Tag con la parola “minatori”

Le memorie dal sottosuolo di Amedeo Grillo

Una frase che fa impressione. E che permette di comprendere quanto terribile potesse essere la vita del minatore. «C’era un collega toscano. Malediva i suoi genitori per averlo fatto nascere perché lavorava in miniera». A pronunciarla è Amedeo Grillo, ricordando gli anni trascorsi in Belgio. Otto ore al giorno, tutti i giorni, nelle viscere della terra. 

Oggi Amedeo, partito da Alano di Piave per faticare e respirare polvere nel sottosuolo del Pays Noir, non c’è più. Se n’è andato già da qualche anno ma, per fortuna, ha lasciato la sua testimonianza, ritratto del sacrificio di centinaia di bellunesi e di migliaia di italiani che, come lui, sono stati protagonisti di quella pagina della nostra emigrazione significativamente ribattezzata “Uomini in cambio di carbone”.

Lui era uno di quegli uomini che il protocollo tra Italia e Belgio del 1946 spedì proprio a cavar carbone. Giù, con «un grande ascensore», fino a settecentocinquanta metri di profondità. «Mi hanno consegnato a un altro minatore che aveva esperienza e mi hanno fatto fare due-tre giorni di tirocinio, dopodiché ho cominciato». Il primo giorno di “mina” è un’esperienza che non si dimentica facilmente.

«Quando ho iniziato è stato brutto perché mi hanno portato in una galleria con un polacco con il quale non riuscivo a parlare. Mi ha accompagnato in questa galleria solo per farmela vedere, e mi sembrava che a battere sarebbe cascato tutto». 
In miniera, il rischio è sopra la testa, è tutto intorno, ma guai a pensarci. «Se pensi ai pericoli – assicura Amedeo – non entri più». 

«Ho avuto tanta paura perché credevo di non uscirne più. Un’altra volta è franato tutto e mi sono fatto male, tre vertebre fratturate».

Lui di spavento ne ha preso un bel po’. «Il sole non arriva mai laggiù, è sempre buio. La lampada è come un fiammifero e bisogna vedere con cosa si lavora. Ho lavorato un mese su un filone alto venti centimetri, cose che uno non ci crede se non lo vede. La lampada non stava in piedi e bisognava lavorare con una mano sola. Una volta sono venuti giù dei pezzi di roccia, da sopra, che pesavano tre o quattro chili.

Ero buttato giù, con la pancia di sotto, perché bisognava lavorare così. Si sono staccati questi blocchi di roccia e non potevo andare né avanti né indietro. Ho chiesto aiuto e un polacco che era lì vicino è venuto con un pezzo di legno a liberarmi. Ho avuto tanta paura perché credevo di non uscirne più. Un’altra volta è franato tutto e mi sono fatto male, tre vertebre fratturate». 

Amedeo lavorava a Boussu, non troppo distante da Charleroi. L’8 agosto del 1956 andò a vedere ciò che era accaduto a Marcinelle. «Ma non si poteva pensare a quanto successo, perché altrimenti non ci vai più a lavorare. Ovviamente c’era tanto pericolo e bisognava sempre avere la testa sulle spalle. Si contava ogni minuto, perché a volte finivi dopo le otto ore, altre volte finivi presto e dovevi aspettare il resto del tempo». 

La miniera di La sentinelle, dove Amedeo lavorava

Addirittura, in qualche modo si è sentito fortunato. «Nella mina dove ho lavorato io mi pare ci siano stati due morti in cinque anni, mentre nelle altre ce n’erano tanti di più».

Dopo cinque anni di Belgio, il ritorno in Italia, per poi ripartire di nuovo. «Un amico mi ha chiesto se volevo andare in Svizzera. Abbiamo fatto un contratto e in due mesi sono andato, per rimanere undici anni. Ho trovato un lavoro da tessitore, facevo tappeti in una fabbrica». 

