Archivio di Dicembre, 2023

Augurandoti buon anno

Lettera alla sorella scritta da Cecilia Belfi “De Bona”, emigrata negli Stati Uniti.
La missiva, inviata da Boston, è del 31 dicembre 1929.
(Per gentile concessione di Cecilia Talamini)

Boston De 31-29
Cara sorela
Sono contenta che
abbi ricevuta la procura in
tempo e spero potrai adoperarla.
Ti spedii una fot di
candy la scorsa settimana
e una anche a Elia.
Riceverai in 
questa 500 cento lire per 
te.
augurandoti buon
anno
tua sorela.

Un uomo colto a difesa dell’italianità in Brasile

di Luisa Carniel

Costante Giovanni Battocchio, detto Gino, nacque a Feltre il 15 novembre 1872, ultimo dei sedici figli di Bernardo e Giovanna Masi, ambedue originari di Cimadolmo. Dopo aver conseguito presso l’Università di Padova il diploma di laurea in Filosofia e Lettere e, a distanza di qualche mese, anche quello in Lettere, egli ricoprì per undici anni l’incarico di insegnante presso il ginnasio comunale della sua città natale.

Nel 1907 fu trasferito alla nuova scuola commerciale, dove impartiva lezioni di Diritto, Geografia ed Economia. L’anno seguente tentò il concorso a Roma per diventare professore universitario ma, nonostante un ottimo piazzamento, non riuscì ad avere il posto e così il Ministero degli Affari Esteri gli propose di diventare maestro-agente consolare a Bento Gonçalves. Egli accettò e nel 1909 salì a bordo del vapore Regina Elena con un biglietto di prima classe per trasferirsi definitivamente in terra brasiliana.

L’anno seguente si sposò con Iole Bott, figlia di un facoltoso commerciante della città riograndense, con la quale ebbe un’unica figlia, Maria Elena. Gino Battocchio riuscì ad integrarsi molto presto nella comunità brasiliana, partecipando alla fondazione del giornale denominato Bento Gonçalves e diventando gerente della filiale della Banca Pelotense già dal 1912. 

L’attività più importante di Battocchio fu comunque a favore della diffusione della cultura e della lingua italiana nel Brasile meridionale, che lo portò ad insegnare in diversi ginnasi statali maschili e femminili, in particolare di Porto Alegre. Nella capitale del Rio Grande avviò anche una fruttuosa collaborazione con la società Dante Alighieri, l’istituzione nata nel 1889 per opera di Giosuè Carducci con lo scopo di tutelare e diffondere la cultura italiana nel mondo. 

In accordo col Governo italiano, Gino Battocchio diresse e fu protagonista attivo di numerosi corsi di lingua italiana a favore dei nostri connazionali residenti là ma anche di studenti brasiliani, che volevano avvicinarsi alla nostra lingua; in queste lezioni Battocchio esaltava la cultura italiana ma riconosceva altresì come fosse comprensibile che gli emigranti si sentissero ugualmente a casa vivendo in Brasile, dove molti avevano formato una famiglia «… sotto questo cielo che benedice tutti, su questa terra che offre i suoi frutti a tutti».

Aprire nelle scuole corsi di lingua italiana esprimeva, secondo Battocchio, un duplice sentimento: l’amore per la terra natale ma anche per la patria adottiva, perché identificava nella lingua il segno più bello di una nazione e la cultura come importante elemento di coesione della nazionalità, dell’unità di un popolo, del suo livello di civiltà e della nobiltà dei suoi ideali.

Competenza, pazienza e abnegazione erano qualità che venivano sovente riconosciute a Gino Battocchio, che sapeva attrarre sempre un gran numero di studenti alle sue lezioni, persone di tutte le classi sociali che poi gli erano molto riconoscenti per il suo grande impegno. I corsi erano gratuiti per gli iscritti e solitamente erano svolti con due lezioni a settimana da febbraio a novembre, quando si concludevano con una cerimonia alla presenza delle autorità e della stampa locale.

