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Rainiero De Min e Bruno De March

Finhaut, Canton Vallese (Svizzera), 1974. Inaugurazione della diga d'Émosson
Finhaut, Canton Vallese (Svizzera), 1974. Inaugurazione della diga d’Émosson

Rainiero De Min, nato il 18 ottobre 1946, cominciò ben presto la sua vita da emigrante. All’età di 17 anni, infatti, partì per la Svizzera con destinazione Dietikon, nel Canton Zurigo, dove rimase a lavorare per tre stagioni, tra il 1963 e il 1965.

Dopodiché, nel 1966 da Dietikon si trasferì a lavorare sul passo di Lucomagno, in alta montagna, dove si stava costruendo la diga di Santa Maria.

Rientrato in patria per assolvere all’obbligo del servizio militare, e dopo due stagioni di lavoro come autista in Italia, nel 1969 fece di nuovo la valigia per la Svizzera, tornando ancora in un cantiere in alta montagna, precisamente a Finhaut, nel Canton Vallese, dove si stava costruendo la diga d’Émosson, una diga ad arco alta 180 metri, il quinto sbarramento più alto della Svizzera. Terminato il lavoro in Svizzera, partì per la Libia, rimanendo nel Paese nordafricano dall’agosto del 1974 fino al 1978. In Libia lavorò a Sirte e a Misurata con la ditta italiana Cogefar. Dopo la Libia, tornò nuovamente in Italia e per diversi anni lavorò nell’edilizia e negli impianti di risalita in giro per tutto il Paese. A metà anni ‘90 l’ultima esperienza di lavoro all’estero lo portò in Estremo Oriente, in un cantiere in Cina, dove rimase per circa tre mesi. Poi la meritata pensione e il ritorno a Chies d’Alpago, dove attualmente è un’importante sostenitore della locale Famiglia ex emigranti.


Svizzera, passo del Lucomagno (Canton Grigioni), 1966. Costruzione della diga di Santa Maria. Bruno De March al lavoro
Svizzera, passo del Lucomagno (Canton Grigioni), 1966.
Costruzione della diga di Santa Maria. Bruno De March al lavoro

Bruno De March, nato l’11 dicembre 1947, emigrò in Svizzera per la prima volta a 15 anni. Nel 1962, infatti, raggiunse la cugina in terra elvetica, dove lavorò per qualche mese come garzone addetto alla mensa nell’aeroporto di Zurigo. Rientrato in Italia nel 1963, vi rimase fino al 1966, lavorando come apprendista meccanico. Imparato il mestiere, tornò in Svizzera, dove già erano presenti altri compaesani di Chies d’Alpago.

Lavorò fino al 1967 alla diga di Santa Maria sul passo di Lucomagno, nel Canton Grigioni. La diga fu inaugurata nel ‘68, dopodiché partì per Zurigo e vi rimase per un anno e mezzo, lavorando nell’edilizia.

Nel 1971 si spostò ancora, andando a lavorare alla costruzione della diga d’Émosson, nel Canton Vallese. E nel ‘72 di nuovo fece ritorno a Zurigo, dove rimase fino al 2000, sempre alla dipendenza della Piller & Co. ricoprendo diversi ruoli, tra cui il macchinista, il gruista e l’addetto alla manutenzione dei macchinari. Nel 2001 andò in pensione e fece rientro in provincia di Belluno.

Nel 1977 entrò anche a far parte della Famiglia Bellunese di Zurigo, della quale fu per qualche anno presidente. Attualmente è invece il presidente della Famiglia ex emigranti dell’Alpago.

Ivan Burigo

Ivan Burigo
Ivan Burigo

Ho frequentato la scuola alberghiera a Falcade per tre anni. Dopodiché, ho cominciato a fare l’aiuto cuoco all’Hotel Danieli di Venezia, come stagionale, e nei mesi invernali lavoravo a Cortina. Poi sono passato all’Hotel Cipriani, dove ho lavorato per 14 anni. L’Hotel era aperto da aprile a ottobre, e negli altri mesi mi mandavano in giro per il mondo. Sono stato diverse volte negli Stati Uniti, in Australia, in Thailandia. Mi è sempre piaciuto vedere posti nuovi, per cui accettavo volentieri queste proposte. Nel 1991 sono stato contattato dalla Honda, per un lavoro in Giappone. Inizialmente non ci volevo andare, perché era lontano e non mi piaceva nemmeno molto come posto. Però mi proposero di aprire un ristorante nel circuito di Suzuka e io sono sempre stato appassionato di motori. Il contratto doveva essere di due anni, perciò ho detto “provo”, e alla fine mi sono fermato per 22 anni.