Là – ricorda Amedeo – non era pericoloso. Però anche in terra elvetica le cose non erano semplici. Qualche guaio c’era. «La vita in Belgio era meglio che in Svizzera, perché tra gli svizzeri non ho trovato tanti amici. In Belgio si facevano delle feste fenomenali, ad esempio per Santa Barbara, mentre in Svizzera, i primi tempi, non si poteva andare neanche al bar, si andava solo in quelli con gli altri italiani».

Meglio evitare, insomma, l’ostilità xenofoba che in quegli anni prendeva di mira gli immigrati italiani, quelli che – diceva qualche svizzero, aizzato dalla ben nota propaganda politica nazionalista – “rubavano il lavoro” alla gente del posto.

Ritornando con la mente al Belgio, Amedeo ricorda perfettamente il motivo per cui era emigrato. E soprattuto la necessità di accettare un mestiere particolarmente difficile. «Sapevo già che sarei andato a lavorare in miniera, perché avevo dai cugini là, anche loro lavoravano in miniera. Mi avevano spiegato che il lavoro era brutto e pericoloso, ma a quei tempi bisognava adattarsi». 

Amedeo Grillo alla fine del suo turno

Il massacro di Ludlow

I never will forget the look on the faces / Of the men and women that awful day / When we stood around to preach their funerals / And lay the corpses of the dead away. “Non dimenticherò mai lo sguardo sui volti / Degli uomini e delle donne quel terribile giorno / Quando ci fermammo a predicare i loro funerali / E deponemmo i cadaveri dei morti”.

È un verso della canzone Ludlow Massacre, di Woody Guthrie, canzone che ricorda il massacro di Ludlow, in Colorado, avvenuto il 20 aprile del 1914. 

It was early springtime when the strike was on, cantava Guthrie. “Era inizio primavera quando lo sciopero era in corso”. They drove us miners out of doors / Out from the houses that the Company owned, “Hanno cacciato noi minatori fuori di casa / Fuori dalle case che la Compagnia possedeva”, We moved into tents up at old Ludlow, “Ci siamo trasferiti nelle tende nella vecchia Ludlow”.

Lo scenario è questo. I minatori di Ludlow sono in sciopero. Protestano per il trattamento riservato loro dai proprietari delle miniere e dalle loro guardie private, e soprattutto per la situazione di insicurezza nella quale sono costretti a lavorare. 

… le famiglie dei lavoratori erano state sloggiate dalle case dove abitavano, di proprietà delle compagnie minerarie. Si erano rifugiate in un accampamento nonostante le temperature rigide…

«Agli inizi del Novecento – scrive Enzo Caffarelli nel Dizionario enciclopedico della migrazioni italiane nel mondo – il tasso di incidenti mortali nelle miniere del Colorado era circa il doppio della media nazionale». 

Le proteste dei lavoratori vengono represse con i metodi più brutali. Ed è così che avviene il tragico episodio ricordato nella canzone. «A causa dello sciopero – ricorda ancora Caffarelli – le famiglie dei lavoratori erano state sloggiate dalle case dove abitavano, di proprietà delle compagnie minerarie. Si erano rifugiate in un accampamento nonostante le temperature rigide, su un terreno pubblico coperto dalla neve». 

Ai proprietari (guidati dalla Colorado Fuel and Iron Company), però, non bastava aver lasciato i dipendenti in mezzo a una strada. «Con un attacco ben organizzato – riporta Caffarelli – le guardie spararono sull’accampamento e poi gli diedero fuoco, provocando la morte di venti persone, di cui dodici fra donne e bambini. I lavoratori in sciopero erano italiani, greci, slavi e messicani. Tra i cognomi italiani delle vittime: Bartolotti, Pedregon, Petrucci, Rubino». 

Nei giorni successivi, altre persone coinvolte nelle proteste furono sequestrate e assassinate.

