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“Cerca il tuo avo”. On line il nuovo strumento del Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia”. Da una ricerca di Luisa Carniel sull’emigrazione bellunese in Brasile caricati i primi 2500 record

In primo piano Patrizia Burigo, vice presidente Abm e, sullo sfondo in video conferenza, il consigliere Abm Luisa Carniel
In primo piano Patrizia Burigo, vice presidente Abm e, sullo sfondo in video conferenza, il consigliere Abm Luisa Carniel

Si chiama “Cerca il tuo avo” ed è il nuovo strumento del Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia”. Una banca dati in cui saranno riversate le informazioni contenute nei registri parrocchiali della provincia di Belluno. Navigando tra i campi si potrà conoscere data e luogo di nascita dei propri avi, oltre al registro parrocchiale di riferimento. In alcuni casi saranno presenti anche informazioni sulle rotte migratorie: spostamenti, viaggio per mare ed eventuali familiari al seguito.

Il progetto è stato presentato questa mattina presso la sede dell’Associazione Bellunesi nel Mondo. «Con “Cerca il tuo avo” vogliamo mettere a disposizione una banca dati indispensabile per chi vuole fare ricerca sul fenomeno migratorio bellunese, ma anche per i singoli discendenti desiderosi di ricostruire il proprio albero genealogico o scoprire in quale comune sono nati i propri avi – le parole della vice presidente Abm Patrizia Burigo – certo questo è solo l’inizio. Ci vorranno anni, costanza e pazienza per completare questa banca dati, ma dovevamo partire e così è stato».

L’inserimento dei dati sarà effettuato da volontari formati dal personale Abm e questi opereranno in tutto il territorio provinciale. «La situazione attuale, data l’emergenza Covid-19, non ci permette di affrontare a pieno regime la digitalizzazione dei registri, ma una volta passata questa pandemia l’operatività sarà al 100 per cento».

La banca dati del Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia” non parte comunque da zero. Attualmente infatti sono stati caricati oltre 2500 record di capifamiglia bellunesi emigrati in Brasile tra il 1875 e il 1950. Questo grazie al lavoro certosino del consigliere Abm Luisa Carniel che, in videoconferenza, ha illustrato la sua ricerca. «Le schede che ho attualmente caricato nel nostro database – ha sottolineato la Carniel – corrispondono a oltre 2500 nuclei famigliari bellunesi emigranti in Brasile. I campi compilati riguardano nome e cognome del capofamiglia;  soprannome se conosciuto; data di nascita; comune di nascita; località di residenza; anno di emigrazione; anno di morte; numero dei componenti il nucleo familiare; nome del vapore; traversata transoceanica; Stato e località di destinazione in Brasile; fonte; note: paternità, nomi e date di nascita dei familiari partiti in quella circostanza».

La ricerca può essere fatta inserendo, nel campo specifico, il cognome del capofamiglia emigrato, ma anche attraverso il nome, l’anno di nascita, il luogo di nascita o addirittura sommando i diversi campi appena citati.

In questa ricerca la Carniel ha consultato venticinque archivi parrocchiali presenti nelle zone del Feltrino, Valbelluna e Agordino, oltre all’archivio digitale brasiliano “Arquivo Nacional”, che le ha permesso di trovare le liste dei passeggeri dei bastimenti salpati per il Brasile, a partire dal 1876, e l’elenco degli emigranti ospitati presso le hospedarie. La sua analisi si è poi concentrata attraverso la lettura di numerosi volumi, riferiti all’emigrazione in Brasile, presenti nel catalogo della Biblioteca delle migrazioni “Dino Buzzati”.

«Dal mio studio si evince come per oltre il 60% degli emigranti si conosce il nome del vapore che ha permesso loro la traversata oceanica. Alcune curiosità? Il cognomi più diffusi sono Rech, Grando e Bof, mentre l’emigrante più anziano è Gioacchino Rech partito da Belluno all’età di 88 anni».