Generalmente si teneva anche una cerimonia ad inizio anno scolastico e la lezione inaugurale era affidata sempre a Battocchio, che esaltava l’importanza della lingua italiana nel corso di studi umanistici e lasciava alle autorità scolastiche presenti esprimere la soddisfazione per l’interesse suscitato negli studenti.

Uomo di vasta e solida cultura, Gino Battocchio fu autore, già in Italia, di numerose pubblicazioni come critico storico e letterario; fu inoltre sempre impegnato nel tenere pubbliche conferenze sull’emigrazione italiana, oltre che su temi letterari e storici. 

Corrispondente per diversi giornali italiani, Battocchio curava anche una rubrica sul quotidiano Stella d’Italia, pubblicato a Porto Alegre dal 1902 al 1925, di cui fu anche azionista. Nei suoi articoli, che firmava con lo pseudonimo di Italicus, difendeva con forza l’insegnamento della lingua italiana, oltre a incoraggiare la partecipazione degli italiani e dei loro discendenti alle varie società italiane sparse per lo Stato. Espressione del suo tempo e alle dipendenze del governo fascista, nelle sue lezioni e nei suoi articoli esprimeva compiacimento per l’opera di Mussolini e per la sua politica coloniale. 

Afflitto da seri problemi d’asma che lo costrinsero a ritirarsi dal lavoro e sostenere ingenti spese per la sua cura, visse i suoi ultimi anni nel centro di Porto Alegre, dove morì il 14 gennaio 1949, a 77 anni. Lasciò la vedova in ristrettezze economiche e solo molti anni dopo la donna ricevette una forma di sostentamento per sé e per la figlia, che soffriva della stessa malattia del padre e che morì nel 1987.

Centodue anni dopo

di Aurimar Antonio Demenech – Vila Velha, Espírito Santo, Brasile

Ho sempre avuto un profondo interesse a scoprire le radici dei miei antenati della famiglia Demenech di Sananduva (Rio Grande do Sul). 

La storia della famiglia inizia il 1° aprile 1842, con la nascita, a Sedico, del mio bisnonno, Francesco Antonio De Menech. 

Francesco sposò Luigia Peloso, nata il 28 luglio 1838. Ebbero tre figli: Antônia (nata il 19 febbraio 1870), Annunziata Gioseffa (nata il 18 aprile 1872) e Luís Antonio (nato il 19 luglio 1877), mio nonno. 

Lauro Antonio Demenech, figlio di Luís, e mia madre, Vidalvina Picolotto Demenech, continuarono la linea paterna della famiglia.

Del ramo materno della nostra famiglia, discendente delle famiglie Picolotto e Andreola, si hanno notizie più dettagliate. 

La storia dei Demenech di Sananduva presentava invece delle lacune, perché i nostri bisnonni e nonni avevano lasciato pochi documenti, a eccezione di un passaporto italiano rilasciato durante il regno di Umberto I. Non ci sono registrazioni dettagliate di viaggi o eventi.

Come descritto nel passaporto italiano della famiglia De Menech, Francesco e i suoi famigliari emigrarono nel novembre 1891. Partirono da Sedico, in treno, fino al porto di Genova, dove si imbarcarono sul piroscafo “Duca di Galliera”. Si presume che viaggiassero in condizioni precarie, su una nave sovraffollata, in terza classe, senza assistenza medica e con un’alimentazione scarsa, dormendo sul pavimento. Arrivarono a Rio de Janeiro nel dicembre 1891 e rimasero in quarantena sull’Ilha das Flores, prima di dirigersi verso il Rio Grande do Sul.

La famiglia arrivò a Caxias do Sul alla fine di dicembre del 1891 e poi si trasferì a Nova Pádua. Non ci sono tracce delle attività familiari nel periodo tra il 1891 e il 1910. Nel 1910, Luís e sua madre, Luigia Peloso, arrivarono a Sananduva. Luís lavorò all’apertura di strade, acquisendo beni con i soldi guadagnati. Sposò Hermenegilda Salomoni Gasparini nel 1921, dalla quale ebbe quattro figli, tra cui mio padre, Lauro Demenech. Aprì una selleria nel centro della città.

