Migrazione femminile. Il coraggio delle donne bellunesi.
Nonostante le migrazioni tra il XIX e il XX secolo siano state frequentemente caratterizzate da una componente maschile, non significa che le donne non abbiano partecipato a questo fenomeno. Semplicemente non se ne parla molto. Eppure, ci sono tanti esempi di donne che da sole hanno viaggiato, lavorato e lottato per la propria famiglia. Alcune sono rimaste, alcune sono partite. Ma tutte hanno avuto il loro ruolo importante.
Prendiamo, prima di tutto, l’esempio delle donne che sono rimaste. È vero: si potrebbe pensare che per le donne sia più semplice restare a casa senza dover affrontare i lunghi pericolosi viaggi ed emigrare all’estero. Per gli uomini che se ne vanno è decisamente difficile, le condizioni sono estreme e i mestieri pure, non sanno se torneranno e i pericoli sono ovunque. Ma si parla del XIX secolo. Per tutti ci sono pericoli e per tutti ci sono difficoltà. Non dobbiamo guardare quel periodo con i nostri occhi del XXI secolo. Si tratta di una donna dell’800. Bisogna considerare alcuni fattori prima di giudicare. La donna del XIX secolo è vista come una nullità dalla società soprattutto se non sposata o senza una figura maschile adulta a proteggerla. Il suo scopo, come quello della famiglia in generale, è avere più figli possibili. Uno dei motivi è la necessità di avere aiuto nei campi e nella casa. In più, la mentalità è questa e per tutti è giusto così. Se il marito decide di emigrare, alla donna spettano compiti altrettanto difficili. Da sola doveva crescere i bambini, accudire il bestiame, coltivare il campo, svolgere le faccende in casa. Vive in una condizione di continuo pericolo senza una figura maschile perchè la moglie dipende dal marito. Inoltre, si invecchia facilmente, ci sono molte malattie e scarsa igiene. L’energia che ha una donna adesso di 50 anni, all’epoca non è concepibile.
Alcune donne, invece, hanno un diverso tipo di coraggio e decidono di partire. Vengono in mente le venditrici ambulanti. Non sono solo gli uomini a girare tentando di vendere la propria mercanzia. Alla pari degli uomini cròmer, troviamo le donne cròmere. Il loro nome deriva dal tedesco Kram (merce). Le donne cròmere sono originarie soprattutto di Lamon o Sovramonte, partono verso la primavera e sono capaci di attraversare la pianura Padana, raggiungere la Svizzera o il sud della Francia per poi ritornare in autunno. Trasportano la casséla sulle loro spalle piena di oggetti da vendere. Con il tempo riescono ad organizzarsi sempre di più, imparando a spostarsi in treno e restano insieme in piccoli appartamenti-magazzini. Anche le nerte sono venditrici ambulanti: originarie solitamente di Erto e Casso, viaggiano trasportando la gerla contenente utensili di legno costruiti dagli uomini. La presenza femminile si riscontra anche nelle miniere in Belgio o in Francia. Nonostante siano gli uomini a dover scendere nelle viscere della terra, le donne restano in attesa che il carrello sia riempito con il materiale tolto nella costruzione di gallerie o cunicoli per poterlo poi svuotare. Un lavoro decisamente pesante…
Un altro esempio, all’interno dell’emigrazione stagionale, troviamo le ciòde o ciodete: ragazze giovani le prime e ragazzine le seconde. Verso la primavera si allontanano dalle nostre zone per dirigersi a piedi verso il Trentino e Tirolo. Nei giorni festivi, nella piazza principale, i futuri “padroni” possono scegliere la ragazza da assumere come in un vero e proprio mercato. I loro compito lavorativo gira attorno alla cura degli animali, dei campi e della casa.
Forse le balie è il mestiere che più si conosce. Anche questo fa parte della migrazione interna specialmente dalla prima metà del XIX secolo fino agli anni Cinquanta del Novecento. Un mestiere faticoso soprattutto dal punto di vista psicologico. Si parla di balie da latte quando si fa riferimento alle donne che sostituiscono nell’allattamento altre mamme di famiglie aristocratiche. I motivi possono essere vari: innanzitutto, la baia necessita denaro e risorse economiche per la propria famiglia, ma può capitare che la mamma non possa o non voglia allattare. La futura balia deve prima ottenere un certificato (Certificato di Sanità per esercizio baliatico) nel quale si conferma che ha da poco partorito e che è di sana e robusta costituzione. Da non sottovalutare l’impatto psicologico e i sensi di colpa nel dover abbandonare il proprio bambino e doversi dedicare ad un altro… Le balie asciutte invece, si dedicano ai figli altrui senza dover allattare.
