aveva accolto generosamente vent’anni prima svanì. Seppe comunque riscattarsi e raggiungere risultati professionali di tutto rispetto. Si stabilì a Salindres, in Occitania, vicino alla città di Nimes. Mio zio Ottorino, dopo aver lavorato in tutto il Nord Italia, si stabilì in provincia di Bergamo, sul Lago d’Iseo. Mia mamma e la sorella Ester non abbandonarono più Belluno.

Il nonno Antonio si spense serenamente nella sua casa alla Vena d’Oro nel 1958, tre mesi dopo la mia nascita. Fino alla fine manifestò i segni della malaria contratta quarant’anni prima in Perù. Avrei tanto desiderato conoscerlo personalmente. Avrei voluto sentire i racconti che faceva la sera a mia mamma, seduta sulle sue ginocchia. Racconti di mare con onde alte come montagne, di grattacieli immensi, di scimmie impertinenti, di pappagalli multicolori e di serpenti lunghi dieci metri. Nelle sue storie mai un accenno alle esperienze difficili e ai sacrifici. Una vita affrontata con entusiasmo, con la mente aperta al mondo, con il cuore rivolto a Belluno. Mia nonna Maria, presenza fondamentale e fonte di equilibrio e serenità per tutti, lo seguì undici anni dopo. Entrambi riposano insieme nel cimitero di Levego.

Lorenzo Pertoldi

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