Questo e molto altro è fruibile on line. Basta entrare nel sito del Centro Studi sulle Migrazioni “Aletheia”. «Abbiamo anche attivato una serie di funzioni – le parole di Marco Crepaz, direttore Abm – affinché tutti i record siano costantemente aggiornati. Per questo motivo in ogni scheda è presente un form in cui si lancia l’invito a inviarci eventuali correzioni o aggiunte da fare. Da sempre la nostra Associazione crede nell’interattività e nella condivisione con i propri soci e, in questo caso, utenti».

«Inoltre – conclude Crepaz – è attiva anche una chat per supportare gli utenti nella loro ricerca in particolar modo riferita ai cognomi. In molti casi infatti il cognome all’estero veniva modificato o storpiato».

Questo il link per accedere direttamente allo strumento “Cerca il tuo avo”: www.centrostudialetheia.it/archivio. Per maggiori informazioni è possibile inviare una mail a: aletheia@bellunesinelmondo.it o contattare gli Uffici ABM al +39 0437 941160.

Questa è la storia di Roberto Dall’Asen

Roberto Dall'Asen
Roberto Dall’Asen

Nel giugno del 1973 Roberto Dall’Asen giunse nell’umida e piovosa Formosa, per partecipare ai lavori di costruzione di una diga, a circa 90 km da Tai-Chang. Qui trovò moltissimi militari: l’isola era allora una base per l’intervento americano in Vietnam. Erano giorni di intensa umidità e piogge continue. Nel 1975, Roberto volò in Sudafrica, per partecipare alla costruzione di un’altra grande diga, e della relativa centrale elettrica, al confine fra Namibia e Angola. I lavori furono realizzati in una zona isolata del Paese: la città più vicina si trovava a 900 km di distanza. La Namibia, ex colonia tedesca, era in quegli anni amministrata dal Sudafrica. Il Sudafrica dell’Apartheid razzista si mostrò subito all’arrivo all’aeroporto di Johannesburg: nella fila sbagliata fu trattenuto da una guardia che controllava l’effettiva separazione di bianchi e neri.

Lavorando al confine con l’Angola, Roberto fu presente a un evento storico: l’arrivo dei militari cubani, con l’Operaciòn Carlota, che portò nel paese più di 50.000 cubani in soli 15 giorni.

Il conflitto fu lungo e vide coinvolti, da un lato Cuba e Unione Sovietica, e dall’altro Stati Uniti e Sudafrica: si giunse alla firma di un accordo di pace solo nel 1988. All’arrivo dell’esercito cubano, i lavori di costruzione della diga furono interrotti per due settimane. I militari cubani si limitarono poi a sequestrare le macchine fotografiche, e presto i lavori ripresero lì dove erano stati interrotti.

Nell’aprile del 1978, Roberto volò in Iran, a Ahvaz, per la costruzione di silos per stivare zucchero e caffè. L’Iran, allora governato dallo Scià di Persia, aveva tentato con la rivoluzione bianca di portare avanti riforme sociali e economiche, ma la protesta popolare verso il governo dello Scià, iniziata già negli anni Sessanta, era cresciuta. L’ayatollah Khomeyni, uno dei leader della protesta, nel 1964 fu esiliato in Iraq, ma continuò da lì a fomentare le proteste. La risposta fu un inasprimento del regime dello Scià: nel 1978 la polizia di regime sparò sui dimostranti scesi in piazza. In quei giorni, il cantiere dove Roberto lavorava venne bloccato, in concomitanza con l’evacuazione delle principali ambasciate. Con i suoi colleghi riuscirono a fatica a raggiungere l’aeroporto di Teheran, dove restarono bloccati per alcuni giorni, insieme ad altri cittadini europei. Un volo inviato appositamente dall’Italia permise loro di far ritorno a casa. Le proteste in Iran andarono avanti e nel 1979 si giunse all’instaurazione della Repubblica Islamica dell’Iran di Khomeyni.

