L’ABM, nell’esercizio delle molteplici attivitĂ di divulgazione e sensibilizzazione delle tematiche legate alla storia dell’emigrazione locale, ha sempre fortemente voluto coinvolgere le nuove generazioni per renderle partecipi e consapevoli dell’importanza e della valenza del fenomeno migratorio del passato e del presente.
Da molti anni è in atto una stretta collaborazione con le scuole di ogni ordine e grado, della provincia e non solo, che prevede la programmazione, nel corso dell’anno scolastico, di visite guidate e laboratori presso il MiM, ora diventato MEV-Museo dell’Emigrazione Veneta.
E’ interessante scoprire che alcuni studenti, dopo questo approccio al Museo, sono motivati a raccogliere le testimonianze di parenti e conoscenti che hanno vissuto l’esperienza di emigranti.
Pubblichiamo di seguito l’elaborato che Martina Mussoi, quando era una giovane studentessa delle scuole secondarie di primo grado, ha realizzato sulla storia dei bisnonni nati a fine ‘800 e inizio ‘900. Uno spaccato della vita di due generazioni di emigranti bellunesi del secolo scorso dal punto di vista di una ragazza nata nel nuovo millennio. ________________________________________________________________________________________________________
E’ una lunga storia, quella che ha come protagonisti gli uomini bellunesi che, negli anni passati andarono a lavorare all’estero, in altri Stati europei. Tra questi lavoratori, c’era anche il mio bisnonno, Livio Savi, nato nel piccolo comune di Soverzene il 31 marzo del lontano anno 1926. Egli infatti lavorò in Francia, a Parigi, in un cantiere, dove la sua professione era quella del carpentiere. Era un giorno del 1954, quando, all’etĂ di 28 anni, salì su un treno presso la stazione di Belluno e partì per la Francia. Per fortuna non era solo: insieme a lui c’erano anche alcuni suoi compaesani: tra questi c’erano il fratello Giovanni e due amici, Giacomo Tramontin e Silvio Burigo, detto anche Silvio “il moro”. Il viaggio era molto lungo, e durava piĂą di 20 ore poichĂ© bisognava effettuare molti scali. Il mio bisnonno lavorò in Francia per quattro anni, fino al 1957. I lavoratori, a volte, andavano a trovare la propria famiglia, ma questo non accadeva troppo spesso, solitamente una volta all’anno. Egli vi lavorò fino all’etĂ di 32 anni, poi, tornò a casa e trascorso l’inverno, ripartì nuovamente per un ultimo anno di lavoro sempre in Francia. La vita nei cantieri era molto dura: gli operai dormivano e vivevano in delle baracche costruite da loro stessi utilizzando le lamiere, che erano costretti a condividere con altre quattro o cinque persone. Inoltre, al mattino, si dovevano alzare molto presto, alle 06:00!! Il suo lavoro di carpentiere consisteva nel sistemare le tavole di legno sulle future pareti, e nel preparare le “basi”, su cui, successivamente, un muratore avrebbe steso la malta. A volte, però, anche i carpentieri facevano la malta; ma la loro principale occupazione era quella di lavorare utilizzando il legno, come si può intuire osservando la maggior parte delle fotografie, ancora in bianco e nero, che risalgono a quel lontano periodo. Sempre attraverso le fotografie, che sono un’importantissima testimonianza riguardante il suo lavoro, (e anche quello di molti altri uomini) si possono dedurre altre due informazioni: le condizioni climatiche e le abitudini di vita dei lavoratori. Per quanto riguarda la temperatura, essa era piuttosto calda in estate, dato che gli uomini indossavano canottiera e pantaloncini corti, e fredda in inverno. Un particolare abbastanza insolito e curioso da notare è che, per lavorare, le persone non usavano le scarpe antinfortunistiche, obbligatorie nei cantieri odierni, bensì gli “scarpet”, ovvero delle calzature realizzate a mano, in una materiale molto resistente al tempo, ma per niente adatto al lavoro in cantiere. Per quanto riguarda le abitudini di vita dei lavoratori, possiamo