La famiglia di Walter Ongaro di Cavarzan di Cencenighe (con papà Carlo, mamma Veronica e i numerosi figli intorno alla metà degli anni sessanta)
“Come da richiesta del sig. Walter Ongaro, vi invio la poesia “I Scai da Cavarzan – La bulga” insieme a un foto; quella della famiglia di Walter Ongaro di Cavarzan di Cencenighe (con papà Carlo, mamma Veronica e i numerosi figli intorno alla metà degli anni sessanta). La poesia ripercorre la storia della loro avventura imprenditoriale”.
Luisa Manfroi
LA BULGA (1)
Partì da Cavarzan / con na bulga streta in man, / armai de gran coraio / tuti nof i fioi del Scaio (Carlo Ongaro) / murador, scalpelin, boscador, / poaret ma de gran cor. / La passion de strinchenà l’armonica / par rende alegria, /intant che la spuntighea / sòle da scarpet, / la mama Veronica / e noi se era tuti via. / Da garzogn avon scomenzià / e già el da magnà / l’era migliorà. / No l’era normal a chi temp, / vedé che insieme ale patate / ghe fuse anca el valch a pede. / Inte la bulga che s’avon portà / l’era en poche de straze /e tanta voia de laorà. / De mare… se ghen cognesea sol una (la Veronica), / de lingua l’era el dialeto, / chel sì che sel descorea perfetto. / Ma in Germania con tuta la bona volontà / impresa ardua pensà ai todesch ghel insegnà ! / Alternativa a tal tortura / la ne ha tocà ancora a noi / la strada pì dura, /e dopo calche an / se parlea segur / meio el todesch de l’italian. / Pasada calche staion, / se avon metù le scarpe del paron, / e senza studi, aiuti e onori, / sion diventai imprenditori, / ben volui par la nostra umiltà / e apprezai par la nostra qualità vera / anca se ereane in tera straniera. / E dopo pochi lustri e grandi fadighe, la bulga la e tornada a Zenzenighe. / Somearie che la pese de pì, / ma se le vero de chel che le inte / no fae mistero: / le el fruto del nostro laoro, / guadagnà co le nostre man / co l’orgoglio de ese TALIAN.Walter Ongaro()
1 Bulga=valigia
La famiglia di Carlo Ongaro e Veronica Fontanive era assai numerosa, si contavano 9 figli e i 2 genitori. Abitavano a Cavarzano, una frazione di Cencenighe Agordino situata in una posizione molto scomoda, per raggiungerla a piedi occorreva quasi un’ora. Erano tempi difficili trattandosi degli “anni cinquanta”: la mamma lavorava la terra e governava le mucche, il padre faceva il muratore e si adattava a svolgere qualsiasi altro mestiere per ottenere il vivere per sostenere la sua grande famiglia, vita di sacrifici e di tante fatiche.Venne il tempo in cui i figli crescendo ma ancora molto giovani presero la via dell’emigrazione, quasi tutti in Germania, prima come dipendenti e poi trasformandosi anche in imprenditori: così Angelo, Mauro Walter, Mario, Caio.Una storia come tante altre, di gente che si è fatta e creata dal nulla, figli di gente povera ma onesta e laboriosa e che ha fatto onore all’Italia!
La Presidente della Famiglia ex-emigranti agordiniLucia De Toffol Macutan
Gunti a ottant’anni, il passato ritorna alla mente come destato da un’intima ed arcana potenza.
Sono nato il 25 aprile del 1935 a Mirano, in provincia di Venezia, penultimo di dodici fratelli. Mio papà e mia mamma lavoravano la terra, io li seguivo in questa attività sin da bambino. Tuttavia i miei genitori pensavano che potessi ambire ad altre mete, per raggiungere un titolo di studio come perito meccanico. Ma il mio orientamento mi portava ad altri orizzonti. Ero affascinato dal mestiere del barbiere e così ogni giorno percorrevo quattordici chilometri all’andata ed altrettanti al ritorno, tra il mio paese Campocroce di Mirano e la città di Mestre, dove lavoravo. Ovviamente in bicicletta.
