Archivio di Febbraio, 2021

Benedetta Casanova Fuga, vedova Zannantonio

Nacque a S. Pietro di Cadore il 18 marzo 1898. Le fu concessa l’onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto in qualità di “portatrice” durante il primo conflitto mondiale sul fronte dell’alto Cadore. Fu madre di cinque figli, uno dei quali, Stefano, deportato politico in Germania. Nel 1949 Benedetta lasciò la sua terra natale per raggiungere il marito e i figli in terra di Francia, esattamente ad Altkirch (Alto Reno). Nel 1956 perse il marito in un incidente stradale. 

Ogni estate passava le sue vacanze tra Casamazzagno e Costalta, ove aveva tanti ricordi e con gli amici rievocava, con invidiabile precisione, le note belle e anche quelle brutte. Al suo rientro in Francia, durante i lunghi mesi di permanenza colà, pregava il buon Dio perché la conservasse in salute e le desse la possibilità e la forza di rivedere il suo paese natale e riabbracciare parenti ed amici. 

Fonte: BNM n.5/1978

Guido Dal Farra

Nato il l° agosto del 1924 a Faverga, un sobborgo alle porte di Belluno, Guido Dal Farra era scampato al turbine della seconda guerra mondiale quasi per miracolo. Pochi giorni dopo la chiamata alle armi, nell’agosto del ’43 l’esercito italiano si sfasciò e Guido ritornò a casa; per pochi giorni, però. Per evitare il pericolo di rastrellamenti si rifugiò sulle montagne, da lui ben conosciute Dolomiti bellunesi, vivendo alla macchia, sfuggendo agli agguati del nemico della Patria, ribelle a impugnare un’arma per lottare contro i fratelli. Passata la bufera della guerra emigrò in Francia, in cerca di lavoro per le sue braccia robuste; e dalla Francia, nel 1949, emigrò in Argentina. Qui, a San Carlos de Bariloche, c’era suo padre, Vittorio, già valoroso bersagliere della prima guerra mondiale. Era giunto a Bariloche verso il 1931, epoca della crisi mondiale, seguendo le orme del pioniere e compaesano Primo Capraro. In Italia aveva la- sciato la moglie e sei figli con la promessa di chiamarli appena sistemato; la crisi però era in tutto il mondo e alla moglie e ai figli bisognava, e lui voleva, preparare un futuro decente. Quando sembrava che tutto fosse a posto, ecco la seconda guerra mondiale e tutto andò a rotoli. Nel 1949 quando Guido, con il fratello Ugo, arrivò a Bariloche, c’erano molti bellunesi ed erano molti i cognomi bellunesi: De Col, Dal Cin, Dal Pont, De Cian, De Min, De Pellegrini, Dalla Gasperina… e il dialetto veneto era famigliare anche agli argentini residenti. Guido, e anche i fratelli che lo raggiunsero fino a completare la famiglia, si climatizzò subito e, soprattutto, incominciò a lavorare sfogando così quella voglia immensa di esser utile che sempre lo attanagliò. Quando, nel 1955, si costruì la nuova sede dell’Associazione italiana di Mutuo Soccorso “Nueva Italia” lui e i fratelli erano sulla breccia, imbrattati di calce e cemento, cazzuola in mano, a tirar su pareti. Poi entrò nella ditta «Falaschi Construcciones », italiana, meritandosi un posto di fiducia e di responsabilità. Intanto si era sposato (nel 1957) e il matrimonio con la connazionale Bruna Filipuzzi, una friulana tutto cuore e spirito, fu rallegrato da una bella coppietta, ora già matura: Livio e Silvana. Con il fratello Ugo costruì pure, informa, diciamo così, individuale, un civettuolo alberghetto, il «San Marco», quasi in pieno centro de Bariloche, alberghetto che è gestito dalla signora e dalla cognata Maria. Tutto sembrava che andasse a gonfie vele quando una «sorella» che tutti temiamo e rispettiamo, entrò di sotterfugio, lo chiamò prepotentemente e lo portò via con sé. A 59 anni, se ne è andato, rapito precocemente, colpito da un infarto cardiaco. Giovane ancora, allegro, simpatico: la sera prima era stato con gli amici, in allegra compagnia, alla sede dell’Associazione Italiana, gaio e sorridente. I funerali furono una apoteosi, se così possiamo dire, di condoglianza e di dolore. Era il 19 dicembre 1883 e si sentiva già nell’aria odore di presepi e melodie di cornamuse. 

