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Maria Maddalozzo

Maria Maddalozzo è nata il 26 settembre 1896 a Rocca d’Arsiè (Belluno), figlia di Giovanni detto Nani Pierotto, che i paesani ricordano come quel gentile uomo che batteva la stecca nell’orchestra della vecchia chiesa di Rocca. Nel gennaio 1923 Maria è emigrata in Canada per sposare Giovanni Maddalozzo nella chiesa del Sacro Cuore in Vancouver; originario anch’egli di Rocca d’Arsié, vi era nato nel 1914. Maria ha dedicato tutta la sua vita alla famiglia, ai suoi figli: Lina, Elio, Ernesto e Ida. Negli anni di emigrazione molti parenti ed amici hanno trovato ospitalità nella sua casa: così Maria e il marito aiutavano i nuovi emigranti. Nel 1991 ha festeggiato i 95 anni con autorità locali e figli, nipoti e pronipoti.

Fonte: BNM n. 12/1986 e n. 2/1992

Antonio Renon, Ottawa

Antonio Renon, da Ottawa (Canada), originario di Tiser, dopo gli auguri per l’anno nuovo e il ringraziamento per Bellunesi nel Mondo e per il calendario (“Tutto ciò mi riporta ai bei tempi che ricordo ancora chiaramente”) ha accolto il nostro invito, inviandoci la sua “storia di emigrante”, che qui riassumiamo.

“A sei anni cominciai ad andare a guardare le mucche al pascolo, assieme ad un anziano. Quindi, a dieci divenni conža (seggiolaio) con mio padre, prima in Toscana, poi nel Bresciano, dove nel 1943, lavorai nella gelateria di mio cognato. Dopo un periodo trascorso a casa, nel ‘44 fui di nuovo in gelateria e quindi ancora conža e nuovamente in gelateria, finché questa fu costretta a chiudere perché il proprietario del fabbricato aveva bisogno dei locali. Esonerato dal servizio militare (avevo il padre inabile e un fratello minorenne), nel 1947 partii per il Belgio (“braccia in cambio di carbone”), ma dopo un anno di lavoro da minatore mi trovai che non avevo più forze, e, dopo varie visite mediche, ritornai in Italia, da mia madre. Nel 1951 partii per il Canada, con destinazione St. Thomas (Ontario), prima come bracciante agricolo, poi come installatore di fognature e condutture d’acqua,e, più tardi, nel 1952, nel Nord Ontario, come boscaiolo in una ditta che aveva una cartiera che forniva la carta ai giornali di New York. Nel dicembre del 1958 partii per l’Italia per sposarmi, a Monza, con Daria, anche lei di Tiser, emigrata con la sua famiglia ancora nel 1942. Non mi fermai a lungo; d’accordo con mia moglie, decisi di ritornare in Canada per il clima, dato che non sopporto il caldo. Presi subito lavoro ad Ottawa e cominciavo ad imparare il mestiere di muratore, quando un’ulcera duodenale mi costrinse, su suggerimento del medico, ad un lavoro meno faticoso. Dato che avevo già la cittadinanza canadese riuscii ad ottenere un impiego come addetto alla pulizia e manutenzione di fabbricati, lavoro che praticai per ben 29 anni, fino al pensionamento, a 65 anni. Sono stato fortunato: non ho mai avuto infortuni sul lavoro, anche in mestieri pericolosi come minatore e boscaiolo (In Belgio mi sono salvato per tre minuti, grazie ad un sorvegliante). Mi scuso di questa lunga chiacchierata (ho fatto solo la quarta elementare e la quinta serale) e vi lascio con il rinnovo del mio abbonamento”.

Antonio Renon

Giancarlo Scopel

Terminai l’Istituto Tecnico “Rizzarda” di Feltre nel 1959. A quei tempi era una scuola molto quotata, soprattutto per gli emigranti. Di diciannove che eravamo in classe, in quindici o sedici andammo all’estero. Io andai subito in Svizzera, però mi stava stretta. Erano anni duri. In Svizzera a quel tempo noi eravamo gli zingari, nonostante fossimo giovani con voglia di inserirsi. Si aprì allora la possibilità del Canada. Mi considero fortunato, perché sono stato tra quelli che hanno potuto vivere l’esperienza delle ultime emigrazioni, quelle storiche. Viaggiai con il piroscafo “Saturnia”, e ci sbarcarono ad Halifax, alla famosa Pier 21.

Partii da Venezia. La nave andava a Patrasso, in Grecia, dove caricava altre persone, dopodiché andava in Sicilia, poi a Napoli, da Napoli a Gibilterra e infine ad Halifax. Da Halifax arrivammo a Toronto. Ci impiegammo tredici giorni. Eravamo tutti giovani a bordo, oltre 1000. C’erano bresciani, veneti, friulani. Quando arrivammo fu come ad Ellis Island, la cosa mi colpì molto. Furono gli ultimi anni, poi cambiarono sistema. Dopo un paio d’anni arrivarono lì anche altri miei amici, ma in aereo, la nostra emigrazione epica era terminata. Entrammo tutti in fila, spogliati, e ci visitarono, ci controllarono i documenti e dovevamo avere una trentina di dollari in tasca. Poi ci misero in un salone, ci diedero un badge con nome e cognome e dove dovevamo andare e ci caricarono sul treno.