Nel ‘98, infatti, mi hanno proposto, sempre per la Honda, di aprire anche un ristorante a Tokyo, e così ho deciso di fermarmi stabilmente in Giappone.

A Suzuka lavoravo nel circuito di Formula 1 e del Motomondiale e avevamo aperto un ristorante italiano. Quando c’erano le gare arrivavano i grandi personaggi e dovevamo fare un menù di un certo tipo. Una volta, però, ho deciso di proporre un piatto tipico bellunese: polenta pastin e formai. Fu un successo talmente grande che poi dovetti ripeterlo.

Mi producevo il formaggio e i salami e mi seminavo l’orto, e poi facevo radici col lardo. I clienti apprezzavano molto. Il terremoto del 2011, tuttavia, con il conseguente disastro nucleare, mi ha provocato una grandissima paura, perciò ho deciso di rientrare. Nel frattempo, dei miei cugini che vivono in Venezuela mi hanno chiesto di collaborare con loro che stavano aprendo a Calabozo (a circa 200 km da Caracas) una struttura con 125 stanze, un 5 stelle. Ho fatto un sopralluogo e ho deciso di andare. Poi purtroppo è cominciata la crisi attuale nel Paese, ma speriamo che tutto si rimetta a posto, anche se sicuramente ci vorranno anni.

Tantissimi italiani stanno andando via, non solo i giovani, anche i vecchi, quelli che sono lì da molti anni. Caracas è la città più pericolosa al mondo. Questo dà molta tristezza e rabbia, perché il Paese è bellissimo e avrebbe tutto. Prima, quando venivo in Italia, portavo in Venezuela dei souvenir. Ora mi chiedono se posso portare sapone, deodorante, perché mancano i beni di prima necessità. È un paese sull’orlo del tracollo e temo anche che possa scorrere molto sangue. Comunque la mia idea è quella di rimanere, perché ci sto bene, il lavoro mi dà soddisfazione e ci stiamo anche ampliando. Però vedrò come si evolve la situazione.

Ovviamente, tengo alla mia vita e lì è molto rischioso. Una volta smesso di lavorare, la vecchiaia la vorrei comunque trascorrere a Belluno. Ho girato parecchio, ma nella nostra provincia si sta benissimo, e l’ho riscontrato anche con tanti amici da fuori che ci sono venuti.

Questa è la storia di Roberto Dall’Asen

Roberto Dall'Asen
Roberto Dall’Asen

Nel giugno del 1973 Roberto Dall’Asen giunse nell’umida e piovosa Formosa, per partecipare ai lavori di costruzione di una diga, a circa 90 km da Tai-Chang. Qui trovò moltissimi militari: l’isola era allora una base per l’intervento americano in Vietnam. Erano giorni di intensa umidità e piogge continue. Nel 1975, Roberto volò in Sudafrica, per partecipare alla costruzione di un’altra grande diga, e della relativa centrale elettrica, al confine fra Namibia e Angola. I lavori furono realizzati in una zona isolata del Paese: la città più vicina si trovava a 900 km di distanza. La Namibia, ex colonia tedesca, era in quegli anni amministrata dal Sudafrica. Il Sudafrica dell’Apartheid razzista si mostrò subito all’arrivo all’aeroporto di Johannesburg: nella fila sbagliata fu trattenuto da una guardia che controllava l’effettiva separazione di bianchi e neri.

Lavorando al confine con l’Angola, Roberto fu presente a un evento storico: l’arrivo dei militari cubani, con l’Operaciòn Carlota, che portò nel paese più di 50.000 cubani in soli 15 giorni.

