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Migrazione femminile. Il coraggio delle donne bellunesi.

Aletheia_Balie_22Nonostante le migrazioni tra il XIX e il XX secolo siano state frequentemente caratterizzate da una componente maschile, non significa che le donne non abbiano partecipato a questo fenomeno. Semplicemente non se ne parla molto. Eppure, ci sono tanti esempi di donne che da sole hanno viaggiato, lavorato e lottato per la propria famiglia. Alcune sono rimaste, alcune sono partite. Ma tutte hanno avuto il loro ruolo importante.

Prendiamo, prima di tutto, l’esempio delle donne che sono rimaste. È vero: si potrebbe pensare che per le donne sia più semplice restare a casa senza dover affrontare i lunghi pericolosi viaggi ed emigrare all’estero. Per gli uomini che se ne vanno è decisamente difficile, le condizioni sono estreme e i mestieri pure, non sanno se torneranno e i pericoli sono ovunque. Ma si parla del XIX secolo. Per tutti ci sono pericoli e per tutti ci sono difficoltà. Non dobbiamo guardare quel periodo con i nostri occhi del XXI secolo. Si tratta di una donna dell’800. Bisogna considerare alcuni fattori prima di giudicare. La donna del XIX secolo è vista come una nullità dalla società soprattutto se non sposata o senza una figura maschile adulta a proteggerla. Il suo scopo, come quello della famiglia in generale, è avere più figli possibili. Uno dei motivi è la necessità di avere aiuto nei campi e nella casa. In più, la mentalità è questa e per tutti è giusto così. Se il marito decide di emigrare, alla donna spettano compiti altrettanto difficili. Da sola doveva crescere i bambini, accudire il bestiame, coltivare il campo, svolgere le faccende in casa. Vive in una condizione di continuo pericolo senza una figura maschile perchè la moglie dipende dal marito. Inoltre, si invecchia facilmente, ci sono molte malattie e scarsa igiene. L’energia che ha una donna adesso di 50 anni, all’epoca non è concepibile.

Alcune donne, invece, hanno un diverso tipo di coraggio e decidono di partire. Vengono in mente le venditrici ambulanti. Non sono solo gli uomini a girare tentando di vendere la propria mercanzia. Alla pari degli uomini cròmer, troviamo le donne cròmere. Il loro nome deriva dal tedesco Kram (merce). Le donne cròmere sono originarie soprattutto di Lamon o Sovramonte, partono verso la primavera e sono capaci di attraversare la pianura Padana, raggiungere la Svizzera o il sud della Francia per poi ritornare in autunno. Trasportano la casséla sulle loro spalle piena di oggetti da vendere. Con il tempo riescono ad organizzarsi sempre di più, imparando a spostarsi in treno e restano insieme in piccoli appartamenti-magazzini. Anche le nerte sono venditrici ambulanti: originarie solitamente di Erto e Casso, viaggiano trasportando la gerla contenente utensili di legno costruiti dagli uomini. La presenza femminile si riscontra anche nelle miniere in Belgio o in Francia. Nonostante siano gli uomini a dover scendere nelle viscere della terra, le donne restano in attesa che il carrello sia riempito con il materiale tolto nella costruzione di gallerie o cunicoli per poterlo poi svuotare. Un lavoro decisamente pesante…
Un altro esempio, all’interno dell’emigrazione stagionale, troviamo le ciòde o ciodete: ragazze giovani le prime e ragazzine le seconde. Verso la primavera si allontanano dalle nostre zone per dirigersi a piedi verso il Trentino e Tirolo. Nei giorni festivi, nella piazza principale, i futuri “padroni” possono scegliere la ragazza da assumere come in un vero e proprio mercato. I loro compito lavorativo gira attorno alla cura degli animali, dei campi e della casa.
Forse le balie è il mestiere che più si conosce. Anche questo fa parte della migrazione interna specialmente dalla prima metà del XIX secolo fino agli anni Cinquanta del Novecento. Un mestiere faticoso soprattutto dal punto di vista psicologico. Si parla di balie da latte quando si fa riferimento alle donne che sostituiscono nell’allattamento altre mamme di famiglie aristocratiche. I motivi possono essere vari: innanzitutto, la baia necessita denaro e risorse economiche per la propria famiglia, ma può capitare che la mamma non possa o non voglia allattare. La futura balia deve prima ottenere un certificato (Certificato di Sanità per esercizio baliatico) nel quale si conferma che ha da poco partorito e che è di sana e robusta costituzione.  Da non sottovalutare l’impatto psicologico e i sensi di colpa nel dover abbandonare il proprio bambino e doversi dedicare ad un altro… Le balie asciutte invece, si dedicano ai figli altrui senza dover allattare.
Nel corso del XX secolo sempre molte più donne bellunesi emigrano verso l’Europa centrale e alpina. Sono impegnate in attività commerciali come nelle gelaterie cadorine e zoldane all’estero. Continua la presenza delle donne nelle grandi industrie tessili in Svizzera e il loro numero si intensifica nel secondo dopoguerra.

