Don Dino, il pastore degli emigranti

Don Dino Ferrando

Don Dino era il pastore degli emigranti, umile e generoso. Dava tutto sé stesso per vedere contenti e soddisfatti gli altri. Mi diceva che io era la prima nella lista degli emigrati.

Un giorno mi trovavo in un supermercato per liquidare della merce; si ferma, guarda e prende una tela per fare la bandiera della “Cascina”, per una festa dei Bellunesi; da allora, quando passava, se avevo qualcosa che gli poteva essere utile, glielo presentavo. Era sempre nei cantieri per trovare gli operai e gli portava degli indumenti che gli davano e per aiutarli nelle pratiche scrivendo per loro. Io gli portavo dei pacchi di merce per gli operai.

Un giorno gli ho dato un quadro della Madonna di Morbio da benedire, perché volevo donarlo alla chiesa di Cirvoi; lui mi disse che aveva una persona che lo portava e così è arrivato a destinazione. Mentre mi trovavo da lui mi disse: “Anch’io ho nel cuore il mio paese” e mi fece vedere un calice che avrebbe regalato al suo paese.

Mi fece anche vedere una stanza piena di cose da regalare ai poveri. Lui pensava sempre a come aiutare i bisognosi e non si tirava mai indietro quando c’era da lavorare. Lo si vedeva con l’ascia per tagliare la legna e con la pala per smuovere la terra; dopo alcuni istanti metteva il camice e celebrava la Messa da campo (…).

Don Dino per me è stato un grande amico, la sua morte è stata una grande perdita per me e per tutti quelli che l’hanno conosciuto (…).

Miriam Dal Farra Agustoni

L’eroina di Monongah

Caterina Davia con il marito

“L’eroina” di Monongah ha finalmente, per tutti, un volto ed una storia più precisa. Questa donna, con un gesto di grande amore, ma anche di forte denuncia, lottò contro la dimenticanza e volle tenere sempre alto il ricordo della tragedia di Momongah. Negli anni sollevò dalla miniera tanto materiale da innalzare, dinanzi a casa sua, una vera e propria “collina di carbone”. A lei è andato, lo scorso 6 dicembre a Campobasso una medaglia d’oro “alla memoria” dedicatale dalla Ugl (Unione Generale del Lavoro).
Il 6 dicembre del 1907 a Monongah (West Virginia – USA), si verificò una delle piĂą gravi tragedie minerarie che causò la morte di centinaia e centinaia di minatori, moltissimi dei quali italiani. A questa storia si è legata nel tempo la vicenda di quella che per tutti, fino ad oggi, era solamente Caterina Davia.

Questa donna, vedova di un minatore morto a Monongah, continuò per 29 anni a recarsi da casa sua alla miniera, oltre tre miglia, dove prelevava un sacco di carbone che riportava poi dinanzi alla sua abitazione, tanto da realizzare una vera e propria “collina di carbone”. Il suo intento, nella convinzione che il marito fosse rimasto seppellito nella miniera, era quello di rendere più lieve l’opprimente peso che gravava sui resti dei minatori.
In realtĂ , per una doverosa e a lei dovuta precisione, questa donna si chiamava Catterina De Carlo ed era nata a Domegge di Cadore il 21.11.1864 e sposata con Vittorio DaviĂ  (o Da ViĂ ) (nella foto), anche lui nato a Domegge di Cadore il 3.10.1886.

La coppia mise al mondo cinque figli , nessuno dei quali perì nella tragedia (erroneamente si parla di due ragazzi morti). Già all’indomani della tragedia Catterina, rimasta sola in un mondo che non conosceva e che le era ostile, reagì con la forza della disperazione per tutelare i suoi bambini, ai quali garantì una decorosissima esistenza, ma mai dimenticò il marito e la tragedia. Da qui il suo gesto che portò Padre Briggs ( un sacerdote che spese la sua esistenza per non far dimenticare Monongah) a definirla “simbolo delle eroine di Monongah”. Si calcola che la “collina di carbone” ribattezzata “collina dell’amore” fosse composta da almeno 300 tonnellate di carbone. Catterina, fino all’ultimo giorno della sua vita (9 agosto 1936), non smise mai di lottare per i suoi figli, aiutò le altre donne e soprattutto lottò perché sulla tragedia di Monongah non cadesse l’oblio. La medaglia d’oro, con la scritta: “Ad una meravigliosa e coraggiosa donna italiana”, sarà recapitata, negli Stati Uniti, al nipote James E. Davia.