All’inizio del 1980, Roberto si spostò in Libia, governata dal regime di Gheddafi, per partecipare ai lavori per la costruzione di un ospedale a Bengasi. Nonostante la repressione interna, la nazionalizzazione di imprese e di possedimenti italiani, era ancora un Paese tranquillo per gli stranieri e per gli italiani che vi vivevano. Il viaggio successivo fu in Camerun, nell’Africa equatoriale, caratterizzata da precipitazioni abbondantissime durante la stagione delle piogge, da marzo a ottobre. Qui partecipò ai lavori per la costruzione di una diga a circa 80 km da Douala, in un villaggio sul fiume Wouri. Nel luglio del 1981, fu in Algeria, nelle vicinanze di Costantina.

Dopo una guerra civile scoppiata nel 1954, l’Algeria aveva ottenuto l’indipendenza dalla Francia all’inizio degli anni ’60.

Era un Paese che rivendicava già le sue origini arabe con forza: bisognava fare attenzione a non incorrere in incidenti con i locali ancora in rivolta contro i dominatori stranieri. Nel 1983, tutta la famiglia, me compresa, volò in Botswana. Qui mio padre, Roberto, lavorò alla costruzione di una strada che attraversa il Botswana collegandolo allo Zimbabwe, a circa 150 km dalle Victoria Falls. Io avevo due anni e mia sorella sei. Raggiungemmo il nostro villaggio, nei pressi del delta Okavango, con un lungo tragitto in jeep, su strada sterrata, e lì, vicino a noi, vivevano ippopotami, zebre ed elefanti.

Stefania Dall’Asén – Theblogconnections.com

Il ricordo di Giacobbe Capraro

Giacobbe Capraro
Giacobbe Capraro

Sono nato a Cet (Belluno) il 28 ottobre 1944. Dopo aver frequentato dei corsi serali a Belluno come apprendista, ho ottenuto il diploma di muratore. A 17 anni è iniziata la mia storia di emigrante. Prima ho lavorato per due anni come muratore in un’impresa di Bienne, poi a 19 anni sono andato a Ginevra, dove ho lavorato sempre come muratore, frequentando inoltre la scuola federale di capocantiere, cosicché a 25 anni ho iniziato a lavorare come capocantiere. Ho sempre eseguito dei lavori in condomini.

All’età di 30 anni ho cambiato impresa e sono passato alla Losinger, per la quale ho lavorato per 33 anni, prima come capocantiere nelle grandi opere e poi anche come consulente.

A 23 anni mi sono sposato con una donna svizzera, ma figlia di un emigrante piemontese, e ho avuto due figli, Bruno e Marisa, che mi hanno regalato la gioia di diventare nonno di due nipotine, Laura e Luana. In Svizzera mi sono sempre trovato bene e ho saputo integrarmi, anche se la nostalgia dell’Italia non è mai mancata, tanto che ogni anno tornavo a trovare i genitori e i parenti. Quando sono partito non avevo progetti precisi in mente, ma una volta sposato ho deciso di rimanere, perché in Svizzera avevo la garanzia di una maggior sicurezza per quanto riguardava il lavoro.

Ho sempre frequentato le assemblee e le iniziative della famiglia bellunese di Ginevra, nata nel 1967, e nel 1999 ne ho assunto la presidenza, cercando di proseguire nel percorso tracciato negli anni precedenti e di mantenere consistente la partecipazione alle attività. Ricordo che in ogni Cantone era presente una Famiglia bellunese. I bellunesi che sono in Svizzera sentono sempre un forte legame di appartenenza con la terra di origine, anche se certamente dopo tanti anni le cose cambiano e con la vecchiaia si fa un po’ più fatica a tornare a Belluno.