Tra tutte queste donne coraggiose, è impossibile non nominare Anna Rech. Originaria di Pedavena, resta vedova quando non ha nemmeno 50 anni. Sola, con 7 figli quasi tutti minorenni e analfabeta deve imparare a cavarsela senza la figura maschile adulta che tanto la società pensa sia fondamentale nella vita di una donna. Prende la sofferta, ma coraggiosa decisione di lasciare Belluno con i figli e cammina fino a Vicenza da dove prende il treno per raggiungere Genova. Qui viene scoraggiata perché una donna da sola non può farcela. La necessità di sopravvivere, però, è più forte e la famiglia si imbarca. Arrivano in Brasile, nella zona del Rio Grande Do Sul. È il 1876.  Le viene assegnato un terreno che Anna scopre trovarsi in un punto strategico: vicino alla sua casa passano molti viandanti e viaggiatori. Il suo ingegno la porta a fare della sua abitazione una locanda, un punto di ristoro. Inizia ad essere un punto di riferimento per coloro che abitano nelle vicinanze anche grazie al contributo che offre come levatrice. Col passare degli anni è sempre più conosciuta e amata e attorno a lei vengono ad abitare molte altre famiglie. Questo getta le basi per una futura cittadina che prende il nome proprio da Anna. Impossibile non riconoscere il suo coraggio…

Di figure femminili forti e determinate ce ne sarebbero sicuramente tantissime. Purtroppo, non hanno avuto il giusto riconoscimento… Ma se ancora pensate che per la donna sia stato tutto molto più facile…. sarebbe meglio rileggere l’interno articolo daccapo.

L’identità italo-argentina. La testimonianza di Rachele De Maestri.

rachele_mamma_sorella_ bellunoRachele De Maestri è nata a Quilmes in Argentina. Le sue origini, però, sono bellunesi. In questa intervista ci racconta la sua vita come italo-argentina, il suo amore per l’Italia e cosa ha significato per lei avere questa grande opportunità di crescere con due identità, due lingue e due culture diverse dentro di sé.

“Sono nata a Quilmes. La mia famiglia è emigrata perché mio nonno ha vissuto entrambe le guerre ed era preoccupato che ne scoppiasse una terza. Girava voce che in Argentina non ce ne fosse il rischio. Prima sono venuti i miei zii nel 1950 circa e poi i miei nonni mentre mia mamma, Ildegonda Simonetto, nel 1960. La famiglia materna non sapeva parlare spagnolo, ma si sono adattati bene perché l’Argentina aspettava l’arrivo dei migranti per popolare il territorio. Gli immigrati hanno lavorato molto anche se inizialmente con poco profitto economico, ma erano determinati grazie all’idea di lavoro e progresso. Negli anni ’90 sono stata due volte a Belluno e ad Arten. Le case, la storia e le strade di Belluno mi sono piaciute moltissimo. È stato molto emozionante. Uno dei miei zii ha scritto un libro, Vita grama, che si trova a Fonzaso: spiega la vita prima e durante la guerra, vicende che raccontava spesso anche a noi. Mentre visitavo l’Italia pensavo a queste storie e mi sembra di essere dentro ai quei racconti. Nel cuore sapevo di essere parte dell’Italia. Non mi sentivo straniera.
L’Italia rappresenta, innanzitutto, la nostalgia della quale la mia famiglia ha sempre sofferto e, infatti, continuano sempre a parlare delle loro origini. La nostalgia è il “dolore del ritorno”.  Dico “ritornare” perché sempre c’è l’idea del ritornare alle origini. L’Italia è anche l’idea del lavoro, del progresso, dell’unione familiare, della religione, della cultura, della letteratura… principi molto forti che voi italiani avete portato in Argentina. Vi rispettiamo per averci fatto crescere lavorando molto.
Tra i due paesi non ci sono molte differenze perché c’è molto dell’Italia nella nostra cultura. Forse la diversità più evidente è l’organizzazione: noi non siamo così organizzati come voi nelle leggi, nelle istituzioni… in Argentina c’è molta povertà e si sente, mentre in Italia non penso ci sia. Inoltre, voi preservate molto la storia mentre noi non abbiamo ancora questa mentalità. Un’altra differenza potrebbe essere la geografia. In Argentina è bellissima con un territorio ampio e molta diversità climatica.
La mia vita e il mio cuore sono divisi tra Argentina ed Italia. Parlo italiano e spagnolo e mi sono sempre piaciute le lingue. Sono state come una porta nella mia professione. Difatti, anche per questo ho deciso di studiare psicoanalisi perché in questo studio il linguaggio è fondamentale in quanto costruisce la realtà e parlare più di una lingua fa pensare che non ci sia una sola visione, né un’unica verità. Ognuno ne ha una in base anche alla propria lingua materna. Fa riflettere sulle diversità, sulle differenti forme di pensare e ti insegna a rispettare l’altro. Quando si parla piú di una lingua si sa che nessuno è padrone della verità”.