Il mio interesse per le origini italiane della nostra famiglia è sempre stato grande, ma fino al 1988 avevo scoperto poco. Ha suscitato la mia curiosità una segnalazione sull’ottenimento della cittadinanza italiana per gli “oriundi”. Nostro padre parlava poco della sua infanzia e, anche quando gli veniva chiesto, non rispondeva. Mosso da questa segnalazione, ho cercato maggiori informazioni, consultando giornali ed esperti in materia. A quel tempo, vivendo già a Vila Velha, città natale di mia moglie, ho visitato il Vice Consolato italiano a Vitória, con i miei documenti personali e una copia del passaporto italiano dei miei bisnonni.

Ho seguito le istruzioni ricevute e ho iniziato a raccogliere la documentazione necessaria, come certificati di nascita, di morte, di matrimonio e atti parrocchiali. Dopo aver tradotto i documenti in italiano, ho richiesto la cittadinanza italiana presso il Consolato di Vitória, sulla base di una copia del passaporto di Francesco Antonio Demenech. Il 23 febbraio 1990 abbiamo ottenuto la cittadinanza italiana per tutti i componenti della famiglia di Lauro.

Nel 1993 ho inviato una lettera al Comune di Sedico, chiedendo informazioni su possibili parenti discendenti dalla nostra famiglia. Tre mesi dopo ho ricevuto risposta con i nomi e gli indirizzi dei discendenti del fratello del mio bisnonno Francesco. La risposta includeva un albero genealogico compilato a mano, riportante tutti i discendenti del padre del mio bisnonno, Giovanni Battista De Menech, e di suo fratello, Giovanni F. De Menech, che diedero origine ai rami dei De Menech che ora risiedono in Italia e in Svizzera.

È stato un grande incontro, sospeso nella memoria del tempo per centodue anni…

Nel 1993 esisteva un unico De Menech, discendente collaterale diretto, residente a Sedico. Dopo aver ricevuto l’informazione, gli ho scritto, condividendo la nostra storia e la documentazione ottenuta, sperando di scambiare maggiori informazioni. Lui ha inoltrato la mia lettera alla nipote, residente in un’altra provincia italiana. Nell’agosto del 1993, ho ricevuto una sua risposta, comprendente le fotografie di tutta la sua famiglia. Ha espresso sorpresa e interesse per la nostra storia condivisa.

La lettera riportava:

«Ho saputo, tramite mio zio, delle ricerche che stai facendo sulle generazioni della famiglia De Menech. Sono rimasta stupita dal fatto che parte di questa famiglia viva in Brasile, fatto di cui non ero a conoscenza. Il tuo interesse è anche il mio interesse, ma nelle mie mani non ho documentazione. Tuttavia, con la tua lettera, posso iniziare la mia ricerca».

Dalla risposta nella lettera inviata da Francesca, sembrava che ci conoscessimo da molto tempo, anche se né lei né io sapevamo dell’esistenza di questi personaggi delle famiglie De Menech dall’Italia e Demenech dal Brasile.

La nostra corrispondenza è stata tradotta manualmente, dato che abbiamo scritto in diverse lingue. Nel settembre 1993 ho viaggiato in Europa e ho visitato diversi paesi, tra cui l’Italia. A Sedico ho conosciuto il parente collaterale De Menech, in un incontro caloroso e gioioso. È interessante notare che era un falegname in pensione, proprio come mio padre. Nel 1994 venne a trovarci nell’Espírito Santo con due amici.

Poi sono andato in treno a trovare la famiglia della nipote che viveva in un’altra provincia e quando sono arrivato alla stazione, lei mi aspettava con suo marito.

Quando ci siamo incontrati, ci siamo abbracciati con grande gioia. Avevamo l’impressione che i fratelli perduti si fossero ritrovati. È stato un grande incontro, sospeso nella memoria del tempo per centodue anni…

Il 1993 è stato l’anno in cui mi sono ricongiunto con parte della mia famiglia Demenech rimasta in Italia. Fino ad allora, loro non avevano idea dell’esistenza del ramo Demenech di Sananduva, e nemmeno noi avevamo idea dell’esistenza del ramo De Menech di Sedico.

