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Cròmere e Nèrte: donne da soma

Cromera

La chiamavano Mariéta Pasànega (1).
Mariéta era il diminutivo dialettale di Maria, Pasànega il soprannome che, un tempo, veniva spesso appiccicato o sostituito al cognome anagrafico per distinguere una famiglia da un’altra, data la frequente omonimia che caratterizzava gli abitanti dei piccoli borghi di montagna e non solo. Questi soprannomi potevano derivare dal nome proprio del fondatore della famiglia, dal mestiere esercitato, da una caratteristica fisica o di costume, dal toponimo del luogo di provenienza e così via.

Mariéta era una donna piccola e, all’apparenza, gracile; figura che celava però una forza e una tenacia non comuni, tipiche delle montanare. Rimasta vedova, per mantenere la famiglia esercitava il mestiere di Cròmera (2). Partiva a inizio settimana caricandosi sulla schiena la cassèla (3) piena di articoli di varia merceria che non è azzardato dire pesasse quanto lei, e si inoltrava a piedi in direzione della vallata agordina. Faceva ritorno nel fine settimana; nel frattempo, i figli erano custoditi e accuditi dalla loro sorella maggiore poco più che dodicenne.

Mariéta, verso la quale chi scrive ha un legame di “affinità” (4), è lo spunto per tratteggiare due figure femminili (sebbene il genere non sia esclusivo), la Cròmera, appunto, e la Nèrta (5), unite da un comune percorso di dura peregrinazione.

Il secco titolo del libro “Furono sempre le donne a portare” (6) appare eccessivo, ma è indubbio che la donna abbia dovuto caricarsi sulle spalle, in senso non solo metaforico, pesi assai ardui da sostenere. Basti pensare al sistema di trasporto imposto dalla morfologia del nostro territorio, dove a dominare erano il pendio e la carenza di strade rotabili e toccava quindi a schiena e spalle portare la dhèrla (7), la crazh (8), la fièrcla (9) per vincere la forza di gravità, calpestando un suolo spesso accidentato e infido. E cominciavano da giovani, troppo giovani, a portare carichi eccessivi, che non di rado lasciavano segni duraturi sui fragili fisici ancora in formazione (gambe storte, scoliosi, deformazione del bacino).

Ci occupiamo qui solo di Cròmere e Nèrte in quanto figure emblematiche di una singolare forma di emigrazione, in genere a breve raggio (ma non sempre) e temporalmente contenuta (ma non sempre), che potremmo definire “fuoriporta”. Non si tratta di un’emigrazione “minore”, perché ogni forma si porta appresso il proprio stigma, le proprie spine, ed è dettata da una comune motivazione di fondo che ha le sue radici in una condizione socioeconomica inadeguata. L’emigrare è un’opzione, sia che nasca da una necessità, com’è per lo più avvenuto, sia che punti a un traguardo di auto-affermazione.

Il fenomeno in questione, nato dall’esigenza di integrare il magro reddito dell’agricoltura locale, assunse prevalentemente il carattere della stagionalità. Non sono mancati, tuttavia, casi in cui i protagonisti, in questo caso maschi, hanno raggiunto traguardi importanti, soprattutto all’estero, divenendo titolari di negozi e attività commerciali di rilievo.
Si tratta di un fenomeno endemico delle valli alpine, dove il terreno coltivabile era insufficiente in termini di estensione, fertilità e condizioni climatiche, ad assicurare il necessario per vivere e quindi, quando anche la pastorizia transumante andò in crisi in seguito ai crescenti divieti a far svernare le greggi in pianura, bisognò escogitare qualcosa di nuovo, di alternativo.

Una rapida disamina dell’”ambulantato” commerciale del Triveneto ci fa conoscere la geografia e la specificità del fenomeno. Citiamo qualche esempio. Nel Tesino, la riconversione portò gli abitanti, in questo caso quasi esclusivamente maschi, a commercializzare dapprima le pietre focaie (soprattutto per gli archibugi) e poi le stampe sacre e profane dei Remondini di Bassano.

Nel confinante altopiano di Lamon l’attività cominciò con la vendita delle penne d’oca per proseguire con l’attività di cròmer e cròmere. In Carnia, il fenomeno dei venditori ambulanti (Cramars) ha radici antiche. Iniziato in forma stagionale per poterlo conciliare con i lavori agro-silvo-pastorali, è andato via via consolidandosi, espandendosi nell’oltralpe (Austria) e nella Mitteleuropa, assumendo non di rado carattere di stanzialità (negozi e ambulantato locale) (10).

Nella zona di Erto e Casso e nella Valcellina, sono in prevalenza le donne (Nèrte) a svolgere l’attività di venditrici itineranti, proponendo attrezzi per la casa confezionati dai vecchi e dai giovani (gli adulti sono per lo più impegnati in altre forme di emigrazione) durante la stagione invernale.

Cromera

Le Cròmere.

“E lóra, par darte na idèa mi è girà, mi è patì fam, mi è patì frèd, mi è patì mói, mi è combatù coi òmeni, mi è dormi ante le fóie moie… mi le è passae tüte!” (11)

La testimonianza sopra riportata riassume efficacemente l’esperienza, molto dura e sofferta, di una Cròmera, fatta di fatica, di patimenti, di disagi e di rischi.

Il suo strumento di lavoro era la cassèla, una sorta di cassettiera portatile in cui era riposta con cura la varia mercanzia; c’era anche il modello a fisarmonica che si apriva scoprendo contemporaneamente tutti gli scomparti ed era quindi particolarmente adatto ad esporre le merci in occasione di mercati, fiere, feste patronali che, assieme al porta a porta, facevano parte dell’itinerario tradizionale della Cròmera. Vale la pena rovistare un po’ in questi contenitori per conoscere la tipologia merceologica proposta alla clientela. C’erano articoli di merceria quali spagnolette di filo, bottoni vari, elastici, fettucce, cordoni da scarpe, cinture, tiràche (bretelle), gusèle (aghi per cucire), spille da balia, “uova” di legno da rammendo, ditali ecc.; articoli di biancheria come mutande, fanèle (maglie da sotto), calzini, fazzoletti da naso e da testa, traverse ecc.; materiale per l’igiene e la cura della persona come pennelli da barba, lamette, pettini, brillantina, saponette, specchietti ecc.; oggetti vari quali articoli di bigiotteria, tabacchiere, piccole roncole a serramanico, forbici ecc. (per poter vendere occhiali e arnesi da taglio occorreva aver compiuto 21 anni e avere la fedina penale pulita) (12). Si trattava quindi di una vera e propria boteghéta viaggiante.

