… e i minatori festeggiarono Bartali

Riccardo Paris
Riccardo Paris

Quando i miei genitori, originari di un paese al confine tra Abruzzo e Lazio, si stabilirono a Belluno per via del lavoro di mio padre, furono due bellunesi, di una quindicina d’anni più anziani, il loro principale punto di riferimento in città, affettivo e non solo: Riccardo Paris detto “Carlin”, di Coi di Navasa, e Assunta “Sunta” De Bona, di Cet.
Queste due persone indimenticabili avevano affittato ai miei il primo piano di un caseggiato che erano stati capaci di costruire con le loro mani una volta rientrati in Italia dalla Svizzera, dove avevano vissuto e lavorato per diverso tempo. La mia famiglia stava al primo piano e “Carlin” e “Sunta” al piano superiore: i contatti erano quotidiani e per me, sin da bambino, quei due erano più che parenti.
Le loro storie erano la cosa più affascinante, specie quelle del tempo di guerra, e restavo interi pomeriggi ad ascoltarle, preferendole persino alla TV.
Una storia in particolare, però, mi è rimasta nel cuore e non parla di guerra ma di emigrazione, di miniera; ed è una storia piuttosto recente, che Riccardo mi raccontò quando ormai era molto anziano ed io ero diventato un uomo.
Ricordo che un pomeriggio ero andato a trovarlo nella vecchia casa di via Maresio Bonaventura come facevo spesso, specie da quando “Carlin”, vedovo e con la sola compagnia dell’adorato fratello Attilio, si era gravemente ammalato di una patologia polmonare probabilmente legata alla sua esperienza di minatore in Belgio.

Tra il 1947 ed i primi mesi del 1949, infatti, Riccardo, classe 1921, aveva lavorato in una miniera vallone. Non era Marcinelle; non ne sono certo, ma mi pare che fosse Blegny.

“Carlin” mi raccontava di turni durissimi; di squadre composte ognuna da tre minatori che lavoravano a mille metri di profondità, in mutande per il gran caldo, madidi di sudore per la forte umidità e per la paura dei crolli; di ore di lavoro dentro cunicoli dove non manderemmo nemmeno un cane; di baracche dove si faceva fatica a respirare d’estate e che erano gelide in inverno, con l’unico lusso di una grossa stufa al centro della camerata e un buon quantitativo di carbone per alimentarla. Molti non ce la facevano, raccontava Riccardo, e se tornavano in Italia dopo qualche giorno, qualche settimana, con il peso nel cuore per l’umiliazione che li avrebbe attesi a casa, costretti a dover dire ai loro familiari che avevano rinunciato al posto di lavoro; e quelli, per gli italiani, non erano anni in cui si potesse rinunciare al lavoro a cuor leggero.
Nella squadra di Riccardo, oltre a lui, c’erano un suo paesano che aveva la sua stessa età e un “tosat napoletan”, come lo chiamava “Carlin”. Chissà, magari era di Caserta o, forse, di Campobasso, ma, dato l’accento, per Riccardo doveva essere senz’altro “napoletan”.
I due bellunesi facevano da chioccia al “tosat”, di 18 anni appena, e cercavano sempre di evitargli i compiti più duri e rischiosi che, di volta in volta, venivano affidati alla loro squadra: “sta bon che fon noi altri”.
“Se era come fradei”, mi disse Riccardo, sospirando vicino al suo bombolone dell’ossigeno: poche parole che rendevano l’idea di quale fosse il loro rapporto. E una lacrima gli rigò il viso, cosa piuttosto insolita per un duro come “Carlin”.
Poi prese a parlarmi del Giro di Francia, quello del 1948. Nella torrida estate di quell’anno si correva, infatti, il Tour de France e le speranze del ciclismo italiano, assente Coppi, erano riposte sul 34enne Gino Bartali, toscano di Ponte a Ema. Bartali aveva vinto il Tour nel 1938 ma erano altri tempi e, data l’età indubbiamente avanzata per un ciclista, nessuno pensava che potesse vincerlo ancora. Robic, che aveva vinto il Tour nel 1947, la prima edizione del dopoguerra, Bobet e i vari favoriti della vigilia, per lo più belgi e francesi, nelle loro interviste del pregara non avevano minimamente menzionato Bartali; gli stessi giornalisti italiani lasciarono in molti la Grande Boucle quando Ginettaccio cadde sui Pirenei e accumulò uno svantaggio dalla maglia gialla di ben 21 minuti. Ma nella baracca di “Carlin” nessuno aveva intenzione di mollare: c’era una radio e, quando i turni in miniera lo permettevano, lui e i suoi compagni cercavano di seguire le tappe del Tour; uno di loro, che conosceva bene il francese, traduceva le varie radiocronache. “Avon sempre sperà”, mi spiegò ad un tratto Riccardo, “perché Bartali l’era sempre Bartali”.
E, infatti, come nel più classico dei film americani a tema sportivo, accadde l’impensabile, quello che nessuno, a parte i minatori italiani di Blegny, aveva previsto.

