Questa è la storia di Roberto Dall’Asen

Roberto Dall'Asen
Roberto Dall’Asen

Nel giugno del 1973 Roberto Dall’Asen giunse nell’umida e piovosa Formosa, per partecipare ai lavori di costruzione di una diga, a circa 90 km da Tai-Chang. Qui trovò moltissimi militari: l’isola era allora una base per l’intervento americano in Vietnam. Erano giorni di intensa umidità e piogge continue. Nel 1975, Roberto volò in Sudafrica, per partecipare alla costruzione di un’altra grande diga, e della relativa centrale elettrica, al confine fra Namibia e Angola. I lavori furono realizzati in una zona isolata del Paese: la città più vicina si trovava a 900 km di distanza. La Namibia, ex colonia tedesca, era in quegli anni amministrata dal Sudafrica. Il Sudafrica dell’Apartheid razzista si mostrò subito all’arrivo all’aeroporto di Johannesburg: nella fila sbagliata fu trattenuto da una guardia che controllava l’effettiva separazione di bianchi e neri.

Lavorando al confine con l’Angola, Roberto fu presente a un evento storico: l’arrivo dei militari cubani, con l’Operaciòn Carlota, che portò nel paese più di 50.000 cubani in soli 15 giorni.

Il conflitto fu lungo e vide coinvolti, da un lato Cuba e Unione Sovietica, e dall’altro Stati Uniti e Sudafrica: si giunse alla firma di un accordo di pace solo nel 1988. All’arrivo dell’esercito cubano, i lavori di costruzione della diga furono interrotti per due settimane. I militari cubani si limitarono poi a sequestrare le macchine fotografiche, e presto i lavori ripresero lì dove erano stati interrotti.

Nell’aprile del 1978, Roberto volò in Iran, a Ahvaz, per la costruzione di silos per stivare zucchero e caffè. L’Iran, allora governato dallo Scià di Persia, aveva tentato con la rivoluzione bianca di portare avanti riforme sociali e economiche, ma la protesta popolare verso il governo dello Scià, iniziata già negli anni Sessanta, era cresciuta. L’ayatollah Khomeyni, uno dei leader della protesta, nel 1964 fu esiliato in Iraq, ma continuò da lì a fomentare le proteste. La risposta fu un inasprimento del regime dello Scià: nel 1978 la polizia di regime sparò sui dimostranti scesi in piazza. In quei giorni, il cantiere dove Roberto lavorava venne bloccato, in concomitanza con l’evacuazione delle principali ambasciate. Con i suoi colleghi riuscirono a fatica a raggiungere l’aeroporto di Teheran, dove restarono bloccati per alcuni giorni, insieme ad altri cittadini europei. Un volo inviato appositamente dall’Italia permise loro di far ritorno a casa. Le proteste in Iran andarono avanti e nel 1979 si giunse all’instaurazione della Repubblica Islamica dell’Iran di Khomeyni.

All’inizio del 1980, Roberto si spostò in Libia, governata dal regime di Gheddafi, per partecipare ai lavori per la costruzione di un ospedale a Bengasi. Nonostante la repressione interna, la nazionalizzazione di imprese e di possedimenti italiani, era ancora un Paese tranquillo per gli stranieri e per gli italiani che vi vivevano. Il viaggio successivo fu in Camerun, nell’Africa equatoriale, caratterizzata da precipitazioni abbondantissime durante la stagione delle piogge, da marzo a ottobre. Qui partecipò ai lavori per la costruzione di una diga a circa 80 km da Douala, in un villaggio sul fiume Wouri. Nel luglio del 1981, fu in Algeria, nelle vicinanze di Costantina.

Dopo una guerra civile scoppiata nel 1954, l’Algeria aveva ottenuto l’indipendenza dalla Francia all’inizio degli anni ’60.

Era un Paese che rivendicava già le sue origini arabe con forza: bisognava fare attenzione a non incorrere in incidenti con i locali ancora in rivolta contro i dominatori stranieri. Nel 1983, tutta la famiglia, me compresa, volò in Botswana. Qui mio padre, Roberto, lavorò alla costruzione di una strada che attraversa il Botswana collegandolo allo Zimbabwe, a circa 150 km dalle Victoria Falls. Io avevo due anni e mia sorella sei. Raggiungemmo il nostro villaggio, nei pressi del delta Okavango, con un lungo tragitto in jeep, su strada sterrata, e lì, vicino a noi, vivevano ippopotami, zebre ed elefanti.