Cromera

Oltre al materiale che era possibile allogare all’interno, la Cròmera legava sopra la cassèla la merce più ingombrante come telerie, scampoli di stoffe e qualche semplice capo di vestiario. La cassèla così organizzata raggiungeva a pieno carico un peso ragguardevole che poteva raggiungere i 30 chilogrammi e più ed era quindi assai disagevole, non solo da portare, ma anche da caricarsi sulle spalle e da posare. Il carico, con l’ampio fardello legato sopra la cassèla, sopravanzava alquanto la testa della Cròmera alzando il baricentro dell’insieme e rendendo instabile e difficoltoso l’incedere, specie se il terreno era accidentato. Gli spallacci, di canapa o di cuoio, provocavano sulla convessità mediale delle spalle un solco profondo, solo in parte attenuato dallo spesso bustino di stoffa o di pelle di pecora che, a guisa di piccolo scapolare (13) aperto anteriormente, veniva a tal fine indossato; all’inizio era dura, poi finivano col farci il callo.

Altro indispensabile strumento di lavoro della Cròmera era l’ombrello, che doveva essere particolarmente ampio da riparare sia lei che la cassèla, e soprattutto col manico robusto dovendo fungere anche da bastone di appoggio. Il suo abbigliamento, quale si deduce dalle foto che la ritraggono, era essenziale e votato alla praticità: abito per lo più scuro, traversa, scialle, fazzoletto annodato sulla nuca, scarpe robuste o scarpét a seconda della stagione; in un apposito fagotto teneva l’unico cambio che si portava appresso per alternarlo.

Alla fatica di dover affrontare lunghi percorsi a piedi con il pesante carico sulle spalle per raggiungere le case sparse, specialmente quelle più distanti dai centri abitati forniti di negozi che costituivano la clientela potenzialmente più propensa ad avvalersi del suo servizio, si aggiungevano i disagi di natura logistica e climatica (mi è patì fam, mi è patì frèd, mi è patì mói). I problemi maggiori che la Cròmera doveva affrontare erano quelli dell’alimentazione, del proteggersi dalle avversità atmosferiche e del trovare un posto in cui pernottare. Per alimentarsi doveva spesso affidarsi al buon cuore di qualche famiglia che la ristorava con quello che aveva, una fetta di polenta, un piatto di minestra o poco altro (dalle case dei contadini nessuno usciva a mani vuote) e le permetteva di trascorrere la notte, a seconda della stagione, nella stalla o sul fienile. La Cròmera, per gratitudine e per orgoglio, non mancava di compensare il suo temporaneo anfitrione con qualche oggetto del suo piccolo bazar itinerante.

Il passaggio, citato in apertura, che recita “mi è combatù coi òmeni”, sottintende le insidie che una donna, specie se da sola, poteva incontrare da parte di qualche malintenzionato, sia per quanto riguarda la sua integrità fisica, sia per quanto concerne l’essere derubata del denaro guadagnato o della merce trasportata.

Cromere

Fra la Cròmera e la sua clientela si instaurava un rapporto di fidelizzazione che la vedeva passare con puntualità “calendariale” presso le stesse famiglie, cui non solo vendeva la merce che si portava appresso, ma raccoglieva anche ordini e desiderata che si premurava di evadere al passaggio successivo, non solo per interesse, ma anche per il gusto di accontentare l’acquirente (a volte, cessata l’attività, la Cròmera continuava a intrattenere un rapporto epistolare con le famiglie a cui si era affezionata). Solitamente le Cròmere non si facevano concorrenza sleale, esisteva una sorta di tacito accordo in cui ciascuna aveva la propria zona di operazione e non invadeva quella altrui.

Il percorso delle Cròmere poteva essere del tipo “fuoriporta” come nel caso di Marieta Pasànega, ovvero limitato a itinerari brevi nel circondario che permettevano frequenti rientri, sia per non stare per troppo tempo lontane dalla famiglia, sia per approvvigionarsi di merce per il viaggio successivo, oppure di lunga durata quando affrontavano percorsi molto distanti da casa. L’ambito in cui svolgevano il proprio lavoro era comunque per lo più circoscritto all’area delle Tre Venezie, anche se non mancarono Cròmere che, in tempi più recenti (inizio ʼ900), si diressero verso la Svizzera, avendo come punto di riferimento emigranti lamonesi che fin dall’800 vi si erano insediati avviando una fiorente attività commerciale. Qui accorsero un buon numero di giovani Cròmere, che, d’intesa con i compaesani presso cui si approvvigionavano e spesso alloggiavano, formarono una rete di distribuzione capillare sul territorio che si rivelò proficua. Il fenomeno si protrasse fin verso gli anni ʼ70 del secolo scorso coinvolgendo, com’era avvenuto per altre figure dell’emigrazione femminile bellunese (ciòde e balie), altri soggetti dell’area parentale e amicale (14).

Cromera

Le Nèrte.
Il lavoro della Nèrta ha molti punti in comune con quello della Cròmera, tipici di questa peculiare forma di emigrazione itinerante: le motivazioni, la tipologia di lavoro, la mobilità, la cultura.

La Nèrta era, come la Cròmera, una venditrice ambulante che si muoveva a piedi e al posto della cassèla indossava la dhèrla (la differenza non è così netta al punto che le due figure tendevano spesso a sovrapporsi, sia come mezzo di trasporto merci utilizzato, sia come merceologia trattata).
Questa figura di venditrice girovaga ha preso il nome dal luogo di origine, il Comune di Erto Casso, ma la si ritrovava anche in altri centri della Valcellina come Claut e Cimolais.

La Nèrta era, per tradizione, la venditrice di utensili di legno da uso domestico. L’ambito territoriale cui qui ci riferiamo è indicativamente quello della provincia di Belluno; anche se le Valli del Vajont e del Cellina insistono geograficamente su territorio friulano, è indubbio che gravitino in maniera rilevante, ancor prima della costruzione della strada di collegamento, sul versante di Longarone e della Valle del Piave. L’altopiano di Lamon, terra di Cròmere, e quello più angusto di Erto e Casso, patria delle Nèrte, presentano entrambi le caratteristiche orografiche dei paesi prealpini e le problematiche che ne conseguono.

