Irma, Beniamino ed Eugenio. Persone diverse, ma con una storia comune: l’emigrazione

Qualche tempo fa la classe III C della scuola media “Ricci” di Belluno è venuta in visita al MiM – Museo interattivo delle Migrazioni. Tre alunni, una volta tornati a casa hanno chiesto ad alcuni parenti emigranti di raccontare la loro storia. Ecco qui il racconto dell’esperienza all’estero di due nonni e una zia.

Irma Brancher, emigrante in Germania
Sono nata il 18 gennaio 1966 a Sant’Antonio di Tortal (Trichiana). Ho dovuto partire perché avevo una famiglia numerosa e con dei genitori molto poveri. Quindi, quando ho avuto la possibilità di avere un lavoro, ho approfittato.Sono stata per cinque stagioni emigrante in Germania, vicino al Mare del Nord, ai confini con la Danimarca. Un posto bellissimo. Non riuscivo a capire come facessero i tedeschi, all’inizio della stagione, quando ancora le temperature erano molto basse, a mangiare così tanto gelato.
Lavoravo dalle sette della mattina fino a mezzanotte, con due pause, anche se spesso, visto il tanto lavoro da fare, le saltavo. La paga era sicuramente buona, ma non adeguata alla mole di lavoro che svolgevo. Comunque, con il piccolo quantitativo di denaro guadagnato riuscivo ad aiutare la mia famiglia. Dopo cinque stagioni difficili ho trovato lavoro in un bar a Belluno e così sono tornata in provincia. Credo che per i giovani in cerca di lavoro sia importante provare ad andare all’estero, magari anche per tempi brevi. È molto utile sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista sociale.

Storia raccolta da Vittoria Marcolongo

Nigeria, 1963. Beniamino Fant con un collega. Lavoravano alla costruzione di una diga

Beniamino Fant, una storia di emigrazione lunga 35 anni
Nato a Sospirolo il 13 dicembre 1936, attualmente vive nella valle del Mis, ma in passato ha viaggiato molto all’estero per lavoro.
«Ho iniziato ad andare all’estero nel 1954, a 18 anni. Lavoravo per una azienda chiamata Impregilo, che costruiva dighe. Sono stato in giro per il mondo per circa 35 anni, tra Svizzera, Iran, Turchia, Sudan, Nigeria, Brasile, Ecuador, Honduras e infine Argentina e Cile. Quasi sempre portavo con me la famiglia, soprattutto nel Sudamerica. Lì le mie figlie hanno studiato per la maggior parte della loro carriera scolastica. In tutti i posti dove sono stato mi sono sempre trovato bene con le persone che ho incontrato. In Africa erano molto solidali, in Sudamerica erano molto accoglienti, ti facevano sentire a casa. Solo in Iran non mi sono trovato molto bene: le persone ti guardavano male, erano rigide e molto dubbiose nei confronti di noi Italiani.
Quando giri così tanti Paesi, non è sempre facile ambientarsi. In alcuni casi io e i miei compagni ci accampavamo nelle tende, altre volte avevamo le case mobili.
Inoltre, erano abbastanza frequenti gli incidenti sul lavoro. Purtroppo ho perso molti amici. Si sfidava ogni giorno la morte. Lavoravo quattordici ore al giorno e avevo una domenica libera ogni due settimane. È stata un’esperienza molto utile, anche se faticosa.
I climi erano differenti, si passava dal freddo al caldo estremo, in più c’era anche il fatto della fauna. In Brasile, ad esempio, trovavamo sempre serpenti! C’è un episodio che ricordo in modo particolare. È avvenuto appunto quando mi trovato in Brasile. Per lavoro ci avevano mandato nella foresta. Mentre camminavamo, un nostro amico ha iniziato ad urlare “aiuto”; io e i miei compagni ci siamo girati e abbiamo visto un pitone enorme. Abbiamo chiamato il resto degli operai che erano nella diga e l’abbiamo ucciso, poi ci siamo seduti tutti lungo il pitone; ci sono voluti 20 operai. Era veramente lungo!
Dopo essere stato emigrante per tanto tempo, non ho più voglia di viaggiare. Il mondo l’ho già girato! Però tornerei in alcuni posti per rivedere i miei amici.

Storia raccolta da Asia De Pellegrin

Parigi, 1956. Eugenio e Francesco Sacchet

Eugenio Sacchet, un emigrante della “terza grande ondata”
Eugenio Sacchet emigrò per lavoro in vari paesi. Tra il 1956 e il 1960 eseguì in Francia lavori di edilizia a Parigi, nel quartiere periferico di Senne-Ouase. Tra il 1967 e il 1974 lavorò in Turchia per la costruzione di una diga e di una centrale elettrica, in località Keban, sul fiume Eufrate, dove fu seguito dalla moglie e dai figli, tra cui mio padre. Proprio mio padre mi racconta di un posto splendido e fertile, contrariamente a ciò che si può pensare di una zona semi-desertica come il nord-est della Turchia. Tra il 1976 e il 1977 lavorò alla costruzione di un ponte sul fiume Nilo, in Sudan. Ricorda che il soggiorno fu piacevole, nonostante l’ostilità della fauna locale, in particolare serpenti e scorpioni. Alloggiò in un campo a quattrocento chilometri da Khartoum. Tra il 1978 e il 1979 fu invece in Libia con una ditta di Locarno, per la costruzione di una serie di condomini in pieno centro a Tripoli, la capitale.
Rientrato in Italia nel 1979, tornò al suo paese natio, Olantreghe, frazione di Longarone, e lavorò in una fonderia fino al pensionamento, avvenuto nel 1985. Operaio specializzato, instancabile lavoratore, che dai quattordici anni fino ai cinquantotto si guadagnò da solo “la pagnotta” – quarant’anni di lavoro sulla schiena, contando anche il servizio militare – è ora seduto in una poltrona a narrare al nipote la sua faticosa vita da emigrante.

Storia raccolta da Lorenzo Sacchet

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