A Toronto avevo un fratello emigrato nel 1956. Iniziò così la mia vita in Canada. Era la “mia” terra, l’apprezzai subito. Parlavo francese, ma non l’inglese, e ci tenni a impararlo.

Abitavo nell’Ontario, tre chilometri fuori della città, vicino a Toronto. Tutte le sere, dopo le mie otto ore di lavoro, anche in inverno, con meno 20, meno 30 gradi, con la bicicletta andavo a seguire le lezioni al College e questo mi diede la possibilità di imparare l’inglese molto bene e di inserirmi nella società. Dal punto di vista lavorativo eravamo portati su un piatto d’argento. Noi sapevamo lavorare e in Canada la meritocrazia esiste e ti permette di avere molta soddisfazione. A Toronto conobbi tanti feltrini e bellunesi. Nel ‘65, però, anche Toronto iniziò a starmi stretta. Feci mio il famoso detto “Go West, young man”. Partii con la macchina e attraversai tutte le praterie, da solo, facendo tredici giorni di viaggio. Volevo andare fino a dove terminava la strada e questo mi portò nel nord-ovest della British Columbia. Lassù la strada terminava.

C’era un insediamento industriale dell’Alcan. Conobbi delle persone da Feltre che mi dissero: «Fermati, qui c’è da lavorare, c’è da guadagnare».

Lì la vita è bellissima per l’outdoor life e si guadagnavano tanti soldi, ma c’era solo da lavorare. Io ho sempre fatto il metalmeccanico.All’autunno arrivarono i giorni tristi, perché lassù è già buio alle tre di pomeriggio e alla mattina si vede un po’ di sole alle dieci e mezza, e ti prende la malinconia. Resistetti tutto l’inverno fino all’estate successiva, lavorando dodici ore al giorno e sette giorni su sette, e riservandomi del tempo per pescare, cacciare e scalare montagne. A settembre, una mattina mi alzai e vidi già la prima nevicata. Allora mi arrabbiai e tornai a Toronto. Poi tornai in Italia e trovai una ragazza che divenne mia moglie. Era troppo dura nei mesi invernali, ormai scoppiavo. Ma fu un’esperienza eccezionale.

Il “caregheta” Antonio

Antonio Renon
Antonio Renon

Luciano Pradal, un amico da Vittorio Veneto, un giorno mi disse: «Guarda che Antonio è Bellunese». Fu così che incontrai Antonio Renon a una festa dell’Associazione Trevisani nel Mondo.

A Ottawa siamo pochissimi originari da Belluno e trovarci in una città di 800.000 abitanti é difficile. Antonio era pensionato, vedovo da molti anni, e i suoi tre figli erano grandi. Tra le festicciole comunitarie, i bingo (tombole) e la chiesa ci si teneva in contatto con gli amici ed era facile che ci incontrassimo. «Sì, sì, me ciene ancora in contatto co la me fameia a Gosaldo, e l’è tanti anni che son qua a Ottawa».

Antonio cominciò a raccontarmi la sua storia da “caregheta”. Prima della seconda Guerra mondiale, compiuti dieci anni, partì in autunno con una squadra di seggiolai. Così comincio la sua passione che durò per tutta la vita, quella di creare sedie iconiche da un tronco di legno verde e un po’ di paglia. Con l’occhio e la mano fatti grazie all’esperienza da giovane, Antonio cercò di ricreare le stesse sedie in Canada. Si comprò un piccolo bosco a North Gower per facilitare la procura di legno verde di varie dimensioni, e usando attrezzi portati con sè dall’Italia si mise a sperimentare con il legno nord americano. «Lo sai – mi spiegò – il legno qui a Ottawa non si spezza bene. La venatura è troppo selvatica ed è difficile da spianare. Ma ho fatto quello che ho potuto». Quel giorno a casa sua vidi i frutti del suo lavoro: almeno una mezza dozzina di sedie di varie dimensioni, tutte fatte a mano e con amore. Fred, mio marito, fece delle foto di Antonio. Era facile raffigurarselo: un giovane alto quasi due metri, con i suoi attrezzi a tracolla, che viaggiava per mesi verso la pianura del Po. Antonio non mi ha mai detto se i suoi viaggi in Canada, lavorando nei boschi al Nord dell’Ontario o nei campi di tabacco sulla riva nord del lago Erie, furono un’avventura pari a quella di seggiolaio. Qui a Ottawa Antonio usò il suo talento come passatempo. Oggi che le “careghe” fatte a mano sono di moda, chissà se essere un “conza” con un laboratorio non potrebbe essere un mestiere che rende abbastanza per mantenere una famiglia. Il 9 settembre 2013 Antonio morì improvvisamente all’età di 88 anni a Ottawa, dove viveva ancora autonomamente. Era sbarcato con un gruppo di amici al porto di Halifax nel 1951.