Le motivazioni di base che muovevano la Nèrta erano le stesse della Cròmera: necessità di trovare forme di integrazione del reddito che i piccoli e magri appezzamenti, assieme al minuto allevamento, non erano in grado di assicurare alla famiglia. Le Nèrte più giovani puntavano anche a guadagnare il necessario per farsi il corredo da sposa.

Le coraggiose e dinamiche donne di quella landa del Friuli Nord-occidentale non esitarono perciò a caricarsi sulle spalle la pesante dhèrla, colma di oggetti di legno che gli uomini non emigrati, assieme ai vecchi, ai ragazzi più grandi e talvolta alle donne stesse, realizzavano durante il lungo inverno. L’ambiente di lavoro era per lo più la stalla, maleodorante e male illuminata; gli attrezzi usati erano accette, coltelli a petto, pialle, scalpelli, trivelle, roncole e, importantissimo, il tornio, del tipo a balestra o a pedale. L’artigianato del legno, specie come utensileria, vantava in zona una consolidata tradizione; se ne ha notizia anche in un’istanza che quei villaggi hanno inviato al Senato veneto per essere esonerati da “gravezze” difficilmente sostenibili (15). Anche le Nèrte hanno avuto, in tempi più recenti, chi si è occupato della loro condizione. Il Sindaco di Erto Casso perorò la loro causa presso il Prefetto di Udine (1927), chiedendo una riduzione della cauzione da versare per l’esercizio dell’attività in quanto ritenuta troppo onerosa; successivamente, nel 1930, si rivolse alla Confederazione Nazionale Sindacati Fascisti del Commercio di Udine per chiedere un contributo a favore dei “girovaghi” del suo Comune (16).

Quella delle Nèrte era una vita grama; dovevano girare per case e mercati, con qualsiasi tempo, cercando di vendere la modesta mercanzia di cui era riempita la capace e pesante gerla che gravava sulle loro spalle lasciandovi, nonostante la dopéssa (17), segni incalliti. Solo con il miglioramento della viabilità poterono, a volte, disporre di un carretto, trainato quasi sempre a braccia (avvalersi di un asinello era privilegio di poche): viaggiavano solitamente in due o più, chi tirava e chi spingeva (18).

Rovistando dentro la gerla della Nèrta troviamo un ampio assortimento di oggetti di legno. Utensili da cucina, quali posate e stoviglie di legno, forchettoni e cucchiaioni per mescolare i cibi durante la cottura, mestoli da polenta, mattarelli, martelli a punte piramidali per battere la carne, portasale, mortai pestasale, portauova, sessole, taglieri di varie forme e dimensioni, stampi per burro; altri articoli per la casa come battipanni in canna d’india, spine, cannelle e tappi per le )botti, uova di legno da rammendo, zoccoli, fusi per filare, canói (19) – da cui il nome di Canolàre con cui erano note nel Veneto Sud-Occidentale (20). Quelle che disponevano del carretto vi caricavano anche merce più ingombrante come móneghe (21), botticelle, appendiabiti, portafiori in giunco, assi da bucato, sgabelli, poggiapiedi, seggiole ecc.

Per le donne di Erto l’andare in giro con il carico in spalla era un fatto naturale, accettato, e, per talune, addirittura preferito all’attività agricola. Non per tutte però. Un’anziana donna ertana confessa di aver detestato questo tipo di lavoro, al punto che, una volta cessata l’attività, bruciò la cassèla per non vederla più (22).

La tipologia del lavoro ricalcava quello delle Cròmere. Gli itinerari delle Nèrte comprendevano il Cadore, il Bellunese, l’Agordino, la Carnia con il resto del Friuli, la Lombardia e anche regioni più lontane; all’estero le loro mete erano l’Austria e la Svizzera. Ultimamente avevano esteso il commercio alla merceria e alla maglieria; armate quindi di cassèla e cesta o valigia, prendevano il treno a Longarone per raggiungere lidi più lontani.
L’esercizio dell’emigrazione itinerante ha indubbiamente contribuito al processo di emancipazione della “Nèrta”, pur permanendo forte il legame da essa conservato con il proprio paese e il patrimonio di tradizioni di cui è depositario.

La condizione di donna migrante, comune a Cròmera e Nèrta, ha indubbiamente inciso sulla sua mentalità e i suoi valori, le ha permesso di conoscere il mondo esterno, di venire a contatto con realtà diverse, di assorbire il contagio di altre culture che ne hanno sviluppato la capacità critica e l’hanno resa indipendente. Un ideale gemellaggio unisce Cròmere e Nèrte, protagoniste di una vera epopea in cui la donna, in questo caso la montanara, ha saputo ridisegnare, con tenacia e determinazione, la sua vera immagine, ben diversa da quella stereotipata che la voleva marginale e rassegnata. Anche l’emigrazione femminile itinerante, tipica della micro-mobilità alpina, ha quindi contribuito, al pari di altre forme, al processo di affermazione e autodeterminazione della donna.

Il lavoro di Cròmere e Nèrte resterà parte viva del nostro patrimonio di cultura immateriale, della nostra storia e della nostra peculiarità montanara.

Di Lois Bernard

Cromera

NOTE

1 Al secolo Maria Da Rold.


2 Cròmera – Venditrice ambulate porta a porta di mercerie e chincaglierie varie. Varianti al nome erano Krumern (Valle dei Mocheni – TN) e Cramar (Friuli), Mersàra (Merciaia – Veneto Sud-Occidentale).


3 Cassèla – Mezzo di trasporto da indossare a guisa di basto, fornito di cassetti o di apertura a fisarmonica, in cui era contenuto il materiale da vendere.


4 Nonna della moglie dell’autore.


5 Nèrta – Venditrice ambulante porta a porta di utensili di legno (Taglieri, mestoli, cucchiai, battipanni ecc.) fatti dagli uomini di casa durante l’inverno. Era chiamata anche Mestolaia (venditrice di mestoli), Sedonèra (Friuli) e Canolàra (Veneto Sud-Occidentale).


