L’uomo che ha bucato il mondo

È stato definito “L’uomo che ha bucato il mondo”. Così si intitola la biografia che racconta la sua storia di successo professionale. Ancor più significativo, però, il sottotitolo dell’opera (di Eugenia Scarino, Il Calamaio, 2016): “storia di orgoglio italiano”. E, aggiungiamo noi, di orgoglio bellunese. Perché stiamo parlando di Riccardo Lovat, nato a Sedico nel 1928, inventore ed esportatore in tutto il mondo della talpa meccanica, la fresa che permette la meccanizzazione completa dello scavo dei tunnel.

Dopo aver lavorato sia come minatore che come elettricista, poco più che ventenne Riccardo emigra in Canada, dove con diversi incarichi è alle dipendenze di un impresario di Toronto specializzato in opere sotterranee. Proprio qui diviene presto responsabile dei lavori e nel frattempo inizia i suoi studi per lo sviluppo di metodi innovativi per lo scavo, progettando e fabbricando attrezzatura con cui affrontare le difficili condizioni delle gallerie.

Ecco che nel 1963 crea l’impresa “Richard Machinery and Repair Ltd”: riparazioni di macchinari pesanti e costruzione su misura di attrezzatura da galleria. È la fase ideale per mettere alla prova le sue intuizioni sulle macchine da scavo, e per affinare la sua tecnologia per la costruzione di “tunnel boring machines”, frese scudate per lo scavo di gallerie.

Nasce così (anno 1972) la “Lovat Tunnel Equipment Inc.” per rispondere alla crescente richiesta di macchine sempre più efficienti per la costruzione di gallerie. Lovat sviluppa e brevetta procedure e metodi per aumentare la produttività e al tempo stesso accrescere la sicurezza dei minatori in galleria, e la sua azienda concorre alla realizzazione di progetti rilevanti.

Alcuni esempi? Le metropolitane di Washington e Caracas, miniere di carbone e gallerie di drenaggio in Canada, sistemi idraulici nel Regno Unito, condotte forzate in Svizzera, i tunnel di servizio sotto l’aeroporto Barrajas di Madrid, acceleratori di particelle in Russia e i sistemi di drenaggio che scorrono sotto la Città del Vaticano.

È proprio il caso di dirlo: una storia di orgoglio italiano, e bellunese, nel mondo.

Canada, luglio 1993. La talpa meccanica e il suo inventore, Riccardo Lovat, in basso (a sinistra).

Centoquarantatré anni fa in Brasile

Erano ventuno famiglie. In tutto, centoquarantuno persone. Provenivano dalle province di Belluno, Vicenza, Treviso e Udine. Esattamente centoquarantatré anni fa, il 6 gennaio 1880 (questa la data ufficiale), fondarono Criciúma, nello Stato di Santa Catarina, una delle prime colonie italiane in Brasile.

«Contrariamente a numerose altre colonie (in particolare quelle del Rio Grande del Sul) – scrive Enzo Caffarelli nel Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo – non fu imposto al nuovo centro un toponimo italiano replicato; il nome è quello di una specie di bambù presente nella zona». 

Anche qui, come accadde un po’ in tutte le aree di insediamento degli immigrati italiani, i nuovi arrivati, trovatisi in mezzo al nulla, edificarono case, fecero sorgere strade, costruirono scuole e lavorarono come agricoltori. Dal 1890 contribuì alla crescita della comunità l’arrivo di tedeschi, polacchi e portoghesi.

São Simão, Criciuma, 1928. La famiglia di Antonio Zilli (di Ponte nelle Alpi) e Maddalena Bortoluzzi (di Soverzene). (Archivio Camillo e Patrizia Burigo)

Oggi Criciúma (oltre 190mila abitanti) è una delle più importanti città di Santa Catarina, sede di un’università e di numerose industrie. Rappresenta – rileva ancora Caffarelli nel Dizionario – «il principale centro della cosiddetta Região Metropolitana Carbonifera ed è grande produttrice di ceramiche per l’edilizia, plastiche, prodotti chimici e tessuti». 

Della sua area metropolitana fanno parte alcuni piccoli centri come Urussanga (gemellata con Longarone), Nova Veneza, Siderópolis (fino al 1943 Nova Belluno), Orleans e Araranguá. 

«I centri della cultura criciumense – citiamo ancora dal Dizionario – portano nomi italiani: il Teatro Municipal “Elias Angeloni”, che ospita tra gli altri il Festival Internacional de Corais e il Festival de Ballet Infantil; il Centro Cultural “Jorge Zanatta” con pinacoteca, galleria d’arte, laboratori culturali aperti al pubblico; il Museu de Colonização “Augusto Casagrande”, inaugurato nel 1980 in occasione del centenario della città, un antico edificio tipicamente italiano che accoglie documenti fotografie, arredi e strumenti di lavoro della fine del XIX e degli inizi del XX secolo».

Vie a Criciuma intitolate a discendenti degli emigranti longaronesi. (Archivio Camillo e Patrizia Burigo)

Informazioni tratte dal Dizionario enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo; Roma: SER, ItaliAteneo, Fondazione Migrantes, 2014.