Il conflitto fu lungo e vide coinvolti, da un lato Cuba e Unione Sovietica, e dall’altro Stati Uniti e Sudafrica: si giunse alla firma di un accordo di pace solo nel 1988. All’arrivo dell’esercito cubano, i lavori di costruzione della diga furono interrotti per due settimane. I militari cubani si limitarono poi a sequestrare le macchine fotografiche, e presto i lavori ripresero lì dove erano stati interrotti.

Nell’aprile del 1978, Roberto volò in Iran, a Ahvaz, per la costruzione di silos per stivare zucchero e caffè. L’Iran, allora governato dallo Scià di Persia, aveva tentato con la rivoluzione bianca di portare avanti riforme sociali e economiche, ma la protesta popolare verso il governo dello Scià, iniziata già negli anni Sessanta, era cresciuta. L’ayatollah Khomeyni, uno dei leader della protesta, nel 1964 fu esiliato in Iraq, ma continuò da lì a fomentare le proteste. La risposta fu un inasprimento del regime dello Scià: nel 1978 la polizia di regime sparò sui dimostranti scesi in piazza. In quei giorni, il cantiere dove Roberto lavorava venne bloccato, in concomitanza con l’evacuazione delle principali ambasciate. Con i suoi colleghi riuscirono a fatica a raggiungere l’aeroporto di Teheran, dove restarono bloccati per alcuni giorni, insieme ad altri cittadini europei. Un volo inviato appositamente dall’Italia permise loro di far ritorno a casa. Le proteste in Iran andarono avanti e nel 1979 si giunse all’instaurazione della Repubblica Islamica dell’Iran di Khomeyni.

All’inizio del 1980, Roberto si spostò in Libia, governata dal regime di Gheddafi, per partecipare ai lavori per la costruzione di un ospedale a Bengasi. Nonostante la repressione interna, la nazionalizzazione di imprese e di possedimenti italiani, era ancora un Paese tranquillo per gli stranieri e per gli italiani che vi vivevano. Il viaggio successivo fu in Camerun, nell’Africa equatoriale, caratterizzata da precipitazioni abbondantissime durante la stagione delle piogge, da marzo a ottobre. Qui partecipò ai lavori per la costruzione di una diga a circa 80 km da Douala, in un villaggio sul fiume Wouri. Nel luglio del 1981, fu in Algeria, nelle vicinanze di Costantina.

Dopo una guerra civile scoppiata nel 1954, l’Algeria aveva ottenuto l’indipendenza dalla Francia all’inizio degli anni ’60.

Era un Paese che rivendicava già le sue origini arabe con forza: bisognava fare attenzione a non incorrere in incidenti con i locali ancora in rivolta contro i dominatori stranieri. Nel 1983, tutta la famiglia, me compresa, volò in Botswana. Qui mio padre, Roberto, lavorò alla costruzione di una strada che attraversa il Botswana collegandolo allo Zimbabwe, a circa 150 km dalle Victoria Falls. Io avevo due anni e mia sorella sei. Raggiungemmo il nostro villaggio, nei pressi del delta Okavango, con un lungo tragitto in jeep, su strada sterrata, e lì, vicino a noi, vivevano ippopotami, zebre ed elefanti.

Stefania Dall’Asén – Theblogconnections.com

Lacrime bianche. Il doloroso fenomeno del baliatico bellunese fra XIX e XX secolo

Torino, anni '20. Amabile Giacoma Reolon, di Madeago, balia "asciutta" di tre bambine.
(Per gentile concessione di Paola De Biasio)
Torino, anni ’20. Amabile Giacoma Reolon, di Madeago, balia “asciutta” di tre bambine.
(Per gentile concessione di Paola De Biasio)

“Són rivàda a Bologna che ere tuta móia, negàda, parée péna gnésta fòra da ʼn mastèl”.

