«La mia ultim’ora è suonata, mai usirò vivo da questa tomba». Il disastro della miniera di Cherry raccontato da uno dei sopravvissuti

«Ritiratisi che fummo un poco al sicuro e dove laria si poteva respirre si siamo ammucchiati tutti in un cerchio si parlava come questo era succeduto si domandavano uno con l’altro da dove era stato il fuoco incominciato. Nssuno di noi minatori lo sapeva solo il Caporale di notte a nome George Eddy disse: Mi è stato detto che il fuoco a’ incominciato da una Balla di fieno cioè vi erano sei balli di fieno in un carro e una di queste attaccò fuoco ma non so’ come Allora tutti speranzosi perché nessuni di noi credeva che una Balla di fieno in fiamme potesse fare tanta tanta strage».

Il racconto è di Antenore Quartiroli, emigrato di Boretto, Reggio Emilia. La strage è quella avvenuta a Cherry, piccolo villaggio nella contea di Bureau (Illinois) che al censimento del 2010 contava 482 abitanti. Quel piccolo villaggio fu nel secolo scorso teatro di uno dei più grandi disastri minerari nella storia degli Stati Uniti.

È il 13 novembre del 1909, un sabato. Il turno di lavoro comincia come sempre alle sette del mattino. Tutto regolare, fino a quando un corto circuito fa saltare l’impianto di illuminazione. È l’inizio di un disastro. Per vincere il buio di gallerie e pozzi vengono accese diverse torce a olio e ad acetilene. Più tardi, verso mezzogiorno, nel secondo livello della miniera viene portato un carico di balle di fieno. Servirà a nutrire i muli che trascinano verso l’alto i vagoni pieni di carbone. La tragedia è in agguato. In prossimità del pozzo di areazione una delle torce cade sul carico e scatena un incendio. Il legname che sostiene le gallerie fa da conduttore e le fiamme in poco tempo si propagano. All’una scatta l’allarme: bisogna mettersi in salvo. È quello che provano a fare Antenore e i suoi compagni.

«Il tempo passava e il fumo sempre si avicinava a noi e manmano che questo si avanzava noi sempre più indietro si ritirava. Verso le ore 7 sempre del medimo giorno pareva che il fumo fosse sparito, noi tutti gioiosi abbiamo detto: adesso andiamo fuori ma Uno di noi disse: Cari compagni la mia consolazione sarebbe che tutti andassimo fuori salvi ma ancora non lo credo. Infatti fatti alcuni passi, fumo non ve neva più ma l’aria ossigenata era cosi forte che qualunque uomo non poteva resistervi più 5 minuti».

Si prova per un’altra via, ma i cunicoli sono orami diventati una trappola.

«Passato che abbiamo il 7 Nord – prosegue la testimonianza – si siamo incamminati giù per la strada del Nord Vest dopo 5 minuti che si camminava sentii una voce che disse: Anche qua c’è il Black Damp (aria ossigenata) non si più andare avanti al sentire quelle parole un grido di terrore corse di bocca in bocca e chi si avesse visto in quel momento nessuno arrebbe conosiuto in noi al nostro sguardo gente umana».

Via via che il fumo si propaga, il lumicino delle speranze si fa sempre più flebile.

«Ormai la via d’usita era chiusa da ambo le parti da quest’aria ossigenata non rimaneva altro che rassegnarsi andare dove l’aria era meglio e aspettare che qualche d’uni dal di fuori venissero in nostro soccorso prima della nostra morte».

Le giornate passano. I superstiti sono una ventina, stremati da fatica, fame e sete. Si trascinano a stento per cercare un po’ d’acqua. Impossibile resistere, tanto che Antenore decide di lasciare uno scritto per la moglie:

«Cara Erminia sono sicuro che la mia ultim’ora è suonata e che mai usirò vivo da questa tomba. Non pensare alla mia morte perché credo di fare una morte dolce. Scriverai alla mia sfortunata madre e fratelli e gli dirai la mia triste fine altro non ho da dirti che di educare il nostro figlio meglio che puoi, e quando sarà grande gli dirai che aveva un padre onesto. Direi arrivedersi ma non posso che dire addio per sempre. Un Bacio Antenore».

