Vittorio Dal Farra e Rosina Tormen si sposarono l’8 gennaio 1921 nella chiesetta alpina di Castion di Belluno. Dal loro matrimonio nacquero i figli Ugo, Ettore, Guido, Gino, Armando e Maria. Scarseggiando il lavoro, Vittorio decise di accettare impieghi che lo costrinsero ad emigrare prima in Francia e poi in Svizzera. Poi un bel giorno decise di emigrare in Argentina: era il 1931. Arrivò a Bariloche. La sua situazione migliorò piano piano, tanto che decise di chiamare i suoi, ma una notizia sconvolse il mondo: lo scoppiare del secondo conflitto mondiale. Fu un colpo duro anche perché i suoi figli dovettero accorrere a difendere la Patria, così come aveva fatto lui anni prima. Le notizie in Argentina tardavano ad arrivare e così Vittorio stava con la morte nel cuore pensando ai bombardamenti, ai saccheggi, ai rastrellamenti. Furono giorni di angoscia anche per Rosina, con il marito lontano ed i figli al fronte. Quando la guerra finì, una sera attorno al focolare, Rosina comunicò alla famiglia la grande notizia: “Andremo tutti in Argentina per riunirci”. Situazioni economiche non proprio rosee impedirono il viaggio di tutti e così si scelse la forma “per tappe”: due o tre alla volta. E così un giorno Vittorio vide arrivare Ugo e Guido. Più tardi giunsero Ettore, Gino, Maria e Rosina. In Italia rimase solamente Armando che stava svolgendo il servizio militare. Quando poi giunse a Bariloche, Armando non riuscì a riconoscere il suo papà, dato che erano passati tanti anni da che non lo vedeva. Il 10 gennaio 1971 Vittorio e Rosina festeggiarono i 50 anni di matrimonio, attorniati dai figli e dai nipoti.
Enzo Gualtiero De Cet nacque a Porcen di Seren del Grappa nel 1937. Alla morte della madre, nel 1964, decise di lasciare la modesta attività agricola che aveva nel Feltrino per emigrare in Svizzera, nella zona di Baden. Non riuscì mai ad ambientarsi e a vincere la solitudine, per cui maturò presto l’idea di ritornare. Ci provò nel 1970, con la prospettiva di un posto a concorso in un ente pubblico; così si licenziò e, nell’attesa del concorso, lavorò per tre mesi nelle serre dell’Istituto Agrario di Castelfranco Veneto. Ma il concorso andò male e così Gualtiero decise di rilevare il fragoleto che alcuni profughi cecoslovacchi avevano avviato a Santa Giustina Bellunese; qui, con l’aiuto di parenti ed amici divenne un agricoltore moderno. Dalle fragole passò ad altri prodotti ed in breve divenne uno dei membri più attivi dell’Associazione Frutticoltori del Feltrino. Era aiutato dal nipote Maurizio, quando veniva in vacanza da Milano e dall’Ispettorato Agrario. Proprio quando era avviato ad una attività ricca di soddisfazioni, lo colse la morte, per un fatale incidente, nel 1974. Persona molto laboriosa e tranquilla, era amato anche per il suo sorriso franco e rasserenante. La sua era una famiglia di emigranti: una sorella si era trasferita a Milano, una in Belgio e un fratello aveva scelto la lontana Argentina.
Fiero del suo cappello alpino e delle medaglie al petto, Camillo Arnoldo Cason, che qui vediamo nella foto, è uno dei tanti esempi bellunesi del binomio emigrante-combattente.