Si commuove, nel ricordarlo, un’anziana signora della casa di riposo di Trichiana, quando, qualche anno addietro, mi racconta questa sua penosa esperienza. Bagnata dal seno in giù – continua la mia interlocutrice – a causa dell’abbondante fuoriuscita di latte, e dal seno in su, dal fiume di lacrime versate durante tutto il viaggio. Era stata costretta, suo malgrado, a fare da nutrice a un bambino che non era il suo, mentre il proprio figlio, giocoforza, era stato lasciato in mani altrui, in una situazione di precarietà e incertezza.

Il baliatico, ovvero l’allattamento di un bambino che non è il proprio, sia come atto filantropico, sia come prestazione remunerata, è un fenomeno dalle origini antichissime. Il ricorso all’allattamento da parte di una nutrice altra, avveniva, perlopiù, per prematura scomparsa della madre naturale, a causa del parto o durante il puerperio. Giova ricordare come il parto costituisse, ancora nell’Ottocento (l’istituzione del servizio ostetrico per i poveri risale al 1865) e nel primo Novecento, in cui l’assistenza era spesso svolta da levatrici “self-made” coadiuvate dalle donne di casa, un evento potenzialmente rischioso, come testimoniano l’elevata mortalità neonatale e anche, seppur in minor misura, puerperale.

In un primo tempo, l’esercizio del baliatico ha interessato soprattutto l’allattamento dei cosiddetti “esposti”, termine, invero poco acconcio, con cui erano chiamati i neonati abbandonati, in genere nella “ruota” degli istituti caritatevoli e presso le chiese, o comunque affidati agli enti di pubblica beneficenza. L’allattamento degli infanti era affidato, sia che avvenisse presso il brefotrofio, sia a domicilio di chi lo prendeva in carico per il periodo necessario, a nutrici del circondario verso un modesto compenso. Era questa una forma di baliatico definito “mercenario”, in quanto prevedeva un ristoro economico per la prestazione resa.
In tempi più recenti, dalla fine dell’Ottocento agli anni Cinquanta del Novecento, ha preso sempre più campo il fenomeno del baliatico privato, ovvero l’allattamento di un neonato attraverso un accordo bilaterale fra la famiglia richiedente e quella della candidata balia. Questa formula ha contraddistinto in maniera significativa l’esercizio di tale pratica nel nostro territorio, segnatamente nel Feltrino e nella Val Belluna, dando origine a una nuova e diversa forma di emigrazione femminile.

La balia Luigia Zanella con in braccio il piccolo Iaco Gualdoni, anno 1930. (Archivio Comitato frazionale San Leonardo di Cesiominore, pubblicato in Civiltà contadina e storie di emigrazione, testo curato e scritto da Loris Zanella; testimonianze raccolte da Sergio Battistella e Dino Zanella; Rasai di Seren del Grappa: DBS, 2014, pag.94)
La balia Luigia Zanella con in braccio il piccolo Iaco Gualdoni, anno 1930. (Archivio Comitato frazionale San Leonardo di Cesiominore, pubblicato in Civiltà contadina e storie di emigrazione, testo curato e scritto da Loris Zanella; testimonianze raccolte da Sergio Battistella e Dino Zanella; Rasai di Seren del Grappa: DBS, 2014, pag.94)

Il baliatico è stata una forma di emigrazione essenzialmente interna, anche se non sono mancati casi in cui la nutrice si è recata all’estero (tipici i casi di balie venete e friulane recatesi in Egitto, perlopiù a servizio di famiglie europee). Un’emigrazione sui generis, naturalmente solo femminile, in cui i tempi non erano dettati dalla stagionalità dei lavori, ma regolati dai ritmi biologici della donna. Questa non forniva una forza lavoro, bensì “vendeva” il prodotto del suo essere donna e madre.

Il comportamento di una mamma che lascia in mani altrui il proprio figlio per allattarne un altro, estraneo, appare di difficile comprensione.

Quali sono le cause che hanno determinato tale fenomeno, i cui effetti hanno segnato così profondamente i rapporti all’interno del nucleo familiare?

La situazione economica di molte famiglie, in particolare braccianti, mezzadri e piccoli proprietari, era a quel tempo assai problematica, con punte di acuta criticità, quando non addirittura di mera sussistenza. In un periodo in cui, per vari motivi, l’emigrazione maschile segnava il passo privando il nucleo familiare di preziose rimesse, si era affacciata sul mercato del lavoro una nuova ed economicamente allettante opportunità d’impiego temporaneo: quella delle balie da latte.