Mi costava un po’ di sacrificio, ma lo affrontavo con gioia, in quanto necessario per apprendere la tanto desiderata “Arte di Figaro”. Una mia sorella, che era sposata a Longarone, mi procurò un posto di lavoro in quel piccolo centro pieno di vita. Un giorno, avido di conoscenze geografiche ed umane, inforcai la bicicletta e raggiunsi, con non poca fatica, Forno di Zoldo. La gente che avevo incontrato, lo splendore delle rocce arabescate dal sole mi affascinarono. Fu proprio in quel periodo che il barbiere del luogo, Liberale Santin, abbandonava l’attività per cercare un miglioramento finanziario in Germania. Rilevai l’attività a Dozza, in un ambiente angusto. In seguito, un altro barbiere del luogo chiudeva la sua attività, proprio in piazza a Forno di Zoldo. Senza esitazioni presi sotto la mia guida questa nuova attività. Ero giovane e ricco di speranza.
Nel 1961 è poi giunto il giorno più lieto della mia vita, quando davanti all’altare di Pieve ho scambiato l’eterno “Sì” con Mariliana. Il destino dell’esistenza mi portava poi in Germania a lavorare come gelatiere, seguendo così l’esempio di tanti compaesani.
Senza tuttavia abbandonare i due negozi portati avanti dai miei dipendenti, dato che nel periodo invernale continuavo a prestare la mia opera di barbiere. Nel novembre del 1966 la fatidica alluvione rendeva vani tutti i miei sforzi, orientati ad un servizio nei confronti della popolazione. Non mi persi d’animo e nel marzo successivo la mia attività di barbiere riprendeva, in un ambiente rinnovato ed accogliente, a Forno. Nel 2001 ho lasciato l’attività di gelatiere in Germania. Dopo tredici anni di matrimonio sono diventato padre di Eleonora (inesieme nella foto a sinistra). Questo nel 1974. Ed è per Eleonora che abbiamo rinunciato all’attività di gelatiere, essendo lei non autosufficiente. Siamo stati sempre convinti dell’antico detto che dice: “il Signore tutto non dà e tutto non toglie”. Anche nella fatica, nel costante impegno, nelle preoccupazioni abbiamo trovato momenti dì gioia profonda. Ogni piccolo miglioramento di nostra figlia diventava per noi una conquista, ogni suo sorriso un appagamento per l’amore che le abbiamo riservato. Il 3 febbraio del 1991 la Commissione Diocesana, presieduta dall’allora Vescovo Maffeo Ducoli, ci assegnava il Premio della Bontà.
Oggi ripenso alla mia emigrazione che mi ha portato da Mirano a Zoldo ed in seguito da Zoldo in Germania. Ho lasciato la terra dove sono nato, ho trovato affetto e simpatia nelle terre che mi hanno accolto, ho accettato tutto ciò che il Signore mi ha dato. Vivo oggi sereno per gli anni trascorsi nel lavoro, non recrimino sulla durezza del vivere, che a volte il destino impone. Ogni sorriso di Eleonora è per me e per mia moglie come una stella che brilla nel cielo in una notte illune.
Siamo emigrati in Argentina, a Buenos Aires, io nel 1948 e mia moglie nel 1950. Ci siamo conosciuti lì, ma siamo praticamente paesani, perché io sono di Cibiana e i genitori di mia moglie di Peaio di Vodo di Cadore. Quando siamo arrivati in Argentina entrambi ci siamo subito trovati bene, ci siamo ambientati e in generale non abbiamo avuto grosse difficoltà. Bisogna considerare anche che siamo partiti appena finita la guerra e quindi andare lì era un’occasione, perché uscivamo da una situazione molto difficile. Quando sono arrivato sono andato a lavorare in fabbrica. Non sapevo la lingua, ma mi sono amalgamato con la gente e ho imparato molte cose pratiche, e pian piano appreso lo spagnolo. Ho lavorato per quattro anni. Mio fratello aveva già aperto una gelateria, ma io dovevo lavorare in fabbrica perché le spese da pagare erano molte e c’era bisogno di soldi.