6 Brolati Paola, Furono sempre le donne a portare, Edizioni Fuoriposto, Mestre-Venezia, 2016.


7 Dhèrla – Gerla. Contenitore troncoconico di vimini, di varie fattezze e dimensioni, munito di spallacci e indossato a guisa di zaino, usato per portare le merci più disparate.


8 Crazh (detta anche rèfa, barcèla, fartòla) – Sorta di basto costituito da un telaio rettangolare di legno munito di un piano di appoggio e dotato di spallacci, anch’esso indossato a guisa di zaino. Usata per trasporti nei quali non era indicato l’impiego della dhèrla e dai careghéte per portarsi appresso i ferri del mestiere.


9 Fièrcla – Simile alla crazh, reca, in luogo del piano di appoggio, due aste incurvate che si sviluppano verso l’alto aprendosi e dando origine a uno scheletro che riprende vagamente la forma della dhèrla. Si presta al trasporto di mannelli di cereali, fascine di legna, tronchetti di legname di piccolo calibro ecc.


10 Molfetta Domenico, I cramars in viaggio, in Ferigo Giorgio, Fornasin Alessio (a cura di), Cramars. Atti del convegno internazionale di studi Cramars. Emigrazione, mobilità, mestieri ambulanti dalla Carnia in età moderna, Arti Grafiche Friulane, Udine, 1997.


11 Facchin Stefano, A sbolognar la maroca… I Cròmer di Lamon, nomadi per mestiere, in Francesco Padovani (a cura di), Con la valigia in mano. L’emigrazione nel Feltrino dalla fine dell’Ottocento al 1970, Libreria Editrice Agorà, Feltre (BL), 2004.


12 Facchin Stefano, A sbolognar la maroca… cit.
13 Lo scapolare è una sorta di sopravveste, usata dai monaci, costituita da una striscia di stoffa, con un’apertura per la testa, che ricade sul petto e sulle spalle.


14 Facchin Stefano, A sbolognar la maroca… cit.


15 Cantarutti Novella, Emigrazione femminile e cultura tradizionale a Erto, in Atti dell’Accademia di scienze lettere e arti di Udine, v. 76, 1983.


16 Boz Nadia, Grossutti Javier, Protagoniste o comparse? L’emigrazione femminile dal Friuli, in Verrocchio Ariella, Tessitori Paola (a cura di), Il lavoro femminile tra vecchie e nuove migrazioni. Il caso del Friuli Venezia Giulia, Ediesse, Roma, 2009.


17 Dopéssa – Coprispalle per la gerla (Claut, Valcellina), vd. Pirona Giulio Andrea, Carletti Ercole, Corgnali Giovanni Battista, Il Nuovo Pirona. Vocabolario Friulano, Società Filologica Friulana, Udine, 2020.


18 Peressi Lucio, Folclore della Valcellina. Portatrici di ieri e di oggi, in Sot la nape, a.12, n. 3-4, 1960.


19 Canói – bacchette forate in cui inserire i ferri da maglia.


20 Frigotto Pier Paolo, Di casa in casa. I vecchi mestieri ambulanti nel Veneto, Cierre Edizioni, Sommacampagna (VR), 2012.


21 Mónega – scaldaletto. Incastellatura di legno atta a ospitare il braciere.


22 Cantarutti Novella, Emigrazione femminile e cultura tradizionale a Erto, cit.

Lacrime bianche. Il doloroso fenomeno del baliatico bellunese fra XIX e XX secolo

Torino, anni '20. Amabile Giacoma Reolon, di Madeago, balia "asciutta" di tre bambine.
(Per gentile concessione di Paola De Biasio)
Torino, anni ’20. Amabile Giacoma Reolon, di Madeago, balia “asciutta” di tre bambine.
(Per gentile concessione di Paola De Biasio)

“Són rivàda a Bologna che ere tuta móia, negàda, parée péna gnésta fòra da ʼn mastèl”.

Si commuove, nel ricordarlo, un’anziana signora della casa di riposo di Trichiana, quando, qualche anno addietro, mi racconta questa sua penosa esperienza. Bagnata dal seno in giù – continua la mia interlocutrice – a causa dell’abbondante fuoriuscita di latte, e dal seno in su, dal fiume di lacrime versate durante tutto il viaggio. Era stata costretta, suo malgrado, a fare da nutrice a un bambino che non era il suo, mentre il proprio figlio, giocoforza, era stato lasciato in mani altrui, in una situazione di precarietà e incertezza.

Il baliatico, ovvero l’allattamento di un bambino che non è il proprio, sia come atto filantropico, sia come prestazione remunerata, è un fenomeno dalle origini antichissime. Il ricorso all’allattamento da parte di una nutrice altra, avveniva, perlopiù, per prematura scomparsa della madre naturale, a causa del parto o durante il puerperio. Giova ricordare come il parto costituisse, ancora nell’Ottocento (l’istituzione del servizio ostetrico per i poveri risale al 1865) e nel primo Novecento, in cui l’assistenza era spesso svolta da levatrici “self-made” coadiuvate dalle donne di casa, un evento potenzialmente rischioso, come testimoniano l’elevata mortalità neonatale e anche, seppur in minor misura, puerperale.

In un primo tempo, l’esercizio del baliatico ha interessato soprattutto l’allattamento dei cosiddetti “esposti”, termine, invero poco acconcio, con cui erano chiamati i neonati abbandonati, in genere nella “ruota” degli istituti caritatevoli e presso le chiese, o comunque affidati agli enti di pubblica beneficenza. L’allattamento degli infanti era affidato, sia che avvenisse presso il brefotrofio, sia a domicilio di chi lo prendeva in carico per il periodo necessario, a nutrici del circondario verso un modesto compenso. Era questa una forma di baliatico definito “mercenario”, in quanto prevedeva un ristoro economico per la prestazione resa.
In tempi più recenti, dalla fine dell’Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento, ha preso sempre più campo il fenomeno del baliatico privato, ovvero l’allattamento di un neonato attraverso un accordo bilaterale fra la famiglia richiedente e quella della candidata balia. Questa formula ha contraddistinto in maniera significativa l’esercizio di tale pratica nel nostro territorio, segnatamente nel Feltrino e nella Val Belluna, dando origine a una nuova e diversa forma di emigrazione femminile.