Clough Creek – Benny Boye

Noi che eravamo effettivi alla base di Brass Terminal dovevamo spesso intervenire per riparazioni nelle varie flow station della società. Si trattava quasi sempre di emergenze e anche quella mattina, con un preavviso di un’ora, ci dissero che dovevamo attivarci con la massima urgenza. Un elicottero ci avrebbe prelevati e portati a Clough Creek. Poi, il giorno dopo, visto che era domenica e non c’erano elicotteri, ci saremmo mossi via fiume con il motoscafo fino a Benny Boye. Come di consueto, eravamo io e l’amico Fittaroli.

Lungo la rotta del nostro volo, il delta del Niger sembrava una palude immensa e abbondante, dove qua e là comparivano dei villaggi e, in mezzo alle foreste di mangrovie, spuntava qualche capanna.
Arrivati a Clough Creek, ci sbarcarono in tutta fretta, ci consegnarono la nostra borsa e ci indicarono la piattaforma in cui ci aspettava il problema da risolvere.

Passò circa una mezzora prima che riuscissimo ad arrivare ai generatori. Riparammo il guasto e a mezzogiorno, per quanto ci riguardava, il nostro lavoro era concluso. Convinti di ripartire nell’immediato pomeriggio per Benny Boye, constatammo invece che il Sea truck che doveva essere a nostra disposizione non era ancora arrivato. Anzi, non era neppure partito, e probabilmente sarebbe arrivato il giorno dopo. Ci mettemmo il cuore in pace, tanto ormai eravamo abituati a questi contrattempi.

Finalmente, nella tarda mattinata del giorno seguente, il nostro motoscafo arrivò. Chiedemmo al capitano se saremmo riusciti ad arrivare a Benny Boye prima del buio. Sapevamo, infatti, che viaggiare sul fiume di notte poteva essere molto pericoloso. Il capitano ci rispose affermativamente e ci fidammo. Partimmo prima del previsto e dopo un paio d’ore giungemmo all’entrata dello Swake River.

Privi di visuale, navigavamo completamente al buio, in una situazione molto pericolosa. In quel tratto non c’erano villaggi e se fossimo naufragati nessuno se ne sarebbe accorto.

Tutto sembrava procedere al meglio, senonché dopo qualche minuto di navigazione trovammo la via sbarrata da un’interminabile scia di tronchi. Tentammo in tutti i modi di superarli, ma quando rischiammo di restare bloccati decidemmo di svincolarci e giungemmo in un canale più largo. Dovevamo decidere se continuare o fare ritorno al punto di partenza. Il capitano disse che era meglio proseguire e, di nuovo, ci fidammo.

Il tempo passava e i canali si facevano via via sempre più stretti. Stava calando l’oscurità. Di lì a poco si sarebbe fatta notte e noi non eravamo provvisti di alcun lume. Privi di visuale, navigavamo completamente al buio, in una situazione molto pericolosa. In quel tratto non c’erano villaggi e se fossimo naufragati nessuno se ne sarebbe accorto.

Con questi pensieri in testa, e con qualche preghiera, avanzammo cercando di intuire la nostra posizione. Il capitano disse che secondo lui eravamo vicini all’entrata del grande canale che porta alla città di Warri, dunque in prossimità della meta. In una mezz’ora che sembrò eterna il motoscafo fece il suo ingresso nel canale più grande, dove nonostante l’oscurità potevamo comunque intravvedere qualcosa.

Dopo un’ora cominciarono finalmente a spuntare le luci della piccola insenatura in cui sorgeva il campo di Benny Boye. Ormai erano le dieci, ma per fortuna era andato tutto bene. E un’altra odissea era finita.

Giacomo Alpagotti

Giacomo Alpagotti

«Tante belle cose per le feste Natalizie e Capo d’anno»

Lettera alla madre scritta da Ferdinando e Apollonio Da Ronco, emigrati da Vigo di Cadore negli Stati Uniti.
Per gentile concessione della famiglia Nicolai.

Carissima Madre!
1909.
Hurley 29 Novembre
Noi stiamo bene e così speriamo sarà di voi e intera famiglia.

Si credeva di ricevere almeno un vostro rigo di questi giorni, ma giacché l’ora incalza e Natale s’avvicina, senza veder niente, abbiam voluto noi scuotere l’apatia e la pigrizia e rendervi partecipe di nostre nuove, ed anche di qualche sollievo pecuniario onde passare, come tutto fa sperare, le feste che s’avvicinano in armonia e pace, come di consueto, in tali occasioni. Qui tutto va meglio, cara madre; la prosperità, l’industria, ed il commercio aumentano sempre più, e l’occhio indagatore del finanziere prevede nel 1910 un grande impiego di mando d’opera con un adeguato compenso. Così le speranze deluse di tanti emigranti, potranno finalmente realizzarsi, che crediamo sarebbe quasi ora, dopo due anni di lungaggini e d’aspettative. Il tempo poi è pessimo da circa una settimana c’era un freddo e neve da gelare; ora fa quasi caldo, poiché la corrente d’aria viene dal Sud, e la neve s’è tutta sciolta.