 

 

 

Le storie di Mario: la testimonianza di un bellunese a Buenos Aires

storie_di_marioLe storie di Mario

Mario Giacchetti nasce a Belluno nel 1925. Durante il conflitto mondiale partecipa alla Resistenza e nell’immediato dopo guerra la situazione è difficile per tutti. Lo stipendio del papà (anche se vicedirettore della Banca Cattolica) non è sufficiente per mantenere la famiglia numerosa. Mario, fratello maschio maggiore, decide di compiere un atto importante e difficile per dare una svolta alla vita dei suoi cari e alla sua: emigrare in Argentina. Mario è un combattente e lotta per riscattare la propria esistenza. E scrive lettere alla famiglia e racconti come testimonianze dirette. Perchè scrivere risulta importante per mantenere la memoria di ciò che si è e del nostro vissuto per evitare che si offuschi. Probabilmente per evitare che ciò accada, nel 2014 i figli di Mario decidono di commemorare il padre raccogliendo le sue testimonianze e le sue storie in un unico libro, Le storie di Mario. La sezione dedicata all’Argentina è breve per un’esperienza così grande durata all’incirca 7 anni. Dalla lettura e dalla scelta delle parole utilizzate, si può dedurre che Mario avesse un certa cultura e che essa avesse un certo peso nella sua vita. Purtroppo, nel dopoguerra essere colti conta poco: l’importante è mangiare e nonostante Mario abbia un diploma di perito edile, rinascere dopo il conflitto mondiale a Belluno (realtà ancora abbastanza “primitiva” rispetto ad altre città) è molto difficile. Lui stesso scrive “le prospettive, nell’immediato dopo guerra, di trovare lavoro erano quanto mai scarse e così (…) mi candidai all’emigrazione organizzata per l’Argentina” e ammette di accettare con una certa tranquillità di partire con un contratto da muratore. Dev’essere stata una scelta difficile, ma indispensabile: nessuno emigrerebbe dall’altra parte dell’oceano da solo e senza nessuna garanzia se non per disperazione. Nel momento della separazione dalla famiglia, Mario sa benissimo che quei saluti dati tempi e le circostanze, potevano benissimo essere gli ultimi. Può essere un arrivederci o un addio. Questa incertezza rende il viaggio e la partenza un po’ “per sempre”.
A Genova lo aspetta il piroscafo Tucumán organizzato per i migranti e Mario non può non notare “(…) l’amarezza e l’umiliazione della bonifica di massa. Due alla volta nelle cabine doccia dei bagni pubblici, simili ad una nera ferriera fumante”; anche la visita medica crea un certo imbarazzo, “tutti nudi come vermi”. Le sue parole trasmettono l’idea e la sensazione che i migranti siano merce di scambio o oggetti e non persone: “la Commissione argentina fece certo il suo lavoro, ma la dignità ed il pudore di molti non parvero interessarla per nulla”. Il viaggio dura 17 giorni, confinati in spazi ristrettissimi: nonostante l’oceano e il piroscafo siano una novità che regalano anche uno spettacolo indimenticabile del tramonto e del gioco dei delfini, per Mario è una traversata solitaria e si ritrova a far fronte anche al mal di mare e al movimento del piroscafo che fa uscire la minestra dai piatti. Inoltre, “un odore nauseabondo di cucina misto alla puzza di nafta, bloccava il respiro e lo stomaco (…)”. La preghiera, perciò, diventa una necessità per sconfiggere la nostalgia grazie alla presenza di un sacerdote o durante la notte da solo in coperta. Anche le foto nel taccuino dei familiari aiutano. D’altra parte bisogna aggrapparsi a qualcosa per sopravvivere. Di notte, “la luna avvolgeva quel misero punto luminescente qual era il bastimento in viaggio col suo carico d’umanità”.