Trascorrono otto giorni. Incredibilmente Antenore e alcuni colleghi sono ancora in vita. Con le ultime energia rimaste e con la forza della disperazione tentano il tutto per tutto: abbattono il muro e provano a raggiungere l’uscita. Imboccata la strada giusta cominciano a giungere le voci dei soccorritori impegnati a recuperare i cadaveri delle vittime: ben 259, di cui 65 italiani. Nessuno immagina ci possano essere ancora delle persone in vita. E invece ci sono e alle due del pomeriggio di sabato 20 novembre vengono tratte in salvo.

«Appena sortito mi condussero in un treno speciale – ricorda Antenore, ormai scampato alla fine – la erano letti pronti, doctori da ogni parte, Suore Monache, infermieri, medicine, Giornalisti, Soldati e tanti altri che io non ricordo… I Giornalisti volevano sapere come abbiamo fatto a campare 8 giorni senza mangiare I Dottori domandavano come si sentiva un’altro domandava un’altra cosa io invece li mettevo tutti pari domandavo solo qualche cosa da bere e guardavo sempre dal finistrino se vedevo qualche d’uno dei miei cari Vedevo Solo degli amici che salutavano con la mano chi con la testa vi era pure Panizzi Elenterio un mio compaesano che mi disse da lontano che appena ludii. Anche questa lai passata bella».

Il racconto dei terribili otto giorni di Antenore e degli altri sopravvissuti è contenuto in un libretto che Tarcisio Bombassaro – tramite Gianluigi Bazzocco, presidente della Famiglia Ex emigranti di Fonzaso – ha consegnato al Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia”. Digitalizzato e disponibile per la consultazione sul sito di Aletheia, il libretto offre una lucida testimonianza sul disastro di Cherry.
Una delle tante pagine dimenticate della nostra storia recente.

Archivio foto-storico dell’emigrazione. Il progetto cresce grazie alla Regione Veneto

La promozione della raccolta fotografica Aletheia

Continua a crescere l’archivio foto-storico del Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia”. Grazie a un finanziamento della Regione del Veneto, l’Abm sta proseguendo nella strada intrapresa nel 2015. In quell’anno, infatti, sempre contando sul fondamentale contributo regionale, venne dato avvio a un progetto di raccolta, digitalizzazione e archiviazione di materiale storico relativo all’emigrazione veneta nel mondo. L’obiettivo era creare un archivio digitale indicizzato con cui costruire, conservare e diffondere una storia “per immagini” dell’emigrazione.
Successivamente, per renderlo ampiamente fruibile, tale archivio venne messo a disposizione online, attraverso il portale del Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia” (www.centrostudialetheia.it): un sito con cui abbattere le barriere e consentire a tutti l’accesso alla memoria storica del nostro “andare per il mondo”.
Attualmente, un nuovo contributo regionale sta consentendo di incrementare questo patrimonio. È infatti in corso un ulteriore lavoro di digitalizzazione e caricamento online sia di foto, lettere, documenti già raccolti, sia di materiale che si sta raccogliendo ex novo.
«Miriamo a un duplice scopo – spiega il presidente Abm Oscar De Bona – da un lato completare il caricamento su “Aletheia” dell’archivio già costituito, dall’altro portare avanti un ulteriore lavoro di raccolta, digitalizzazione e caricamento sul web. Un grazie alla Regione, sempre sensibile al tema della conservazione della memoria dell’emigrazione, alle persone che ci stanno portando la propria documentazione e ai volontari che ci danno supporto in questo importante lavoro. Invitiamo chiunque abbia conservato delle testimonianze del proprio passato di emigrante o degli espatri dei propri famigliari a rivolgersi ai nostri uffici».

