Ines Paniz

Ines Paniz

Questa Famiglia vorrebbe rendere un omaggio a “madame” Ines Paniz, nativa di Mas di Sedico, con la sua bella età di 97 anni!
Partì giovanissima per Milano come tante altre persone in cerca di lavoro, a servizio. Con tanti sacrifici imparò pure il mestiere di sarta, ottenendo un attestato. Ritornò a Belluno e sposò Matteo Salton col quale ebbe un figlio: Ido. Rimase vedova a 33 anni.

Prese la decisione di partire per la Svizzera lasciando suo figlio ai suoi genitori. Il suo scopo era di racimolare un po’ di soldi e portare con sé suo figlio. Lavorava di giorno e alla sera faceva lavori di cucito per le famiglie ricche di questa città; la sua grande soddisfazione è stata quella di potersi offrire una macchina da cucire. Nel frattempo si risposò con un signore svizzero che aveva un figlio piccolo, di due anni, e poté portare con sé suo figlio Ido e formare una famiglia. Ido poté fare la sua scolarizzazione e imparare un mestiere. Purtroppo morì di infarto a 59 anni. Ines, con la sua nipotina, cercò di accettare questo dolore, di farsi forza e di andare avanti. Il bimbo cui aveva accudito dall’età di due anni ora è papà e le vuole tanto bene. Hanno mantenuto degli ottimi rapporti e lui la considera sua mamma.

Ora Ines vive nel suo appartamento e accudisce alle sue faccende circondata da tante persone che le vogliono bene. Sono tanti anni che fa parte della nostra Famiglia, partecipa a tutte le nostre manifestazioni, è una persona solare e tutti le vogliamo un gran bene. Legge con piacere il giornale “Bellunesi nel Mondo” ed è fiera delle sue radici bellunesi. Per noi tutti è un esempio, e le auguriamo tutto il bene del mondo e… avanti per il centenario! Con affetto.

Lidia e Giuseppe De Biasi
Famiglia Bellunese di Le Locle (Svizzera)

Candido e Irvana Tonet

La famiglia   festeggia il 60° compleanno di Candido Tonet. Da sinistra Sonja, Candido, Irvana e Mario Tonet
La famiglia festeggia il 60° compleanno di Candido Tonet. Da sinistra Sonja, Candido, Irvana e Mario Tonet

Candido e Irvana Tonet si incontrano in Svizzera. Sono entrambi di Pedavena, ma non si conoscevano; è stata l’emigrazione in Svizzera a farli incontrare.

Candido, secondogenito con tre sorelle e due fratelli, era l’unico che aveva studiato, ottenendo il diploma di meccanico. Va per la prima volta in Svizzera nel 1955 e vi ritorna nel 1957. Il papà lavorava come capo in un’impresa che costruiva dighe in tutta Italia, mentre la mamma conduceva una piccola azienda agricola. Anche la madre di Irvana aveva un po’ di campagna, mentre il papà lavorava come birraio nella birreria Pedavena. Aveva quattro sorelle. Dopo la scuola, a 14 anni, dopo aver lavorato dalla nonna, durante la guerra va a Torino presso una famiglia, dove impara bene a cucinare; nel 1957, a 19 anni si trasferisce da una sorella in Svizzera e trova lavoro in una fabbrica di vestiti. In poco tempo impara il tedesco e si trova bene. Dopo un po’ la sorella torna in Italia e lei rimane sola ma, tramite una conoscenza, durante una passeggiata lei e Candido, che già aveva adocchiato la bella ragazza, si incontrano. Nel 1958 ritornano nello stesso treno a Pedavena per festeggiare il Natale in casa e nel 1961 si sposano.

Nel 1963 nasce Sonja e nel 1969 Mario. Quando vanno a scuola i due bambini sono gli unici italiani e vi trovano un ambiente accogliente. Ma i genitori hanno a cuore lo studio dei figli e temono che non avrebbero potuto frequentare le scuole secondarie. Ma i ragazzi fanno corsi di tedesco, riescono bene. Sonja va in America all’università, trova lavoro al Bund e si sposa. Mario prende il diploma di “Electro Meister”. Per entrambi l’Italia è la terra delle ferie dei genitori.