All’arrivo a Buenos Aires lo sconvolgono i violenti riflessi del Rio de la Plata. Un gruppo di scout lo aiuta e gli offre un alloggio temporaneo. Nella prima visita alla città, lo scontro con una metropoli è inevitabile: “le auto silenziose e grandi, le strade lisce e scure pavimentate, e lo seppi dopo, i negozi con tante merci, mi fecero pensare all’inizio di un qualcosa inconsueto ed interessante”. Nella periferia di Buenos Aires, Villa Urquiza, entra con i suoi compagni in un cantiere appena messo in moto. La speranza di un buon inizio sfuma immediatamente: “l’alloggio fu traumatizzante. Capannoni di trecento persone di lamiera ondulata. Enormi, con sole porte. Di giorno, sotto il sole, diventavano dei forni. Letti, come il solito, a castello, ma il ferro arrugginito, con reti metalliche sfondate e con dei materassi che, poco dopo, furono bruciati perchè invasi da cimici”. Un luogo così ristretto e la precarietà dell’igiene favoriscono la dissenteria. La polizia gira di notte svegliando con la torcia chi dorme. Ma questo non è nulla in confronto alla nostalgia, il nemico numero uno da combattere. Mario ritorna a buttarsi nella preghiera, in Dio e nella conoscenza di nuove persone, nonostante rifiuti alcune occasioni di amicizia in quanto “(…) fare delle amicizie significava frapporre ostacoli al mio ritorno in Patria”. Un punto di riferimento sono i religiosi dell’Opera Cardinal Ferrari, ma per raggiungerla Mario, non abituato, deve imparare ad un usare il tram. Le prime lettere della famiglia arrivano per smussare un po’ la nostalgia. Eliseo, un cugino del papà, e Fernando e Fosca lo invitano nelle loro rispettive case. Anche nel lavoro la situazione non parte bene: Mario comincia come muratore, ma vuole che il suo diploma valga qualcosa anche in Argentina. Per questo fa prevalere il suo coraggio e la sua determinazione: riesce ad entrare nella Direzione Lavori per poi lavorare più autonomamente. In più, ottiene la possibilità di affittare un stanza appena fuori dal cantiere e, benché non offra i servizi di una vera casa, Mario ha finalmente un letto degno di essere chiamato tale. Inoltre, inizia a studiare spagnolo, lingua che imparerà benissimo. Pian piano, accresce le sue conoscenze: Mario incontra per caso Jorge Frumento con il quale instaura un fortissimo legame che rimarrà saldo anche a distanza di anni. Così, Mario esce dalla routine lavoro-casa: innanzitutto, Jorge lo sposta in un’altra mensa più pulita (“ricordo ancora il piatto di tagliatelle servitomi per la prima volta….Buono!”) e lo fa entrare nella sua cerchia di conoscenze. Jorge è il primo amico con il quale Mario si sente libero di esternare i propri stati d’animo in un paese dove è solo: ” L’america io non la farò, ma se è vero, com’è vero, che chi trova un amico trova un tesoro, il tesoro io l’ho trovato e «l’America» l’ho fatta”. Sebbene i familiari e gli amici di Jorge non conoscano tutti bene l’italiano, Mario scrive: “è evidente che, quando c’è sintonia di sentimenti, gli ostacoli sono superati e ci si intende perfettamente”. Grazie a Jorge, Mario conosce Lucia la futura moglie, nata in Argentina, ma di origine italiana, con la quale successivamente tornerà in Italia dove vivranno tutta la vita.