La corsa arrivò sulle Alpi e Bartali cominciò a rimontare, tappa dopo tappa, salita dopo salita: prima il Colle dell’Izoard, poi il Galibier, la Croix de Fer, il Coucheron, il Granier. E infine il trionfo finale a Parigi, il 25 di luglio del 1948, quando il campione italiano indossò definitivamente la maglia gialla del vincitore, con un distacco di più di 26 minuti sul secondo classificato, il belga Schotte: aveva stracciato tutti, “l’gavea ciavà quei mone de’ francesi”, diceva Riccardo, che non faceva differenza tra francesi e valloni, i belgi di lingua francese. Grande, Bartali: con la faccia sporca di polvere e di fatica, che lo faceva tanto somigliare a “Carlin” e agli altri minatori, aveva vinto e aveva vinto anche per loro.

E allora Riccardo e i suoi due inseparabili compagni, il “me paesan” e il “tosat napoletan”, non ce la fecero più. La sera della premiazione di Bartali si diedero una ripulita e uscirono – era la prima volta che lo facevano perché non bisognava spendere e occorreva “mandar i schei” in Italia – ed entrarono nella brasserie più elegante del paese, “quella dei paroni”, precisò Carlin, quella in cui i lavoratori stranieri, specie gli italiani, non erano graditi. Si sedettero ad un tavolo, un po’ in disparte ma non più di tanto, ed ordinarono, in tre, una bottiglia di Stella “Artois”; Riccardo la pronunciava proprio così come si scrive, “Artois”. E brindarono alla salute di Bartali, sotto gli sguardi “incazzati” degli avventori “francesi”: un po’ come nella celebre canzone che Paolo Conte dedicò alla grande impresa del Ginettaccio nazionale. “Erano furiosi, eh? E non vi hanno detto niente?”, gli chiesi dopo un po’, curioso di sapere quale fosse stata la reazione nei confronti dei tre italiani. “I tasea tuti”, fu la risposta lapidaria di “Carlin”, con un ghigno beffardo stampato in faccia che dava proprio l’impressione che stesse ancora godendo, a distanza di tanti anni. Un ghigno che aveva però un che di malinconico, di indicibilmente triste e struggente.
Eh, sì, per un giorno, un giorno soltanto, Riccardo e i suoi non erano più poveri immigrati, “comprati” dalle grandi società minerarie come fossero merce, non erano più “maccaronì” o quantomeno se lo erano dimenticato, sia pure solo per quel giorno: erano loro i vincitori e gli altri, “i francesi”, dovevano tacere; e basta.
Finito il suo bellissimo racconto, feci per andarmene, ma mi richiamò per un attimo vicino a sé; “Carlin” aveva grande senso dell’humor e voleva mandarmi via con una battuta perché non era il caso di commuoversi. “Pecà che l’an dopo”, sorrise scuotendo la testa, “quan’ che il Tour lo gà vint Coppi, ere apena rientrà in Italia…”.
Riccardo è morto qualche mese dopo avermi raccontato questa storia. E’ strano che non me l’abbia mai raccontata prima di allora e ancora me ne chiedo il motivo. Forse riteneva che un ragazzino non avrebbe potuto capire.
Mi piace pensare però che l’abbia voluta tenere per ultima. Che sia stato il suo ultimo saluto per me.

di Luca Di Pangrazio

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