Questo il commento di Geremia Mancini, segretario confederale Ugl, che ha condotto le ricerche ed organizzato del convegno: “Sono felice che da oggi il volto di una “eroina” della nostra sofferta e dolorosa emigrazione possa essere a tutti noto. Così come ritengo giusto che questa intera vicenda diventi “patrimonio condiviso” del nostro Paese e non solo. Anche a Monongah, come a Marcinelle a Courrieres o nelle tante, troppe, altre tragedie del lavoro, si consumò la colpa di uomini contro altri uomini. Contro questo comportamento era ed è giusto lottare sempre. E Catterina di questa battaglia è un simbolo”.

Un incontro in miniera

Minatori

Diversi anni fa mi trovavo a Bruxelles, ospite della Diamant Board, una compagnia costruttrice di macchine e materiali di perforazioni, dove ho tenuto una serie di conferenze sui moderni, per allora, metodi di perforazione. All’Università di Louvain ho incontrato un caro amico, l’ ing. Gorge Van Anderlect, che mi chiese il parere per un problema che aveva in una miniera di carbone in Inghilterra, problema in teoria facile da risolvere, ma in pratica molto difficile: consisteva nel praticare dei fori orizzontali lunghi 400 m. nel banco di carbone, senza uscire dal banco stesso, che servivano a determinare se ci fossero delle sacche di “grisou”, il tanto temuto gas, che è la causa principale delle sciagure nelle miniere di carbone (…).

Decisi di accompagnare l’amico in Inghilterra per rendermi conto in sito cosa si poteva fare per far sì che i fori non deviassero dallo strato di carbone.

Scesi in miniera, e, mentre percorrevamo un cunicolo piuttosto basso, picchiai con l’elmetto in una sporgenza di roccia, e mi lasciai scappare in italiano uno spontaneo “Accidenti a questi maledetti buchi!”. Vicino a me, piegati per lasciarci il passaggio, c’erano due minatori ed uno di questi, mentre cercavo di riaggiustarmi l’elmetto, mi disse: “Siete italiano?” Risposi affermativamente tentando di indirizzare la luce sul mio interlocutore. Era un uomo sui trent’anni; a prima vista poteva anche essere un sudanese tanto era nero; si vedeva solo il candore dei denti e il bianco degli occhi (…).

Mi fermai, volevo sapere come aveva fatto ad arrivare in una miniera di carbone inglese. Mi disse che era calabrese, d’essere sposato con quattro figli e di aver trovato quel lavoro tramite un amico che viveva in Inghilterra, più o meno la storia di tanti. Lavorava in quel posto da una decina di giorni, aveva anche una grande nostalgia dell’Italia e della sua famiglia.

Lo lasciai parlare; intercalava parole in italiano con altre in diletto calabrese e mentre parlava due rigagnoli di lacrime lasciavano i segni sulle guance nere coperte di polvere e non ho potuto fare a meno di pensare che quella polvere si stava accumulando anche nei polmoni. Dopo un paio di frasi di incoraggiamento, che non ho potuto fare a meno di giudicare estremamente banali, lo lasciai; al ritorno lo ritrovai e mi fermai ancora un paio di minuti ad incoraggiarlo. Ricordo che mi prese la mano e prima che potessi ritirarla la baciò facendomi sentire molto imbarazzato, e mentre m’allontanavo sentii che mi diceva “Salutatemi l’Italia”.

Alla sera, con l’auto che mi portava all’aeroporto, sono passato vicino alla miniera e, mentre guardavo i cumuli di carbone che si stagliavano nel cielo come piccole colline, non ho potuto fare a meno di pensare a quel minatore calabrese e spontaneamente credo di aver chiesto per lui la protezione di Santa Barbara, dato che certamente ne aveva bisogno.

Tranquillo Rinaldo

Giovanni Remor

la famiglia Remor

Vivevo la mia infanzia tranquilla aiutando mio padre postino a distribuire la corrispondenza nelle frazioni di Forno di Zoldo. Avevo sette anni e mi incamminavo su strade innevate.

L’aiuto che davo a mio padre Italo mi faceva sentire grande.
Nella piazza di Forno fu poi costruita un’edicola per vendere giornali nei periodi estivi. Mi sentivo come il padrone di una grande attività. Nei periodi invernali, quando tutto tace, passavo i miei giorni a imparare il mestiere di falegname.

Essendo nato nel 1938 avevo diciotto anni quando, seguendo il cammino di molti miei paesani, venni assunto per un lavoro in gelateria in Germania. Ricordo ancora quel treno. Sapevo che molti emigranti avevano affrontato emigrazioni piĂą sofferte, itinerari piĂą incogniti.