I genitori di mia moglie, invece, avevano aperto una gelateria. Prima ne avevano una in Olanda, poi l’hanno chiusa e l’hanno aperta in Argentina nel ‘50.
Mia moglie ha lavorato per otto anni con suo padre. Poi ci siamo sposati e io nel ‘60 ho aperto una gelateria e così abbiamo lavorato assieme. Anche mio papà faceva il gelatiere, a Vignola, in provincia di Modena. In Argentina abbiamo gestito due gelaterie, entrambe le abbiamo chiamate “Cadore”, una in pieno centro a Buenos Aires e una un po’ in periferia.
All’epoca si lavorava molto bene, gli argentini mangiano molto gelato. Ora siamo andati in pensione da qualche anno, dopo oltre quarant’anni di lavoro, e a gestire le gelaterie è il nipote. La situazione però oggi è molto diversa. L’Argentina non è stata mai un paese stabile, ha sempre vissuto alti e bassi, ma quando siamo arrivati noi, rispetto al giorno d’oggi, era molto meglio. C’era la dittatura, ma comunque si andava avanti. Adesso è un disastro, sia economicamente che dal punto di vista della delinquenza, ti ammazzano per niente, non si può uscire di notte, è brutto, ma ormai siamo stabili lì. Siamo soci dell’ABM fin dagli anni ‘60, da quando si è costituita, e siamo sempre tornati a Belluno per visitare la nostra casa a Tai di Cadore. Veniamo sempre volentieri per ritrovarci con i parenti.
Torino, anni ’20. Amabile Giacoma Reolon, di Madeago, balia “asciutta” di tre bambine. (Per gentile concessione di Paola De Biasio)
“Són rivàda a Bologna che ere tuta móia, negàda, parée péna gnésta fòra da ʼn mastèl”.
Si commuove, nel ricordarlo, un’anziana signora della casa di riposo di Trichiana, quando, qualche anno addietro, mi racconta questa sua penosa esperienza. Bagnata dal seno in giù – continua la mia interlocutrice – a causa dell’abbondante fuoriuscita di latte, e dal seno in su, dal fiume di lacrime versate durante tutto il viaggio. Era stata costretta, suo malgrado, a fare da nutrice a un bambino che non era il suo, mentre il proprio figlio, giocoforza, era stato lasciato in mani altrui, in una situazione di precarietà e incertezza.
Il baliatico, ovvero l’allattamento di un bambino che non è il proprio, sia come atto filantropico, sia come prestazione remunerata, è un fenomeno dalle origini antichissime. Il ricorso all’allattamento da parte di una nutrice altra, avveniva, perlopiù, per prematura scomparsa della madre naturale, a causa del parto o durante il puerperio. Giova ricordare come il parto costituisse, ancora nell’Ottocento (l’istituzione del servizio ostetrico per i poveri risale al 1865) e nel primo Novecento, in cui l’assistenza era spesso svolta da levatrici “self-made” coadiuvate dalle donne di casa, un evento potenzialmente rischioso, come testimoniano l’elevata mortalità neonatale e anche, seppur in minor misura, puerperale.
In un primo tempo, l’esercizio del baliatico ha interessato soprattutto l’allattamento dei cosiddetti “esposti”, termine, invero poco acconcio, con cui erano chiamati i neonati abbandonati, in genere nella “ruota” degli istituti caritatevoli e presso le chiese, o comunque affidati agli enti di pubblica beneficenza. L’allattamento degli infanti era affidato, sia che avvenisse presso il brefotrofio, sia a domicilio di chi lo prendeva in carico per il periodo necessario, a nutrici del circondario verso un modesto compenso. Era questa una forma di baliatico definito “mercenario”, in quanto prevedeva un ristoro economico per la prestazione resa. In tempi più recenti, dalla fine dell’Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento, ha preso sempre più campo il fenomeno del baliatico privato, ovvero l’allattamento di un neonato attraverso un accordo bilaterale fra la famiglia richiedente e quella della candidata balia. Questa formula ha contraddistinto in maniera significativa l’esercizio di tale pratica nel nostro territorio, segnatamente nel Feltrino e nella Val Belluna, dando origine a una nuova e diversa forma di emigrazione femminile.
