Category “Vite migranti”

Storie di emigranti bellunesi

Fiamme nella notte

Nella storia del lavoro negli Stati Uniti, pochi eventi hanno avuto un impatto significativo quanto l’incendio della fabbrica Triangle Shirtwaist, avvenuto il 25 marzo 1911 a New York. 

Da un lato la tragedia colpì duramente la comunità italiana immigrata, evidenziando le difficili condizioni di lavoro e le sfide che gli italiani affrontavano nell’America del tempo.

Dall’altro, segnò un momento cruciale, generando un’immediata risposta sociale e politica e portando a cambiamenti legislativi che avrebbero plasmato il futuro del lavoro nel Paese. 

La Triangle Shirtwaist Company era una fabbrica di abbigliamento situata nell’edificio Asch, al 23-29 di Washington Place, nel quartiere di Greenwich Village, a Manhattan. Impiegava principalmente giovani donne immigrate, italiane ed ebree dell’Europa orientale, spesso provenienti da famiglie disagiate. 

Il 25 marzo 1911, un incendio divampò nella fabbrica, causando la morte di 146 lavoratori e il ferimento di 71 persone, la maggior parte giovani donne. Le condizioni di lavoro precarie e la mancanza di misure di sicurezza nell’edificio contribuirono alla tragedia.

Le porte delle uscite di emergenza erano bloccate o chiuse per impedire ai lavoratori di fare pause non autorizzate o di rubare. Per questo motivo, diversi operai rimasero intrappolati all’interno dell’edificio in fiamme. Alcuni cercarono di fuggire gettandosi dalle finestre, molte delle quali troppo alte, con le reti di sicurezza che cedettero sotto il peso delle persone.

Il rogo scosse l’opinione pubblica e diffuse un’ondata di indignazione e proteste. Le indagini rivelarono gravi negligenze da parte dei proprietari della fabbrica, tra cui la mancanza di precauzioni antincendio e – appunto – la pratica di bloccare le vie di fuga.

Da questa catastrofe, tuttavia, ebbe avvio un processo di riforme legislative volte a migliorare le condizioni di lavoro e di sicurezza nelle fabbriche. 

Nel 1911, New York approvò nuove leggi che obbligavano le imprese a seguire rigide norme antincendio e ad assicurare la disponibilità di vie d’uscita libere in caso di emergenza. 

L’evento rafforzò inoltre il movimento sindacale, portando alla nascita di organizzazioni più forti e influenti. Ecco perché l’incendio della Triangle Shirtwaist è considerato un punto di svolta nel movimento operaio americano. 

Un giardiniere alla Cornell University di Ithaca

di Jacopo De Pasquale

Molto spesso dimentichiamo che la storia non è fatta solo da importanti personaggi o grandi eventi, ma anche dalle innumerevoli piccole esistenze che hanno costellato ogni epoca, non lasciando, a volte, alcuna traccia riconoscibile del loro passaggio. Quante persone, costrette dalle circostanze a scelte drastiche, a dolorose separazioni, sono state dimenticate non appena parenti e conoscenti sono a loro volta scomparsi? Ecco, la ricerca storica serve anche a questo: a dare voce all’inascoltato, per restituire dignità e spazio a coloro che, purtroppo, sono caduti nell’oblio. 

Rifletto su questi temi mentre scorro l’elenco delle persone giunte a Ellis Island il 5 aprile 1913 con la nave Taormina. Su quel transatlantico era salito, nel porto di Napoli, il 26 marzo 1913, il mio bisnonno materno, Agostino Campagna. Agostino è sempre stato, in famiglia, un personaggio avvolto nel mito e nel mistero. Padre di Orlando, l’unico dei miei nonni che non ho conosciuto, era morto nell’agosto del 1925 negli USA. Poche le notizie racimolate da mia madre. Era partito da Carpineto Romano a causa delle enormi difficoltà economiche che travagliavano nel dopoguerra l’Italia. Come tanti altri in cerca di fortuna nel Nuovo Continente. Come tanti altri, mai più tornato in patria, era morto laggiù, ad Ithaca, nello stato di New York, per un tumore alla gola.

Di lui restava una foto con l’abito della domenica e una lettera piena di amore per sua moglie Emma, la mia bisnonna. Niente altro, se non che, a detta di mio nonno Orlando, lavorava come giardiniere in una università locale e che aveva tentato, ripetutamente, di convincere la moglie a seguirlo. Lei però non acconsentì mai, a causa dei genitori anziani e bisognosi di cure. La sua vicenda mi aveva colpito. Partito per le lontane Americhe quando il figlio aveva pochi mesi, l’ho sempre immaginato come una persona vissuta sola e morta lontana da chi gli voleva bene e dalla sua amata terra. 

