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Una famiglia di Cencenighe

Seconda parte

Prosegue la storia “Una famiglia di Cencenighe”, di cui abbiamo pubblicato la prima parte nella precedente newsletter. Eravamo rimasti con la narratrice che, in partenza per Bologna assieme alla mamma e alla sorella, rievoca un gesto della nonna: «A questo proposito, ricordo un fatto che mi lasciò molto commossa: Vittoria mi prese da parte, mi mise tra le mani un pacchettino, dicendomi che era “par el viazz”. Salita in auto scoprii di cosa si trattava…»

Un sacchetto di pastiglie di menta, di quelle grosse e bianche con impressa l’effigie dell’Italia. Si producono ancora e ogni volta che le vedo il mio pensiero vola a Cencenighe. Sebbene fosse riservata, Vittoria era socievole e anche in tarda età non rinunciava a far visita ad amici e parenti che le offrivano il caffè, bevanda da lei prediletta assieme alla sgnapa. Lei stessa preparava una grappa ai mirtilli, le giàsene, dal bel colore rosso rubino e ce ne regalava una bottiglia quando tornavamo a Bologna.

Ci teneva molto a restare aggiornata e ogni mattina aspettava con impazienza di leggere “Il Gazzettino”. Quando ero bambina, l’appartamento dei nonni, per me che venivo dalla città, era fonte di grande curiosità, in particolare la cucina, un antro scuro dal pavimento di ardesia e col camino annerito dalla fuliggine. C’era anche una stua, adibita a camera da letto e da pranzo, una specie di moderno open space dalle pareti impiallacciate, solcate da eleganti colonnine che il tempo aveva reso eburnee.

Il ricordo piĂą vivo che ho di mia nonna Vittoria in questi ambienti, la vede intenta a preparare nel paiolo di rame la polenta, che poi tagliava con lo spago a spesse fette per tutti noi…

Oltre al ritratto giovanile di Vittoria, spiccavano una riproduzione di un dipinto di Raffaello, La Madonna della Seggiola, e un solenne orologio a pendolo. Sulla parete di fianco all’ampio letto matrimoniale, c’era una testa d’angelo, che fungeva da mensola, sapientemente intagliata nel legno. Il ricordo piĂą vivo che ho di mia nonna Vittoria in questi ambienti la vede intenta a preparare nel paiolo di rame la polenta, che poi tagliava con lo spago a spesse fette per tutti noi, condendola col tocio di carne o col burro fuso. PiĂą tardi, quando i residui della polenta si staccavano dal paiolo – antenati delle moderne tortillas – la nonna li dava a noi bambini, che li aspettavamo con impazienza. Oppure, la vedo sul fornel, riscaldato dalla pietra refrattaria, mentre cuce alla luce di una debole lampadina.

Alla nonna piaceva ascoltare le nostre chiacchiere quando stavamo sedute attorno al larin…

Quel posto piaceva anche a me perché, oltre a godere del calduccio, mi consentiva di guadagnare uno spazio tutto mio dal quale dominare l’ambiente, fingendomi una principessa nel suo castello. Alla nonna piaceva ascoltare le nostre chiacchiere quando stavamo sedute attorno al larin e ci raccomandava di fare attenzione a non bruciare le calze a causa di qualche favilla levatasi dal ciocco che ardeva, legno che, almeno in parte, lei stessa si procurava andando nei boschi con una gerla che stazionava perennemente accanto alla legnàra. Ricordo che, quando ero molto piccola, per paura le chiedevo di accompagnarmi su in soffitta, dove c’era l’unico rudimentale gabinetto…

E, ancora, alla nonna sono debitrice delle mie prime nozioni di orticoltura: ella, infatti, in un fazzoletto di terra sopra il vecchio cimitero, coltivava fasoi, bisi, insalata, cipolle e tegoline da consumare in famiglia. E fu così che un giorno, accompagnandola, appresi dell’esistenza di un insetto a me sconosciuto, la dorifora, responsabile, come mi spiegò arrabbiata, del mancato raccolto delle patate che aveva seminato.

Vittoria De Biasio Soppelsa

Vittoria è stata senza dubbio una eccezionale compagna per Serafino, uomo di grande bontĂ , ma certamente meno deciso di lei. Indossava sempre una coppola scura, calata sugli occhi. Di bassa statura rispetto alla nonna – fatto che gli aveva procurato la delusione di non essere accettato nel corpo degli Alpini che teneva in grande considerazione – fumava la pipa e certi sigari toscani dei quali mi pare di sentire ancora l’odore. Il suo nome ben si addiceva al suo carattere: la sua semplicitĂ  e il suo candore, infatti, erano disarmanti. A prova, voglio raccontarvi un episodio narratomi dalla mamma.