I contatti a cui fare riferimento sono:
Tel. +39 0437 941160
email: aletheia@bellunesinelmondo.it
Il materiale consegnato verrà digitalizzato e restituito ai proprietari.
Didascalia (aletheia) La promozione della raccolta fotografica Aletheia

ROBA DA CIÒDE: DONNE ALLA VENTURA. L’emigrazione delle donne bellunesi nel Trentino

Foto di gruppo di ciòde (o ciodéte): le giovani donne bellunesi impiegate come braccianti o domestiche stagionali in Trentino. Il nome deriva probabilmente dal loro uso di scarpe chiodate (Archivio Associazione Bellunesi nel Mondo)

“Mi a nove ani ò cognést ‘ndar a Trento a laoràr sot parón. I me ciaméa la matelòta” (Io a nove anni sono dovuta andare a Trento a lavorare sotto padrone. Mi chiamavano tosatèla). A parlare è la mia nonna paterna che, rivolta a noi nipoti, generazione fortunata, ci ricordava, a guisa di benevolo rimprovero per qualche nostro atteggiamento un po’ monello, la triste esperienza dell’emigrazione conosciuta in così tenera età. La nonna ci raccontava che con i suoi padroni, tutto sommato, si era trovata bene ma, per molte compagne che condividevano la sua stessa condizione, non è sempre stato così, anzi!

Il fenomeno delle Ciòde, pur avendo interessato anche bambini d’ambo i sessi, è da considerarsi una forma d’emigrazione principalmente femminile, che ha visto, a cavallo fra XIX e XX secolo, frotte di contadine bellunesi raggiungere le floride campagne della Val d’Adige per svolgervi lavori di bracciantato agricolo. Data la natura dell’impiego, il periodo di assenza da casa andava dalla primavera all’autunno, seguendo, come le rondini, i ritmi delle stagioni.
Tale flusso di manodopera femminile era per lo più determinato, come già quello maschile, dalle misere condizioni in cui viveva la maggior parte della popolazione, una vita di stenti e di privazioni. L’aspettativa era quella di migliorare le proprie condizioni di vita mirando, nel contempo, a raggranellare qualche soldo con cui concorrere al sostentamento del nucleo familiare e magari, per le nubili, farsi la dote. Ciò non si poteva pretendere per i bambini, la cui permanenza fuori casa rispondeva spesso all’avvilente necessità di avere, almeno per un certo periodo, una bocca in meno da sfamare. Il fatto che la domanda dei possidenti del Trentino si rivolgesse al genere femminile è verosimilmente da attribuire al suo minor costo sul mercato del lavoro e dal fatto che le Ciòde si dimostrarono, per lo più, delle lavoratrici instancabili e versatili.

Il reclutamento veniva in genere gestito da una donna del paese che si occupava anche dei viaggi, sia di andata, sia di ritorno; i bambini erano solitamente affidati a Ciòde adulte conosciute.

Il viaggio, nonostante la vicinanza geografica del luogo di destinazione, si presentava alquanto incerto e talvolta avventuroso. Avveniva con mezzi di trasporto eterogenei: in parte a piedi, in parte coi carri, almeno fino a Primolano o a Tezze Valsugana, dove si proseguiva per Trento con il treno. A Tezze c’era da superare la frontiera, in quanto il Trentino, fino alla conclusione della Guerra Mondiale 1914-1918, faceva parte dell’impero asburgico e quindi ci voleva il passaporto. In realtà, a quanto sembra, era abbastanza facile eludere i controlli o, in vece del passaporto, bastava esibire un certificato di buona condotta firmato dal Sindaco o dal Parroco, potente lasciapassare che, al tempo, costituiva anche un’autorevole referenza.
Le lavoratrici bellunesi erano chiamate Ciòde dalla popolazione trentina, pare per il fatto di avere la suola degli zoccoli di legno ricoperta da bròche (bullette antiusura) o, secondo altri, per il frequente intercalare, nella parlata, dell’espressione ciò.

Quello che rende peculiare il fenomeno delle Ciòde è la precarietà del lavoro e, soprattutto, le mortificanti modalità d’ingaggio. Esse, a parte quelle che avevano già instaurato un rapporto di continuità con famiglie presso le quali avevano già lavorato, partivano per lo più al buio, ovvero senza sapere se e dove avrebbero trovato lavoro. Ciò alimentava il tristemente famoso mercato delle Ciòde che si teneva nella Piazza del Duomo di Trento, all’ombra di un grande tiglio. Qui si assisteva al deprimente “offrirsi” delle Ciòde agli agrari trentini che le esaminavano, alla stregua degli animali del foro boario, privilegiando, visto l’impiego che erano chiamate a svolgere, la fisicità e la robustezza sull’avvenenza. Oltre all’umiliante esporsi alla cernita dei potenziali datori di lavoro, un altro aspetto negativo era rappresentato dalla maggior forza contrattuale di quest’ultimi, che le vedevano costrette ad accettare condizioni dettate pressoché unilateralmente, non scritte, e spesso disattese. Insomma, un vero e proprio sfruttamento. Contro questo inumano mercato si erano mossi in patria, a tutela delle povere Ciòde, i Segretariati dell’Emigrazione, patronati di ispirazione socialista e cattolica che riuscirono, grazie a un’azione di propaganda e alla raccolta di fondi, ad apportare qualche miglioramento.