Agostino Campagna, a sinistra

Ma ecco che la fortuna, la passione per le antiche carte e soprattutto una amicizia nata tramite “Bellunesi nel Mondo” mi hanno consentito, almeno in parte, di disvelare altri aspetti di questa vicenda famigliare. Grazie alle scansioni dei documenti di accettazione al momento dello sbarco, presenti sul sito di Ellis Island, ero già riuscito ad appurare che Agostino non era partito da solo, ma con un suo cognato, tale Luigi Battisti, fratellastro della moglie Emma. Con loro erano presenti molti altri carpinetani, e questo mi ha indotto a ragionare sull’enorme importanza, in quegli anni, del fenomeno dell’emigrazione dalle regioni del Sud Italia.

Grazie ad altre ricerche online sono riuscito a scoprire che, ad Ithaca, vi erano moltissimi carpinetani, oltre duecento, che festeggiavano il santo patrono del paese, Sant’Agostino, e che avevano fondato un’associazione, “la Semprevisa”, a ricordo del monte che si staglia, assieme al Capreo, a ridosso del piccolo paese sui Monti Lepini. Giunto a questo punto della ricerca mi trovavo però in un’impasse: altre notizie non erano reperibili.

Ma il fortunato incontro, tramite “Bellunesi nel Mondo”, con Michela Zannini, bellunese abitante a Boston, patita di ricerche genealogiche, ha dato inaspettatamente, da oltre oceano, un nuovo impulso a questa mia piccola indagine. La prima notizia certa scaturita dalla sua ricerca si ricava da un documento che conferma il servizio svolto da Agostino presso l’università di Ithaca, la famosa Cornell University, fondata nel 1865, uno dei primi atenei americani a bandire pregiudizi di tipo razziale: proprio alla Cornell University si laureò, infatti, la prima donna di origine africana della storia degli Stati Uniti d’America.

Ma la notizia decisiva, ancora frutto del puntuale lavoro di Michela, emerge da un confronto tra l’archivio online, denominato Find The Grave, e i dati dell’ufficio Anagrafe del Comune di Carpineto: si tratta di un possibile riscontro nel Calvary Cemetery di Ithaca. L’intuizione è stata quella di verificare anche possibili errori di trascrizione del nome: è così che Agostino Campagna sarebbe diventato Agustaoi Camcagnio. 

Ad oggi, purtroppo, la tomba non è stata ancora rintracciata, visto il numero enorme di defunti presenti nei registri della parrocchia dell’Immacolata Concezione di Ithaca, ma non demordiamo. Nelle ultime settimane un costante scambio di mail, con annesse ricerche archivistiche, grazie anche alle più innovative banche dati, sta portando alla luce molte notizie altrimenti impossibili da recuperare a causa della distanza e della lingua. Ma non servono anche a questo le fonti archivistiche, oltre che a raccontare la “grande” storia? Storia che, disciplina essenzialmente democratica, se raccontata e disvelata con passione e competenza, può conferire dignità e luce a tante piccole vicende dimenticate, come quella di Agostino Campagna. 

P.s.: qualora ci fossero notizie sull’individuazione della sepoltura, sarà nostra cura informarne gli appassionati lettori.

Una cartolina d’epoca di Carpineto

Vista della McGraw Tower con Uris Library, Morrill Hall e il Lago Cayuga, di Dantes De Montecristo, con Licenza Creative Commons

L’emigrante bellunese più longeva

di Luisa Carniel

Con i suoi 109 anni di età, buona parte dei quali vissuti negli Stati Uniti, Teresa Santa De Donà Cesarol può essere considerata tra le più longeve emigranti del Bellunese. Nata a Lorenzago il 10 marzo 1890, figlia di Ettore e di Giovanna De Lorenzo Nodare, si è spenta nella sua casa di Vassar, nel Michigan, il 18 novembre 1999.

Nel 1920 affrontò sulla nave America il viaggio transoceanico durato una decina di giorni e che portò al di là dell’oceano tanti emigranti cadorini: lei intese raggiungere il fidanzato Agostino Tremonti, che sposò a Detroit di lì a qualche mese.

Agostino, figlio di Nicomede Cecol e Luigia Fabbro Tauron, era nato a Lorenzago nel 1889 ed inizialmente aveva raggiunto il West Virginia per lavorare nelle miniere di carbone con il padre e i fratelli Pietro e Silvio; fu proprio con questi due fratelli che Agostino si spostò poi nel Michigan, dove comprò una grande fattoria nella fertile terra nei dintorni della cittadina di Vassar, nella contea di Tuscola.

Fece quindi arrivare in America la promessa sposa, la quale fu felice di continuare la sua vita contadina anche al di là dell’oceano. I nipoti concordano nel dire che si espresse sempre e solo in dialetto cadorino, fece poca vita di comunità (pare sia andata in città non più di quindici volte nella sua vita), ma si dedicò interamente alla sua famiglia, alla coltivazione degli ortaggi e dei fiori, all’allevamento di galline e conigli.