La richiesta proveniva dalle famiglie benestanti dell’aristocrazia e della borghesia delle città venete e dell’Alta Italia ed era mirata a garantire ai loro pargoli il “buon latte di montagna”. Ma perché questi bambini non erano allattati dalle proprie madri? Perché queste famiglie si rivolgevano alle balie? È una cosa che sfugge. Lo si può capire se la madre era morta a causa del parto, o non aveva latte, o le sue condizioni psicofisiche non lo permettevano, ma in tutti gli altri casi? Pare assodato che le signore, con il beneplacito dei rispettivi mariti, non volessero sciupare il proprio seno e avere vincoli che pregiudicassero gli agi cui erano abituate e ostacolassero la partecipazione agli eventi mondani che la loro condizione “imponeva”.

Ecco quindi che il messaggio trasmesso non resta inascoltato e sono più d’una le puerpere, anzi le famiglie delle puerpere, che prendono in considerazione una tale eventualità. E, strano a dirsi, ma non sorprende più di tanto, sono gli uomini ad occuparsi degli aspetti relativi a questa contrattazione, sia da parte dell’una come dell’altra famiglia. La decisione di andare balia non competeva infatti alla donna, ma al suocero, ancor prima che al marito. La famiglia patriarcale, allora in voga, era un’istituzione gerarchica e maschilista; quella nucleare era in divenire.

Angela Budel, balia di Cesiomaggiore presso la contessa Nina Dalla Chiesa. Il bambino sulla destra è il futuro Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
(FASF-Raccolta Biblioteca Civica Cesiomaggiore)

Per andare balia occorrevano comunque determinati requisiti, sia fisici, sia morali. La nutrice doveva essere di bell’aspetto, florida, sana e di sani principi e, naturalmente, ottima produttrice di latte. Le balie feltrine e bellunesi erano particolarmente ambite, forse perché, con malcelata allusione, si riteneva che la loro zona d’origine – un’ampia e amena vallata adagiata tra i monti – non potesse che crescere fanciulle belle e prosperose dai cui seni sarebbe sgorgato copioso e nutriente latte.

L’arruolamento poteva seguire più strade: le referenze di una parente che già era stata balia, il mandato a un medico che si prestasse a tale incombenza, il ricorso alle cosiddette metinène (collocatrici di balie) e, più tardi, il rivolgersi all’Ufficio per il Baliatico, all’uopo istituito.
Anche se erano state superate alcune ancestrali credenze secondo le quali l’assunzione del latte avrebbe potuto trasmettere al poppante le caratteristiche fisiche e caratteriali della nutrice, altre ne permanevano. Per esempio, si riteneva ancora che il latte delle donne more fosse più nutriente, quello delle bionde più leggero, mentre le rosse tendevano a essere escluse a causa della loro presunta sgradevole traspirazione cutanea: tutte illazioni prive di fondamento scientifico.

Prerequisito fondamentale era la visita medica che doveva attestare l’idoneità psicofisica e l’assenza di malformazioni fisiche e malattie contagiose. La qualità del latte, prima dell’introduzione di appropriati strumenti di analisi, veniva testata con vari metodi empirici fra cui quello della prova dell’unghia. Esso consisteva nel depositare sull’unghia del pollice una goccia di latte; se, inclinandolo, la goccia scorreva troppo velocemente, il latte era considerato poco nutriente, se scorreva troppo lentamente, era considerato poco digeribile: doveva presentare la giusta viscosità. Superata, non senza imbarazzo, la visita medica e raggiunto l’accordo con il datore di lavoro, la balia era pronta per partire, vittima sacrificale di una realtà in cui “la miseria inghiottiva i sentimenti” (M. Claretti).