Camillo nacque a Zurigo il 12 gennaio 1899, secondogenito di Giuseppe Cason e Antonietta Buttol, i quali erano emigrati per lavoro in Svizzera, dove si erano conosciuti qualche anno prima e dove erano tornati dopo il matrimonio, avvenuto nel 1896 ad Agordo, paese di origine della sposa. Giuseppe invece era nativo di Pren di Feltre e qui egli rientrò da Zurigo con la famiglia agli inizi del 1900; Camillo visse dunque la sua infanzia nella frazione feltrina, dove frequentò le scuole e temprò il suo carattere deciso ma buono, presto avezzo alle difficoltà della vita di allora. A diciotto anni Camillo venne arruolato e nei primi mesi di servizio militare fu a Belluno, nel magazzino del Battaglione Feltre. Venne poi mandato sul campo: divenne caporale maggiore del 3° Reggimento Alpini, Battaglione Val Cenischia. Nel 1924 gli venne concessa la croce al merito dal Ministero della guerra, a cui fece seguito quella di Cavaliere di Vittorio Veneto. Tra il ’20 e il ’30, Camillo emigrò per diversi periodi lavorativi stagionali in Francia, impiegato nel settore edile in compagnia del padre e del fratello Silvio. Si trasferì poi a Milano, dove lavorò alle dipendenze dell’Istituto per bisognosi Cardinal Ferrari. Era il 1927 quando si recò a Somma Lombardo, in provincia di Varese, per presenziare al matrimonio di un suo amico, un certo Miglioranza, anch’egli feltrino; qui conobbe la sua futura sposa, Antonietta Casolo. Un anno dopo venne celebrato il matrimonio, da cui nacquero due figli, Enrica e Giuseppe. Nel piccolo centro varesino Camillo faceva inizialmente lavori di diverso tipo, finchè il suocero chiese al suo datore di lavoro se aveva un posto per lui nella sua fabbrica tessile. Camillo venne assunto subito e vi rimase fino all’età della pensione. Ogni anno tornava al suo paese, ai piedi del Paffagai, dove amava ritrovare gli amici di infanzia e i numerosi fratelli e sorelle, che sempre ha aiutato nei momenti di bisogno. Persona molto generosa e altruista, aveva uno spirito gioviale, aperto all’amicizia e all’allegria. Due sono stati i suoi ideali di vita: la famiglia e l’amore per la Patria; finchè le condizioni di salute glielo hanno permesso, ha sempre partecipato alle annuali sfilate degli Alpini. Si è spento nel 1979.
Caricati i primi vent’anni di “Bellunesi nel mondo”, la rivista dell’Associazione Bellunesi nel Mondo che, ininterrottamente dal 1966, viene spedita in tutto il globo agli associati Abm. Una delle riviste più storiche della provincia di Belluno e che parla proprio del Bellunese oltre, ovviamente, alle lotte sociali – che hanno visto in prima linea gli emigranti – e alle molteplici attività delle Famiglie Abm e dell’associazionismo in emigrazione.
Tutte le annate sono state digitalizzare, indicizzate e stanno per essere caricate nel database del Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia” (www.centrostudialetheia.it).
«Attualmente abbiamo caricato i primi vent’anni – le parole del presidente Abm Oscar De Bona, dal 1966 al 1986».
L’obiettivo è di mettere a disposizione a tutti, on line, la rivista dell’Abm, per permettere a chiunque di fare ricerca, leggere e analizzare il territorio bellunese, il fenomeno migratorio che ha interessato la provincia di Belluno e l’evoluzione dell’Associazione Bellunesi nel Mondo.
Per fare una ricerca basta visitare il sito www.centrostudialetheia.it e, andando nel campo “cerca”, inserire le parole chiave (es. “bellunesi nel mondo” + “1966”).