Questi elementi erano per lei uno stile di vita, proprio come in Italia. Non era poi insolito che Teresa dedicasse due o tre ore alla preparazione di ogni pasto, continuando a cucinare sul fornello a legna acquistato quando lei e Agostino si erano sposati.

Non mancò tuttavia la malinconia per la sua terra lontana, tanto quanto la sofferenza per aver lasciato i genitori e i tanti fratelli in Cadore, dove non riuscì mai a ritornare, nemmeno per un breve periodo.

Quello che le mancava di più era il calore dei rapporti interpersonali. «In Italia tutti siamo famiglia», affermava Teresa, «mentre una cosa che ho capito qui in America, soprattutto durante gli anni della Depressione, è che ognuno pensa per sé».

Agostino e Teresa ebbero quattro figli: Eli, Luigia, Giovanna e la primogenita Eva, che morì a 17 anni a causa delle complicazioni seguite a un’operazione di appendicite.

Agostino morì nel 1981, dopodiché Teresa visse con il figlio Eli e la nuora Virginia, attorniata anche dalle altre figlie, oltre che da tre nipoti, cinque bisnipoti e ben otto trisnipoti.

Teresa Santa De Donà

La vita dell’emigrante

Guido Battiston nacque a Belluno il 18 gennaio 1936, in una famiglia modesta e semplice. Il papà faceva il boscaiolo. Purtroppo, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1944, Guido e il fratello Arduino rimasero orfani di padre. Guido aveva solo otto anni. La sua infanzia sarà segnata dal sacrificio. 

A diciotto anni, nel 1954, Guido raggiunse Arduino a Muttenz, in Svizzera, e iniziò a lavorare presso la ditta Marti. Nel 1964 passò alla Walo, dove rimase fino alla pensione. Lavoratore stimato e benvoluto da tutti per il suo impegno, per la sua bontà d’animo e per la sua esperienza, ben presto gli venne affidato il compito di caposquadra. Poté così aiutare tanti operai emigrati.

La vita di Guido fu piena di sacrifici… la vita dell’emigrante!

Nel 1967, dopo varie vicende e disgrazie famigliari, Guido conobbe la futura moglie, Lucia Lovat, proveniente da una famiglia numerosa di Belluno, emigrata in Svizzera a diciott’anni, ma con il ricordo delle origini sempre vivo in lei. 

Nel 1968 i due si sposarono in Italia, a Meano di Santa Giustina. Dal loro amore nacquero due figli: Felice, nel 1969, e Andrea nel 1971. Lucia e Guido trasmisero loro i valori più importanti, come la giustizia, la lealtà, la sincerità.

La vita di Guido e Lucia fu tutta lavoro e famiglia. Famiglia per la quale si sacrificarono e alla quale dedicarono tempo e amore, ricevendone in cambio la soddisfazione di vedere i due figli studiare e raggiungere un titolo di studio invidiabile. 

Guido fu un uomo semplice, dal carattere buono, silenzioso, intuitivo, sempre disponibile e sempre pronto ad aiutare. Un uomo concreto, di poche parole, ma di tanti fatti, capace di andare d’accordo con tutti, con tanti amici, sempre impegnato nella comunità. Collaborò infatti con la parrocchia e con la Missione Cattolica, offrendo gratuitamente i suoi preziosi servizi, con il centro ricreativo e soprattutto con la Famiglia Bellunese di Basilea, come consigliere e come Presidente. 

Con l’hobby del giardinaggio, gli piaceva anche fare il vino e i salami, per poi condividerli con gli amici. 

Con fede convinta nei valori umani e cristiani, ogni sera recitava le sue preghiere, passando in rassegna le foto dei suoi cari. Aveva una preghiera e un pensiero per tutti: per la moglie Lucia, per i figli, per le nuore Ramona ed Emanuela, per i parenti. 

Guido e Lucia adoravano in modo particolare le nipotine Ilena e Fiona. La fede fu molto radicata anche in Lucia, assidua praticante. Il suo carattere sensibile e generoso la portò a essere pronta a fare sempre del bene a tutti. Fu molto attiva nella Missione di Basilea città e continuò a collaborare anche quando don Mario Slongo fondò la Missione di Muttenz – Birsfelden – Pratteln. Lucia era forte, non si lamentava mai per non pesare sulla famiglia. Prendeva tutto con filosofia e un senso dell’umorismo che la aiutava a superare gli ostacoli della vita.