We took some cement and walled that cave up / Where you killed these thirteen children inside / I said, “God bless the Mine Workers’ Union,” / And then I hung my head and cried. “Abbiamo preso del cemento e murato quella caverna / Dove sono stati uccisi quei bambini / Ho detto: “Dio benedica il sindacato dei minatori” / Poi ho abbassato la testa e ho pianto”.

Monumento eretto dalla United Mine Workers of America.
(By M. W.; derivative work: Ori.livneh – Ludlow_monument_2.jpg; original source: ludlow monument 2 in Flickr, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=10112105)

La memoria di Marcinelle

di Walter Basso

Si dice che la storia sia maestra di vita, ma molte volte, purtroppo, la storia ha la memoria corta. O meglio, gli uomini che la fanno, hanno la memoria corta. Nel corso degli anni, dei secoli, sono state innumerevoli le stragi che hanno colpito l’umanità: a volte sono state provocate dalle guerre, altre volte da calamità naturali o dall’incuria dell’uomo. Nella maggior parte dei casi questi eventi si ricordano negli anniversari, con interventi politici che talvolta sono semplicemente appuntamenti di routine in un mondo dominato dalla velocità e dall’interesse.

Si tiene un breve discorso davanti ai monumenti che riportano sfilze di nomi e di date, si appoggia una corona di fiori e poi via al prossimo impegno. Ma chi non dimentica sono i familiari delle infinite vittime, per i quali il tempo si è congelato nel dolore per la perdita di un figlio, di un padre, un marito, un fratello. E poi ci sono coloro che quella particolare strage l’hanno vissuta, o perché hanno avuto la fortuna di essere stati graziati, oppure per aver partecipato ai soccorsi, al recupero di chi è rimasto ferito o peggio ha perso la vita.

Questa mia riflessione è nata quando gli Amici della Sezione Alpini di Vigonza Padova mi hanno invitato a partecipare al compleanno di un ex minatore che già conoscevo, ma solo telefonicamente, perché mi aveva dato una mano per raccogliere i dati per il mio libro Carne da miniera dedicato ai minatori morti in incidenti nelle miniere belghe.

La persona straordinaria alla quale voglio dedicare quest’articolo si chiama Lino Rota. Abita a Nembro con la moglie Mariuccia, una donna dolcissima, il suo braccio destro di tutta la vita. Ma perché voglio parlarvi di lui e cos’ha di straordinario Lino? Beh, per me tutta la sua vita è straordinaria, ma l’apice lo ha raggiunto quando nel 1956, esattamente l’8 agosto, è stato chiamato come soccorritore alla miniera Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, nel tragico teatro della terza più grande strage che ha coinvolto i nostri avi, dove hanno trovato la morte ben 262 uomini, dei quali 136 italiani.

Lino oggi ha occhi saggi e sereni, ma questi suoi occhi hanno visto l’orrore puro, la disperazione di tante, troppe donne, ha visto piangere troppi orfani, ha respirato l’odore della morte, ha rischiato la vita per cercare qualcuno vivo nell’inferno.

Tutti noi abbiamo sentito parlare, letto o visto film di questa immane tragedia che ha reso martiri tutti questi uomini (il più giovane aveva quattordici anni) condannati a una morte orrenda tra fiamme e fumo da un patto scellerato tra i due Stati, Italia e Belgio. Ma una cosa è sentirne parlare o leggerne, un’altra è viverla. Lino, il minatore italiano entrato nel ’48 nel bacino carbonifero di Charleroi, il soccorritore, il porion poi, dal sorriso limpido, oggi ha occhi saggi e sereni, ma questi suoi occhi hanno visto l’orrore puro, la disperazione di tante, troppe donne, ha visto piangere troppi orfani, ha respirato l’odore della morte, ha rischiato la vita per cercare qualcuno vivo nell’inferno.