La balia Luigia Zanella con in braccio il piccolo Iaco Gualdoni, anno 1930. (Archivio Comitato frazionale San Leonardo di Cesiominore, pubblicato in Civiltà contadina e storie di emigrazione, testo curato e scritto da Loris Zanella; testimonianze raccolte da Sergio Battistella e Dino Zanella; Rasai di Seren del Grappa: DBS, 2014, pag.94)
Il baliatico è stata una forma di emigrazione essenzialmente interna, anche se non sono mancati casi in cui la nutrice si è recata all’estero (tipici i casi di balie venete e friulane recatesi in Egitto, perlopiù a servizio di famiglie europee). Un’emigrazione sui generis, naturalmente solo femminile, in cui i tempi non erano dettati dalla stagionalità dei lavori, ma regolati dai ritmi biologici della donna. Questa non forniva una forza lavoro, bensì “vendeva” il prodotto del suo essere donna e madre.
Il comportamento di una mamma che lascia in mani altrui il proprio figlio per allattarne un altro, estraneo, appare di difficile comprensione.
Quali sono le cause che hanno determinato tale fenomeno, i cui effetti hanno segnato così profondamente i rapporti all’interno del nucleo familiare?
La situazione economica di molte famiglie, in particolare braccianti, mezzadri e piccoli proprietari, era a quel tempo assai problematica, con punte di acuta criticità, quando non addirittura di mera sussistenza. In un periodo in cui, per vari motivi, l’emigrazione maschile segnava il passo privando il nucleo familiare di preziose rimesse, si era affacciata sul mercato del lavoro una nuova ed economicamente allettante opportunità d’impiego temporaneo: quella delle balie da latte.
La richiesta proveniva dalle famiglie benestanti dell’aristocrazia e della borghesia delle città venete e dell’Alta Italia ed era mirata a garantire ai loro pargoli il “buon latte di montagna”. Ma perché questi bambini non erano allattati dalle proprie madri? Perché queste famiglie si rivolgevano alle balie? È una cosa che sfugge. Lo si può capire se la madre era morta a causa del parto, o non aveva latte, o le sue condizioni psicofisiche non lo permettevano, ma in tutti gli altri casi? Pare assodato che le signore, con il beneplacito dei rispettivi mariti, non volessero sciupare il proprio seno e avere vincoli che pregiudicassero gli agi cui erano abituate e ostacolassero la partecipazione agli eventi mondani che la loro condizione “imponeva”.
Ecco quindi che il messaggio trasmesso non resta inascoltato e sono più d’una le puerpere, anzi le famiglie delle puerpere, che prendono in considerazione una tale eventualità. E, strano a dirsi, ma non sorprende più di tanto, sono gli uomini ad occuparsi degli aspetti relativi a questa contrattazione, sia da parte dell’una come dell’altra famiglia. La decisione di andare balia non competeva infatti alla donna, ma al suocero, ancor prima che al marito. La famiglia patriarcale, allora in voga, era un’istituzione gerarchica e maschilista; quella nucleare era in divenire.
Angela Budel, balia di Cesiomaggiore presso la contessa Nina Dalla Chiesa. Il bambino sulla destra è il futuro Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. (FASF-Raccolta Biblioteca Civica Cesiomaggiore)
Per andare balia occorrevano comunque determinati requisiti, sia fisici, sia morali. La nutrice doveva essere di bell’aspetto, florida, sana e di sani principi e, naturalmente, ottima produttrice di latte. Le balie feltrine e bellunesi erano particolarmente ambite, forse perché, con malcelata allusione, si riteneva che la loro zona d’origine – un’ampia e amena vallata adagiata tra i monti – non potesse che crescere fanciulle belle e prosperose dai cui seni sarebbe sgorgato copioso e nutriente latte.