La balia Luigia Zanella con in braccio il piccolo Iaco Gualdoni, anno 1930. (Archivio Comitato frazionale San Leonardo di Cesiominore, pubblicato in Civiltà contadina e storie di emigrazione, testo curato e scritto da Loris Zanella; testimonianze raccolte da Sergio Battistella e Dino Zanella; Rasai di Seren del Grappa: DBS, 2014, pag.94)
La balia Luigia Zanella con in braccio il piccolo Iaco Gualdoni, anno 1930. (Archivio Comitato frazionale San Leonardo di Cesiominore, pubblicato in Civiltà contadina e storie di emigrazione, testo curato e scritto da Loris Zanella; testimonianze raccolte da Sergio Battistella e Dino Zanella; Rasai di Seren del Grappa: DBS, 2014, pag.94)

Il baliatico è stata una forma di emigrazione essenzialmente interna, anche se non sono mancati casi in cui la nutrice si è recata all’estero (tipici i casi di balie venete e friulane recatesi in Egitto, perlopiù a servizio di famiglie europee). Un’emigrazione sui generis, naturalmente solo femminile, in cui i tempi non erano dettati dalla stagionalità dei lavori, ma regolati dai ritmi biologici della donna. Questa non forniva una forza lavoro, bensì “vendeva” il prodotto del suo essere donna e madre.

Il comportamento di una mamma che lascia in mani altrui il proprio figlio per allattarne un altro, estraneo, appare di difficile comprensione.

Quali sono le cause che hanno determinato tale fenomeno, i cui effetti hanno segnato così profondamente i rapporti all’interno del nucleo familiare?

La situazione economica di molte famiglie, in particolare braccianti, mezzadri e piccoli proprietari, era a quel tempo assai problematica, con punte di acuta criticità, quando non addirittura di mera sussistenza. In un periodo in cui, per vari motivi, l’emigrazione maschile segnava il passo privando il nucleo familiare di preziose rimesse, si era affacciata sul mercato del lavoro una nuova ed economicamente allettante opportunità d’impiego temporaneo: quella delle balie da latte.

La richiesta proveniva dalle famiglie benestanti dell’aristocrazia e della borghesia delle città venete e dell’Alta Italia ed era mirata a garantire ai loro pargoli il “buon latte di montagna”. Ma perché questi bambini non erano allattati dalle proprie madri? Perché queste famiglie si rivolgevano alle balie? È una cosa che sfugge. Lo si può capire se la madre era morta a causa del parto, o non aveva latte, o le sue condizioni psicofisiche non lo permettevano, ma in tutti gli altri casi? Pare assodato che le signore, con il beneplacito dei rispettivi mariti, non volessero sciupare il proprio seno e avere vincoli che pregiudicassero gli agi cui erano abituate e ostacolassero la partecipazione agli eventi mondani che la loro condizione “imponeva”.

Ecco quindi che il messaggio trasmesso non resta inascoltato e sono più d’una le puerpere, anzi le famiglie delle puerpere, che prendono in considerazione una tale eventualità. E, strano a dirsi, ma non sorprende più di tanto, sono gli uomini ad occuparsi degli aspetti relativi a questa contrattazione, sia da parte dell’una come dell’altra famiglia. La decisione di andare balia non competeva infatti alla donna, ma al suocero, ancor prima che al marito. La famiglia patriarcale, allora in voga, era un’istituzione gerarchica e maschilista; quella nucleare era in divenire.

Angela Budel, balia di Cesiomaggiore presso la contessa Nina Dalla Chiesa. Il bambino sulla destra è il futuro Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
(FASF-Raccolta Biblioteca Civica Cesiomaggiore)

Per andare balia occorrevano comunque determinati requisiti, sia fisici, sia morali. La nutrice doveva essere di bell’aspetto, florida, sana e di sani principi e, naturalmente, ottima produttrice di latte. Le balie feltrine e bellunesi erano particolarmente ambite, forse perché, con malcelata allusione, si riteneva che la loro zona d’origine – un’ampia e amena vallata adagiata tra i monti – non potesse che crescere fanciulle belle e prosperose dai cui seni sarebbe sgorgato copioso e nutriente latte.

L’arruolamento poteva seguire più strade: le referenze di una parente che già era stata balia, il mandato a un medico che si prestasse a tale incombenza, il ricorso alle cosiddette metinène (collocatrici di balie) e, più tardi, il rivolgersi all’Ufficio per il Baliatico, all’uopo istituito.
Anche se erano state superate alcune ancestrali credenze secondo le quali l’assunzione del latte avrebbe potuto trasmettere al poppante le caratteristiche fisiche e caratteriali della nutrice, altre ne permanevano. Per esempio, si riteneva ancora che il latte delle donne more fosse più nutriente, quello delle bionde più leggero, mentre le rosse tendevano a essere escluse a causa della loro presunta sgradevole traspirazione cutanea: tutte illazioni prive di fondamento scientifico.

Prerequisito fondamentale era la visita medica che doveva attestare l’idoneità psicofisica e l’assenza di malformazioni fisiche e malattie contagiose. La qualità del latte, prima dell’introduzione di appropriati strumenti di analisi, veniva testata con vari metodi empirici fra cui quello della prova dell’unghia. Esso consisteva nel depositare sull’unghia del pollice una goccia di latte; se, inclinandolo, la goccia scorreva troppo velocemente, il latte era considerato poco nutriente, se scorreva troppo lentamente, era considerato poco digeribile: doveva presentare la giusta viscosità. Superata, non senza imbarazzo, la visita medica e raggiunto l’accordo con il datore di lavoro, la balia era pronta per partire, vittima sacrificale di una realtà in cui “la miseria inghiottiva i sentimenti” (M. Claretti).

La partenza era il momento più traumatico. Doversi allontanare dalla propria creatura dopo soli pochi mesi di allattamento, “abbandonarlo” in mani altrui, per quanto fidate, per andare ad allattare un altro pargolo che le era completamente estraneo, provocava nella povera balia un’ambascia indicibile. Il momento del distacco è sempre doloroso per qualsiasi forma di emigrazione, specie se indirizzata verso mete incerte e sconosciute, ma quello della balia è particolare, perché è vissuto come un atto di abbandono (anche se tale non è) ed ella non riesce a sottrarsi al senso di colpa che la accompagnerà per tutto il periodo del baliatico e che si acuirà ogni qualvolta il nuovo lattante le si attaccherà al seno. La balia sa che per il suo bambino la situazione è ben diversa: nella migliore delle ipotesi è affidato a una nutrice del posto che lo allatta in aggiunta al suo, o il cui bimbo ha iniziato lo svezzamento; diversamente, è inevitabile il ricorso al latte di vacca (o di capra) diluito o allo svezzamento precoce, con i rischi che, in entrambi i casi, ne conseguono.