Lino da giovane nel bacino di Charleroi

Lino è stato davanti a me, a raccontarmi il buio dei pozzi, mentre i tanti che hanno vissuto quegli infiniti giorni di fuoco e fumo come sconosciuti eroi non ci sono più. È uno degli ultimi preziosi testimoni e merita di essere ringraziato ancor oggi, oltre che essere ascoltato, soprattutto dalle nuove generazioni. Inoltre, dovrebbe essere onorato come si onorano gli eroi veri: perché lui, dopo aver visto l’inimmaginabile a Marcinelle, non ha mollato tutto, ma ha continuato a lavorare in miniera, non un mese o un anno, ma fino al ’74, quando è tornato in Italia.

Ma dal suo cuore i ricordi del carbone, delle gallerie, dei vagoncini, delle lampade, non mai è riuscito a cacciarli e così, pezzo su pezzo, con il supporto della sua Mariuccia, a Nembro ha costruito il “suo” museo, riassunto completo di una vita sì di sacrificio dentro e sopra una miniera, ma soprattutto di coraggio, di dignità, di amore. Il museo, allestito in una cavità della roccia e denominato dal Comune di Nembro “Piazzetta dell’Emigrante”, è stato ricostruito come l’entrata di una miniera di fronte alla quale poteva trovarsi un emigrato italiano.

Questi sono i veri eroi: Lino, mio padre, mio zio e tutte le migliaia di minatori di tutto il mondo.

Nel corso di tutti questi anni è stato fortemente arricchito di testimonianze preziose e dal grande valore storico (attrezzi, materiali, documenti e foto), grazie all’impegno della famiglia Rota nel recuperare oggetti direttamente in Belgio. Tutti gli elementi che compongono il museo sono stati catalogati come “Collezione Lino Rota”. Un riassunto visivo, che merita di essere visitato con lo stesso spirito con il quale si visita una chiesa: rispetto e riflessione.

Lino davanti al museo creato da lui e Mariuccia

Io quel 3 aprile, al pranzo, ho visto un momento Lino commuoversi e vedendo quelle lacrime solcare il suo viso, per un attimo ho rivisto mio padre, anche lui minatore, e così impulsivamente l’ho stretto a me immaginando di stringere lui. Per immaginare di ringraziarlo dopo tanti anni che è lontano da me. Ecco, questi sono i veri eroi: Lino, mio padre, mio zio e tutte le migliaia di minatori di tutto il mondo. E anche se le istituzioni non sempre se ne ricordano, siamo noi figli di questi uomini, spesso abbandonati dalle loro patrie, che ci hanno lasciato morendo sotto terra comi i topi, o soffocati negli ospedali, nell’indifferenza dei grandi politici, che li ammiriamo e li ringraziamo.

Per questo io dico: grazie Lino per quello che sei stato e per quello che sei, grazie Mariuccia per il tuo amore e l’aiuto che gli dai, e grazie a voi amici Alpini di Vigonza per avermi voluto insieme a condividere il compleanno di un Uomo Vero che non dimenticherò.

Mariuccia e Lino

Per i minatori – seconda parte

Racconto tratto dal libro Quadrilogia, di Don Evaristo Viel; Torino: STIG, 1974

La prima parte della storia è disponibile QUI.

L’ing. Raffaele aveva preso frettolosamente un “notes” e stava scrivendo, quando Barbanera si pentì della proposta. Strappò di sottomano al suo principale il foglio. «No, non è giusto neanche questo – disse -. Lei non mi può licenziare su due piedi. I tre giorni regolamentari me li deve dare; poi farà quello che vuole. Intanto lei rimane sotto la mia tutela. Chi mi libererebbe dal rimorso di averla lasciata libera di andare ad ammazzarsi? Che ne direbbero i suoi famigliari? In qualsiasi caso il responsabile rimarrei io. Dunque abbia pazienza».