Un deciso salto di qualità fu compiuto con l’istituzione a Trento, nel 1908, presso l’Ufficio Comunale del Lavoro, della “Sezione Lavoratori e Lavoratrici della Terra”, appositamente preposta alla tutela delle Ciòde e dei loro rapporti con i datori di lavoro.

Quest’Istituzione si rivelò un vero toccasana per le povere e spesso sprovvedute emigranti, che vi trovarono un sicuro punto di riferimento, di tutela e di assistenza. La Sezione svolgeva attività di collocamento, senza peraltro interferire nei rapporti bilaterali di contrattazione, prestandosi a formalizzare per iscritto i contratti stipulati e riportandoli su un apposito registro. L’Ufficio rimaneva a disposizione di ambo i contraenti per verificare eventuali inadempienze e dirimere possibili cause di contenzioso. Un altro prezioso servizio svolto dall’Ufficio fu quello di assicurare assistenza alle Ciòde appena arrivate e ancora senza collocazione, o rimaste temporaneamente disoccupate, che in precedenza si arrabattavano alla bell’e meglio, trovando rifugi di fortuna in cui erano esposte a non pochi rischi. Tale servizio contemplava un asilo diurno, un deposito bagagli, un recapito postale e, successivamente, anche un dormitorio.

Il fatto che la manodopera femminile bellunese fosse tanto richiesta è dovuto principalmente al fatto che, oltre a essere delle grandi lavoratrici, provenendo anch’esse dal mondo contadino, le Ciòde si dimostravano subito operative senza bisogno di apprendistati: insomma, sapevano già fare di tutto. Le condizioni di lavoro erano, in genere, piuttosto pesanti e il trattamento, inteso come vitto e alloggio, loro riservato, dipendeva dalla sensibilità della famiglia ospitante, ma per lo più lasciava alquanto a desiderare (anche se in patria la situazione non era certo migliore). Il disagio, soprattutto per i bambini (Ciodéte e Ciodéti), era accentuato dalla nostalgia di casa.

Complice forse la non continuità del lavoro, limitata ai mesi estivi, e nonostante molte affinità culturali, fra Ciòde e popolazione trentina non vi fu mai vera integrazione, fatte salve alcune eccezioni (vi furono, pur rari, dei matrimoni). I rapporti si mantennero sempre piuttosto distaccati, stante anche la situazione di subalternità in cui le lavoratrici si trovavano e il poco tempo libero di cui disponevano per poter socializzare con la comunità di accoglienza.

Non mancarono episodi di conflittualità. Soprusi, anche gravi, da una parte, e comportamenti di insubordinazione dall’altra. Sono stati segnalati anche comportamenti sconvenienti da parte di qualche Ciòda (i parroci erano molto preoccupati in tal senso), soprattutto nei frequenti periodi di interruzione del lavoro tra un ingaggio e l’altro, nonostante la possibilità di fruire, dopo la sua istituzione, dell’assistenza della Sezione Lavoratori e Lavoratrici della Terra (il mercato “clandestino” delle Ciòde non cessò mai del tutto).

È stata, quella delle Ciòde, un’esperienza molto amara, di solitudine, di duro lavoro e di asservimento. Esperienza che, in molti casi, sarebbe continuata più avanti, sotto altre forme, meno dure, forse, come tipologia di lavoro, ma pur sempre cariche di sofferenze e preoccupazioni.

Molte di esse, infatti, hanno vissuto in seguito l’esperienza della balia da latte, della balia asciutta, della serva, dell’operaia, oppure hanno seguito i mariti, come cuoche o inservienti, nei cantieri di mezza Europa. Lontano da casa, dai luoghi della loro infanzia e giovinezza, dentro una cultura diversa, lontano, soprattutto, nella maggior parte dei casi, dagli affetti più cari: questo era il duro volto dell’emigrazione.