Fonte: BNM n. 3/1884

Giuseppe De Min e la medaglia al lavoro del San Gottardo

Giuseppe De Min, originario di Chies d’Alpago, quando era pressoché ventenne lavorò come minatore nel traforo della grande galleria ferroviaria del San Gottardo in Svizzera conquistandosi, in quell’”inferno”, una medaglia d’argento al valor civile. 

Il libro “Storia dei trafori del S. Gottardo”, scritto dalla ricercatrice e giornalista di origine veneta Fiorenza Venturini racconta la drammatica storia dei minatori italiani emigranti impegnati nell’esecuzione di quelle opere. Dopo discussioni che hanno impegnato Governi e finanziatori per oltre trent’anni, intorno al 1870 veniva deciso l’avvio della grande galleria della lunghezza di 15 chilometri. Rimaneva da assicurare l’enorme quantità di manodopera necessaria per l’esecuzione dei lavori: “Ce la fornirà la miseria italiana”, affermava lo svizzero Josef Zingg, come è riportato nel libro della Venturini. E nel 1872 si davano inizio ai lavori che dureranno ben dieci anni. Ventimila emigranti italiani fra i quali molti veneti e certamente molti bellunesi hanno lavorato in quei cantieri. Le loro condizioni di vita e di lavoro erano più che disumane: tenuti a distanza dalla popolazione svizzera anche per disposizione delle autorità locali, i lavoratori italiani venivano trattati da esseri inferiori, da miserabili. Lavoravanododici ore al giorno, perforando la roccia a colpi di mazza e rimuovendo tutto il materiale a forza di braccia, costretti a respirare polveri e gas prodotti dagli scoppi della dinamite, senza una sufficiente circolazione d’aria e un minimo di prevenzione. Molti di loro sono morti per incidenti da incuria e molti ancora per una epidemia chiamata “anemia dei minatori” durata parecchi anni e causata da esalazioni tossiche e dalla scarsa pulizia e igiene ambientale. Si legge ancora nel libro citato: “Soltanto ombre sarebbero rimasti i nostri lavoratori i quali, chi subito nelle viscere della montagna chi più tardi in patria, hanno sacrificato la loro vita, se uomini di cervello e di cuore non li avessero risuscitati facendo di loro non dei fantasmi da dimenticare ma degli eroi”. Ed ecco quindi la questione della medaglia, con la quale il Governo italiano si è sentito in dovere di manifestare agli eroici minatori superstiti del Gottardo un riconoscimento morale. 

Fonte: BNM n. 5/1985

Celestino e Adelaide Tissi

ofiti della famiglia di Celestino e Adelaide Tissi
Foto della famiglia di Celestino e Adelaide Tissi

Celestino Tissi nacque a Vallada nel 1873. A vent’anni emigrò in Svizzera, percorrendo a piedi i 550 km che, in una settimana, gli servivano per raggiungere il suo posto di lavoro: con un carretto sul quale aveva sistemato i suoi attrezzi da muratore attraversò i quattro passi del S. Pellegrino, del Costalunga, del Resia e dell’Arlberg. Si insediò a Schiaffusa, dove lo raggiunse la moglie Adelaide e dove formò la sua famiglia, che nel 1986 contava già 47 discendenti.