Stefania Dall’Asén – Theblogconnections.com

Questa è la storia di Camillo Moro

Camillo Moro in Germania

Io provengo da una famiglia di mezzadri, originaria di Combai, in provincia di Treviso. Siamo rimasti a Combai finché io avevo 15 anni, poi, avendo dei parenti a Farra di Mel, ci siamo spostati a Casteldardo. Eravamo una famiglia molto numerosa. Io sono il settimo di undici fratelli, ed ero sempre quello che rimaneva a casa, mentre i miei fratelli andavano all’estero. A vent’anni, quindi, ho deciso di andare via anch’io, perché chi rimaneva doveva lavorare sempre, anche la domenica. Nell’aprile del ‘62 ho così fatto le valigie.

Avevo la valigia di un fratello già emigrato in Australia. Era tornato dopo tre anni, si era sposato e dopo qualche giorno sarebbe dovuto ripartire. Era tutto pronto, ma ebbe un incidente. Allora presi io la sua valigia.

Partii da Trichiana. Non sapevo niente. Sapevo solo di avere un fratello più vecchio a Saarbrücken, in Germania, che mi aspettava alla stazione. Tutta la notte, durante il viaggio, non ho chiuso occhio. Non sapevo qual era la mia stazione, dove potevo arrivare, comunque nella carrozza ho cercato di farmi capire e mi hanno avvisato al momento che dovevo scendere. Mio fratello, con la vespa, mi ha portato dal padrone nella segheria dove lavorava, a Dudweiler, e mi ha presentato. Il padrone ci ha mandato dove c’era una specie di dormitorio di italiani. Eravamo in otto, in un sottotetto dove si stava a malapena. Ci ha consegnato un sacco di juta, ci ha indicato dove c’era il fienile e così abbiamo dormito in questa soffitta. Il primo periodo l’ho fatto in segheria. Poi ci hanno messi su una sorta di baracca mobile, su quattro ruote, che all’interno aveva l’attrezzatura per svolgere il lavoro. Quest’ultimo consisteva nell’andare nei boschi della Foresta Nera a togliere la corteccia dei tronchi col coltello. Eravamo pagati a cottimo. Ci portavano all’interno delle foreste, a cinque o sei chilometri dal paese, ci preparavano la legna lungo la strada e noi dovevamo togliere la corteccia e riaccatastare i tronchi. Si guadagnavano quattro marchi al metro cubo.

Appena ti svegliavi al mattino iniziavi a lavorare, fin che avevi la forza. I più vecchi erano più furbi e vedevano subito la catasta dove si riusciva a fare più lavoro. Il problema più grosso era rappresentato dalla mancanza d’acqua.

Le foreste sembravano senza fine, ma acqua non ce n’era assolutamente. Ce la portavano con i camion quando venivano a caricare la legna. Tre o quattro taniche, che servivano per tutto. In sostanza non si poteva quasi mai lavarsi e d’estate era un grosso problema. Le dita dei piedi mi sanguinavano a causa del sudore e della polvere. Anche bere era difficile. Ci portavano la birra e la grappa. Ricordo come fosse ieri il mal di denti che ho sofferto in Germania. Per cercare di dormire alla sera l’unica soluzione era mettere i grani del sale grosso tra un dente e l’altro e così riuscivo a riposare un po’. Certe volte i camion con l’acqua non arrivavano, e ci è capitato di rimanere senza una goccia anche per tre giorni interi. Ho fatto questa vita per due anni, tra il ‘62 e il ‘63. Per il guadagno ne valeva la pena.

Mandavo a casa un bel gruzzolo di soldi, ma il lavoro era estremamente duro. Si lavorava fino a Natale, poi si stava un paio di mesi a casa e si ricominciava.

Storia raccolta da Simone Tormen

Romildo Gasperin. A 15 anni in fondo a una miniera

Romildo Gasperin
Romildo Gasperin

Romildo Gasperin, classe 1938, oggi presidente della Famiglia Bellunesi nel Mondo di Fleron, si ritrova con sua madre ed i suoi quattro fratelli la sera del 23 dicembre del 1953 alla stazione ferroviaria di Liegi. Di opportunità in Val de Fontane in comune di Mel dove Romildo è nato non ce n’erano. La fame invece quella sì era tanta in quegli anni! Così la mamma con il ricavato della vendita delle poche cose che avevano a casa acquista i biglietti per il treno. Si partiva per il Belgio senza un chiaro futuro! Dopo quella notte alla stazione di Liegi, racconta Romildo, abbiamo vissuto per 15 giorni nei pressi di Fleron in un dormitorio per immigrati le “cantine”’ come venivano denominate, che dava alloggio a numerosi minatori di varie nazionalità, polacchi, russi e molti altri. Non essendoci letti per tutti dormivano nella stessa branda di chi andava a fare il turno di notte. Solo successivamente ci fu assegnata dalla proprietà della miniera una modestissima abitazione, troppo lusso dire casetta! Romildo ha una data impressa nella sua memoria che ha segnato in maniera toccante la sua gioventù. Il 14 gennaio del 1954 scende per la prima volta nel profondo pozzo nero della miniera di carbone di Weristea, nella zona di Liegi, una delle numerose miniere del bacino. Romildo ha solo 15 anni!