A ciò si aggiunge il grande disagio dovuto dal radicale cambiamento di contesto sociale, il trovarsi come catapultata in una realtà completamente nuova e diversa da quella da cui era partita. In precedenza non era uscita neanche dal “cortile di casa” e, come d’improvviso, si ritrovava in una grande città, in un ambiente ampio ed elegante, al cospetto di persone la cui lingua (l’italiano) le era sconosciuta. Era quindi sottoposta agli adempimenti di rito che contemplavano un’altra visita medica, la vestizione (quasi un cerimoniale di iniziazione al nuovo ruolo), l’assegnazione dell’alloggio e del mansionario. Infine, le era consegnato il pargolo da allattare e accudire. La sua condizione era costellata di restrizioni: non le erano consentiti rapporti con l’esterno (salvo le passeggiate al parco con il bambino dove s’incontrava con altre nutrici), non poteva vedere il marito e i figli, tutta la sua giornata era vissuta in funzione delle esigenze del bambino che le era stato affidato: una sorta di simbiosi balia / “baliotto”.

Maria Canova, da Mugnai di Feltre, balia da latte di Luchino Visconti, in una foto del 1903.
(Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi)
Maria Canova, da Mugnai di Feltre, balia da latte di Luchino Visconti, in una foto del 1903.
(Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi)

La balia si trovava dunque in uno stato di segregazione dorata. Data la sua funzione, il trattamento riservatole era di prim’ordine, sia sotto l’aspetto economico, sia sotto quello del vitto e dell’alloggio. Rispetto al resto della servitù, la sua posizione era privilegiata: il suo stipendio era più alto, il cibo, pur nell’osservanza di una dieta mirata, era di qualità, il vestiario assegnatole, tipico della balia, oltre che funzionale all’allattamento, era sobrio e financo ricercato, volto a esibire il prestigio sociale della famiglia.

La balia inoltre, specie quando usciva, era agghindata con monili di pregio: collane di corallo o di granate in pendant con gli orecchini (che a volte erano in filigrana d’argento dorata), spilloni con capocchia sferica in filigrana e tremuli (aghi terminanti con una molla recante un fiore o un animaletto stilizzati, perlopiù in filigrana, che ondeggiavano con i movimenti del capo) a trattenere la cuffia e l’acconciatura. Alcuni di questi gioielli, più o meno preziosi a seconda delle disponibilità e della generosità della famiglia, le venivano donati in occasioni particolari (quando il bambino pronunciava la prima parola, o spuntava il suo primo dentino), altri, a volte, al momento del commiato, assieme al vestiario.

Concluso il periodo dell’allattamento, la cui durata era mediamente di dodici/quindici mesi, salvo la permanenza non si protraesse in veste di “balia asciutta”, si preannunciava il momento del ritorno, a sua volta problematico e irto di difficoltà. Era un percorso a ritroso. Se le prospettive dell’andata erano, almeno alla prima esperienza, tutte da scoprire, il ritorno si presentava ben delineato e chiaro nei suoi contorni: da un lato, la gioia di riabbracciare il/i proprio/i figlio/i, dall’altro la consapevolezza di reimmergersi in un mondo totalmente diverso fatto di fatiche e di rinunce. Poteva anche capitare che il figlio non ci fosse più, che una malattia se lo fosse prematuramente portato via, nel qual caso la perdita le sarebbe stata tenuta nascosta per timore che il trauma potesse compromettere il suo equilibrio psicofisico e conseguentemente determinare la perdita del lavoro. Era questa una sorpresa crudele e immeritata, in cui al dolore si sommava il senso di colpa, invero mai sopito, che riemergeva in tutta la sua intensità emotiva, facendo precipitare la povera balia in uno stato di angoscia e di prostrazione.

Ma quand’anche quest’evenienza estrema non si fosse verificata, il ritorno in famiglia si rivelava comunque difficile, soprattutto nel riallacciare i rapporti umani e affettivi con i familiari e in particolare con i figli: era questo il vero scoglio da superare, più che il ritorno al sistema di vita pre-baliatico. Per i figli, infatti, in particolare per l’ultimo nato, la balia era praticamente un’estranea; il loro affetto si era riversato, com’è comprensibile, verso la persona che li aveva accuditi. Riconquistare il loro amore era impresa ardua, resa a volte impossibile da nuove e prolungate ripartenze. Sotto questo aspetto, fra tutte le forme di emigrazione, sempre dolorose, quella della balia è sicuramente la più dura e lacerante, quella che marchia indelebilmente la sua vita, il suo essere, la sua anima. Con il crescere e maturare i figli comprenderanno, riconosceranno il suo sacrificio, le esprimeranno gratitudine, ma la recisione del cordone ombelicale non potrà più essere completamente risaldata. La frattura che la separazione ha prodotto all’interno del nucleo familiare risulterà insanabile. La balia porterà questo peso per il resto della vita.
Per contro, ella nutrirà, ricambiata, specialmente se il rapporto era proseguito come balia asciutta, un particolare rapporto affettivo con il “figlio di latte” e la sua famiglia: quasi fosse un’ancora a cui aggrapparsi, un modo per dare ossigeno ai propri insopprimibili sentimenti materni, una sorta di inconscia compensazione. È un affetto autentico e duraturo, anche se non potrà mai surrogare quello verso il figlio naturale. Il ritorno riservava dunque alla balia una duplice sofferenza: quella di non essere riconosciuta e accettata dal proprio figlio e quella di aver dovuto lasciare il bambino allattato cui si era affezionata e che le si era a sua volta affezionato. Ha sofferto la genitrice balia, hanno sofferto i figli naturali e di latte: è la dura legge del distacco.