Storia raccolta da Simone Tormen

Volare bellunese. L’aeroporto di Bariloche

Aeroporto di Bariloche. L'ing. Antonio Dal Mas con Bruna Giacori, alla sua sinistra, e Pier Luigi Pasini, alla sua destra
Aeroporto di Bariloche. L’ing. Antonio Dal Mas con Bruna Giacori, alla sua sinistra,
e Pier Luigi Pasini, alla sua destra

Tutti o quasi conoscono la storia di Primo Capraro, “El Emperador” di una famosa località turistica ai piedi delle Ande soprannominata la Cortina d’Ampezzo del Sud America: San Carlos de Bariloche. E se oggi numerosi viaggiatori da tutto il mondo trascorrono a Bariloche le proprie vacanze, una parte di merito va data agli emigranti bellunesi. Uno in particolare, un ingegnere nato nel 1910 di nome Antonio Dal Mas. Come mai?
Il contesto è questo: negli anni ’40 Bariloche era dotata di impianti sciistici, le sue bellezze naturali attiravano persone sia in estate che in inverno, ma c’era un problema: per raggiungerla servivano due giorni di viaggio da Buenos Aires, distante circa 1.600 chilometri. Non c’erano alternative, bisognava dotarsi di un aeroporto. L’appalto dei lavori venne affidato a un’impresa francese, la Picot, che tra i suoi dipendenti aveva proprio Dal Mas. Le operazioni presero avvio nel 1949. E qui, altro dilemma: la Picot non disponeva di operai specializzati in loco. Quindi? Bisognava assumere emigranti. Da dove? Da Belluno. Dalla nostra provincia arrivarono i tecnici e gli operai che si occuparono delle costruzione.
L’apertura avvenne nel 1953 e fino al 1982 l’opera che collega San Carlos al resto del mondo portò il nome dell’ingegnere che ne aveva progettato e diretto i lavori: il “nostro” Antonio Dal Mas.

Lacrime bianche. Il doloroso fenomeno del baliatico bellunese fra XIX e XX secolo

Torino, anni '20. Amabile Giacoma Reolon, di Madeago, balia "asciutta" di tre bambine.
(Per gentile concessione di Paola De Biasio)
Torino, anni ’20. Amabile Giacoma Reolon, di Madeago, balia “asciutta” di tre bambine.
(Per gentile concessione di Paola De Biasio)

“Són rivàda a Bologna che ere tuta móia, negàda, parée péna gnésta fòra da ʼn mastèl”.

Si commuove, nel ricordarlo, un’anziana signora della casa di riposo di Trichiana, quando, qualche anno addietro, mi racconta questa sua penosa esperienza. Bagnata dal seno in giù – continua la mia interlocutrice – a causa dell’abbondante fuoriuscita di latte, e dal seno in su, dal fiume di lacrime versate durante tutto il viaggio. Era stata costretta, suo malgrado, a fare da nutrice a un bambino che non era il suo, mentre il proprio figlio, giocoforza, era stato lasciato in mani altrui, in una situazione di precarietà e incertezza.

Il baliatico, ovvero l’allattamento di un bambino che non è il proprio, sia come atto filantropico, sia come prestazione remunerata, è un fenomeno dalle origini antichissime. Il ricorso all’allattamento da parte di una nutrice altra, avveniva, perlopiù, per prematura scomparsa della madre naturale, a causa del parto o durante il puerperio. Giova ricordare come il parto costituisse, ancora nell’Ottocento (l’istituzione del servizio ostetrico per i poveri risale al 1865) e nel primo Novecento, in cui l’assistenza era spesso svolta da levatrici “self-made” coadiuvate dalle donne di casa, un evento potenzialmente rischioso, come testimoniano l’elevata mortalità neonatale e anche, seppur in minor misura, puerperale.

In un primo tempo, l’esercizio del baliatico ha interessato soprattutto l’allattamento dei cosiddetti “esposti”, termine, invero poco acconcio, con cui erano chiamati i neonati abbandonati, in genere nella “ruota” degli istituti caritatevoli e presso le chiese, o comunque affidati agli enti di pubblica beneficenza. L’allattamento degli infanti era affidato, sia che avvenisse presso il brefotrofio, sia a domicilio di chi lo prendeva in carico per il periodo necessario, a nutrici del circondario verso un modesto compenso. Era questa una forma di baliatico definito “mercenario”, in quanto prevedeva un ristoro economico per la prestazione resa.
In tempi più recenti, dalla fine dell’Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento, ha preso sempre più campo il fenomeno del baliatico privato, ovvero l’allattamento di un neonato attraverso un accordo bilaterale fra la famiglia richiedente e quella della candidata balia. Questa formula ha contraddistinto in maniera significativa l’esercizio di tale pratica nel nostro territorio, segnatamente nel Feltrino e nella Val Belluna, dando origine a una nuova e diversa forma di emigrazione femminile.