L’arruolamento poteva seguire più strade: le referenze di una parente che già era stata balia, il mandato a un medico che si prestasse a tale incombenza, il ricorso alle cosiddette metinène (collocatrici di balie) e, più tardi, il rivolgersi all’Ufficio per il Baliatico, all’uopo istituito. Anche se erano state superate alcune ancestrali credenze secondo le quali l’assunzione del latte avrebbe potuto trasmettere al poppante le caratteristiche fisiche e caratteriali della nutrice, altre ne permanevano. Per esempio, si riteneva ancora che il latte delle donne more fosse più nutriente, quello delle bionde più leggero, mentre le rosse tendevano a essere escluse a causa della loro presunta sgradevole traspirazione cutanea: tutte illazioni prive di fondamento scientifico.
Prerequisito fondamentale era la visita medica che doveva attestare l’idoneità psicofisica e l’assenza di malformazioni fisiche e malattie contagiose. La qualità del latte, prima dell’introduzione di appropriati strumenti di analisi, veniva testata con vari metodi empirici fra cui quello della prova dell’unghia. Esso consisteva nel depositare sull’unghia del pollice una goccia di latte; se, inclinandolo, la goccia scorreva troppo velocemente, il latte era considerato poco nutriente, se scorreva troppo lentamente, era considerato poco digeribile: doveva presentare la giusta viscosità. Superata, non senza imbarazzo, la visita medica e raggiunto l’accordo con il datore di lavoro, la balia era pronta per partire, vittima sacrificale di una realtà in cui “la miseria inghiottiva i sentimenti” (M. Claretti).
La partenza era il momento più traumatico. Doversi allontanare dalla propria creatura dopo soli pochi mesi di allattamento, “abbandonarlo” in mani altrui, per quanto fidate, per andare ad allattare un altro pargolo che le era completamente estraneo, provocava nella povera balia un’ambascia indicibile. Il momento del distacco è sempre doloroso per qualsiasi forma di emigrazione, specie se indirizzata verso mete incerte e sconosciute, ma quello della balia è particolare, perché è vissuto come un atto di abbandono (anche se tale non è) ed ella non riesce a sottrarsi al senso di colpa che la accompagnerà per tutto il periodo del baliatico e che si acuirà ogni qualvolta il nuovo lattante le si attaccherà al seno. La balia sa che per il suo bambino la situazione è ben diversa: nella migliore delle ipotesi è affidato a una nutrice del posto che lo allatta in aggiunta al suo, o il cui bimbo ha iniziato lo svezzamento; diversamente, è inevitabile il ricorso al latte di vacca (o di capra) diluito o allo svezzamento precoce, con i rischi che, in entrambi i casi, ne conseguono.
A ciò si aggiunge il grande disagio dovuto dal radicale cambiamento di contesto sociale, il trovarsi come catapultata in una realtà completamente nuova e diversa da quella da cui era partita. In precedenza non era uscita neanche dal “cortile di casa” e, come d’improvviso, si ritrovava in una grande città, in un ambiente ampio ed elegante, al cospetto di persone la cui lingua (l’italiano) le era sconosciuta. Era quindi sottoposta agli adempimenti di rito che contemplavano un’altra visita medica, la vestizione (quasi un cerimoniale di iniziazione al nuovo ruolo), l’assegnazione dell’alloggio e del mansionario. Infine, le era consegnato il pargolo da allattare e accudire. La sua condizione era costellata di restrizioni: non le erano consentiti rapporti con l’esterno (salvo le passeggiate al parco con il bambino dove s’incontrava con altre nutrici), non poteva vedere il marito e i figli, tutta la sua giornata era vissuta in funzione delle esigenze del bambino che le era stato affidato: una sorta di simbiosi balia / “baliotto”.
Maria Canova, da Mugnai di Feltre, balia da latte di Luchino Visconti, in una foto del 1903. (Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi)
La balia si trovava dunque in uno stato di segregazione dorata. Data la sua funzione, il trattamento riservatole era di prim’ordine, sia sotto l’aspetto economico, sia sotto quello del vitto e dell’alloggio. Rispetto al resto della servitù, la sua posizione era privilegiata: il suo stipendio era più alto, il cibo, pur nell’osservanza di una dieta mirata, era di qualità, il vestiario assegnatole, tipico della balia, oltre che funzionale all’allattamento, era sobrio e financo ricercato, volto a esibire il prestigio sociale della famiglia.