Tuttavia, queste esperienze dolorose hanno permesso alle donne di uscire dallo stretto perimetro del proprio paese, di venire a contatto con realtà diverse, di ampliare il proprio orizzonte di conoscenze, di acquisire consapevolezza del proprio stato e della propria libertà, presupposti fondamentali per il processo di emancipazione e autodeterminazione che ne sarebbe seguito. L’emigrazione, oltre che rispondere a uno stato di necessità, rappresentava anche, per quante erano più intraprendenti e aperte all’innovazione, un’occasione per realizzare un disegno di crescita personale e di affrancamento dall’autorità genitoriale.

Il fenomeno delle Ciòde, andatosi via via spegnendo nel tempo (è durato fino alla Seconda Guerra Mondiale), rappresenta, in termini numerici, un aspetto marginale nel più ampio contesto della mobilità umana, nondimeno esso merita, per le sue peculiarità di genere, di luogo e di tipologia di lavoro, di essere sottratto all’oblio e occupare, nell’ambito dell’emigrazione, un proprio, riconosciuto spazio.

Lois Bernard

Un borghese in viaggio con i migranti italiani. Edmondo De Amicis racconta l’emigrazione in Sull’Oceano

L’unificazione italiana porta con sé molte controversie. L’unità geografica è quasi totalmente raggiunta; manca, però, quel senso di appartenenza alla nuova patria e vi sono tuttavia molte difficoltà a livello sociale ed economico. Andare in fondo, fino alle radici di questi problemi vorrebbe dire interessarsi della condizione delle classi più disagiate. Ciò, però, non fa onore. Il “far finta di niente”: ecco come probabilmente l’Italia ha inizialmente fallito il suo progetto di unità. È riuscita a creare un’unificazione nella geografia, ma non l’ha creata nell’identità del nuovo popolo italiano. Nemmeno raccontare in un testo letterario le difficoltà dei più poveri è decoroso. Un borghese non può interessarsi della condizione delle classi disagiate del proprio paese.

Eppure, Edmondo De Amicis decide di andare controcorrente. Un borghese che si interessa della terza classe! Direi, un atto rivoluzionario per l’epoca. Riesce a rompere questa barriera tra ricco e povero. O almeno ci prova.

Tutti lo conosciamo per Cuore, testo che racconta, attraverso il ruolo della scuola e la figura dei bambini, il processo di unificazione italiana non solo dal punto di vista geografico, ma soprattutto dell’identità e del sentimento di appartenenza al paese appena nato. Il compito di De Amicis, però, non si limita ad osservare la realtà italiana all’interno della penisola. Nel 1884 si imbarca a Genova per ripercorrere lo stesso viaggio dei nostri migranti che, trascurati nel proprio paese, scappavano in cerca di fortuna. L’emigrazione è un tema che lui stesso aveva già affrontato in Cuore e diventa questa volta protagonista nella sua testimonianza intitolata Sull’Oceano. È forse la prima volta che un borghese parla direttamente con i veri protagonisti della migrazione dando loro voce. L’emigrazione risulta essere una delle conseguenze delle difficoltà sociali italiane: è sintomo di non appartenenza e indice che qualcosa nel Paese non funziona a livello sociale ed economico. Per questo il migrante è una fonte essenziale per comprendere appieno queste problematiche e, di conseguenza, le loro cause.

In questo lungo viaggio, De Amicis ascolta le testimonianze dei migranti e le trascrive senza tradurle in italiano. Purtroppo, la visione che ci offre risulta un po’ limitata. Chi scrive appartiene ad una classe agiata e la sua visione da borghese forse offusca un po’ la realtà. De Amicis sembra essere parecchio ottimista: parla spesso di patria, di amore per essa e forse non ha totalmente chiaro che tanti migranti hanno perso o non hanno mai avuto interesse per l’Italia. Inoltre, è lui stesso a mettere fra virgolette le parole dei migranti e quindi si potrebbe pensare che sia lui a decidere quando preferisce che intervengano. D’altra parte, però, non si può negare che questo sia comunque un passo importante che vuole far luce sulla verità e svegliare le coscienze di chi sta in alto. Come già detto, il far finta di niente e ignorare è stata probabilmente una delle cause della frammentazione italiana.