Cosa ricordi di quel giorno?

Un minatore mi disse: ‘’ Dai, che oggi andiamo a fare un giro giù nella miniera”. Entrati nella gabbia (ascensore) mi mise una mano sulla spalla! Al ricordo mi vengono ancora i brividi. D’improvviso mi sono ritrovato in fondo al pozzo dove mi fu mostrata l’organizzazione della miniera. Il secondo giorno con un trenino abbiamo percorso un lungo tratto sottoterra per più di un’ora fino alla vena del carbone dove fui consegnato al mio caposquadra. Mi fu affidato l’incarico di costruire dei muretti di contenimento e sostegno con le pietre degli strati rocciosi nei quali è compressa la vena di carbone che venivano fatti saltare con l’esplosivo. Nella miniera lavoravano circa 1000 addetti in tre turni di lavoro. Io ho sempre lavorato nel turno dalle 2 alle 10. La profondità massima alla quale sono sceso sono stati 1035 metri.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Tanta amarezza. E’ difficile descrivere cosa si prova a 15 anni a lavorare in un buco buio sottoterra. Lì in fondo c’è un silenzio spettrale. L’unica luce è quella della tua lampada e poi la paura ed il pericolo! (Romildo porta ancora sulla sua mano sinistra della polvere di carbone nera che si è cicatrizzata a seguito di una ferita che ha riportato al lavoro.) E’ un lavoro sporchissimo. Si lavora come topi sottoterra. La polvere nera del carbone è ovunque; ti entra nel naso, negli occhi e nelle orecchie per non pensare a quella che inevitabilmente respiri e che prima o poi ti distruggerà i polmoni. Per fortuna io ho sempre portato una maschera; credo che sia quella che mi ha salvato dalla ‘’pussiera’’: la silicosi! Io ho lavorato fino al 17 luglio del 1957.

Che ricordi hai della tragedia nella miniera di Marcinelle dell’8 Agosto 1956?

Ho appreso la notizia dalla radio. Tutti nella miniera piangevano per le tragiche notizie dei morti che man mano arrivavano dal Bois de Cazier a Marcinelle. E’ stata una tragedia enorme e se ne parlò tanto anche nei mesi a seguire. Ci sono state numerosi eventi in Belgio quest’anno per ricordare l’accordo del ’46 ed altri sono in programma, per ricordare il trascorso migratorio degli italiani arrivati a lavorare in Belgio, la maggior parte dei quali nelle miniere, ma molti anche nelle industrie siderurgiche e metallurgiche, nelle cave e nei cantieri, e che oggi sono totalmente ben integrati in Belgio. La conferma di ciò si può vedere quando c’è una partita di calcio: alle finestre delle case insieme vengono esposte le bandiera belga e italiana.

Sergio Cugnach

Celestina, Domenico e quelle lettere dal Belgio

Domenico e Celestina Comiotto
Domenico e Celestina Comiotto

Qualche tempo fa, riordinando la cantina della nostra casa di Cesiomaggiore, mia mamma trovò una scatola di cartone con dentro decine di vecchie lettere. Alcune rovinate, altre meno, tutte scritte a mano con una grafia ordinata e pulita. Venivano tutte da Charleroi, in Belgio, ed erano state scritte con amorevole dedizione da mio nonno Domenico a mia nonna Celestina, che per un lungo periodo era stata costretta a vivere sola con la loro bambina (mia mamma Adriana) a Farra di Mel, attendendo che il giovane marito minatore potesse mettere da parte abbastanza denaro da consentire loro di raggiungerlo e di vivere quella vita da emigranti in modo dignitoso. Una vita che, leggendo quelle lettere e ricordando i loro racconti, sembrava la sceneggiatura di un film più che una storia di vita vera e che ogni giorno mi fa riflettere su quanto sia diversa la mia esperienza di emigrante (attualmente vivo in Spagna).

Mio nonno Domenico ha sempre avuto fretta di fare le cose. Le volte che non l’ha avuta è stata la vita ad imporgliela. Veniva da una famiglia povera, aveva completato solo la seconda elementare quando gli chiesero di dedicarsi a pascolare le vacche, ma questo non gli impedì – anni dopo – di scrivere a mia nonna quelle splendide lettere.

Con qualche errore di ortografia, magari, ma con un’eleganza (ognuna inizia con “Amatissima moglie mia”) ed una chiarezza di sentimenti indescrivibili.