Visto da fuori, il baliatico si presenta come un fenomeno complesso, caratterizzato da risvolti sociali importanti e contradditori. Sono soprattutto il ceto conservatore e la Chiesa ad avversare, sia pure con accenti diversi, la diffusione di tale pratica. Secondo Antonio Maresio Bazolle, possidente e cronista ottocentesco, non sarebbe tanto “il bisogno” a spingere le madri di basso ceto sociale a intraprendere la via del baliatico mercenario, quanto la prospettiva di un lavoro agiato, ben remunerato e svolto all’interno di un ambiente socialmente elevato. È una critica severa e ingenerosa, un’autentica invettiva contro queste madri considerate poco amorose verso i figli e proclivi alle novità, al lusso e alla vanità.

Di diverso tenore la posizione dei parroci, secondo i quali era moralmente inaccettabile che una madre potesse rinunciare, per quanto spinta dal bisogno, ad allattare il proprio figlio per allattarne uno non suo. Essi temevano, inoltre, che questa esperienza potesse “straviare” la donna, influire negativamente sulla sua personalità, minare l’integrità della famiglia tradizionale e l’assetto della società. Erano preoccupazioni legittime e comprensibili quelle dei parroci, tipiche di una società tradizionalista, radicata su valori etici sedimentati e conseguentemente diffidente e refrattaria al cambiamento.

Quella della balia, da qualsiasi angolo la si osservi, è stata un’esperienza dolorosa, sofferta, carica di implicazioni interiori: merita non solo comprensione, ma riconoscenza.

Il baliatico è stato un’esperienza che ha permesso alla donna di conoscere un contesto diverso, forse nemmeno immaginato; una realtà distantissima dalla sua quotidianità angusta, subordinata, ritenuta immutabile e accettata con rassegnazione. Un’esperienza che, come nelle altre forme di emigrazione femminile (ciòde, serve, operaie), le ha fatto acquistare consapevolezza della sua condizione e ha innescato quel processo di emancipazione e autodeterminazione che la porterà a conquistare, nella gerarchia di genere, un ruolo di maggiore dignità e potere.

La strada che ha portato la donna, in particolare la donna rurale e montanara, ad affrancarsi dalla sua condizione di subalternità generalizzata, a valutare criticamente precetti morali e sociali ritenuti intoccabili e a ribellarsi al suo status esistenziale cui si era, da tempo immemorabile, assuefatta, è stata lunga e lastricata di ostacoli, di fatiche e di umiliazioni. Quella della balia lo è stata in modo particolare, lasciandole uno strascico di amarezza e cicatrici profonde, negli affetti e nello spirito.
La balia è la figura che, forse più di ogni altra, può essere assunta a paradigma del processo evolutivo che ha trasformato la donna da “oggetto” di prestigio a simbolo di riscatto femminile.

Lois Bernard

ROBA DA CIÒDE: DONNE ALLA VENTURA. L’emigrazione delle donne bellunesi nel Trentino

Foto di gruppo di ciòde (o ciodéte): le giovani donne bellunesi impiegate come braccianti o domestiche stagionali in Trentino. Il nome deriva probabilmente dal loro uso di scarpe chiodate (Archivio Associazione Bellunesi nel Mondo)

“Mi a nove ani ò cognést ‘ndar a Trento a laoràr sot parón. I me ciaméa la matelòta” (Io a nove anni sono dovuta andare a Trento a lavorare sotto padrone. Mi chiamavano tosatèla). A parlare è la mia nonna paterna che, rivolta a noi nipoti, generazione fortunata, ci ricordava, a guisa di benevolo rimprovero per qualche nostro atteggiamento un po’ monello, la triste esperienza dell’emigrazione conosciuta in così tenera età. La nonna ci raccontava che con i suoi padroni, tutto sommato, si era trovata bene ma, per molte compagne che condividevano la sua stessa condizione, non è sempre stato così, anzi!

Il fenomeno delle Ciòde, pur avendo interessato anche bambini d’ambo i sessi, è da considerarsi una forma d’emigrazione principalmente femminile, che ha visto, a cavallo fra XIX e XX secolo, frotte di contadine bellunesi raggiungere le floride campagne della Val d’Adige per svolgervi lavori di bracciantato agricolo. Data la natura dell’impiego, il periodo di assenza da casa andava dalla primavera all’autunno, seguendo, come le rondini, i ritmi delle stagioni.
Tale flusso di manodopera femminile era per lo più determinato, come già quello maschile, dalle misere condizioni in cui viveva la maggior parte della popolazione, una vita di stenti e di privazioni. L’aspettativa era quella di migliorare le proprie condizioni di vita mirando, nel contempo, a raggranellare qualche soldo con cui concorrere al sostentamento del nucleo familiare e magari, per le nubili, farsi la dote. Ciò non si poteva pretendere per i bambini, la cui permanenza fuori casa rispondeva spesso all’avvilente necessità di avere, almeno per un certo periodo, una bocca in meno da sfamare. Il fatto che la domanda dei possidenti del Trentino si rivolgesse al genere femminile è verosimilmente da attribuire al suo minor costo sul mercato del lavoro e dal fatto che le Ciòde si dimostrarono, per lo più, delle lavoratrici instancabili e versatili.

Il reclutamento veniva in genere gestito da una donna del paese che si occupava anche dei viaggi, sia di andata, sia di ritorno; i bambini erano solitamente affidati a Ciòde adulte conosciute.

Il viaggio, nonostante la vicinanza geografica del luogo di destinazione, si presentava alquanto incerto e talvolta avventuroso. Avveniva con mezzi di trasporto eterogenei: in parte a piedi, in parte coi carri, almeno fino a Primolano o a Tezze Valsugana, dove si proseguiva per Trento con il treno. A Tezze c’era da superare la frontiera, in quanto il Trentino, fino alla conclusione della Guerra Mondiale 1914-1918, faceva parte dell’impero asburgico e quindi ci voleva il passaporto. In realtà, a quanto sembra, era abbastanza facile eludere i controlli o, in vece del passaporto, bastava esibire un certificato di buona condotta firmato dal Sindaco o dal Parroco, potente lasciapassare che, al tempo, costituiva anche un’autorevole referenza.
Le lavoratrici bellunesi erano chiamate Ciòde dalla popolazione trentina, pare per il fatto di avere la suola degli zoccoli di legno ricoperta da bròche (bullette antiusura) o, secondo altri, per il frequente intercalare, nella parlata, dell’espressione ciò.