A casa, sono stato accolto dai suoi genitori e dal fratello. Sembrava che ci conoscessimo da una vita. Io parlavo poco l’italiano, in parte parlavo in dialetto veneto. Il padre di Francesca rideva ogni volta che pronunciavo una parola in dialetto, diceva che i suoi figli non lo conoscevano e che ormai in pochi lo parlavano ancora.

Da allora siamo rimasti in contatto tramite telefono e messaggi. Nel 2014 sono tornato a trovarli e ancora una volta sono stato accolto molto bene.

Attualmente il nostro albero genealogico fa risalire le informazioni del ramo della famiglia De Menech all’anno 1800.

Nel settembre del 1993, la gioia di aver trovato persone che condividono il mio sangue e la mia storia è stata un sentimento forte. Era come se un pezzo del puzzle della vita familiare dei Demenech finalmente andasse al suo posto. È stato un momento di grande appagamento e soddisfazione, perché ho imparato di più sul mio passato e su quello della mia famiglia. Voglio ricordare che anche i miei parenti italiani hanno provato queste stesse emozioni. 

Il viaggio del 1993 ha riunito la famiglia Demenech, separata tra Brasile e Italia, collegandoci attraverso la nostra storia comune.

Quattro generazioni di emigranti – Parte due

di Ivana Dalla Piazza

Per leggere la prima parte, clicca QUI.

L’emigrazione è nel destino di tutta la famiglia: un fratello di mio nonno Fiorino morì in Belgio alla fine degli anni Trenta, folgorato sul lavoro; un altro fratello si “accontentò” di andare in Piemonte. 

Dei quattro figli di Fiorino: Alfonso si stabilì nella zona di Düsseldorf (Germania), Mario lavorò a Kariba, nell’ex Rhodesia, ora Zimbabwe, per partecipare alla costruzione della diga sul fiume Zambesi; la figlia minore emigrò prima in Svizzera, poi in Germania.

Dopo la Seconda guerra mondiale, venne stipulato il famoso Accordo italo-belga per cui l’Italia avrebbe ricevuto carbone a prezzo agevolato in cambio di italiani disposti a emigra e lavorare in miniera. Mio padre Anacleto fece parte di questo scambio. 

All’arrivo dei convogli alla stazione di Liegi le varie società minerarie mandavano i loro camion per prendere gli uomini richiesti. Li alloggiavano nelle cantine, costruzioni con camerate, cucina con cuciniere (cuoco è troppo) e refettorio, il tutto molto spartano.

… un paesano ci vide e urlò a mio padre: «Ehi Anacleto, ghe ne quà la to femena». Immaginarsi le facce!

Mio padre, con altri queresi, andò vicino a Herve. Un anno dopo preparò l’espatrio della moglie Armida, ma lei non aspettò “il via libera”: lasciò Quero senza conoscere una parola di francese, con una valigia e me, di due anni, in mano solo un indirizzo e le istruzioni per raggiungere la stazione ferroviaria finale. 

Arrivata, scese dal treno e si avviò a piedi verso la miniera. A gesti qualcuno le indicò la strada. Quando, stanca, si sedette sul gradino di una casa, una signora belga uscì e le porse una tazza di latte caldo indicandomi (persone di buon cuore ci sono sempre, cerchiamo di esserlo anche noi). Noi due ci presentammo ai cancelli all’ora di uscita degli operai, un paesano ci vide e urlò a mio padre: «Ehi Anacleto, ghe ne quà la to femena». Immaginarsi le facce!

Raggiunta la pensione, mio padre volle tornare al paese, fra i suoi campi e la sua gente, la partita a Tressette e le bocce.

E dunque anch’io, nel mio piccolo, sono stata emigrante al seguito dei miei genitori. Fortunatamente non ho dovuto sopportare i loro sacrifici e ho potuto cogliere molti aspetti positivi: frequentare la scuola superiore che è gratuita, libri compresi; essere amica di coetanei belgi e di altre nazionalità, figli di ex prigionieri di guerra rimasti lì; approfittare di leccornie rare nel Bellunese, come banane, cioccolata, Chewing gum e, quando rientravo per le ferie, rimpinzarmi di angurie, pesche e uva bonoriva, frutta all’epoca quasi inesistente al Nord Europa.