Irvana ha lavorato per 35 anni come responsabile di una filiale della “Micros”, ora è in pensione e le manca il contatto con le persone. Candido è prepensionato, dopo aver lavorato per 25 anni presso una ditta di peneumatici e aver fatto il pendolare. Sono entrambi legati all’Italia e al proprio paese, dove si sono costruiti una casa per il dopo; Irvana, però, pensa di non abitare sempre a Pedavena, perché vuol passare la vecchiaia vicino ai figli. Ha due anime: l’Italia e la Svizzera. Candido è felice di essere italiano. Immagina la vecchiaia a Pedavena con parenti, amici e chiacchierate in piazza e al caffè. In Svizzera gli manca “l’italianità”.

Silvia Orlando Akagi (trad. Mario Sechi)
(tratto, ridotto e adattato da “Einwanderer” – Maur – Svizzera, 2000)

Birraio emigrante

“Son nascest… beh, continuo in italiano. Son nato nel marzo ‘39 a Pezzol di Vellai di Feltre, nell’ultima casa colonica ai confini con Busche Bus alla cui stazione si andava e veniva con il treno, anche durante la guerra, quando non riuscirono a centrare con le bombe il Pont della Viera. Papà, Giuseppe Roncen, fu richiamato ed è rimasto nel Sacrario di Cristo Re a Messina, mentre la mamma, Maria Bordin da i Bosch di Villabruna, andò a lavorare per mantenermi in collegio a Feltre, perché la pensione di orfano e di vedova di guerra era davvero insufficiente.

Con sani e santi sacrifici potei frequentare l’avviamento industriale al Rizzarda di Feltre. Il futuro prevedeva per chi come me doversi cercar un lavoro, quasi sempre fuori, e quale? Il destino volle che nel frattempo l’ing. Mario Luciani, della Birra Pedavena, realizzasse un corso di specializzazione professionale per Birrai Maltatori, allo scopo di “dare” una specializzazione ai giovani che, pur obbligati ad emigrare, potessero accedere ad un impiego qualificato. Venne quindi il giugno del 1957, quando venni assunto dalla Birra Italia di Milano, dove emigrai.

Economicamente me la cavavo appena, perché già allora Milano era cara, però grande occasione per il futuro. Approfittai per frequentare corsi serali in varie discipline e conseguii alfine il diploma di ragioniere. Nel frattempo ricordo con piacere d’aver frequentato non pochi bellunesi, specie periti minerari dell’Agordino, con i quali ci facevamo compagnia nella grande città. Il primo salto di carriera lo feci nel ‘61, quale funzionario dell’importante acciaieria svedese Sandwik Italia di Milano, per la quale visitai tutte le aziende alimentari, farmaceutiche e dolciarie allora in Italia. E qui ricordo ancora la gioia di trovare amici, ex compagni della scuola birrai qualificati a Pedavena, in tante città sedi di fabbriche di birra, tra le quali Trieste, Udine, Torino, Genova, Firenze, Varese, Bergamo, Brescia, Padova, Vilpiano (BZ).

Poi un giorno, mentre attraversavo la Galleria di Milano, incontrai l’ing. Giovanni Luciani, il quale, meravigliandosi che un birraio di Pedavena fosse “ fuori dalla birra”, mi propose subito di “rientrare” e far parte del gruppetto di fondatori della nuova Fabbrica Birra Dreher a Massafra di Taranto. Non ci volle molto a convincermi, perché fuori dalla birra mi sentivo un “pesce fuor d’acqua”, e andai un anno alla Dreher a Trieste e poi a Pedavena per il trening (…). Fortunatamente conobbi, poco prima di lasciare Milano, Franca, una ragazza di Cremona, con la quale ci sposammo nel febbraio ‘62 e come viaggio di nozze prendemmo il treno cuccette a Venezia, dopo aver salutato la mamma, per Bari, poi Taranto. La costruzione della fabbrica era agli inizi; due anni furono dedicati alla finitura e messa in funzione e, finalmente, nel ’64, venne l’on. Colombo per l’inaugurazione.Taranto era allora salubre e stimolante; noi provenienti dal Nord eravamo ben visti, rispettati e graditi ed i tarantini ci facevano sentire importanti, a prescindere dalla nostra giovanissima età. Anche a noi piaceva molto quel mondo così veramente diverso per cultura, rapporti umani e, direi, soprattutto per abitudini, sapori e colori tipici. Era proprio bello “emigrare “ in Puglia, lontano dalle nebbie lombarde. Avemmo due figli, per i quali il cognome non lasciava dubbio circa la provenienza veneta che, debbo dire, faceva gioco nelle situazioni locali. Dopo dieci anni, verso il 1972, tutte le aziende birra-acque della famiglia Luciani di Pedavena vennero unificate in una unica Dreher spa, con sede a Milano, e colà venni trasferito. Trovammo casa a Monza, dove vivo tuttora, ma, dopo la cessione definitiva della Dreher alla Heineken Olandese, passai come Comptroller delle Consociate presso un’azienda del Varesotto, che operava nella fabbricazione di impianti e macchinari per fornaci. Il lavoro comportava continue trasferte nel nord della Francia, in Belgio ed in Brasile e mi dava l’occasione anche di visitare birrerie locali (quando s’è birrai una volta lo si è per sempre). Sostanzialmente però mi tornava la sensazione d’essere ritornato un “pesce fuor d’acqua”. Fortunatamente la birra Moretti di Udine stava cercando il nuovo direttore per la Moretti Sud a Popoli (Pescara) e ben volentieri mi trasferii con famiglia alle sorgenti del Pescara.