La situazione che si crea nel piroscafo è particolare. Lo stesso De Amicis fa notare che i problemi nella penisola si riproducono all’interno della nave durante il viaggio, solo che in dimensioni ridotte. Innanzitutto, il piroscafo viene diviso in prima, seconda e terza classe e non solo come differenza nel biglietto, ma anche come condizione sociale. De Amicis nota queste differenze nei passeggeri in base agli oggetti che portano con sé per il viaggio. Forse per la prima volta i nuovi italiani si incontrano: persone di diversa classe sociale e soprattutto di diverse regioni. Il viaggio è una breve esistenza: come in uno stato, nascono delle regole all’interno del piroscafo, spontaneamente. Nascono delle figure di riferimento, ovvero gli ufficiali e il capitano. Si crea l’atmosfera della piazza e della routine quotidiana.
Venire a contatto con altri italiani permette di conoscere la diversità perché fra di loro si considerano differenti. C’è unità della geografia ma non dell’identità e della lingua, primo mezzo di comunicazione per evitare l’isolamento. Scoprono che dovrebbero essere tutti italiani, ma le differenze sono più grandi delle similitudini.  Ecco che il rigetto verso l’Italia si fa più forte. Perché dovrebbero restare in un paese dove non vengono considerati dalla classe governante e perché dovrebbero sentirsi fratelli e sorelle di persone per loro sconosciute, diverse e che parlano una lingua differente? Di conseguenza, si può pensare che il viaggio e l’oceano acquisiscano una simbologia molto forte. Non si tratta solo di uno spostamento fisico, bensì di un viaggio interiore. È una traversata piena di dubbi, paure, speranze, pericoli, timori. Il viaggio è scappare dalle difficoltà. Ma è anche un punto di domanda perché si viaggia verso l’ignoto in quanto il migrante non può sapere cosa lo aspetterà dall’altra parte dell’oceano. È anche l’occasione per conoscere l’altro, il diverso, e questa conoscenza spinge ad una scoperta di sé stessi e della propria identità. Come già precisato, il viaggio è come una breve esistenza e per questo i migranti ricreano la quotidianità vissuta in Italia, tra le difficoltà, tra le nuove conoscenze, i litigi, le passeggiate, i passatempi.

De Amicis ne approfitta per dialogare con i migranti. É in buona fede, ma per loro lui resta il borghese, membro di quella classe italiana sfruttatrice e meschina. Spesso, sono gli stessi viaggiatori di terza classe a ignorarlo e ad allontanarsi da lui.
Alcuni però, accettano di conversare. Parlando direttamente con loro, De Amicis scopre che le cause della migrazione non sono solo la mancanza di lavoro. Ci sono tante storie di povertà, di miseria e di fame, ma anche di malattie come la pellagra o la malaria, di indifferenza del ricco verso le questioni sociali, di competenza straniera troppo forte. Lo scrittore conosce un migrante che associa a Nino Bixio e lo ribattezza come il Garibaldino: dopo aver combattuto per la patria, si sente tradito dalla stessa e dalla classe governante la quale non è capace di svolgere il proprio compito: “(…) una politica disposta sempre a leccare la mano al più potente (…) cresceva la miseria e fioriva il delitto”. L’Italia per lui è solo terra e si sente svuotato di ogni sentimento per essa. Un altro esempio interessante è la Famiglia di Mestre, composta dal papà, mamma incinta, figlia maggiore e gemelli. In Italia hanno dovuto affrontare problemi causati da ipoteche, debiti e raccolti scarsi. Il papà afferma di non avere più interesse nella situazione italiana perché è paese di false speranze, false promesse, di bugie della classe governante. I problemi della mancanza di denaro sono dovuti all’uso sbagliato che ne fanno i politici perché non sanno gestire l’economia e le finanze del paese. Mi emigro par magnar: ecco la motivazione per cui scappano. E aggiunge “Il nostro paese sarà benedetto quando si ricorderà che anche i contadini sono uomini”.

