Quattro generazioni di emigranti – Parte uno
di Ivana Dalla Piazza
Seguendo le migrazioni di tanti popoli che fuggono da guerre e povertà, penso a quando anche la mia famiglia materna dovette emigrare per la grande miseria che regnava nelle nostre montagne.
Iniziò mio bisnonno Domenico Mazzocco, che andò in Svizzera all’inizio del secolo scorso, dove lo raggiunse il figlio quattordicenne Fiorino, mio nonno (Quero 1899 – 1949). Rientrarono prima dello scoppio della Grande Guerra e Fiorino fu tra i “Ragazzi del ‘99” che vi parteciparono.
Tornata la pace, mio nonno Fiorino si sposò e nacque il primo figlio. Nuovo espatrio nel ’23, destinazione Belgio. Era via da poche settimane quando il bambino, di otto mesi, morì improvvisamente. Allora mia nonna Maddalena lo raggiunse e si stabilirono nella zona di Charleroi.
Vivevano in mezzo vagone ferroviario (penso messo a disposizione dal datore di lavoro) mentre l’altra metà era abitata da una famiglia di Breganze. In quella “casa” nacque mia madre Armida. Era la metà degli anni Venti e dovettero rientrare in Italia a causa di problemi di salute di Fiorino.
In Belgio, per adeguarsi all’abbigliamento delle altre donne, mia nonna aveva acquistato un cappello, ma al ritorno lo lasciò sotto il sedile del treno a Padova perché si vergognava a presentarsi fra la sua povera gente con il «capel in testa come le siore».
Doveva aver guadagnato abbastanza bene, perché in un porto franco sul Canale di Suez fece acquisti extra, tra cui coperte e un servizio da caffè da dodici in porcellana, un vero lusso per mia nonna.
La famiglia aumentò, le necessità pure: nuova partenza di mio nonno, a lavorare alla costruzione della diga sul fiume Orca, a Ceresole Reale, Piemonte. In seguito raggiunse la zona di Metz, in Francia, dal ‘30 al ‘33. Breve rimpatrio e nuova partenza: questa volta per l’Africa, Etiopia, dove l’Italia doveva fondare il Grande Impero e Fiorino fu tra gli operai che costruirono la galleria “Mussolini” al passo Termaber, a Nord-Est di Addis Abeba.
Ci rimase dal ’36 al ’38. Doveva aver guadagnato abbastanza bene, perché in un porto franco sul Canale di Suez fece acquisti extra, tra cui coperte e un servizio da caffè da dodici in porcellana, un vero lusso per mia nonna.
Ripartì per la Germania, ma nuovamente si avvicinò la guerra. Per contratto, non poteva tornare a casa se non per gravi motivi. Sfruttando un’occasionale visita medica della figlia Armida presso il sanatorio di Feltre, fece “calcare” la mano al medico nel redigere il referto e ricevutolo (su carta intestata con impressa la doppia croce rossa simbolo della TBC) poté rimpatriare.
La sua ultima valigia la preparò per andare a lavorare sul lago di Braies. Morì pochi anni dopo per la silicosi, contratta nelle gallerie e nelle miniere. Da quel poco che so, doveva occuparsi dell’installazione e brillamento delle mine usate per spaccare la roccia.
E durante le sue peregrinazioni, la moglie a casa doveva accudire i figli e occuparsi di quella poca terra e qualche bestia che con tanti sacrifici erano riusciti ad acquistare. Vita grama anche per lei, ma non si lamentava mai, andava a prendere l’acqua potabile in piazza, con secchi e bigol: l’unico svago era poter leggere quel che capitava vicino alla lampada a petrolio.
Continua…

(Per gentile concessione di Ivana Dalla Piazza)
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