A una certa età si era dedicato all’allevamento dei canarini, ai quali, con un fischietto, insegnava a cantare. Ebbene, un giorno una delle figlie che aveva invano cercato il suo reggiseno, lo trovò nella gabbia degli uccelli. Serafino, senza alcun imbarazzo, ammise di averlo prelevato perché i volatili avevano bisogno di un nido e quell’aggeggio gli era parso molto adatto allo scopo…

Questa passione per gli uccelli che aveva trasmesso a mia madre, ma soprattutto al figlio Colombo, che in realtà si chiamava Tranquillo, ma aveva ricevuto quel soprannome per la cattiva abitudine di mangiare in fretta come il volatile, mi porta a ritenere che amasse gli animali, e che, anche se da giovane era stato cacciatore, lo avesse fatto per procurare un po’ di carne alla famiglia più che per passione. Lo rivedo, ormai anziano e magro, in piedi accanto alla finestra della stua, mentre si sbarba, immergendo con calma il pennello nell’acqua calda di un piccolo bricco di rame che conservo ancora. Mi sarebbe piaciuto conoscerlo quando era giovane, così come appare in una foto con i suoi fratelli, tra i quali spicca per gli occhi vivacissimi, così simili a quelli della mia mamma. L’unico difetto che gli ho sentito attribuire è quello, da buon veneto, di aver frequentato l’osteria per farsi qualche ombra, a volte, tuttavia, eccedendo un po’, pur restando sempre un uomo mite e pacato, com’era sua natura.

Serafino Soppelsa con i fratelli

Nel 1956 i nonni festeggiarono i sessant’anni di matrimonio. Purtroppo, solo due anni dopo, come già era accaduto ai tempi della cosiddetta influenza spagnola, responsabile della morte di alcuni dei miei zii, un nuovo virus, l’asiatica, colpì la famiglia Soppelsa, portandosi via Serafino. Messa ancora una volta a dura prova dalla vita, Vittoria gli sopravvisse undici anni, fortunatamente potendo contare sull’amorevole assistenza della figlia Alma, custode della loro memoria nella casa ai Coi che ancor oggi, malgrado alcuni cambiamenti di poco conto, rende viva testimonianza delle abitudini e del carattere di questa famiglia cencenighese che in essa ha trascorso tanti anni della propria vita. Una famiglia, i Soppelsa, la cui onestà, laboriosità e dignità mostrata nelle dure avversità che ha dovuto affrontare, mi riempie d’orgoglio per esserne discendente.

Patrizia Garelli Rossi

Una famiglia di Cencenighe

Prima parte

Sebbene io ami Bologna, città dove sono nata e in cui ho trascorso più di sessant’anni, c’è un piccolo paese delle Dolomiti al quale mi sento legata in modo del tutto speciale: si tratta di Cencenighe Agordino, “Cence”, come lo chiamava affettuosamente Lieta, mia madre, fiera di esserne originaria. Benché fosse stata costretta ad abbandonarlo quando era ancor giovane per lavorare, le era rimasto nel cuore: lì aveva lasciato i suoi adorati genitori, Serafino e Vittoria Soppelsa, alcuni dei suoi fratelli e i cari amici con i quali aveva condiviso l’infanzia e l’adolescenza.

Di quel periodo amava narrare, a me e a mia sorella Maria Vittoria, curiosi aneddoti, e anche raccontarci, non senza una vena di nostalgia, tradizioni e abitudini che le erano care, così come le piaceva utilizzare il suo dialetto non appena se ne presentava l’opportunità. C’è un episodio che meglio di ogni altro dimostra quanto tenesse a Cencenighe: quando, nel novembre del 1966, esso fu vittima di una terribile inondazione, incurante del pericolo, convinse mio padre a raggiungere il paese su una piccola automobile carica di provviste.

La distruzione e le scene macabre che si offrirono ai suoi occhi – l’acqua aveva spazzato via il cimitero – le procurarono un’angoscia dalla quale si liberò a fatica. Raccontò che durante quel tragico evento la nonna aveva generosamente dato asilo a molti compaesani che si erano rifugiati nella sua modesta abitazione ai Coi, dato che si trovava in una posizione elevata rispetto alla piazza invasa dall’acqua e dai detriti.