Molti miei paesani avevano scelto vie che portavano nelle miniere del Belgio, nei cantieri della Francia, oltre gli oceani.

Mi sentivo un privilegiato in quanto potevo disporre di un letto sul quale dormire; di un posto di lavoro che mi dava la possibilitĂ  di portare in famiglia il frutto del mio lavoro.

Ma la nostalgia dell’emigrante che per la prima volta lascia il luogo natio è sempre la stessa: fatta di mille emozioni e di nostalgia profonda.

Scendendo il canale che da Forno porta a Longarone lasciavo alle mie spalle i tramonti della mia valle di Zoldo, le albe affascinanti, i vecchi fienili e tutto ciò che mi parlava di quel tessuto sociale e semplice nel quale ero nato.

Il treno sbuffava, il fischio mi faceva ritornare alla memoria lo zirlare del tordo, quel ritmo monotono e sempre uguale riportava alla mia memoria il canto del cuculo.

I personaggi di paese passavano davanti allo schermo del mio cervello. Mi pareva di lasciare un mondo che amavo per entrare in un mondo sconosciuto e fatto di incognite.

L’inserimento, non conoscendo nessuna parola di tedesco, non è stato così facile. Usi e costumi diversi, cultura diversa. Ero approdato in qualcosa di nuovo che talvolta mi trovava impreparato. La speranza è un qualcosa che aiuta l’emigrante nelle nostalgiche notti quando al pensiero della terra e dei suoi lontani non aiuta a dormire. Ho sperato.

In terra straniera ho incontrato mia moglie Celestina, anche lei emigrante zoldana.

Nel 1962 ci siamo sposati. Nell’anno 1978 siamo rientrati per motivi di salute, ma più che per questo per tenere la famiglia unita affinché i nostri figli potessero godere della protezione dei genitori e perché potessero frequentare la scuola sereni.

Poi ho fatto il bidello per anni. Ora sono un pensionato che gode ancora degli spettacoli che avevo lasciato quel giorno lontano. Il 27 settembre ho festeggiato le nozze d’oro attorniato da tutta la mia famiglia (nella foto). Quel giorno la mia preghiera era rivolta al Signore.

Ritorno di un emigrante zoldano

Col di Zoldo Alto

Una lettera inviata all’Associazione Bellunesi nel Mondo nel mese di gennaio 20213.

Caro direttore, le faccio avere ancora una volta due foto-cartoline di una volta che certamente in Zoldo non si potranno piĂą riprendere. Una mostra il paese di Coi – Zoldo Altro, con la favada, dove esponevano le fave da essiccare, come si faceva col granturco. L’altra, il mio paese, circondato dai campi pieni di granturco, fagioli, patate, ecc., anche questa irreperibile.

Il paese è Sottorogno – Dont di Zoldo: dieci case con una ventina di famiglie, una volta. Ora le case sono tredici, e le famiglie una. C’è una famiglia che si può dir tale, poi ci sono sei o sette focolari, con una o due persone; anch’io, purtroppo, non ci abito piĂą. C’erano anche quattro fienili – stalle, ora ce ne sono ancora due, diroccati. è anche il paese ove abitavano gli avi dello scultore Andrea Brustolon, così ci raccontavano i nostri nonni e papĂ , così si scriveva sui libri di storia. Ora dicono che è una fiaba raccontata ai bimbi per farli star buoni nelle lunghe sere passate nel tepore delle stalle (così si usava una volta). La casa era la mia, ed era detta anche la casa dei Vescovi. In quella casa ho trovato una stanza piena di carte, giornali; ricordo anche dei cartoni con uno o due timbri, come nelle carte bollate (io ne feci degli aeroplani) ed anche un libro delle sacre funzioni della settimana santa, con una dedica che diceva: “Io mons. … (il nome non lo ricordo) dono questo messale al mio carissimo amico mons. …., e la data di fine 1780, credo. Vuol dire che in quella casa abitavano degli alti prelati. PapĂ  aveva premura e voleva sistemare la casa; prese il tutto e lo bruciò, lĂ  di sicuro c’erano documenti di Zoldo e forse anche del Brustolon. Anche il messale è andato perso, perchĂ© passò da un fratello all’altro, ed ora non si trova piĂą; però io ho ancora le fotocopie dove si può riscontrare la data di stampa e la donazione. Scusi il mio lungo scritto, ma mi è venuto così spontaneo che l’ho fatto quasi senza accorgermi: forse è nostalgia del passato (…) . Un emigrante.

Vittorio Brustolon
Siegen – Germania