Nella vita di Guido non è mancata la sofferenza, dovuta a diversi infortuni e malattie che però ha saputo affrontare con coraggio, sostenuto dall’affetto dei suoi cari, soprattutto dalla presenza premurosa della moglie Lucia, supportato anche dalla preghiera, dalla forza della fede semplice ma vera, e dalla sua voglia di vivere.

Purtroppo, lo scorso 3 settembre, Guido è stato stroncato da un infarto e ci ha lasciato per sempre. Siamo qui per ringraziarlo di tutto il bene che ha fatto e seminato. Guido è entrato in paradiso con le mani piene di amore.

Anche Lucia purtroppo non è più tra noi. La comunità sentirà moltissimo la sua mancanza. Ci rimane nel cuore il suo sorriso. Cercheremo di stare più uniti come lei desiderava. Ora è con il suo caro Guido. 

Teresina Cassol

Partenze di massa di emigranti.
(Per gentile concessione dell’Associazione Giuliani nel Mondo)

L’Unione dei minatori di Bingham

«Qualunque fratello, stato membro di quest’Unione per tre mesi ed in regola nel pagamento, il quale, per disgrazia o malattia sia reso incapace di attendere alle sue ordinarie occupazioni, riceverà dai fondi di quest’Unione la somma di sette dollari alla settimana per un periodo non eccedente dieci settimane in ciascun anno, purché la sua malattia o disgrazia non sia stata causata da intemperanza o condotta immorale, né sia preesistita all’ammissione del membro nell’Unione; nel quali casi nessun sussidio potrà essere concesso».

«Tutti i membri che firmano la Costituzione e i Regolamenti e non sono in arretrato di tre mesi nel pagamento delle tasse, multe o sopra tasse avranno diritto al sussidio funerario di settantacinque dollari. In mancanza di un parente o di chi per esso il Presidente impiegherà una somma sufficiente per le spese funerarie e qualunque rimanenza sarà rimessa all’Unione, unitamente alle ricevute delle spese».

«Il seppellimento dei membri defunti verrà eseguito sotto la sorveglianza del Presidente assistito dai funzionari subalterni dell’Unione. Questi darà avviso dell’ora e del luogo del funerale. Tutti i membri dell’Unione dovranno, in seguito ad avviso del Presidente, intervenire ai funerali e scortare le salme ai limiti della città».

Solidarietà, vicinanza, spirito di fratellanza e tutela reciproca. Sono i sentimenti che emergono da questi passaggi presenti nella Costituzione e Regolamento dell’Unione dei minatori di Bingham, adottati il 16 settembre 1901. 

Concetti che traspaiono ancora più chiaramente dal preambolo: «Ammesso che per la natura stessa del nostro inumano e pericoloso lavoro incombe su noi lo spettro di molti mali e della vecchiaia prematura; Ammesso che una associazione protettrice dei suoi membri sarebbe anche di sollievo alle corporazioni del Distretto di Bingham; Ammesso che la ricerca di lavoranti pratici ed esperti è proporzionata al profitto che ne deriva; Ritenendo utile di coltivare il sentimento della solidarietà tra i nostri compagni allo scopo di opporre una ferma resistenza a qualsiasi atto d’ingiustizia; Noi, minatori del Distretto Minerario di West Mountain, abbiamo deciso di formare una associazione sotto il nome di Unione dei Minatori di Bingham, No. 67 della Federazione dei minatori dell’Ovest d’America, per la promozione e protezione dei nostri comuni interessi e abbiamo adottato gli annessi Costituzione e Regolamento per nostra guida. “Stretti in fascio siam potenti” ed agendo giustamente di nessuno possiamo temere».

Il nome Bingham ci porta tra le Oquirrh Mountains, a sud-ovest di Salt Lake City, stato dello Utah. Ma è profondamente radicato anche nella memoria del Bellunese, in particolare del Basso Agordino. Proprio da qui, infatti, partirono migliaia di persone (uomini soli o con famiglie al seguito, talvolta in più viaggi di andata e ritorno nel corso dei decenni) dirette alla miniera di rame a cielo aperto di Bingham Canyon, il più grande scavo al mondo realizzato da mano umana, nel 1966 designato National Historic Landmark dal governo americano e tra le vallate bellunesi identificato anche da un nome che ne connota l’intrinseco legame con la storia dell’emigrazione: “cimitero degli agordini”. 

Perché proprio gli agordini? Per il bagaglio di competenze ed esperienze su cui potevano contare grazie alla lunga tradizione di lavoro minerario nei siti di Valle Imperina (Rivamonte) e di Vallalta (Gosaldo). Attività esportate fin dall’altra parte dell’oceano, dove il rigorso impegno sembrava poter garantire un futuro migliore, ma anche dove – come si evince dal documento – era necessario provvedere, uniti, a far fronte alle incognite e alle avversità di un «inumano e pericoloso lavoro».

Documento gentilmente concesso da Giovanni Dal Col