Un personaggio importante è la signorina di Mestre: una donna molto buona, disponibile che sempre aiuta in silenzio senza chiedere nulla in cambio. È una donna borghese, ma accettata da tutti nel piroscafo. Forse lei rappresenta quella parte della borghesia nel momento in cui scopre la verità della realtà italiana e si prende le sue responsabilità.

Come detto prima, le difficoltà all’interno dello stato italiano si ripetono nella nave:  e questo vale anche per le malattie. Il sovraffollamento di persone imbarcate e le scarse condizioni igieniche favoriscono il proliferarsi delle malattie. Lo stesso De Amicis si lamenta della trascuratezza da questo punto di vista.

Il viaggio si ferma in Uruguay per dividere i migranti in base alla propria destinazione. Quando il piroscafo riprende e si dirige verso l’Argentina, De Amicis prova pietà per i suoi italiani e chiede paese latinoamericano di prendersi cura di loro: “Sono volontari valorosi che vanno ad ingrossare l’esercito (…) Son buoni, credetelo; sono operosi, lo vedrete, e sobri, e pazienti, (…)  Sono poveri, ma non per non aver lavorato; sono incolti, ma non per colpa loro, e orgogliosi quando si tocca il loro paese (…)

Come conclusione si potrebbe fare questa riflessione: Sull’oceano si presenta come un testo di denuncia e una lettura dedicata alla classe borghese e al governo italiano. Un libro che funziona come catarsi e che invita ad un esame di coscienza. Le cause del malessere italiano vanno ricercate nella tanto denigrata gente povera. Solo conoscendo questa parte della società e quindi andando alla radice dei problemi italiani si potranno trovare i rimedi adatti. Non potrà mai esserci una vera unità italiana se si ignorano le cause che impediscono l’avverarsi della stessa.

De Amicis, Edmondo (ed. 2016), Sull’Oceano, Gammaró edizioni, Genova.

Migrazione femminile. Il coraggio delle donne bellunesi.

Aletheia_Balie_22Nonostante le migrazioni tra il XIX e il XX secolo siano state frequentemente caratterizzate da una componente maschile, non significa che le donne non abbiano partecipato a questo fenomeno. Semplicemente non se ne parla molto. Eppure, ci sono tanti esempi di donne che da sole hanno viaggiato, lavorato e lottato per la propria famiglia. Alcune sono rimaste, alcune sono partite. Ma tutte hanno avuto il loro ruolo importante.

Prendiamo, prima di tutto, l’esempio delle donne che sono rimaste. È vero: si potrebbe pensare che per le donne sia più semplice restare a casa senza dover affrontare i lunghi pericolosi viaggi ed emigrare all’estero. Per gli uomini che se ne vanno è decisamente difficile, le condizioni sono estreme e i mestieri pure, non sanno se torneranno e i pericoli sono ovunque. Ma si parla del XIX secolo. Per tutti ci sono pericoli e per tutti ci sono difficoltà. Non dobbiamo guardare quel periodo con i nostri occhi del XXI secolo. Si tratta di una donna dell’800. Bisogna considerare alcuni fattori prima di giudicare. La donna del XIX secolo è vista come una nullità dalla società soprattutto se non sposata o senza una figura maschile adulta a proteggerla. Il suo scopo, come quello della famiglia in generale, è avere più figli possibili. Uno dei motivi è la necessità di avere aiuto nei campi e nella casa. In più, la mentalità è questa e per tutti è giusto così. Se il marito decide di emigrare, alla donna spettano compiti altrettanto difficili. Da sola doveva crescere i bambini, accudire il bestiame, coltivare il campo, svolgere le faccende in casa. Vive in una condizione di continuo pericolo senza una figura maschile perchè la moglie dipende dal marito. Inoltre, si invecchia facilmente, ci sono molte malattie e scarsa igiene. L’energia che ha una donna adesso di 50 anni, all’epoca non è concepibile.