Fonte: BNM n. 2/1986

Cesare e Rosa Cassol

Giorno di santa Barbara: 4 dicembre 1911. Cesare Cassol e la moglie Rosa, dal porto di Genova, salpano alla volta degli Stati Uniti. Rosa è incinta di sei mesi; ha lasciato ai suoceri i figlioletti Osvaldo e Agnese. Osvaldo ha quattro anni, Agnese dieci mesi appena. Lui ha trentun anni ed un passato d’emigrante alle spalle; è il suo terzo viaggio in America e già da ragazzo lavorava stagionalmente, accompagnato dal padre, in Croazia ed in Germania, per costruire strade. La meta del viaggio ora è la miniera di carbone di un centro in Pennsylvania; già lui conosce il posto. Il viaggio dura dodici giorni, passati da Rosa accanto all’oblò, sopraffatta da una nausea incessante, incrementata dal dondolio della nave. Ma ecco la baia, compare New York, ed ecco l’isola, l”isle” appunto dove sosterranno per un accertamento medico e per il controllo dei documenti. Va tutto bene e presto Rosa e Cesare prenderanno alloggio a Twin Rocks (le rocce gemelle) in Pennsylvania, in una comoda casetta di legno vicina all’ingresso delle miniere, all’imboccatura delle gallerie. Twin Rocks è un paese americano come tanti, disposto a scacchiera, con le casette in legno costruite dalle compagnie che gestiscono le due miniere. Cesare inizia subito il suo lavoro; la sua specialità è l’abile uso che sa fare della dinamite, competenza che gli consente di estrarre anche cinque carri di carbone al giorno: e la Company paga di conseguenza. Nel febbraio 1912 nasce Elvira, la prima bambina che avranno negli States: seguiranno poi Tony ed Eugenio; l’ultimo figlio nascerà ancora in Italia. Rosa è una donna attiva. Nella casetta di legno tiene a pensione i nuovi arrivati, dà loro consigli e procura loro una sistemazione organizzando gli alloggiamenti. E lei che aiuta il medico ad assistere le donne, polacche, irlandesi ed italiane che partoriscono. E lei che prepara e distribuisce il cibo per i familiari ed ospiti; è lei infine che mesce il vino ma soprattutto la grappa, distillata clandestinamente in tempo di proibizionismo.  L’attività della distillazione, iniziata in sordina utilizzando le uve selvatiche della zona, si andò sviluppando in un clima di tolleranza amministrativa. Gli abili distillatori della valle del Piave, infatti, non temevano la concorrenza dei polacchi che distillavano alcool dai tutoli e dal legno, producendo bevande altamente tossiche per il contenuto di tannini e metanolo.  Fu per questo che Rosa potè sviluppare l’attività fino al limite del tollerabile: come poteva venir giustificato in un paese l’arrivo di un vagone carico di splendida, rosata uva della California?  Della volontà degli amministratori di proteggere l’attività dei Bellunesi in relazione all’ottima qualità dei prodotti smerciati, non si poteva certo abusare!  Ma la perspicacia e lo spirito di iniziativa erano messi alla prova. II tessuto sociale era piuttosto eterogeneo, il gruppo bellunese, di Formegan, era pacifico, riservato ma attento. I meridionali italiani, detti generalmente “Siciliani” giravano in gessato e cappello Borsalino, armati. Racconta Elvira: “È un giovedì di sera, gli uomini vogliono giocare a carte, si sistemano a casa di uno di loro, “paesano”; ma la partita non giunge a termine; una discussione accesa, il boss infila la mano in tasca e, senza estrarre l’arma, preme il grilletto; ma la pallottola si infila nelle robuste doppie cinture dei pantaloni e c’è il tempo per una reazione: sette sono i morti, e sul tavolo rimangono ancora le carte del gioco interrotto”. I bellunesi sono lavoratori tenaci e rispettosi, e nella “terra boscosa di Penn” (Pennsylvania) trovano lavori e si industriano in mille modi per prendere il denaro e ritornare presto a casa. Nel 1924, col presentimento di una crisi economica molto forte e con una situazione troppo tesa nel settore “distillati” Cesare e Rosa tornano in Italia. Ed Osvaldo ed Agnese, che hanno ormai 17 e 13 anni, conoscono per la prima volta i loro fratelli nati oltreoceano e reincontrano quelli che sono i loro genitori, anche se sono solo degli estranei. Il cambio è abbastanza buono; più di trecentomila lire portano a casa Cesare e Rosa. Una fortuna. Molti soldi saranno dati in prestito ad amici e conoscenti, a tasso agevolatissimo, i più a fondo perduto. La salute di nonno Cesare è già compromessa, la silicosi mina ormai i suoi polmoni e, come per tanti, sarà la maledetta pussiera a dettare la sua fine. Rosa vive più a lungo, senza perdere la sua grinta e la sua caratteristica di donna energica. Così, come per tante altre famiglie, l’America è stata il modo coraggioso per costruire una base di vita dignitosa per un futuro nella propria terra. Un futuro per la vita degli altri, al prezzo della propria. 

Nel marzo del 1986 Elvira è ritornata a rivedere quei luoghi, dopo sessantadue anni, col fratello Tony e la cugina Veglia Ren. Hanno ritrovato il paese pressoché immutato da allora e reincontrato e riconosciuto alcune persone, compagni di giochi e conoscenti di allora. 

Fonte: BNM n. 9/1986