Nelle pagine seguenti, Mario racconta singoli episodi della sua avventura in Argentina, ma ugualmente importanti se sono stati trascritti. Un racconto toccante e pieno di significato si intitola Chi era? scritto nel 1950. In un viaggio in autobus, Mario si trova incastrato vicino a un uomo piuttosto basso. Di lui non può non notare la sua sporcizia, la sua puzza che provoca in lui ribrezzo tanto da non osare sfiorarlo e la sua condizione quasi gli fa vergogna. Una volta sceso, una voce dentro di Mario smuove il suo animo: “ti è passato accanto e non l’hai riconosciuto (…) perchè hai visto solo il berretto, solo il fazzoletto, solo il suo sudiciume? E lui, Lui, non lo hai visto? Non lo hai notato Lui pure ha un mondo (…) Che cumulo di crucci aveva forse in lui. Quali idee geniali, forse, potrebbero scaturire da quella testa (…) Perchè non l’hai conosciuto? Anche tu hai tante cose nell’animo. Tu le conosci le tue. Le sue no. Sai solo che non era pulito; ma non era che un fratello; forse russo dagli occhi, dai capelli; forse indio dalla pelle; ma tuo fratello era, Mario. Un tuo fratello”. Mario non spiega il significato di questa breve lettura… si può, però, intuire che delle volte il nostro arricchimento e la nostra ascesa sociale possono portare alla discesa della nostra umanità. D’altra parte lui stesso a Belluno era povero, quindi perchè umiliare un altro essere umano? Diventa necessario difendere la nostra umanità e umiltà. Mario sembra, perciò, fare dentro di sé un lavoro per non lasciare che queste due qualità vengano corrotte.

In un’intervista, la figlia Maria racconta che le cose in Argentina, dal punto di vista lavorativo, non andarono esattamente come il papà sperava e per questo decise di ritornare in Italia. Per tutta la vita, Mario ha sempre pensato alla sua amata Argentina, per lui la terra dell’affetto e delle amicizie. Come lui stesso ha affermato, Mario “l’America l’ha fatta”, ma dentro di sé grazie agli intrecci di relazioni con le persone che lì ha conosciuto, alle amicizie, all’amore per la cultura di questa terra che l’ha ospitato, passione che ha anche trasmesso ai figli. Quindi, perchè non scrivere un’avventura così importante e indelebile? Le memorie iniziali riguardo l’arrivo in Argentina sono state messe per iscritto 53 anni dopo (circa nel 2001), mentre gli altri racconti sono datati 1950. Si ritorna, perciò, al discorso già accennato al principio di quest’articolo: la scrittura diventa necessaria per mantenere la memoria principalmente per noi stessi. Tantissimi sono coloro che dopo una vicenda negativa o positiva hanno sentito il bisogno di mettere per iscritto i sentimenti, le emozioni, i fatti. Per non dimenticare e forse per riordinare i ricordi, renderli tangibili sulla carta e vederli concreti. Perchè sono leggeri e basta poco per farli volare via. Mario inizia i suoi racconti sull’Argentina così: “Ripensare, vincendo varie titubanze, avvenimenti di tanti anni prima, è un riviverli, un rituffarsi in quello che è stato e non si ripeterà. Ma sono fatti, circostanze, stati d’animo, emozioni che segnano in profondità la mente ed il cuore, in modo indelebile, di chi li ha vissuti”. È un inizio che fa anche capire il forte legame con questo paese oltre oceano. A Mario, perciò, la scrittura sembra necessaria: “penso di voler limitare queste note solo a me stesso, giacchè desidero e posso considerare un tratto di vita che m’appartiene e mi vede protagonista, molto spesso solo ed isolato. L’obiettività e la rigorosa esposizione non so fino a che punto possano essere ben aderenti alla realtà ed equilibrate. A distanza di 53 anni e più anni esiste il rischio d’aver deformato, inconsciamente, il ricordo del passato e d’averlo interiorizzato lasciando emergere qualcosa più di altro. Perchè lo faccio? Non lo so. L’ordinare i ricordi di un certo periodo vissuto a volte con rabbia, altre pervaso di misticismo o incertezze, mi sollecita, quasi a fare un bilancio d’una partita di cassa”.
Ovviamente i ricordi, purtroppo, diventano meno nitidi con il passare del tempo: molte cose, i fratelli Giacchetti, tra cui le date precise le hanno dimenticate. La figlia Maria, infatti, lamenta di non aver scritto i racconti di genitori e nonni: se l’avesse fatto non sarebbero svaniti. Per lo meno restano questi ricordi del papà. E forse per evitare di dimenticare anche questi, i fratelli Giacchetti hanno sentito la necessità di raccogliere gli scritti del padre in un libro per vederli tangibili. È un modo per rivivere la memoria del papà in ogni pagina ed in ogni parola, tutto scritto di suo pugno. E non a caso nella prima pagina, riportano una citazione come dedica “è il ricordo che costituisce l’essere umano… e le parole sono le tracce che lasciamo dietro di noi” (Susanna Tamaro).