La balia Luigia Zanella con in braccio il piccolo Iaco Gualdoni, anno 1930. (Archivio Comitato frazionale San Leonardo di Cesiominore, pubblicato in Civiltà contadina e storie di emigrazione, testo curato e scritto da Loris Zanella; testimonianze raccolte da Sergio Battistella e Dino Zanella; Rasai di Seren del Grappa: DBS, 2014, pag.94)
La balia Luigia Zanella con in braccio il piccolo Iaco Gualdoni, anno 1930. (Archivio Comitato frazionale San Leonardo di Cesiominore, pubblicato in Civiltà contadina e storie di emigrazione, testo curato e scritto da Loris Zanella; testimonianze raccolte da Sergio Battistella e Dino Zanella; Rasai di Seren del Grappa: DBS, 2014, pag.94)

Il baliatico è stata una forma di emigrazione essenzialmente interna, anche se non sono mancati casi in cui la nutrice si è recata all’estero (tipici i casi di balie venete e friulane recatesi in Egitto, perlopiù a servizio di famiglie europee). Un’emigrazione sui generis, naturalmente solo femminile, in cui i tempi non erano dettati dalla stagionalità dei lavori, ma regolati dai ritmi biologici della donna. Questa non forniva una forza lavoro, bensì “vendeva” il prodotto del suo essere donna e madre.

Il comportamento di una mamma che lascia in mani altrui il proprio figlio per allattarne un altro, estraneo, appare di difficile comprensione.

Quali sono le cause che hanno determinato tale fenomeno, i cui effetti hanno segnato così profondamente i rapporti all’interno del nucleo familiare?

La situazione economica di molte famiglie, in particolare braccianti, mezzadri e piccoli proprietari, era a quel tempo assai problematica, con punte di acuta criticità, quando non addirittura di mera sussistenza. In un periodo in cui, per vari motivi, l’emigrazione maschile segnava il passo privando il nucleo familiare di preziose rimesse, si era affacciata sul mercato del lavoro una nuova ed economicamente allettante opportunità d’impiego temporaneo: quella delle balie da latte.

La richiesta proveniva dalle famiglie benestanti dell’aristocrazia e della borghesia delle città venete e dell’Alta Italia ed era mirata a garantire ai loro pargoli il “buon latte di montagna”. Ma perché questi bambini non erano allattati dalle proprie madri? Perché queste famiglie si rivolgevano alle balie? È una cosa che sfugge. Lo si può capire se la madre era morta a causa del parto, o non aveva latte, o le sue condizioni psicofisiche non lo permettevano, ma in tutti gli altri casi? Pare assodato che le signore, con il beneplacito dei rispettivi mariti, non volessero sciupare il proprio seno e avere vincoli che pregiudicassero gli agi cui erano abituate e ostacolassero la partecipazione agli eventi mondani che la loro condizione “imponeva”.

Ecco quindi che il messaggio trasmesso non resta inascoltato e sono più d’una le puerpere, anzi le famiglie delle puerpere, che prendono in considerazione una tale eventualità. E, strano a dirsi, ma non sorprende più di tanto, sono gli uomini ad occuparsi degli aspetti relativi a questa contrattazione, sia da parte dell’una come dell’altra famiglia. La decisione di andare balia non competeva infatti alla donna, ma al suocero, ancor prima che al marito. La famiglia patriarcale, allora in voga, era un’istituzione gerarchica e maschilista; quella nucleare era in divenire.