dire che gli uomini dovevano provvedere in modo completo al loro sostentamento: dovevano innanzitutto scopare il pavimento delle baracche, per mantenere pulito l’ambiente. Ma tra i loro compiti quotidiani, c’era anche quello di cucinare, come si può notare osservando una fotografia in cui gli uomini tengono in mano delle pentole, e quello di fare il bucato e di lavare i panni in delle tinozze piene di acqua, con l’aiuto di un mastello. Talvolta, però, un uomo si prendeva la responsabilitĂ di cucinare per tutti i compagni, alcuni piatti veloci e semplici da cucinare, solitamente i piĂą comuni, cioè la minestra, la pasta e, a volte, anche la polenta. La vita in un cantiere della seconda metĂ del Novecento, era molto difficile: non soltanto perchĂ© gli uomini dovevano recarsi in uno Stato del quale, molto spesso non conoscevano la lingua, ma soprattutto perchĂ© bisognava lavorare tutto il giorno, cosa molto stancante ed impegnativa, dovuta anche alla sveglia, che suonava molto presto al mattino. Ma nonostante questo, il lavoro di questi uomini, è stato veramente utile, tanto che, ancora oggi, li ricordiamo per la loro volontĂ e la loro disponibilitĂ ad andare a lavorare in altri Stati europei, per costruire i cantieri, che hanno dato vita alle successive costruzioni. Ma il mio bisnonno, non era l’unica persona della mia famiglia che andò incontro a questo difficile lavoro: anche il mio bis bisnonno era un grande lavoratore. Il suo nome era Giovanni Burigo: egli nacque il 19 luglio dell’anno 1891, sempre nel piccolo comune di Soverzene. Le uniche informazioni che ho su di lui risalgono, non solo dai ricordi dei miei nonni e dei miei genitori, ma soprattutto dal suo Libretto di Lavoro, che è stato conservato per molti anni dalla mia famiglia. Il libretto di lavoro è un libretto che veniva consegnato a tutti i lavoratori; in esso erano riportate tutte le informazioni riguardanti la famiglia dell’operaio, lo stato di salute e la professione. Esse erano scritte a mano presso il Comune, utilizzando il pennino e l’inchiostro, in una calligrafia bellissima e con segni molto accurati. Sfogliando le pagine, si può notare la presenza del timbro del Comune di Soverzene, del Municipio e della Provincia di Belluno; inoltre, sul retro della copertina, è presente lo Stemma del Fascio. Sul libretto di Lavoro era inoltre riportato il livello di istruzione, che, nel caso del mio bis bisnonno, corrispondeva solamente alla terza elementare. Egli era una delle persone che all’epoca era stata maggiormente istruita, nonostante al giorno d’oggi sia obbligatorio frequentare la scuola fino all’etĂ di 16 anni. Anche lui svolgeva la professione di carpentiere e lavorò nello Stato del Belgio, dall’anno 1930 all’anno 1936, anche se il Libretto di Lavoro era formato da ben 82 pagine, quelle riempite erano solamente le prime tre! Inoltre, non erano ancora diffuse le fotografie e per questo motivo non sono a conoscenza di ulteriori informazioni. Egli non conosceva nessuna lingua straniera, ma nonostante questo, era una delle pochissime persone che sapeva leggere. Infatti, alla sera, quando tutta la famiglia si riuniva nella stalla, lui leggeva il giornale ad alta voce , in modo che anche le persone analfabete potessero ascoltare ed essere al corrente di tutte le notizie. Anche se non l’ho mai conosciuto, sono comunque certa che il suo lavoro è stato molto utile. Forse alcuni degli edifici costruiti da lui esistono ancora oggi, ma questo risulterebbe molto difficile da scoprire. Inoltre sono molto fiera di avere avuto due parenti che hanno lavorato così tanto e così a lungo, infatti tutta la mia famiglia ne parla ancora.
Martina Mussoi – classe 2′ A – Anno Scolastico 2011-2012
Scuola Secondaria di primo grado “Sandro Pertini”
Via Canevoi, 41 – 32014 Ponte nelle Alpi (BL)
(Per gentile concessione di Martina Mussoi).
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