La balia inoltre, specie quando usciva, era agghindata con monili di pregio: collane di corallo o di granate in pendant con gli orecchini (che a volte erano in filigrana d’argento dorata), spilloni con capocchia sferica in filigrana e tremuli (aghi terminanti con una molla recante un fiore o un animaletto stilizzati, perlopiù in filigrana, che ondeggiavano con i movimenti del capo) a trattenere la cuffia e l’acconciatura. Alcuni di questi gioielli, più o meno preziosi a seconda delle disponibilità e della generosità della famiglia, le venivano donati in occasioni particolari (quando il bambino pronunciava la prima parola, o spuntava il suo primo dentino), altri, a volte, al momento del commiato, assieme al vestiario.
Concluso il periodo dell’allattamento, la cui durata era mediamente di dodici/quindici mesi, salvo la permanenza non si protraesse in veste di “balia asciutta”, si preannunciava il momento del ritorno, a sua volta problematico e irto di difficoltà. Era un percorso a ritroso. Se le prospettive dell’andata erano, almeno alla prima esperienza, tutte da scoprire, il ritorno si presentava ben delineato e chiaro nei suoi contorni: da un lato, la gioia di riabbracciare il/i proprio/i figlio/i, dall’altro la consapevolezza di reimmergersi in un mondo totalmente diverso fatto di fatiche e di rinunce. Poteva anche capitare che il figlio non ci fosse più, che una malattia se lo fosse prematuramente portato via, nel qual caso la perdita le sarebbe stata tenuta nascosta per timore che il trauma potesse compromettere il suo equilibrio psicofisico e conseguentemente determinare la perdita del lavoro. Era questa una sorpresa crudele e immeritata, in cui al dolore si sommava il senso di colpa, invero mai sopito, che riemergeva in tutta la sua intensità emotiva, facendo precipitare la povera balia in uno stato di angoscia e di prostrazione.
Ma quand’anche quest’evenienza estrema non si fosse verificata, il ritorno in famiglia si rivelava comunque difficile, soprattutto nel riallacciare i rapporti umani e affettivi con i familiari e in particolare con i figli: era questo il vero scoglio da superare, più che il ritorno al sistema di vita pre-baliatico. Per i figli, infatti, in particolare per l’ultimo nato, la balia era praticamente un’estranea; il loro affetto si era riversato, com’è comprensibile, verso la persona che li aveva accuditi. Riconquistare il loro amore era impresa ardua, resa a volte impossibile da nuove e prolungate ripartenze. Sotto questo aspetto, fra tutte le forme di emigrazione, sempre dolorose, quella della balia è sicuramente la più dura e lacerante, quella che marchia indelebilmente la sua vita, il suo essere, la sua anima. Con il crescere e maturare i figli comprenderanno, riconosceranno il suo sacrificio, le esprimeranno gratitudine, ma la recisione del cordone ombelicale non potrà più essere completamente risaldata. La frattura che la separazione ha prodotto all’interno del nucleo familiare risulterà insanabile. La balia porterà questo peso per il resto della vita. Per contro, ella nutrirà, ricambiata, specialmente se il rapporto era proseguito come balia asciutta, un particolare rapporto affettivo con il “figlio di latte” e la sua famiglia: quasi fosse un’ancora a cui aggrapparsi, un modo per dare ossigeno ai propri insopprimibili sentimenti materni, una sorta di inconscia compensazione. È un affetto autentico e duraturo, anche se non potrà mai surrogare quello verso il figlio naturale. Il ritorno riservava dunque alla balia una duplice sofferenza: quella di non essere riconosciuta e accettata dal proprio figlio e quella di aver dovuto lasciare il bambino allattato cui si era affezionata e che le si era a sua volta affezionato. Ha sofferto la genitrice balia, hanno sofferto i figli naturali e di latte: è la dura legge del distacco.