Quello che rende peculiare il fenomeno delle Ciòde è la precarietà del lavoro e, soprattutto, le mortificanti modalità d’ingaggio. Esse, a parte quelle che avevano già instaurato un rapporto di continuità con famiglie presso le quali avevano già lavorato, partivano per lo più al buio, ovvero senza sapere se e dove avrebbero trovato lavoro. Ciò alimentava il tristemente famoso mercato delle Ciòde che si teneva nella Piazza del Duomo di Trento, all’ombra di un grande tiglio. Qui si assisteva al deprimente “offrirsi” delle Ciòde agli agrari trentini che le esaminavano, alla stregua degli animali del foro boario, privilegiando, visto l’impiego che erano chiamate a svolgere, la fisicità e la robustezza sull’avvenenza. Oltre all’umiliante esporsi alla cernita dei potenziali datori di lavoro, un altro aspetto negativo era rappresentato dalla maggior forza contrattuale di quest’ultimi, che le vedevano costrette ad accettare condizioni dettate pressoché unilateralmente, non scritte, e spesso disattese. Insomma, un vero e proprio sfruttamento. Contro questo inumano mercato si erano mossi in patria, a tutela delle povere Ciòde, i Segretariati dell’Emigrazione, patronati di ispirazione socialista e cattolica che riuscirono, grazie a un’azione di propaganda e alla raccolta di fondi, ad apportare qualche miglioramento.

Un deciso salto di qualità fu compiuto con l’istituzione a Trento, nel 1908, presso l’Ufficio Comunale del Lavoro, della “Sezione Lavoratori e Lavoratrici della Terra”, appositamente preposta alla tutela delle Ciòde e dei loro rapporti con i datori di lavoro.

Quest’Istituzione si rivelò un vero toccasana per le povere e spesso sprovvedute emigranti, che vi trovarono un sicuro punto di riferimento, di tutela e di assistenza. La Sezione svolgeva attività di collocamento, senza peraltro interferire nei rapporti bilaterali di contrattazione, prestandosi a formalizzare per iscritto i contratti stipulati e riportandoli su un apposito registro. L’Ufficio rimaneva a disposizione di ambo i contraenti per verificare eventuali inadempienze e dirimere possibili cause di contenzioso. Un altro prezioso servizio svolto dall’Ufficio fu quello di assicurare assistenza alle Ciòde appena arrivate e ancora senza collocazione, o rimaste temporaneamente disoccupate, che in precedenza si arrabattavano alla bell’e meglio, trovando rifugi di fortuna in cui erano esposte a non pochi rischi. Tale servizio contemplava un asilo diurno, un deposito bagagli, un recapito postale e, successivamente, anche un dormitorio.

Il fatto che la manodopera femminile bellunese fosse tanto richiesta è dovuto principalmente al fatto che, oltre a essere delle grandi lavoratrici, provenendo anch’esse dal mondo contadino, le Ciòde si dimostravano subito operative senza bisogno di apprendistati: insomma, sapevano già fare di tutto. Le condizioni di lavoro erano, in genere, piuttosto pesanti e il trattamento, inteso come vitto e alloggio, loro riservato, dipendeva dalla sensibilità della famiglia ospitante, ma per lo più lasciava alquanto a desiderare (anche se in patria la situazione non era certo migliore). Il disagio, soprattutto per i bambini (Ciodéte e Ciodéti), era accentuato dalla nostalgia di casa.

Complice forse la non continuità del lavoro, limitata ai mesi estivi, e nonostante molte affinità culturali, fra Ciòde e popolazione trentina non vi fu mai vera integrazione, fatte salve alcune eccezioni (vi furono, pur rari, dei matrimoni). I rapporti si mantennero sempre piuttosto distaccati, stante anche la situazione di subalternità in cui le lavoratrici si trovavano e il poco tempo libero di cui disponevano per poter socializzare con la comunità di accoglienza.

Non mancarono episodi di conflittualità. Soprusi, anche gravi, da una parte, e comportamenti di insubordinazione dall’altra. Sono stati segnalati anche comportamenti sconvenienti da parte di qualche Ciòda (i parroci erano molto preoccupati in tal senso), soprattutto nei frequenti periodi di interruzione del lavoro tra un ingaggio e l’altro, nonostante la possibilità di fruire, dopo la sua istituzione, dell’assistenza della Sezione Lavoratori e Lavoratrici della Terra (il mercato “clandestino” delle Ciòde non cessò mai del tutto).

È stata, quella delle Ciòde, un’esperienza molto amara, di solitudine, di duro lavoro e di asservimento. Esperienza che, in molti casi, sarebbe continuata più avanti, sotto altre forme, meno dure, forse, come tipologia di lavoro, ma pur sempre cariche di sofferenze e preoccupazioni.

Molte di esse, infatti, hanno vissuto in seguito l’esperienza della balia da latte, della balia asciutta, della serva, dell’operaia, oppure hanno seguito i mariti, come cuoche o inservienti, nei cantieri di mezza Europa. Lontano da casa, dai luoghi della loro infanzia e giovinezza, dentro una cultura diversa, lontano, soprattutto, nella maggior parte dei casi, dagli affetti più cari: questo era il duro volto dell’emigrazione.

Tuttavia, queste esperienze dolorose hanno permesso alle donne di uscire dallo stretto perimetro del proprio paese, di venire a contatto con realtà diverse, di ampliare il proprio orizzonte di conoscenze, di acquisire consapevolezza del proprio stato e della propria libertà, presupposti fondamentali per il processo di emancipazione e autodeterminazione che ne sarebbe seguito. L’emigrazione, oltre che rispondere a uno stato di necessità, rappresentava anche, per quante erano più intraprendenti e aperte all’innovazione, un’occasione per realizzare un disegno di crescita personale e di affrancamento dall’autorità genitoriale.

Il fenomeno delle Ciòde, andatosi via via spegnendo nel tempo (è durato fino alla Seconda Guerra Mondiale), rappresenta, in termini numerici, un aspetto marginale nel più ampio contesto della mobilità umana, nondimeno esso merita, per le sue peculiarità di genere, di luogo e di tipologia di lavoro, di essere sottratto all’oblio e occupare, nell’ambito dell’emigrazione, un proprio, riconosciuto spazio.

Lois Bernard