«Così le speranze deluse di tanti emigranti, potranno finalmente realizzarsi, che crediamo sarebbe quasi ora, dopo due anni di lungaggini e d’aspettative».

Però cose passeggere, poiché il tempo qui è freddo ed originale, come gl’Inglesi, che ne abitano la terra in un’ora è capace condurvi dall’atmosfera quasi più calda, a quella più fredda. E giacché ci rammentiamo, il fotografo aveva ancora lastre fotografiche, per ritrarre la vostra fisonomia e quella della famiglia? Certo sì, ed io credo, che non farete a meno d’appagare nostre brame. Capite…. !

Novità qui niente; e là via?
È stato il terremoto in Cadore non è vero? Accluso qui troverete 3 vaglia postali; due da 100 dollari ed uno da 5 dollari. 
Con i 5 dollari, e con l’aggio degli altri 200 ne risultano lire 55.75 centesimi, delle quali potrete fare acquisto anche d’un po’ di vino, onde tenervi allegri.
Lasciando poi la preferenza ed il giudizio a voi che già lo sappiamo farete per bene.

Auguriamo tante belle cose per le feste Natalizie e Capo d’anno. Saluti a chi domanda di noi.
Appena ricevuto i denari scrivete.
Cordiali saluti a tutti di famiglia ed a voi un bacio di cuore dai vostri aff.mi figli Polonio e Nando.

Una piccola Belluno in Croazia

Sono nata a Pakrac, il comune di cui fa parte l’insediamento di Plostine, dove ho vissuto la mia infanzia e la mia giovinezza fino a quando mi sono sposata. A Plostine ho frequentato per quattro anni le scuole elementari (non c’era l’asilo), poi ho fatto i quattro anni delle medie a Pakrac. A scuola si parlava in croato. 

Mia mamma è croata, mio papà bellunese, per cui sapevo entrambe le lingue, ma ricordo che a Plostine c’erano dei miei compagni di classe che non conoscevano il croato, ma soltanto il dialetto bellunese. I primi emigranti avevano portato con sé solo il dialetto e perciò la lingua che si era tramandata alle generazioni successive era quella. Inoltre, tutti in paese, tra di loro, parlavano in dialetto ed è per questo che si è mantenuto nel corso del tempo. 

A scuola non eravamo in molti, c’erano circa dieci bambini per classe. C’erano anche bambini che venivano da Campo del Capitano, ma pochi perché lì c’era solo qualche casa. La gente a Plostine lavorava i campi, perché la terra è molto ricca, oppure andava a lavorare a Pakrac. 

La prima domenica di maggio, ogni anno si svolgeva la processione in paese, lungo la via. Era una tradizione portata avanti da molto tempo…

Mio papà, Ernesto Pierobon, aveva un bar, che si chiamava bar “Belluno”. Lo aveva aperto quando aveva circa venticinque anni, alla metà degli anni Sessanta, e vi ha lavorato fino alla pensione. All’inizio il bar si trovava dove aveva la casa, poi è stato spostato nella sede della Storica Famiglia Bellunese di Plostine. 
La prima domenica di maggio, ogni anno si svolgeva la processione in paese, lungo la via. Era una tradizione portata avanti da molto tempo. Con l’avvento del comunismo, però, era stata vietata la processione in strada e fino al ’93 la si faceva solo attorno alla chiesa. Dal ’93 si è ripreso a farla come una volta e c’è stata una grande festa per il ritorno di questa bella tradizione. 

Un’altra tradizione era la festa di Sant’Antonio, a giugno. Era la festa del paese. C’erano le bancarelle lungo la via, e ci si ritrovava in casa con tutti i parenti, che a volte arrivavano anche da Belluno. 

Il bar “Belluno” a Plostine

Da bambini, divertimenti non ce n’erano molti, si giocava in strada – macchine ne passavano poche e la strada è stata asfaltata quando io ero già grande – e con i giochi che ci costruivamo da soli. C’era molta collaborazione tra la gente, grande aggregazione e senso di comunità e il paese viveva in modo sereno. Alle feste si riunivano tutti e si cantava, c’erano addirittura due complessi musicali. La mattina di Capodanno, i musicisti, anziché andare a dormire, passavano di casa in casa per fare gli auguri e suonare qualche canzone, un tradizione che nel tempo si è persa. 

Quando c’era una festa, ad esempio un matrimonio, partecipava il paese intero e ci si ritrovava anche in quattrocento. Conservo un bellissimo ricordo del periodo della mia vita trascorso a Plostine.

Liliana Da Cas

Matrimonio a Plostine
Una processione religiosa dei bellunesi di Plostine, nel 1925 (immagine tratta da: Giuseppe De Vecchi, PLOSTINA – Un isola di Bellunesi in Slavonia – Storie di emigranti, 1987 – Cassa di Risparmio di Verona Vicenza e Belluno)