L’ing. Raffaele capì che non c’era nulla da fare, si spogliò del suo equipaggiamento da alta montagna, si mise a letto e cercò di dormire. Quella giornata e quella seguente passarono senza una parola e senza che i due si guardassero in viso. Il sereno era però incominciato. Qua e là qualche macchia di sole illuminava la valle. Durante la notte una serenata intensa preannunciò una giornata splendida di sole. «Domattina, all’alba, sveglia! – disse Barbanera all’ingegnere – e prepararsi per la discesa in cordata».

All’alba l’ingegnere e il segretario, Barbanera e Carlo (uno dei suoi uomini più robusti), si misero in cammino legati l’un l’altro a una lunga corda di nylon. Capo cordata Barbanera, in mezzo l’ingegnere e il suo aiuto, ultimo Carlo. «State tutti ai miei ordini e non un passo di più senza il mio permesso» gridò Barbanera. Ecco la discesa, più faticosa in principio, dura verso la fine di quello che avrebbe dovuto essere il sentiero, pericolosa a immettersi nella mulattiera.

«Lasciatemi morire – gridava – io avanti non vengo più».

A un certo punto l’ingegnere, stremato di forze, si lasciò andare come un corpo morto andando a sbattere contro uno spigolo di roccia e rompendosi una spalla. «Lasciatemi morire – gridava – io avanti non vengo più». Barbanera se lo caricò sulle spalle, se lo fece legare saldamente dall’amico Carlo e continuò imperterrito, anche se con ogni cautela, la sua strada. Ogni tanto si fermava e appoggiava il suo carico a un costone perché le forze gli venivano meno.

Dopo dodici ore erano infine a valle. Era notte. Si organizzò in fretta il trasporto dell’ammalato al più vicino ospedale. Si assunse l’incarico di accompagnarlo il segretario. Barbanera e Carlo preferirono liberarsi dei vestiti, mangiare un boccone e andare a dormire. Il mattino seguente, verso le 11:00, Barbanera si recò all’ospedale a prendere congedo dal suo padrone. «Il mio compito ora è finito – disse – e me ne torno a casa mia». «Ma perché?» chiese l’ingegnere. «Non vi ricordate che mi avete licenziato?» «Ma lassù ve l’ho detto in un momento d’ira. Ora riconosco che avevate ragione voi e perciò vi chiedo di tornare». «No! La parola è parola e io sono abituato a mantenerla. Lassù al mio posto potrete mandare Carlo: è un brav’uomo e se lo merita. Non mancherete, però, di dargli una licenza e un premio di riconoscimento». «Ma perché non volete più restare con me?» «Ve l’ho detto, ingegnere. D’altra parte, che direbbero gli uomini rimasti lassù e che mi hanno visto trattarvi così duramente? Sarebbero inclini a pensare che io mi imponga al padrone, la cui autorità verrebbe meno. Per di più, voi stesso non avreste il coraggio di correggermi qualora io sbagliassi o facessi qualcosa di anormale; e sarebbe un male per me e per voi. Meglio così, dunque. Non stenterò a trovarmi un altro lavoro».

Barbanera stese la mano per stringere quella dell’ingegnere. Una lacrima sincera di commozione spuntò sul ciglio dell’uno e dell’altro. «Vi farò avere un premio» disse l’ ingegnere. «No, no! – rispose Barbanera. – Il dovere non si paga e io non ho fatto che il mio dovere. Mi mandi a casa quanto mi spetta per contratto e nulla di più. Auguri, ingegnere! Che episodi simili a quello che abbiamo vissuto non le capitino più».

Barbanera prese il suo cappello e se ne andò, mentre l’ing. Raffaele rimase profondamente impressionato per la grandezza di cuore che si nascondeva sotto una scorza così dura e violenta. «Finché il mondo del lavoro può contare su simili uomini l’avvenire sarà assicurato», pensò. E non aveva torto.