La partenza era il momento più traumatico. Doversi allontanare dalla propria creatura dopo soli pochi mesi di allattamento, “abbandonarlo” in mani altrui, per quanto fidate, per andare ad allattare un altro pargolo che le era completamente estraneo, provocava nella povera balia un’ambascia indicibile. Il momento del distacco è sempre doloroso per qualsiasi forma di emigrazione, specie se indirizzata verso mete incerte e sconosciute, ma quello della balia è particolare, perché è vissuto come un atto di abbandono (anche se tale non è) ed ella non riesce a sottrarsi al senso di colpa che la accompagnerà per tutto il periodo del baliatico e che si acuirà ogni qualvolta il nuovo lattante le si attaccherà al seno. La balia sa che per il suo bambino la situazione è ben diversa: nella migliore delle ipotesi è affidato a una nutrice del posto che lo allatta in aggiunta al suo, o il cui bimbo ha iniziato lo svezzamento; diversamente, è inevitabile il ricorso al latte di vacca (o di capra) diluito o allo svezzamento precoce, con i rischi che, in entrambi i casi, ne conseguono.

A ciò si aggiunge il grande disagio dovuto dal radicale cambiamento di contesto sociale, il trovarsi come catapultata in una realtà completamente nuova e diversa da quella da cui era partita. In precedenza non era uscita neanche dal “cortile di casa” e, come d’improvviso, si ritrovava in una grande città, in un ambiente ampio ed elegante, al cospetto di persone la cui lingua (l’italiano) le era sconosciuta. Era quindi sottoposta agli adempimenti di rito che contemplavano un’altra visita medica, la vestizione (quasi un cerimoniale di iniziazione al nuovo ruolo), l’assegnazione dell’alloggio e del mansionario. Infine, le era consegnato il pargolo da allattare e accudire. La sua condizione era costellata di restrizioni: non le erano consentiti rapporti con l’esterno (salvo le passeggiate al parco con il bambino dove s’incontrava con altre nutrici), non poteva vedere il marito e i figli, tutta la sua giornata era vissuta in funzione delle esigenze del bambino che le era stato affidato: una sorta di simbiosi balia / “baliotto”.

Maria Canova, da Mugnai di Feltre, balia da latte di Luchino Visconti, in una foto del 1903.
(Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi)
Maria Canova, da Mugnai di Feltre, balia da latte di Luchino Visconti, in una foto del 1903.
(Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi)

La balia si trovava dunque in uno stato di segregazione dorata. Data la sua funzione, il trattamento riservatole era di prim’ordine, sia sotto l’aspetto economico, sia sotto quello del vitto e dell’alloggio. Rispetto al resto della servitù, la sua posizione era privilegiata: il suo stipendio era più alto, il cibo, pur nell’osservanza di una dieta mirata, era di qualità, il vestiario assegnatole, tipico della balia, oltre che funzionale all’allattamento, era sobrio e financo ricercato, volto a esibire il prestigio sociale della famiglia.

La balia inoltre, specie quando usciva, era agghindata con monili di pregio: collane di corallo o di granate in pendant con gli orecchini (che a volte erano in filigrana d’argento dorata), spilloni con capocchia sferica in filigrana e tremuli (aghi terminanti con una molla recante un fiore o un animaletto stilizzati, perlopiù in filigrana, che ondeggiavano con i movimenti del capo) a trattenere la cuffia e l’acconciatura. Alcuni di questi gioielli, più o meno preziosi a seconda delle disponibilità e della generosità della famiglia, le venivano donati in occasioni particolari (quando il bambino pronunciava la prima parola, o spuntava il suo primo dentino), altri, a volte, al momento del commiato, assieme al vestiario.

Concluso il periodo dell’allattamento, la cui durata era mediamente di dodici/quindici mesi, salvo la permanenza non si protraesse in veste di “balia asciutta”, si preannunciava il momento del ritorno, a sua volta problematico e irto di difficoltà. Era un percorso a ritroso. Se le prospettive dell’andata erano, almeno alla prima esperienza, tutte da scoprire, il ritorno si presentava ben delineato e chiaro nei suoi contorni: da un lato, la gioia di riabbracciare il/i proprio/i figlio/i, dall’altro la consapevolezza di reimmergersi in un mondo totalmente diverso fatto di fatiche e di rinunce. Poteva anche capitare che il figlio non ci fosse più, che una malattia se lo fosse prematuramente portato via, nel qual caso la perdita le sarebbe stata tenuta nascosta per timore che il trauma potesse compromettere il suo equilibrio psicofisico e conseguentemente determinare la perdita del lavoro. Era questa una sorpresa crudele e immeritata, in cui al dolore si sommava il senso di colpa, invero mai sopito, che riemergeva in tutta la sua intensità emotiva, facendo precipitare la povera balia in uno stato di angoscia e di prostrazione.