Visto da fuori, il baliatico si presenta come un fenomeno complesso, caratterizzato da risvolti sociali importanti e contradditori. Sono soprattutto il ceto conservatore e la Chiesa ad avversare, sia pure con accenti diversi, la diffusione di tale pratica. Secondo Antonio Maresio Bazolle, possidente e cronista ottocentesco, non sarebbe tanto “il bisogno” a spingere le madri di basso ceto sociale a intraprendere la via del baliatico mercenario, quanto la prospettiva di un lavoro agiato, ben remunerato e svolto all’interno di un ambiente socialmente elevato. È una critica severa e ingenerosa, un’autentica invettiva contro queste madri considerate poco amorose verso i figli e proclivi alle novità, al lusso e alla vanità.
Di diverso tenore la posizione dei parroci, secondo i quali era moralmente inaccettabile che una madre potesse rinunciare, per quanto spinta dal bisogno, ad allattare il proprio figlio per allattarne uno non suo. Essi temevano, inoltre, che questa esperienza potesse “straviare” la donna, influire negativamente sulla sua personalità, minare l’integrità della famiglia tradizionale e l’assetto della società. Erano preoccupazioni legittime e comprensibili quelle dei parroci, tipiche di una società tradizionalista, radicata su valori etici sedimentati e conseguentemente diffidente e refrattaria al cambiamento.
Quella della balia, da qualsiasi angolo la si osservi, è stata un’esperienza dolorosa, sofferta, carica di implicazioni interiori: merita non solo comprensione, ma riconoscenza.
Il baliatico è stato un’esperienza che ha permesso alla donna di conoscere un contesto diverso, forse nemmeno immaginato; una realtà distantissima dalla sua quotidianità angusta, subordinata, ritenuta immutabile e accettata con rassegnazione. Un’esperienza che, come nelle altre forme di emigrazione femminile (ciòde, serve, operaie), le ha fatto acquistare consapevolezza della sua condizione e ha innescato quel processo di emancipazione e autodeterminazione che la porterà a conquistare, nella gerarchia di genere, un ruolo di maggiore dignità e potere.
La strada che ha portato la donna, in particolare la donna rurale e montanara, ad affrancarsi dalla sua condizione di subalternità generalizzata, a valutare criticamente precetti morali e sociali ritenuti intoccabili e a ribellarsi al suo status esistenziale cui si era, da tempo immemorabile, assuefatta, è stata lunga e lastricata di ostacoli, di fatiche e di umiliazioni. Quella della balia lo è stata in modo particolare, lasciandole uno strascico di amarezza e cicatrici profonde, negli affetti e nello spirito. La balia è la figura che, forse più di ogni altra, può essere assunta a paradigma del processo evolutivo che ha trasformato la donna da “oggetto” di prestigio a simbolo di riscatto femminile.
Giacomo Brentel, nato a Feltre il 9.09.1889, aiutante di battaglia 1°alpini – Guerra 1915-18
Per ricordare ed onorare il centenario dell’entrata in guerra del 1915-1918, mi sento fiero e orgoglioso di aver avuto un padre alpino, Giacomo Brentel, che si distinse per un atto estremamente eroico che tengo molto a raccontare. Devo anzitutto dare atto e gratitudine al corpo degli alpini che considero il più onorato per quanto ha saputo dare e tuttora dà. Alpini che troviamo in ogni evento, sia in guerra che in pace, pronti a sacrificarsi pur di eseguire il proprio compito: in naufragi, frane, valanghe, terremoti e quant’altro l’alpino è sempre in prima fila per l’adempimento del proprio dovere.
Mio padre alpino puro sangue partecipò alla prima guerra mondiale e gradualmente avanzò di grado tanto da divenire aiutante di battaglia, vale a dire il più alto grado per un soldato.
Gli fu dato il compito di preparare la grande sfida che valeva la vittoria finale, quella di fermare l’invasione al Piave allorché il Piave mormorava “Non passa lo straniero” e così fu. Raggruppò una ventina di arditi, uomini coraggiosi, che nel più rigoroso silenzio attraversarono il Piave muniti di corde che attaccarono a un grosso albero iniziando con dei barconi a formare un ponte. Erano le cinque del mattino, era ancora buio; alle sette già un centinaio e più di alpini attraversarono il Piave e da lì iniziò il continuo flusso di truppe che in poco tempo misero il nemico in fuga fino alla vittoria finale.