Quattro generazioni di emigranti – Parte due

di Ivana Dalla Piazza

Per leggere la prima parte, clicca QUI.

L’emigrazione è nel destino di tutta la famiglia: un fratello di mio nonno Fiorino morì in Belgio alla fine degli anni Trenta, folgorato sul lavoro; un altro fratello si “accontentò” di andare in Piemonte. 

Dei quattro figli di Fiorino: Alfonso si stabilì nella zona di Düsseldorf (Germania), Mario lavorò a Kariba, nell’ex Rhodesia, ora Zimbabwe, per partecipare alla costruzione della diga sul fiume Zambesi; la figlia minore emigrò prima in Svizzera, poi in Germania.

Dopo la Seconda guerra mondiale, venne stipulato il famoso Accordo italo-belga per cui l’Italia avrebbe ricevuto carbone a prezzo agevolato in cambio di italiani disposti a emigra e lavorare in miniera. Mio padre Anacleto fece parte di questo scambio. 

All’arrivo dei convogli alla stazione di Liegi le varie società minerarie mandavano i loro camion per prendere gli uomini richiesti. Li alloggiavano nelle cantine, costruzioni con camerate, cucina con cuciniere (cuoco è troppo) e refettorio, il tutto molto spartano.

… un paesano ci vide e urlò a mio padre: «Ehi Anacleto, ghe ne quà la to femena». Immaginarsi le facce!

Mio padre, con altri queresi, andò vicino a Herve. Un anno dopo preparò l’espatrio della moglie Armida, ma lei non aspettò “il via libera”: lasciò Quero senza conoscere una parola di francese, con una valigia e me, di due anni, in mano solo un indirizzo e le istruzioni per raggiungere la stazione ferroviaria finale. 

Arrivata, scese dal treno e si avviò a piedi verso la miniera. A gesti qualcuno le indicò la strada. Quando, stanca, si sedette sul gradino di una casa, una signora belga uscì e le porse una tazza di latte caldo indicandomi (persone di buon cuore ci sono sempre, cerchiamo di esserlo anche noi). Noi due ci presentammo ai cancelli all’ora di uscita degli operai, un paesano ci vide e urlò a mio padre: «Ehi Anacleto, ghe ne quà la to femena». Immaginarsi le facce!

Raggiunta la pensione, mio padre volle tornare al paese, fra i suoi campi e la sua gente, la partita a Tressette e le bocce.

E dunque anch’io, nel mio piccolo, sono stata emigrante al seguito dei miei genitori. Fortunatamente non ho dovuto sopportare i loro sacrifici e ho potuto cogliere molti aspetti positivi: frequentare la scuola superiore che è gratuita, libri compresi; essere amica di coetanei belgi e di altre nazionalità, figli di ex prigionieri di guerra rimasti lì; approfittare di leccornie rare nel Bellunese, come banane, cioccolata, Chewing gum e, quando rientravo per le ferie, rimpinzarmi di angurie, pesche e uva bonoriva, frutta all’epoca quasi inesistente al Nord Europa.

Malgrado i sacrifici e le fatiche, ancora oggi conserviamo un buon ricordo di quegli anni. 

Xhawirs Xhendelesse (Liegi), 1947. Anacleto Dalla Piazza, Ivana e Armida. 
(Per gentile concessione di Ivana Dalla Piazza)

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