Sin da quando ero piccola, la famiglia formata dai miei nonni (entrambi del 1872) mi è parsa, a suo modo, speciale. Sebbene come tanti loro compaesani abbiano dedicato tutta la vita al lavoro e alla famiglia, la loro storia, per alcuni aspetti, è alquanto singolare. Serafino e Vittoria si sposarono contro il volere del mio bisnonno materno, il cavalier Giovanni De Biasio, segretario comunale a Cencenighe e uomo di un certo prestigio, come attesta il suo elegante necrologio pubblicato nel 1919. Una foto che conservo gelosamente, nella quale appare con la prima moglie, Giuseppina Riva, ne dimostra il carattere orgoglioso e deciso: elegante e sicuro di sé, ostenta, non senza fierezza, un bel paio di baffi a manubrio, di moda all’epoca.

Perché mai, se non per un sentimento autentico e profondo, una ragazza con le sue qualità avrebbe scelto di unirsi a un giovane di condizione sociale modesta rispetto alla propria, mettendo al mondo con lui, nell’arco di ventisette anni, ben diciassette figli, tanto da divenire una delle donne più prolifiche dell’Agordino?

Il cavaliere non vedeva di buon occhio il fatto che sua figlia si unisse in matrimonio a un semplice scalpellino, mentre si racconta che mia nonna non avesse gradito le sue seconde nozze, ma non voglio credere che si sia sposata per una ripicca, anzi, sono fortemente convinta che quello tra Vittoria e Serafino sia stato un grande amore. La nonna, quando io venni al mondo, era ormai anziana, sfiancata dal lavoro e dalle ravvicinate gravidanze. Nulla era rimasto della sua giovanile bellezza che mostra in una foto in cui appare elegante e acconciata con cura. Perché mai, se non per un sentimento autentico e profondo, una ragazza con le sue qualità, e di ottima famiglia, avrebbe scelto di unirsi a un giovane di condizione sociale modesta rispetto alla propria, mettendo al mondo con lui, nell’arco di ventisette anni, ben diciassette figli, tanto da divenire una delle donne più prolifiche dell’Agordino?

Grazie a questo soggiorno, imparò la lingua tedesca, la cui conoscenza mise piĂą volte a disposizione degli uffici comunali di Cencenighe, dando prova della sua intelligenza pur non avendo potuto studiare…

Dal padre, la nonna aveva certamente ereditato il carattere forte, forse temprato dai lutti che si susseguirono nella sua vita, durante la quale – fatto non trascurabile – dovette affrontare anche due conflitti bellici: dapprima la morte della madre, poi quella di numerosi figli in tenera etĂ . Della sua tenacia e del suo coraggio, testimonia il trasferimento che effettuò, assieme ai figli, in Svizzera, ove visse per molti anni, seguendo Serafino a Rorschacherberg, cittĂ  in cui lui si era recato per lavoro. Grazie a questo soggiorno, imparò la lingua tedesca, la cui conoscenza mise piĂą volte a disposizione degli uffici comunali di Cencenighe, dando prova della sua intelligenza pur non avendo potuto studiare come invece avevano fatto i suoi fratelli, in particolare Silvio, per anni maestro elementare a Falcade-Caviola e autore di interessanti saggi sul territorio, tra i quali La valle del Biois (1928), La valle del Cordevole (1929), La valle fiorentina (1939), oggi reperibili presso la Biblioteca civica di Belluno. Detto per inciso, fu proprio grazie a lui che, assieme a mio marito, ebbi l’onore di stringere amicizia con il grande scultore falcadino Augusto Murer, che gli era stato particolarmente legato.

Vittoria De Biasio Soppelsa

Tornando alla nonna, ella non era avvezza a smancerie e fronzoli, bensì schietta ed essenziale. In tutte le foto che la ritraggono quando non era più giovane indossa lo stesso abbigliamento severo, consistente in un vestito lungo con sopra una traversa, e copre il capo con un fazzoletto annodato dietro alla nuca, che le cinge la fronte fino alle sopracciglia. Non amava manifestare le sue emozioni, tanto da sembrare rigida a chi non la conosceva bene, preferendo esprimersi con i gesti piuttosto che con le parole.

A questo proposito, ricordo un fatto che mi lasciò molto commossa: mentre la mamma, mia sorella e io eravamo in partenza per Bologna, Vittoria mi prese da parte, mi mise tra le mani un pacchettino, dicendomi che era “par el viazz”. Salita in auto scoprii di cosa si trattava…
(continua…)

Patrizia Garelli Rossi

La famiglia Soppelsa durante il soggiorno in Svizzera