Da bambino ascoltavo mia nonna raccontarmi di come – durante la guerra – lui avesse rischiato spesso la vita pur di vederla, scendendo la notte dai boschi dove si nascondeva con gli altri partigiani per poter passare qualche istante con lei. Ero piccolo e probabilmente non capivo il senso di quel sorriso tenero che le copriva il viso quando mi raccontava queste cose. Dopo il Belgio, con i soldi messi da parte, i miei nonni riuscirono a realizzare il sogno di aprire un bar. Il destino volle che lo fecero proprio a Marsiai, frazione di Cesiomaggiore, dove, per un’altra casualità, si era appena trasferita anche la famiglia di mio padre Fabio. Domenico e Celestina ebbero un altro figlio, questa volta maschio – Fabrizio – e continuarono a lavorare ancora più duramente. A mio nonno piacevano le grandi tavolate con amici e parenti, un buon bicchiere di vino, un buon piatto caldo. Celestina cucinava divinamente, qualsiasi cosa passasse per le sue pentole aveva un gusto differente e per quanto gli altri provassero a fare esattamente quello che faceva lei non ottenevano mai gli stessi sapori o gli stessi profumi.

Mio nonno invecchiò più velocemente a causa degli anni in miniera.

Celestina, invece, continuò per anni a macinare scale come una ragazzina. Un giorno quelle scale le fece perfino rotolando a causa di uno scivolone e si ruppe un paio di costole, ma nemmeno questo la tenne ferma troppo a lungo. In un giorno di febbraio, quando io avevo una decina d’anni e lui meno di settanta, mio nonno Domenico ci salutò. Mia nonna pianse tanto, io ero piccolo e spesso andavo a dormire da lei perché non le piaceva stare sola in casa e vederla piangere mi spezzava il cuore. Quando si accorgeva che m’intristivo, però, mi faceva sempre un sorriso. Perché pensava sempre prima al nostro di bene che al suo. Il 17 luglio scorso, Celestina è andata a riabbracciare il suo Domenico. Aveva 94 anni e tutta la sua famiglia stretta attorno a lei. Ora più che mai, sono sicuro che ogni volta che prenderò in mano una di quelle loro lettere, mi riempirà d’orgoglio sentire che nel mio petto batte un po’ del loro grande cuore.

Paolo Rizzardini

Il “caregheta” Antonio

Antonio Renon
Antonio Renon

Luciano Pradal, un amico da Vittorio Veneto, un giorno mi disse: «Guarda che Antonio è Bellunese». Fu così che incontrai Antonio Renon a una festa dell’Associazione Trevisani nel Mondo.

A Ottawa siamo pochissimi originari da Belluno e trovarci in una città di 800.000 abitanti é difficile. Antonio era pensionato, vedovo da molti anni, e i suoi tre figli erano grandi. Tra le festicciole comunitarie, i bingo (tombole) e la chiesa ci si teneva in contatto con gli amici ed era facile che ci incontrassimo. «Sì, sì, me ciene ancora in contatto co la me fameia a Gosaldo, e l’è tanti anni che son qua a Ottawa».

Antonio cominciò a raccontarmi la sua storia da “caregheta”. Prima della seconda Guerra mondiale, compiuti dieci anni, partì in autunno con una squadra di seggiolai. Così comincio la sua passione che durò per tutta la vita, quella di creare sedie iconiche da un tronco di legno verde e un po’ di paglia. Con l’occhio e la mano fatti grazie all’esperienza da giovane, Antonio cercò di ricreare le stesse sedie in Canada. Si comprò un piccolo bosco a North Gower per facilitare la procura di legno verde di varie dimensioni, e usando attrezzi portati con sè dall’Italia si mise a sperimentare con il legno nord americano. «Lo sai – mi spiegò – il legno qui a Ottawa non si spezza bene. La venatura è troppo selvatica ed è difficile da spianare. Ma ho fatto quello che ho potuto». Quel giorno a casa sua vidi i frutti del suo lavoro: almeno una mezza dozzina di sedie di varie dimensioni, tutte fatte a mano e con amore. Fred, mio marito, fece delle foto di Antonio. Era facile raffigurarselo: un giovane alto quasi due metri, con i suoi attrezzi a tracolla, che viaggiava per mesi verso la pianura del Po. Antonio non mi ha mai detto se i suoi viaggi in Canada, lavorando nei boschi al Nord dell’Ontario o nei campi di tabacco sulla riva nord del lago Erie, furono un’avventura pari a quella di seggiolaio. Qui a Ottawa Antonio usò il suo talento come passatempo. Oggi che le “careghe” fatte a mano sono di moda, chissà se essere un “conza” con un laboratorio non potrebbe essere un mestiere che rende abbastanza per mantenere una famiglia. Il 9 settembre 2013 Antonio morì improvvisamente all’età di 88 anni a Ottawa, dove viveva ancora autonomamente. Era sbarcato con un gruppo di amici al porto di Halifax nel 1951.

Ariella Dal Farra Hostetter, Ottawa (Canada)