Nel corso del XX secolo sempre molte più donne bellunesi emigrano verso l’Europa centrale e alpina. Sono impegnate in attività commerciali come nelle gelaterie cadorine e zoldane all’estero. Continua la presenza delle donne nelle grandi industrie tessili in Svizzera e il loro numero si intensifica nel secondo dopoguerra.
Tra tutte queste donne coraggiose, è impossibile non nominare Anna Rech. Originaria di Pedavena, resta vedova quando non ha nemmeno 50 anni. Sola, con 7 figli quasi tutti minorenni e analfabeta deve imparare a cavarsela senza la figura maschile adulta che tanto la società pensa sia fondamentale nella vita di una donna. Prende la sofferta, ma coraggiosa decisione di lasciare Belluno con i figli e cammina fino a Vicenza da dove prende il treno per raggiungere Genova. Qui viene scoraggiata perché una donna da sola non può farcela. La necessità di sopravvivere, però, è più forte e la famiglia si imbarca. Arrivano in Brasile, nella zona del Rio Grande Do Sul. È il 1876. Le viene assegnato un terreno che Anna scopre trovarsi in un punto strategico: vicino alla sua casa passano molti viandanti e viaggiatori. Il suo ingegno la porta a fare della sua abitazione una locanda, un punto di ristoro. Inizia ad essere un punto di riferimento per coloro che abitano nelle vicinanze anche grazie al contributo che offre come levatrice. Col passare degli anni è sempre più conosciuta e amata e attorno a lei vengono ad abitare molte altre famiglie. Questo getta le basi per una futura cittadina che prende il nome proprio da Anna. Impossibile non riconoscere il suo coraggio…
Di figure femminili forti e determinate ce ne sarebbero sicuramente tantissime. Purtroppo, non hanno avuto il giusto riconoscimento… Ma se ancora pensate che per la donna sia stato tutto molto più facile…. sarebbe meglio rileggere l’interno articolo daccapo.
Rachele De Maestri è nata a Quilmes in Argentina. Le sue origini, però, sono bellunesi. In questa intervista ci racconta la sua vita come italo-argentina, il suo amore per l’Italia e cosa ha significato per lei avere questa grande opportunità di crescere con due identità, due lingue e due culture diverse dentro di sé.
Le storie di Mario
Dolom.it è il primo museo virtuale del paesaggio dolomitico, composto da materiali digitali co-creati da centinaia di studenti, professori, associazioni e appassionati di cultura, storia e ambiente del territorio dolomitico. Un museo che racconta il paesaggio attraverso gli occhi dei suoi abitanti e permette loro di studiarlo, reinterpretarlo e sentirlo proprio impiegando media e percorsi di rielaborazione espressiva dalla parola scritta alla performance teatrale. Nel 2017 il museo virtuale ha promosso la prima edizione di Invasioni Digitali Dolomitiche, stimolando il pubblico a promuovere delle vere e proprie “invasioni organizzate” di musei, centri storici e itinerari naturalistici che hanno portato il paesaggio dolomitico al centro della vita quotidiana grazie all’attività sui social network.Il corso più recente, partito nel febbraio del 2018, coinvolge due classi dell’istitituto Renier e prevede la valorizzazione di un sito estremamente importante per la storia medievale della Valbelluna: il castello di Cor.I ragazzi, dopo un inquadramento storico comune sull’Alto medioevo in Valbelluna, divisi in due gruppi, si sono concentrati sull’elaborazione di una invasione digitale del castello di Cor da una parte e sul ruolo degli archivi come poli di conservazione e fruizione del nostro patrimonio culturale dall’altra. In particolare il secondo gruppo è stato portato a riflettere sul ruolo fondamentale che le nuove tecnologie hanno per l’elaborazione di una strategia di valorizzazione del nostro passato. È in questo contesto che si è inserito il direttore dell’Associazione Bellunesi del mondo Marco Crepaz che su invito dello storico Jacopo De Pasquale ha presentato agli studenti il Centro studi sulle migrazioni “Aletheia”, che si occupa di archiviare on line e di rendere fruibile in tutto il mondo i ricordi e le vicende di tutte le famiglie bellunesi emigrate all’estero. Una presentazione che ha riscontrato grande interesse da parte degli studenti, tanto da rendersi subito disponibili a dare il proprio contributo per arricchire lo stesso archivio con materiale fotografico personale riferito ai loro parenti emigranti all’estero. Finita questa interessante presentazione i ragazzi si sono allenati ad archiviare in un ambiente di test una serie di materiali relativi al castello di Cor seguendo alcuni standard di catalogazione in uso in questo momento nel mondo. Il percorso, che continuerà anche nei prossimi mesi (conclusione giugno 2019), porterà gli studenti a creare un percorso di valorizzazione museale nel digitale del castello di Cor volto a dare nuovo lustro ad uno dei siti più importanti ma meno conosciuti dal grande pubblico della nostra storia.