Angela Budel, balia di Cesiomaggiore presso la contessa Nina Dalla Chiesa. Il bambino sulla destra è il futuro Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
(FASF-Raccolta Biblioteca Civica Cesiomaggiore)

Per andare balia occorrevano comunque determinati requisiti, sia fisici, sia morali. La nutrice doveva essere di bell’aspetto, florida, sana e di sani principi e, naturalmente, ottima produttrice di latte. Le balie feltrine e bellunesi erano particolarmente ambite, forse perché, con malcelata allusione, si riteneva che la loro zona d’origine – un’ampia e amena vallata adagiata tra i monti – non potesse che crescere fanciulle belle e prosperose dai cui seni sarebbe sgorgato copioso e nutriente latte.

L’arruolamento poteva seguire più strade: le referenze di una parente che già era stata balia, il mandato a un medico che si prestasse a tale incombenza, il ricorso alle cosiddette metinène (collocatrici di balie) e, più tardi, il rivolgersi all’Ufficio per il Baliatico, all’uopo istituito.
Anche se erano state superate alcune ancestrali credenze secondo le quali l’assunzione del latte avrebbe potuto trasmettere al poppante le caratteristiche fisiche e caratteriali della nutrice, altre ne permanevano. Per esempio, si riteneva ancora che il latte delle donne more fosse più nutriente, quello delle bionde più leggero, mentre le rosse tendevano a essere escluse a causa della loro presunta sgradevole traspirazione cutanea: tutte illazioni prive di fondamento scientifico.

Prerequisito fondamentale era la visita medica che doveva attestare l’idoneità psicofisica e l’assenza di malformazioni fisiche e malattie contagiose. La qualità del latte, prima dell’introduzione di appropriati strumenti di analisi, veniva testata con vari metodi empirici fra cui quello della prova dell’unghia. Esso consisteva nel depositare sull’unghia del pollice una goccia di latte; se, inclinandolo, la goccia scorreva troppo velocemente, il latte era considerato poco nutriente, se scorreva troppo lentamente, era considerato poco digeribile: doveva presentare la giusta viscosità. Superata, non senza imbarazzo, la visita medica e raggiunto l’accordo con il datore di lavoro, la balia era pronta per partire, vittima sacrificale di una realtà in cui “la miseria inghiottiva i sentimenti” (M. Claretti).

La partenza era il momento più traumatico. Doversi allontanare dalla propria creatura dopo soli pochi mesi di allattamento, “abbandonarlo” in mani altrui, per quanto fidate, per andare ad allattare un altro pargolo che le era completamente estraneo, provocava nella povera balia un’ambascia indicibile. Il momento del distacco è sempre doloroso per qualsiasi forma di emigrazione, specie se indirizzata verso mete incerte e sconosciute, ma quello della balia è particolare, perché è vissuto come un atto di abbandono (anche se tale non è) ed ella non riesce a sottrarsi al senso di colpa che la accompagnerà per tutto il periodo del baliatico e che si acuirà ogni qualvolta il nuovo lattante le si attaccherà al seno. La balia sa che per il suo bambino la situazione è ben diversa: nella migliore delle ipotesi è affidato a una nutrice del posto che lo allatta in aggiunta al suo, o il cui bimbo ha iniziato lo svezzamento; diversamente, è inevitabile il ricorso al latte di vacca (o di capra) diluito o allo svezzamento precoce, con i rischi che, in entrambi i casi, ne conseguono.

A ciò si aggiunge il grande disagio dovuto dal radicale cambiamento di contesto sociale, il trovarsi come catapultata in una realtà completamente nuova e diversa da quella da cui era partita. In precedenza non era uscita neanche dal “cortile di casa” e, come d’improvviso, si ritrovava in una grande città, in un ambiente ampio ed elegante, al cospetto di persone la cui lingua (l’italiano) le era sconosciuta. Era quindi sottoposta agli adempimenti di rito che contemplavano un’altra visita medica, la vestizione (quasi un cerimoniale di iniziazione al nuovo ruolo), l’assegnazione dell’alloggio e del mansionario. Infine, le era consegnato il pargolo da allattare e accudire. La sua condizione era costellata di restrizioni: non le erano consentiti rapporti con l’esterno (salvo le passeggiate al parco con il bambino dove s’incontrava con altre nutrici), non poteva vedere il marito e i figli, tutta la sua giornata era vissuta in funzione delle esigenze del bambino che le era stato affidato: una sorta di simbiosi balia / “baliotto”.