Anni 1920 – Giovanni Giuseppe De Toffol con il nipote Giuseppe Orzes
Non ho conosciuto mio nonno materno, un bellunese nel mondo nato più di 150 anni fa e precisamente il 9 luglio 1862, quando il Veneto era ancora sotto l’Austria. È nato nel comune di Belluno, sembra a Nogarè, paese che allora faceva parrocchia a sé stante, in seguito conglobata in quella di Cusighe. Poiché l’archivio storico della parrocchia di Cusighe è stato distrutto da un incendio, non si hanno notizie riguardanti la sua famiglia d’origine. Dal documento anagrafico risulta che il nome del nonno fosse Giovanni, ma mia madre ce lo ricordava col nome di Giuseppe, come del resto viene indicato nella lapide della sua tomba di famiglia ancora esistente nel cimitero di Cusighe. Egli aveva sposato una giovane del suo paese, Maria Da Ros, ed andarono ad abitare in una baracca di legno a Sargnano. Hanno avuto sette figli, di cui una, Amabile, è morta a quattro mesi ed è stata ricordata nel nome dalla sorellina nata dopo la sua morte.
Il nonno lavorava da scalpellino. Per un periodo ha prestato la sua opera a Sospirolo, dove si recava a piedi da Sargnano. Nei primi anni del 1900 è emigrato due volte in America, una volta in Argentina e una in Columbia. Mia madre ci raccontava che con una certa regolarità gli veniva inviato un giornale sul quale la nonna, punteggiando con uno spillo le lettere delle parole degli articoli, gli componeva il testo di una lettera. In questo modo, oltre alle notizie del giornale, egli aveva anche quelle della sua famiglia evitando per queste ultime la spesa del francobollo.
Anni ’30 – Sargnano, Belluno – da sinistra Teresa – sposata in D’Incà – e Angela De Toffol – rimasta nubile. Angela ha gestito fino alla sua morte l’osteria “Le bionde” di Sargnano
Intorno al 1910 i nonni si sono costruiti la casa a Sargnano usando sassi e sabbia trasportati dal Piave, soprattutto dalle figlie. Nel loro solaio per qualche tempo hanno ospitato gratuitamente gli alunni della scuola elementare. Di salda fede socialista, il nonno in quegli anni si è adoperato perché venisse costruita la scuola di Fiammoi e, affinché fosse raggiunto il numero di frequentanti necessario per l’istituzione delle classi 4^ e 5^, ha iscritto anche le sue figlie che già avevano superato l’età per quella frequenza. Nel 1916 è morta la nonna, privandolo di un grande sostegno. Verso gli anni ’30, coadiuvato dalle quattro figlie che gli erano rimaste, ha aperto l’osteria che proprio da loro ha preso il nome: “Le bionde”.
Il 2 febbraio 1933 il nonno è morto. Durante la sua agonia sulla strada che fiancheggia la sua casa è stata sparsa della paglia per evitare che egli venisse disturbato dal passaggio dei carri.
L’epigrafe che annunciò la morte del nonno di Teresa d’Incà
Il nonno è stata una persona stimata: lo dimostra anche l’epigrafe funeraria che una cinquantina di amici e conoscenti hanno fatto stampare in occasione della sua morte.
Mia madre ci descriveva entrambi i nonni come persone di una certa levatura sociale e culturale; per quanto riguarda il nonno lo testimoniano anche alcune frasi vergate da lui con calligrafia elegante sul retro di una fotografia che gli è stata scattata intorno agli anni ’20 mentre era insieme al suo primo nipote. Questo è il testo: domenica 19 … “Il giorno del sole”.
Occorre un certo stacco con la vita di tutti i giorni e bisogna ornare il cuore” – “La decrepitudine del corpo è saggia. 31 luglio 1888” (non so a che cosa si riferisce questa data).
Penso che non sia possibile che qualcuno ricordi il nonno avendolo conosciuto personalmente. Certamente invece qualcuno, soprattutto della zona dell’Oltrardo, ricorderà qualcuna delle sue figlie, in particolare Angela, la maggiore, che ha gestito, fino alla sua morte, l’osteria “Le Bionde”, tuttora esistente.
Ringrazio “Bellunesi nel Mondo” per l’opportunità che mi è stata data di rivisitare attraverso le scarne notizie di cui sono in possesso la figura di questo mio nonno che avrei avuto tanto piacere di conoscere di persona.