Ma quand’anche quest’evenienza estrema non si fosse verificata, il ritorno in famiglia si rivelava comunque difficile, soprattutto nel riallacciare i rapporti umani e affettivi con i familiari e in particolare con i figli: era questo il vero scoglio da superare, più che il ritorno al sistema di vita pre-baliatico. Per i figli, infatti, in particolare per l’ultimo nato, la balia era praticamente un’estranea; il loro affetto si era riversato, com’è comprensibile, verso la persona che li aveva accuditi. Riconquistare il loro amore era impresa ardua, resa a volte impossibile da nuove e prolungate ripartenze. Sotto questo aspetto, fra tutte le forme di emigrazione, sempre dolorose, quella della balia è sicuramente la più dura e lacerante, quella che marchia indelebilmente la sua vita, il suo essere, la sua anima. Con il crescere e maturare i figli comprenderanno, riconosceranno il suo sacrificio, le esprimeranno gratitudine, ma la recisione del cordone ombelicale non potrà più essere completamente risaldata. La frattura che la separazione ha prodotto all’interno del nucleo familiare risulterà insanabile. La balia porterà questo peso per il resto della vita.
Per contro, ella nutrirà, ricambiata, specialmente se il rapporto era proseguito come balia asciutta, un particolare rapporto affettivo con il “figlio di latte” e la sua famiglia: quasi fosse un’ancora a cui aggrapparsi, un modo per dare ossigeno ai propri insopprimibili sentimenti materni, una sorta di inconscia compensazione. È un affetto autentico e duraturo, anche se non potrà mai surrogare quello verso il figlio naturale. Il ritorno riservava dunque alla balia una duplice sofferenza: quella di non essere riconosciuta e accettata dal proprio figlio e quella di aver dovuto lasciare il bambino allattato cui si era affezionata e che le si era a sua volta affezionato. Ha sofferto la genitrice balia, hanno sofferto i figli naturali e di latte: è la dura legge del distacco.

Visto da fuori, il baliatico si presenta come un fenomeno complesso, caratterizzato da risvolti sociali importanti e contradditori. Sono soprattutto il ceto conservatore e la Chiesa ad avversare, sia pure con accenti diversi, la diffusione di tale pratica. Secondo Antonio Maresio Bazolle, possidente e cronista ottocentesco, non sarebbe tanto “il bisogno” a spingere le madri di basso ceto sociale a intraprendere la via del baliatico mercenario, quanto la prospettiva di un lavoro agiato, ben remunerato e svolto all’interno di un ambiente socialmente elevato. È una critica severa e ingenerosa, un’autentica invettiva contro queste madri considerate poco amorose verso i figli e proclivi alle novità, al lusso e alla vanità.

Di diverso tenore la posizione dei parroci, secondo i quali era moralmente inaccettabile che una madre potesse rinunciare, per quanto spinta dal bisogno, ad allattare il proprio figlio per allattarne uno non suo. Essi temevano, inoltre, che questa esperienza potesse “straviare” la donna, influire negativamente sulla sua personalità, minare l’integrità della famiglia tradizionale e l’assetto della società. Erano preoccupazioni legittime e comprensibili quelle dei parroci, tipiche di una società tradizionalista, radicata su valori etici sedimentati e conseguentemente diffidente e refrattaria al cambiamento.

Quella della balia, da qualsiasi angolo la si osservi, è stata un’esperienza dolorosa, sofferta, carica di implicazioni interiori: merita non solo comprensione, ma riconoscenza.