Giulia Francescon

Grande interesse da parte degli studenti del “Renier” per il Centro studi sulle migrazioni “Aletheia” presentato all’interno di un progetto di Dolom.it

Dolom.it è il primo museo virtuale del paesaggio dolomitico, composto da materiali digitali co-creati da centinaia di studenti, professori, associazioni e appassionati di cultura, storia e ambiente del territorio dolomitico. Un museo che racconta il paesaggio attraverso gli occhi dei suoi abitanti e permette loro di studiarlo, reinterpretarlo e sentirlo proprio impiegando media e percorsi di rielaborazione espressiva dalla parola scritta alla performance teatrale. Nel 2017 il museo virtuale ha promosso la prima edizione di Invasioni Digitali Dolomitiche, stimolando il pubblico a promuovere delle vere e proprie “invasioni organizzate” di musei, centri storici e itinerari naturalistici che hanno portato il paesaggio dolomitico al centro della vita quotidiana grazie all’attività sui social network.Il corso più recente, partito nel febbraio del 2018, coinvolge due classi dell’istitituto Renier  e prevede la valorizzazione di un sito estremamente importante per la storia medievale della Valbelluna: il castello di Cor.I ragazzi, dopo un inquadramento storico comune sull’Alto medioevo in Valbelluna, divisi in due gruppi, si sono concentrati sull’elaborazione di una invasione digitale del castello di Cor da una parte e sul ruolo degli archivi come poli di conservazione e fruizione del nostro patrimonio culturale dall’altra. In particolare il secondo gruppo è stato portato a riflettere sul ruolo fondamentale che le nuove tecnologie hanno per l’elaborazione di una strategia di valorizzazione del nostro passato. È in questo contesto  che si è inserito il direttore dell’Associazione Bellunesi del mondo Marco Crepaz che su invito dello storico Jacopo De Pasquale ha presentato agli studenti il Centro studi sulle migrazioni “Aletheia”,  che si occupa di archiviare on line e di rendere fruibile in tutto il mondo i ricordi e le vicende di tutte le famiglie bellunesi emigrate all’estero. Una presentazione che ha riscontrato grande interesse da parte degli studenti, tanto da rendersi subito disponibili a dare il proprio contributo per arricchire lo stesso archivio con materiale fotografico personale riferito ai loro parenti emigranti all’estero. Finita questa interessante presentazione i ragazzi si sono allenati ad archiviare in un ambiente di test una serie di materiali relativi al castello di Cor seguendo alcuni standard di catalogazione in uso in questo momento nel mondo. Il percorso, che continuerà anche nei prossimi mesi (conclusione giugno 2019), porterà gli studenti a creare un percorso di valorizzazione museale nel digitale del  castello di Cor volto a dare nuovo lustro ad uno dei siti più importanti ma meno conosciuti dal grande pubblico della nostra storia.

Il Centro studi sulle migrazioni “Aletheia” si presenta agli studenti del “Renier”

Non sempre un archivio deve essere visto come un luogo polveroso e noioso. Il Centro studi sulle migrazioni “Aletheia”, il nuovo strumento dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, vuole proprio eliminare questo cliché e lo farà martedì 19 marzo al Liceo statale “Renier” di Belluno. L’incontro, organizzato dalla Isoipse con la collaborazione dello storico Jacopo De Pasqule, ha l’obiettivo di presentare agli studenti un innovativo archivio fotostorico (Centrostudialetheia.it), che sta divulgando attraverso il web migliaia di documenti inerenti l’emigrazione bellunese. Il progetto sarà presentato dal direttore Abm Marco Crepaz.

«Sono davvero felice che il nostro nuovo archivio fotostorico entri nelle scuole», sono le parole del presidente Abm Oscar De Bona, «e sono convinto che da questo incontro nasceranno nuovi interessi verso un periodo storico, quello dell’emigrazione, ancora poco conosciuto e studiato».