Maria Canova, da Mugnai di Feltre, balia da latte di Luchino Visconti, in una foto del 1903.
(Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi)
Maria Canova, da Mugnai di Feltre, balia da latte di Luchino Visconti, in una foto del 1903.
(Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi)

La balia si trovava dunque in uno stato di segregazione dorata. Data la sua funzione, il trattamento riservatole era di prim’ordine, sia sotto l’aspetto economico, sia sotto quello del vitto e dell’alloggio. Rispetto al resto della servitù, la sua posizione era privilegiata: il suo stipendio era più alto, il cibo, pur nell’osservanza di una dieta mirata, era di qualità, il vestiario assegnatole, tipico della balia, oltre che funzionale all’allattamento, era sobrio e financo ricercato, volto a esibire il prestigio sociale della famiglia.

La balia inoltre, specie quando usciva, era agghindata con monili di pregio: collane di corallo o di granate in pendant con gli orecchini (che a volte erano in filigrana d’argento dorata), spilloni con capocchia sferica in filigrana e tremuli (aghi terminanti con una molla recante un fiore o un animaletto stilizzati, perlopiù in filigrana, che ondeggiavano con i movimenti del capo) a trattenere la cuffia e l’acconciatura. Alcuni di questi gioielli, più o meno preziosi a seconda delle disponibilità e della generosità della famiglia, le venivano donati in occasioni particolari (quando il bambino pronunciava la prima parola, o spuntava il suo primo dentino), altri, a volte, al momento del commiato, assieme al vestiario.

Concluso il periodo dell’allattamento, la cui durata era mediamente di dodici/quindici mesi, salvo la permanenza non si protraesse in veste di “balia asciutta”, si preannunciava il momento del ritorno, a sua volta problematico e irto di difficoltà. Era un percorso a ritroso. Se le prospettive dell’andata erano, almeno alla prima esperienza, tutte da scoprire, il ritorno si presentava ben delineato e chiaro nei suoi contorni: da un lato, la gioia di riabbracciare il/i proprio/i figlio/i, dall’altro la consapevolezza di reimmergersi in un mondo totalmente diverso fatto di fatiche e di rinunce. Poteva anche capitare che il figlio non ci fosse più, che una malattia se lo fosse prematuramente portato via, nel qual caso la perdita le sarebbe stata tenuta nascosta per timore che il trauma potesse compromettere il suo equilibrio psicofisico e conseguentemente determinare la perdita del lavoro. Era questa una sorpresa crudele e immeritata, in cui al dolore si sommava il senso di colpa, invero mai sopito, che riemergeva in tutta la sua intensità emotiva, facendo precipitare la povera balia in uno stato di angoscia e di prostrazione.