Anche dell’Abruzzo abbiamo un gran bel nostalgico ricordo. L’attività per una medio-piccola azienda era però precaria ed avvenne il “miracolo “ che l’Heineken Italia acquistò la Moretti Sud e mi ritrasferii a Milano, responsabile del Servizio Approvvigionamenti. Stetti a Milano, rientrando a Monza con la famiglia, sino al ’92, ed a seguito della ristrutturazione europea del Gruppo Heineken, andai in Olanda quale Purchasing Manager della Heineken Corporate nv., con competenza e frequenti viaggi in tutte le consociate europee: Francia, Spagna, Grecia, e Far-est (Singapore, Malesia, Vietnam) (…).

Nel 1995 terminò il mio impegno in Olanda e rientrai per gli ultimi quattro anni in Italia occupandomi a Macomer in Sardegna alla sistemazione della ex Dreher, dove diversi da Feltre hanno lavorato e quindi da pensionato rientrai a Monza, impegnandomi in varie attività di volontariato e, da buon feltrino, in camminate in montagna. Nei primi anni 2000, restai purtroppo vedovo. All’inizio del 2006, altro accadimento incredibile: incontrai a Milano Francesca, signora vedova emigrata giovane da Pedavena, mai conosciuta prima. Con gioia di figli e parenti e grande meraviglia di sacerdoti locali, per l’inusuale età dei coniugi, convolammo a regolari nozze, in ottemperanza alla formazione adolescenziale ricevuta nel Feltrino. E così, come dice il finale della storiella: “nozze e nozzette, / Piero candelete,/ I se tira an os te la schena, / E i e ancora là che i se remena”. Steme ben”

Valerio Roncen

Vittorio Zornitta

“Sono partito da Lentiai nel 1958, a 19 anni, con l’idea di un espatrio provvisorio di qualche anno. Come tutti gli emigranti, ho molto sofferto della perdita subita lasciando parenti, amici e luoghi sacri alla memoria, tanto che per molti mesi, soprattutto alla domenica sera, stentavo a frenare le lacrime. Appena mi è stato possibile, ho aderito alla Famiglia di Parigi e frequentato le serate ed i viaggi organizzati dalla signora Giacomina Savi. Ho avuto la fortuna di lavorare in diversi cantieri dove, fra i tanti immigrati, c’erano diversi italiani ed a volte qualche lentiaiese. Tutti pieni di nostalgia, ma come è noto, “mal comune, mezzo gaudio”. La vitalità della giovinezza ha fatto rapidamente il resto. Non solo l’essere umano finisce per abituarsi a tutte le situazioni, ma il tempo lo aiuta a scoprire che la natura può essere bella ovunque e che, in ogni luogo, c’è gente buona, amichevole, pronta ad accogliere e a stringere con gli altri dei legami di fraterna amicizia. Per essere, per quanto possibile, felici, basterebbe amare il luogo dove il destino ci conduce a vivere e la gente con cui si vive. Anche se non è sempre facile, è la regola che ho cercato di impormi. Per amare, bisogna conoscere. Arrivati al momento del pensionamento con mia moglie ci siamo trasferiti nella sua casa a Saint-Faust, ai piedi dei Pirenei ed a 40 km. da Lourdes. Malgrado la mia naturale timidezza ho cercato di incontrare tutti gli anziani del paese e mi sono fatto raccontare la loro vita. Sono nati due volumi intitolati “Vendanges Tardives”, pubblicati dalla Biblioteca di Saint-Faust. Poi ho interrogato le persone aventi una passione particolare: dalla poesia alla scultura del legno, dalla valorizzazione della lingua locale, il “bearnese”, alla pesca della trota, dalla storia alla commedia, ecc. Ne ho fatto un altro libro in auto edizione , “Vie e Passions”. Ho infine interrogato diversi immigrati di origine italiana e pubblicato le loro storie in “Epousailles d’avenir”, sempre in auto edizione. Ho partecipato ad un pellegrinaggio in Terrasanta e ne ho scritto il resoconto per la quarantina di partecipanti in “Voyage aux sources de la foi”. Tutte cose da poco, ma che mi hanno permesso di vivere con un passatempo interessante, stimolato dal fascino che provo per le storie degli altri, dal desiderio di non dimenticarle e dal non facile confronto con la scrittura” (…).