Per i minatori

Racconto tratto dal libro Quadrilogia, di Don Evaristo Viel; Torino: STIG, 1974

Il mese di settembre non era il più adatto per dare inizio a un impianto di cantiere a quota 2500, ma il lavoro urgeva e l’ing. Raffaele, titolare dell’impresa appaltatrice, aveva dato ordine di cominciare subito. Mancavano la luce, il telefono, tutto. Il villaggio più vicino al costruendo cantiere distava nove ore di cammino lungo una mulattiera appena transitabile da un mulo e, nell’ultimo tratto, neppure da quello.

La squadra di operai ingaggiata per l’opera (una quarantina circa) con a capo Barbanera, si mise al lavoro di gran lena e in meno di due mesi la luce, il telefono, la teleferica, i baraccamenti saldamente ancorati alla roccia erano pronti. Ora si trattava di attaccare la roccia e, attraverso la montagna, scavare un tratto di galleria lungo tre chilometri per congiungersi con un’altra squadra che, dalla parte opposta, faceva il medesimo lavoro. L’ing. Raffaele non era stato avaro di elogi per Barbanera e la sua squadra quando si accorse che tutto era pronto per l’attacco. Poteva finalmente dormire i suoi sonni tranquilli, perché da ora in poi il lavoro sarebbe andato avanti quasi automaticamente.

Raccomandò che ci fossero abbondanza di materiali e di viveri, distribuì un premio a tutti e si congedò orgoglioso di quanto era stato fatto. Per un mese ancora ricevette regolari telefonate, che lo informavano sull’andamento del lavoro e sui bisogni più urgenti: ma molti operai erano passati in ufficio per essere liquidati, giacché lassù la vita era troppo dura, e il capo era diventato con loro troppo aggressivo. L’ing. Raffaele volle rendersene conto di persona e, accompagnato dal suo fido segretario, si spinse fino a fondo valle con la macchina, poi prese la mulattiera e cominciò a salire. Man mano però che andava avanti la neve si faceva sempre più alta e il pericolo di cadere a strapiombo e finire a sfracellarsi tra le rocce diventava più grande.

Quando ai due furono spalancate le porte della baracca, a stento vi si trascinarono all’interno e caddero come corpi morti.

Con la caparbietà di un montanaro resistette, finché dopo quattordici ore di cammino sempre più pericoloso, arrivò al cantiere. Era buio ormai. Dentro, nessuno si sarebbe aspettato la visita. Quando ai due furono spalancate le porte della baracca, a stento vi si trascinarono all’interno e caddero come corpi morti. Messi alla bell’e meglio su due brande e pian piano rifocillati, ripresero forze: indi si addormentarono e dormirono come ghiri fino alle 12:00 del giorno seguente. Dove erano andate a finire tutte le ansiose domande che l’ing. Raffaele si era proposto di fare al suo capo? A mezzogiorno il pranzo frugale, anche se abbondante, di tutti i minatori.

Nessuna eccezione per l’ing. Raffaele e il suo segretario, al di fuori di un bicchierino di grappa, offerto soltanto agli ospiti d’onore. «Quassù – aveva detto Barbanera agli operai – dovete mangiare, mangiare molto, non bere». E la regola valeva per tutti. Dopo la siesta, l’ing. Raffaele volle visitare il cantiere. C’era poco da vedere. L’avanzamento era arrivato a poco più di cento metri, anche perché il piano inclinato della “scarica” era esposto a raffiche di vento terribili e non sempre gli operai addetti potevano uscire per sbrigare il loro lavoro.

L’ing. Raffaele non rimproverò il suo capo. La planimetria e i profili erano in perfetto ordine. Mugugnò un pochino vedendo degli operai riscaldarsi al fuoco durante le ore di lavoro, ma lasciò correre… non erano delle bestie. Di ritorno prese in disparte Barbanera e gli disse molto serio: troppi operai sono venuti in ufficio a lamentarsi che li tratti molto male!