Malgrado i sacrifici e le fatiche, ancora oggi conserviamo un buon ricordo di quegli anni. 

Xhawirs Xhendelesse (Liegi), 1947. Anacleto Dalla Piazza, Ivana e Armida. 
(Per gentile concessione di Ivana Dalla Piazza)

Quattro generazioni di emigranti – Parte uno

di Ivana Dalla Piazza

Seguendo le migrazioni di tanti popoli che fuggono da guerre e povertà, penso a quando anche la mia famiglia materna dovette emigrare per la grande miseria che regnava nelle nostre montagne.

Iniziò mio bisnonno Domenico Mazzocco, che andò in Svizzera all’inizio del secolo scorso, dove lo raggiunse il figlio quattordicenne Fiorino, mio nonno (Quero 1899 – 1949). Rientrarono prima dello scoppio della Grande Guerra e Fiorino fu tra i “Ragazzi del ‘99” che vi parteciparono.

Tornata la pace, mio nonno Fiorino si sposò e nacque il primo figlio. Nuovo espatrio nel ’23, destinazione Belgio. Era via da poche settimane quando il bambino, di otto mesi, morì improvvisamente. Allora mia nonna Maddalena lo raggiunse e si stabilirono nella zona di Charleroi.

Vivevano in mezzo vagone ferroviario (penso messo a disposizione dal datore di lavoro) mentre l’altra metà era abitata da una famiglia di Breganze. In quella “casa” nacque mia madre Armida. Era la metà degli anni Venti e dovettero rientrare in Italia a causa di problemi di salute di Fiorino. 

In Belgio, per adeguarsi all’abbigliamento delle altre donne, mia nonna aveva acquistato un cappello, ma al ritorno lo lasciò sotto il sedile del treno a Padova perché si vergognava a presentarsi fra la sua povera gente con il «capel in testa come le siore».

Doveva aver guadagnato abbastanza bene, perché in un porto franco sul Canale di Suez fece acquisti extra, tra cui coperte e un servizio da caffè da dodici in porcellana, un vero lusso per mia nonna. 

La famiglia aumentò, le necessità pure: nuova partenza di mio nonno, a lavorare alla costruzione della diga sul fiume Orca, a Ceresole Reale, Piemonte. In seguito raggiunse la zona di Metz, in Francia, dal ‘30 al ‘33. Breve rimpatrio e nuova partenza: questa volta per l’Africa, Etiopia, dove l’Italia doveva fondare il Grande Impero e Fiorino fu tra gli operai che costruirono la galleria “Mussolini” al passo Termaber, a Nord-Est di Addis Abeba.

Ci rimase dal ’36 al ’38. Doveva aver guadagnato abbastanza bene, perché in un porto franco sul Canale di Suez fece acquisti extra, tra cui coperte e un servizio da caffè da dodici in porcellana, un vero lusso per mia nonna. 

Ripartì per la Germania, ma nuovamente si avvicinò la guerra. Per contratto, non poteva tornare a casa se non per gravi motivi. Sfruttando un’occasionale visita medica della figlia Armida presso il sanatorio di Feltre, fece “calcare” la mano al medico nel redigere il referto e ricevutolo (su carta intestata con impressa la doppia croce rossa simbolo della TBC) poté rimpatriare.

La sua ultima valigia la preparò per andare a lavorare sul lago di Braies. Morì pochi anni dopo per la silicosi, contratta nelle gallerie e nelle miniere. Da quel poco che so, doveva occuparsi dell’installazione e brillamento delle mine usate per spaccare la roccia.

E durante le sue peregrinazioni, la moglie a casa doveva accudire i figli e occuparsi di quella poca terra e qualche bestia che con tanti sacrifici erano riusciti ad acquistare. Vita grama anche per lei, ma non si lamentava mai, andava a prendere l’acqua potabile in piazza, con secchi e bigol: l’unico svago era poter leggere quel che capitava vicino alla lampada a petrolio.

Continua…

Addis Abeba, Passo Termaber, lavori di costruzione della galleria “Mussolini”, imbocco lato Est, anno 1937.
(Per gentile concessione di Ivana Dalla Piazza)