Ma quand’anche quest’evenienza estrema non si fosse verificata, il ritorno in famiglia si rivelava comunque difficile, soprattutto nel riallacciare i rapporti umani e affettivi con i familiari e in particolare con i figli: era questo il vero scoglio da superare, più che il ritorno al sistema di vita pre-baliatico. Per i figli, infatti, in particolare per l’ultimo nato, la balia era praticamente un’estranea; il loro affetto si era riversato, com’è comprensibile, verso la persona che li aveva accuditi. Riconquistare il loro amore era impresa ardua, resa a volte impossibile da nuove e prolungate ripartenze. Sotto questo aspetto, fra tutte le forme di emigrazione, sempre dolorose, quella della balia è sicuramente la più dura e lacerante, quella che marchia indelebilmente la sua vita, il suo essere, la sua anima. Con il crescere e maturare i figli comprenderanno, riconosceranno il suo sacrificio, le esprimeranno gratitudine, ma la recisione del cordone ombelicale non potrà più essere completamente risaldata. La frattura che la separazione ha prodotto all’interno del nucleo familiare risulterà insanabile. La balia porterà questo peso per il resto della vita.
Per contro, ella nutrirà, ricambiata, specialmente se il rapporto era proseguito come balia asciutta, un particolare rapporto affettivo con il “figlio di latte” e la sua famiglia: quasi fosse un’ancora a cui aggrapparsi, un modo per dare ossigeno ai propri insopprimibili sentimenti materni, una sorta di inconscia compensazione. È un affetto autentico e duraturo, anche se non potrà mai surrogare quello verso il figlio naturale. Il ritorno riservava dunque alla balia una duplice sofferenza: quella di non essere riconosciuta e accettata dal proprio figlio e quella di aver dovuto lasciare il bambino allattato cui si era affezionata e che le si era a sua volta affezionato. Ha sofferto la genitrice balia, hanno sofferto i figli naturali e di latte: è la dura legge del distacco.

Visto da fuori, il baliatico si presenta come un fenomeno complesso, caratterizzato da risvolti sociali importanti e contradditori. Sono soprattutto il ceto conservatore e la Chiesa ad avversare, sia pure con accenti diversi, la diffusione di tale pratica. Secondo Antonio Maresio Bazolle, possidente e cronista ottocentesco, non sarebbe tanto “il bisogno” a spingere le madri di basso ceto sociale a intraprendere la via del baliatico mercenario, quanto la prospettiva di un lavoro agiato, ben remunerato e svolto all’interno di un ambiente socialmente elevato. È una critica severa e ingenerosa, un’autentica invettiva contro queste madri considerate poco amorose verso i figli e proclivi alle novità, al lusso e alla vanità.

Di diverso tenore la posizione dei parroci, secondo i quali era moralmente inaccettabile che una madre potesse rinunciare, per quanto spinta dal bisogno, ad allattare il proprio figlio per allattarne uno non suo. Essi temevano, inoltre, che questa esperienza potesse “straviare” la donna, influire negativamente sulla sua personalità, minare l’integrità della famiglia tradizionale e l’assetto della società. Erano preoccupazioni legittime e comprensibili quelle dei parroci, tipiche di una società tradizionalista, radicata su valori etici sedimentati e conseguentemente diffidente e refrattaria al cambiamento.

Quella della balia, da qualsiasi angolo la si osservi, è stata un’esperienza dolorosa, sofferta, carica di implicazioni interiori: merita non solo comprensione, ma riconoscenza.

Il baliatico è stato un’esperienza che ha permesso alla donna di conoscere un contesto diverso, forse nemmeno immaginato; una realtà distantissima dalla sua quotidianità angusta, subordinata, ritenuta immutabile e accettata con rassegnazione. Un’esperienza che, come nelle altre forme di emigrazione femminile (ciòde, serve, operaie), le ha fatto acquistare consapevolezza della sua condizione e ha innescato quel processo di emancipazione e autodeterminazione che la porterà a conquistare, nella gerarchia di genere, un ruolo di maggiore dignità e potere.

La strada che ha portato la donna, in particolare la donna rurale e montanara, ad affrancarsi dalla sua condizione di subalternità generalizzata, a valutare criticamente precetti morali e sociali ritenuti intoccabili e a ribellarsi al suo status esistenziale cui si era, da tempo immemorabile, assuefatta, è stata lunga e lastricata di ostacoli, di fatiche e di umiliazioni. Quella della balia lo è stata in modo particolare, lasciandole uno strascico di amarezza e cicatrici profonde, negli affetti e nello spirito.
La balia è la figura che, forse più di ogni altra, può essere assunta a paradigma del processo evolutivo che ha trasformato la donna da “oggetto” di prestigio a simbolo di riscatto femminile.

Lois Bernard