Paura e fede. Un viaggio indimenticabile

Rinaldo Tranquillo
Rinaldo Tranquillo

Il governo coloniale inglese aveva il progetto di costruire, in Zambia, un ponte sul Luapula, un grande fiume immissario del fiume Congo.

L’incaricato del primo sopralluogo fu un ingegnere scozzese, John Philips. Essendo un mio amico, mi chiese di accompagnarlo, dato che conoscevo bene la zona sia dal punto di vista geografico che geologico. Siamo partiti di buon mattino; al confine con l’allora Zaire (Congo) non abbiamo avuto nessuna difficoltà. La strada era di boscaglia, ma essendo la stagione secca, non dovevamo passare attraverso i pantani della stagione delle piogge. Tutto filò liscia per circa 20 km., quando improvvisamente dal fianco della strada sbucarono una dozzina di soldati congolesi, che ci fermarono con una certa prepotenza; uno di loro si avvicinò e ci fece scendere dalla macchina; abbiamo subito ubbidito, se non altro per la presenza di un fucile puntato verso di noi. Il militare mi chiese in lingua swahili dove andavamo; io risposi in swahili che non conoscevo bene la sua lingua. Lui si arrabbiò e mi disse come ci permettevamo di essere in quel posto senza sapere la sua lingua. Dissi allora che io parlavo italiano, inglese, francese, spagnolo ed anche chibemba. Mentre stavo discutendo si avvicinò uno che forse era il comandante del gruppo e mi disse, in francese questa volta, che doveva arrestarci. Chiesi quindi che cosa avevamo fatto e quello rispose che “sollevavamo troppa polvere nella strada”!

Gli chiese che cosa dovevamo fare e lui con calma mi disse che bisognava che ci scusassimo. Cercando di rimanere il più calmo possibile dissi: “Je m’escuse”. Lui rispose: “Non così!”. Intanto l’amico John che non aveva finora aperto bocca mi chiese che cosa volevano e gli dissi:”Soldi!”. Mise subito mano al portafoglio e levò un biglietto da 20 sterline: una grossa somma per loro, perché rappresentava lo stipendio di un mese per un locale. Il capo ordinò ai suoi uomini di salutarci e così ripartimmo per il fiume.

Al fiume il traghetto non funzionava. Si avvicinò uno zambiano, che ci disse che per una modesta somma ci avrebbe traghettati all’altra riva in canoa. L’amico John accettò subito, mentre io tentennavo parecchio. Devo confessare a questo punto che non sono mai stato capace di nuotare e la mia paura non erano i coccodrilli, ma di finire annegato! Con grande timore entrai in quel pezzo di legno scavato ed iniziammo l’attraversata. Mi sono subito pentito di aver accettato, ma ormai ci stavamo allontanando dalla riva ed io, accucciato in fondo alla canoa, incominciai a pregare. Sono certo di non aver mai pregato così intensamente come durante quella attraversata: avevo perfino paura di respirare e ad ogni movimento le mie preghiere diventavano più intense. Sull’altra riva credo di non essere stato molto utile per il mio amico, dato che avevo il terrore del ritorno. Sono certo che il buon Dio ha ascoltato le mie preghiere e così posso raccontare l’episodio.

Sulla via del ritorno mi son reso conto di come funziona il tam-tam delle foreste africane, dato che siamo stati fermati ben sei volte da dei gruppi di soldati e tutte le volte abbiamo dovuto pagare per il nostro misfatto che consisteva nel sollevare la polvere sulla strada. L’ultimo che ci fermò aveva la divisa della polizia, ma dato che eravamo ad un centinaio di metri dal confine e che avevano finito le nostre finanze, mi arrabbiai: dissi che la macchina era del governo e non nostra, che gliela lasciavo e finivamo la nostra strada a piedi. Quello mi insultò e mi disse che non voleva la macchina e che solo per la sua magnanimità ci lasciava andare.
Così finì una giornata che non auguro a nessuno Fu solo il giorno in cui pregai di più e con più devozione.

Tranquillo Rinaldo