Ariella Dal Farra Hostetter, Ottawa (Canada)

Vite migranti tra Canada e Belgio

Belgio, fine anni ‘40. Antonio (a destra) con due compagni di lavoro

«Diceva che si doveva lavare tre volte: la prima volta veniva fuori ancora nero, la seconda si cominciava a vedere la pelle un po’ bianca e la terza volta era pulito». Racconta così Francesca Faoro, emigrate arsedese a Montreal, per rendere l’idea di quanto dura potesse essere la vita del marito. Prima di conoscerla faceva il minatore in Belgio. Lei, invece, non ha dovuto soffrire come il suo Antonio. Lo precisa spesso nella sua azione di memoria, quasi a sottolineare – con un velato senso di colpa che nasce dall’amore e dall’empatia – una sua maggior fortuna rispetto alle sventure patite dal coniuge. «Io mi sono sempre trovata bene in Canada. Per questo non ho una particolare nostalgia dell’Italia. Delle montagne bellunesi invece sì, quelle mi mancano». Per il resto, una vita dignitosa, serena, felice nel Quebec. Non come Antonio, salvo per miracolo in una miniera a pochi passi da quella più famosa – tristemente famosa – di Marcinelle.
«È partito dopo la guerra e ha lavorato sei anni a Charleroi. Se ne è andato dopo un incidente in cui ha visto morire tanti suoi amici». Non si conoscevano ancora – dicevamo – Antonio e Francesca. Ma lui di quell’incidente, impossibile da cancellare dalla mente, le ha raccontato. Un racconto che parla di quanto gli attimi, il caso, la fortuna, possano fare la differenza.

«Aveva avuto dei problemi di digestione per qualcosa che aveva mangiato la sera prima. Dovendo andare alla toilette, aveva perso l’ascensore per scendere in miniera, e questo gli ha permesso di restare vivo. Diceva sempre che era stato un miracolo. Lo raccontava piangendo perché da quel momento non ha più rivisto tanti dei suoi compagni».

Troppo dolore, troppo pericolo. Antonio torna in Italia, parla con il padre e gli annuncia di non volerne più sapere del Belgio. Meglio tentare con il Canada, la nuova terra promessa di quegli anni, i primi anni ‘50. In Canada ci arriva nella primavera del ‘51, nell’Ontario. Ma anche qui le cose partono con il piede sbagliato.
«Lavorava in una farm – racconta ancora Francesca – con duecento capi di bestiame da mungere ogni mattina, tutto solo, sotto il sole e tra le mosche e gli insetti. Era talmente pieno di punture sulla schiena che faticava a dormire. Gli davano così poco da mangiare che doveva rubare qualche uovo dalle galline». Impossibile restare.
«Dopo qualche mese ha scritto una cartolina a uno zio a Chicago: chiedeva qualche dollaro per scappare e andare a Niagara, dove c’erano altri paesani. Ma quando il padrone ha capito che se ne stava andando, l’ha aspettato sulla porta con la forca in mano. Allora lui gli ha detto: “Non rimango qui a morire di fame, nemmeno in Italia ho mai lavorato così tanto”. Lavorava dalle quattro del mattino alle dieci di sera».

A Niagara lo accoglie una signora di Fonzaso. «Era una donna che dava aiuto a quelli che arrivavano lì all’improvviso, dava loro ospitalità finché trovavano lavoro. Per tutta la vita, non ha mai smesso di ringraziarla, era stata il suo angelo custode».

Antonio trova impiego nelle costruzioni. Sono gli anni del pieno sviluppo. Un boom che prosegue con l’Expo di Montreal del 1967, l’evento che porta Antonio nella città in cui tuttora vive Francesca.
Ma i due non si incontrano in Canada. La loro storia comincia in Italia, quando Antonio rientra per far visita alla famiglia.
«Io lavoravo all’ospedale a Feltre – spiega Francesca – ci siamo conosciuti lì e sono finita in Canada anch’io».
Purtroppo Antonio a cinquant’anni si ammala. La maledetta miniera torna nella sua vita per presentare il conto. Dolore ai polmoni e problemi di respirazione, la diagnosi è inequivocabile: silicosi. «È stato fortunato perché un dottore ha appurato che la malattia era causata del lavoro e quindi ha potuto avere una pensione, ma ne ha sofferto per quindici anni prima di morire».
E nel ricordare questo ennesimo episodio di sventura, Francesca si fa prendere ancora dall’idea che ci sia stato un divario tra la sua vita e quella del marito.
«Io sono stata molto più fortunata: sono arrivata con l’aereo, non ho viaggiato in nave come lui, sono stata accolta dai paesani, non ho sofferto quello che lui ha dovuto soffrire. La lingua mi è entrata facilmente, ho imparato meglio il francese che l’inglese. Grazie all’esperienza di lavoro a Feltre ho fatto domanda per lavorare in ospedale e ci sono rimasta per venticinque anni.
Nella mia emigrazione non ho avuto disagi come invece li ha avuti mio marito. E come lui molti altri emigrati agli inizi degli anni ‘50. Per loro sì che è stata dura».