«Lo presupponevo – rispose Barbanera -. Quelli che sono partiti da qui son tutte mezze cartucce cui piacerebbe guadagnar molto e lavorar poco. Il guadagno, poi, se lo spenderebbero volentieri a ubriacarsi e a far qualcosa di peggio!» «Ma – soggiunse l’ing. Raffaele – non possiamo rimpiazzare all’infinito gli uomini. Il lavoro bisogna sia consegnato entro il_______ e bisogna andare avanti il più celermente possibile». «Appunto per questo – disse Barbanera – non ci vogliono mezze cartucce. Il cantiere è un posto di suore: ci resta soltanto colui che ha la volontà ferma di guadagnare e di sistemare la sua famiglia. Comunque ora siamo pochi, qui. Quanti altri verrebbero quassù in questa stagione? Cercheremo di arrangiarci. Però il premio a primavera, per tutti deve saltar fuori, l’ho già promesso, altrimenti addio cantiere».

Di fronte a questa minaccia, l’ing. Raffaele storse un po’ la bocca, ma infine si acquietò e fece un cenno di “Sì”. La sera era inoltrata e l’ingegnere decise di non scendere a valle. Troppo pericolosi sarebbero stati il sentiero e la mulattiera per il ritorno. Durante la notte, però, accadde il finimondo. Una tempesta di neve di smisurata violenza sembrò volesse spazzar via tutto. «Siamo sicuri?» domandò impaurito l’ing. Raffaele. «Stia tranquillo! Tutto è ancorato a dovere» rispose Barbanera. Venne a mancare la luce e si dovette ricorrere alle lampade ad acetilene per rischiarare po’ la notte, durante la quale nessuno poté prendere sonno. Al mattino e fino al dopopranzo la situazione sembrò peggiorare.

«Metteremo in funzione il generatore di corrente – disse Barbanera – ma lo dovremo usare con parsimonia perché il carburante a disposizione non è molto». Verso sera le raffiche di tempesta cominciarono a diminuire e la notte fu per tutti più tranquilla che quella precedente. Svegliatosi di buon mattino, I’ing. Raffaele e il suo fido segretario si erano equipaggiati per scendere a valle.

Barbanera uscì dalla baracca per un momento, diede un’occhiata tutt’intorno, poi ritornò sui suoi passi. «Voi – disse rivolto all’ing. Raffaele e al suo segretario con tono duro e perentorio – non vi muovete di qui fintantoché non ve lo dirò io!»

Una nebbiolina bianca e uggiosa permetteva appena di vedere a due passi. Sarebbe stato oltremodo pericoloso avventurarsi sul sentiero, del quale non esisteva più traccia, e ritrovare la mulattiera, anch’essa certamente sconvolta dall’uragano. Barbanera uscì dalla baracca per un momento, diede un’occhiata tutt’intorno, poi ritornò sui suoi passi. «Voi – disse rivolto all’ing. Raffaele e al suo segretario con tono duro e perentorio – non vi muovete di qui fintantoché non ve lo dirò io!» I due rimasero sbigottiti.

«Ma sei tu il padrone qui o io?» «Il padrone è lei, ma il responsabile delle vite umane sono io». «Per quanto ci riguarda ve ne dispenso!». E fece per uscire dalla baracca. Barbanera non ci vide più. Rosso di collera in viso come non mai, prese per un braccio l’ingegnere e lo spinse violentemente fino in fondo alla baracca. «Là! – urlò – Piuttosto di lasciarvi scendere con questo tempo preferisco rompervi una gamba o un braccio!», e prese in mano un manico di badile e lo alzò in segno di minaccia.

«Vi licenzio in tronco! – gridò allora l’ing. Raffaele – D’ora in poi non siete più alle mie dipendenze!» «Accetto! – rispose Barbanera calmo – Prenda penna e carta e scriva di suo pugno che mi esonera da ogni responsabilità».

Fine prima parte…