Il baliatico è stato un’esperienza che ha permesso alla donna di conoscere un contesto diverso, forse nemmeno immaginato; una realtà distantissima dalla sua quotidianità angusta, subordinata, ritenuta immutabile e accettata con rassegnazione. Un’esperienza che, come nelle altre forme di emigrazione femminile (ciòde, serve, operaie), le ha fatto acquistare consapevolezza della sua condizione e ha innescato quel processo di emancipazione e autodeterminazione che la porterà a conquistare, nella gerarchia di genere, un ruolo di maggiore dignità e potere.

La strada che ha portato la donna, in particolare la donna rurale e montanara, ad affrancarsi dalla sua condizione di subalternità generalizzata, a valutare criticamente precetti morali e sociali ritenuti intoccabili e a ribellarsi al suo status esistenziale cui si era, da tempo immemorabile, assuefatta, è stata lunga e lastricata di ostacoli, di fatiche e di umiliazioni. Quella della balia lo è stata in modo particolare, lasciandole uno strascico di amarezza e cicatrici profonde, negli affetti e nello spirito.
La balia è la figura che, forse più di ogni altra, può essere assunta a paradigma del processo evolutivo che ha trasformato la donna da “oggetto” di prestigio a simbolo di riscatto femminile.

Lois Bernard

Giacomo Crestani e Maria Luigia Lorenzini

Giacomo Crestani e Maria Luigia Lorenzini
Giacomo Crestani e Maria Luigia Lorenzini

I miei bisnonni, Giacomo Crestani e Maria Luigia Lorenzini, partirono assieme ai tre figli – Maria Chiara, di otto anni, Francesco di sei e Giuseppe di cinque – dal porto di Genova nel 1885. Ad accompagnarli in questo viaggio c’era anche il fratello di Giacomo, Giovanni Battista, con la sua famiglia. Destinazione il Brasile.
Arrivarono a Rio de Janeiro il 9 dicembre 1885 con il Vapore “Bormida”, dopodiché partirono per il Rio Grande do Sul, passando per le città di Porto Alegre e Montenegro, tutto per via fluviale. Dal portino di Montenegro a quella che era la loro meta finale non c’erano vie terrestri, così come non c’era il treno. Per arrivare alla “terra promessa”, circa ottanta, cento chilometri fino al Comune di Cond’Eu (oggi Garibaldi), la strada venne percorsa col “carro de boi”, aprendo vie alternative in mezzo al macchieto vergine, nella regione conosciuta come Serra Gaùcha.
Sicuramente incontrarono e superarono molte difficoltà, anche perché una volta giunti all’agognata meta non trovarono niente. Tutto andava costruito da zero. Dovettero tagliare gli alberi per costruirsi la casetta, bruciarli per preparare la terra e piantare le semi. Isolati nel mezzo della foresta, senza vicini, senza mezzi di comunicazione, non restava loro che lavorare, pregare e cantare.

Nel Comune di Garibaldi nacquero altri sei figli, Stela, Ilde, Tomila, Alexandre (mio nonno), Virginia e Angela.

Nel 1918 Giacomo decise di spostarsi verso la città di Nova Prata, lontana circa settanta chilometri verso Nord, con il figlio più grande Francesco e la sua famiglia. Nel 1924 anche Alexandre e famiglia si trasferirono a Nova Prata. Qui lavorarono come contadini, ma su un terreno di loro proprietà, coltivando granoturco, riso, uva, patate, frumento, vari tipi di frutta tropicale, verdure, e allevarono maiali, manzi, cavalli e galline. Anche gli altri figli di Giacomo si mossero verso altre regioni del Rio Grande do Sul.
Da questi primi emigrati, la discendenza si espanse via via lungo sette generazioni, tanto che al momento, facendo un po’ di ricerche, ho trovato più di quattromila persone in varie parti del Brasile. Molti discendenti, infatti, oggi abitano in altre regioni del Paese. Sono passati centotrent’anni da quando ha preso avvio questa storia. Migliaia di altre famiglie hanno seguito la stessa traiettoria di scoperta e sogni. Non soltanto emigrati italiani, ma anche tedeschi, polacchi, spagnoli, portoghesi, arabi. Tutti hanno contribuito a far crescere lo Stato del Rio Grande do Sul.

Adenor Chrestani