Alcune donne, invece, hanno un diverso tipo di coraggio e decidono di partire. Vengono in mente le venditrici ambulanti. Non sono solo gli uomini a girare tentando di vendere la propria mercanzia. Alla pari degli uomini cròmer, troviamo le donne cròmere. Il loro nome deriva dal tedesco Kram (merce). Le donne cròmere sono originarie soprattutto di Lamon o Sovramonte, partono verso la primavera e sono capaci di attraversare la pianura Padana, raggiungere la Svizzera o il sud della Francia per poi ritornare in autunno. Trasportano la casséla sulle loro spalle piena di oggetti da vendere. Con il tempo riescono ad organizzarsi sempre di più, imparando a spostarsi in treno e restano insieme in piccoli appartamenti-magazzini. Anche le nerte sono venditrici ambulanti: originarie solitamente di Erto e Casso, viaggiano trasportando la gerla contenente utensili di legno costruiti dagli uomini. La presenza femminile si riscontra anche nelle miniere in Belgio o in Francia. Nonostante siano gli uomini a dover scendere nelle viscere della terra, le donne restano in attesa che il carrello sia riempito con il materiale tolto nella costruzione di gallerie o cunicoli per poterlo poi svuotare. Un lavoro decisamente pesante…
Un altro esempio, all’interno dell’emigrazione stagionale, troviamo le ciòde o ciodete: ragazze giovani le prime e ragazzine le seconde. Verso la primavera si allontanano dalle nostre zone per dirigersi a piedi verso il Trentino e Tirolo. Nei giorni festivi, nella piazza principale, i futuri “padroni” possono scegliere la ragazza da assumere come in un vero e proprio mercato. I loro compito lavorativo gira attorno alla cura degli animali, dei campi e della casa.
Forse le balie è il mestiere che più si conosce. Anche questo fa parte della migrazione interna specialmente dalla prima metà del XIX secolo fino agli anni Cinquanta del Novecento. Un mestiere faticoso soprattutto dal punto di vista psicologico. Si parla di balie da latte quando si fa riferimento alle donne che sostituiscono nell’allattamento altre mamme di famiglie aristocratiche. I motivi possono essere vari: innanzitutto, la baia necessita denaro e risorse economiche per la propria famiglia, ma può capitare che la mamma non possa o non voglia allattare. La futura balia deve prima ottenere un certificato (Certificato di Sanità per esercizio baliatico) nel quale si conferma che ha da poco partorito e che è di sana e robusta costituzione.  Da non sottovalutare l’impatto psicologico e i sensi di colpa nel dover abbandonare il proprio bambino e doversi dedicare ad un altro… Le balie asciutte invece, si dedicano ai figli altrui senza dover allattare.
Nel corso del XX secolo sempre molte più donne bellunesi emigrano verso l’Europa centrale e alpina. Sono impegnate in attività commerciali come nelle gelaterie cadorine e zoldane all’estero. Continua la presenza delle donne nelle grandi industrie tessili in Svizzera e il loro numero si intensifica nel secondo dopoguerra.

Tra tutte queste donne coraggiose, è impossibile non nominare Anna Rech. Originaria di Pedavena, resta vedova quando non ha nemmeno 50 anni. Sola, con 7 figli quasi tutti minorenni e analfabeta deve imparare a cavarsela senza la figura maschile adulta che tanto la società pensa sia fondamentale nella vita di una donna. Prende la sofferta, ma coraggiosa decisione di lasciare Belluno con i figli e cammina fino a Vicenza da dove prende il treno per raggiungere Genova. Qui viene scoraggiata perché una donna da sola non può farcela. La necessità di sopravvivere, però, è più forte e la famiglia si imbarca. Arrivano in Brasile, nella zona del Rio Grande Do Sul. È il 1876.  Le viene assegnato un terreno che Anna scopre trovarsi in un punto strategico: vicino alla sua casa passano molti viandanti e viaggiatori. Il suo ingegno la porta a fare della sua abitazione una locanda, un punto di ristoro. Inizia ad essere un punto di riferimento per coloro che abitano nelle vicinanze anche grazie al contributo che offre come levatrice. Col passare degli anni è sempre più conosciuta e amata e attorno a lei vengono ad abitare molte altre famiglie. Questo getta le basi per una futura cittadina che prende il nome proprio da Anna. Impossibile non riconoscere il suo coraggio…

Di figure femminili forti e determinate ce ne sarebbero sicuramente tantissime. Purtroppo, non hanno avuto il giusto riconoscimento… Ma se ancora pensate che per la donna sia stato tutto molto più facile…. sarebbe meglio rileggere l’interno articolo daccapo.