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Giornate per gli immigrati italiani

Una giornata per celebrare gli immigrati giunti dall’Italia. Lo scorso 21 febbraio il Brasile ha festeggiato il suo “Dia Nacional do Imigrante Italiano”.

La ricorrenza annuale è stata istituita con una legge federale del 2008, con l’obiettivo di rendere omaggio al contributo che l’emigrazione dalla Penisola ha fornito alla cultura, all’economia e al carattere nazionale del Brasile.

Ma perché proprio il 21 febbraio? Il giorno è stato scelto a ricordo del 21 febbraio 1874, data in cui viene fatto risalire il primo sbarco nel Paese sudamericano da parte di emigranti veneti, giunti a Vitoria, nello Stato di Espírito Santo.

Ricorrenze analoghe esistono anche in altre nazioni, terre di approdo dei “nostri” espatriati nei secoli scorsi. In Argentina, per esempio, la realtà in cui risiede la più numerosa comunità italiana all’estero.

Qui, sulla base di una legge del 1995, i festeggiamenti avvengono il 3 giugno, in ricordo della nascita di Manuel Belgrano, figlio di emigrati di Oneglia, divenuto uno dei padri dell’indipendenza argentina e ideatore della bandiera nazionale.

Anche la Repubblica Dominicana rende onore agli emigrati italiani con un’apposita Giornata: è il 5 dicembre, commemorazione del 5 dicembre 1492, quando Cristoforo Colombo arrivò per la prima volta sull’isola di Quisqueya, o isola di Hispaniola, sul cui territorio si trovano Haiti e, appunto, Repubblica Dominicana.

Caxias do Sul, monumento nazionale per l’Immigrato – immagine di Ricardo André Frantz, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2815236

Tra Soccher e l’Argentina. Storia di un legame mai interrotto

Sergio Pierobon nacque nel 1931 a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone, dove il papà Angelo – che lavorava come capo cantiere per un’impresa di costruzioni – si era trasferito con la famiglia. 

La famiglia di Sergio, però, era originaria di Soccher, e seguì Angelo nei suoi vari spostamenti in Italia fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Angelo venne colpito a un occhio da una grave malattia che non gli permise di continuare nel suo lavoro. Giunti a questo punto della storia, bisogna fare una breve premessa.

La storia di emigrazione della famiglia Pierobon da Soccher ebbe inizio nel 1915, quando Vittore, il nonno di Sergio, decise di andare in Argentina, allora terra veramente promessa, per poter fare fortuna. Nel 1922 lo raggiunse il figlio Giovanni e nel 1923 partì anche la moglie Anna con la figlia Pia, appena nata. Anna viaggiò con la nave “Principessa Mafalda”, tristemente nota perché in una traversata successiva verso il Sud America naufragò al largo di Rio de Janeiro con centinaia di vittime.

In quegli anni di miseria in Italia, l’Argentina era ancora in piena espansione economica

E ora riprendiamo da dove ci eravamo interrotti. Terminata la guerra, Angelo si operò l’occhio ma, una volta guarito, nel dicembre 1948 decise ugualmente di raggiungere il padre e il fratello lasciando a casa la moglie Rosina e i suoi tre figli. In quegli anni di miseria in Italia, l’Argentina era ancora in piena espansione economica e presentava infinite possibilità di cominciare una nuova vita.

Con i primi guadagni, Angelo decise di farsi raggiungere dalla famiglia. E così il 31 marzo 1950 Rosina e i due figli più piccoli – Sergio di diciannove anni e Vanna di sei – si imbarcano a Genova sulla motonave “Conte Grande”, con destinazione Buenos Aires. In Italia rimase la figlia maggiore Milena, che nel frattempo si era sposata. 

Il viaggio fu alquanto disagiato. Rosina e Vanna dovettero dividere la cabina con altre persone mentre Sergio dovette dormire in un «casermone» (sono le sue parole) con circa cinquecento altri uomini. Arrivarono a Buenos Aires il 16 aprile. 

Sergio raccontava che all’inizio la vita fu molto difficile, per la diversità della lingua, per i problemi con i documenti e per la mancanza di una propria abitazione: nei primi tempi dovettero infatti convivere con lo zio Giovanni. 

Il padre Angelo lavorava come capo cantiere edile e così, dopo un po’, anche Sergio iniziò a lavorare nel ramo delle costruzioni. Era una vita di sacrifici, ma con i primi risparmi decise di acquistare un terreno in una “quadra” di Bernal, sobborgo allora al limite Sud di Buenos Aires, per costruirsi una propria casa.

A quell’epoca era usanza che tutti gli italiani immigrati si aiutassero a vicenda per costruire le loro case, mettendosi a disposizione nelle giornate di sabato e di domenica. Fu così che Angelo e Sergio poterono terminare la loro abitazione in Calle Maipù 32. In questa casa Sergio visse tutta la propria vita.

Nei primi anni di emigrazione Sergio lavorò con il padre e si iscrisse a una scuola serale dove conseguì il diploma di Geometra. 
Nel 1956 sposò Dorina, anche lei emigrata, da Altamura, in Puglia, con la famiglia. Dalla loro unione nacquero due figli, Mario e Laura. 

In Argentina, già da diversi anni la situazione politica ed economica si era fatta caotica e burrascosa, al punto di far desiderare il ritorno di tutta la famiglia in Italia.

Nei primi anni i contatti con la sorella rimasta in Italia furono solamente epistolari. Poi, con la possibilità delle comunicazioni intercontinentali, anche telefonici. Solo nel 1964 il papà Angelo, Rosina e Vanna ritornarono per la prima volta in Italia, ritrovandola in pieno boom economico. In Argentina, invece, già da diversi anni la situazione politica ed economica si era fatta caotica e burrascosa, al punto di far desiderare il ritorno di tutta la famiglia in Italia. Ma nonostante la nostalgia per Soccher fosse sempre forte, decisero di rimanere a Bernal. 

Sempre nel 1964, Sergio decise di lasciare il lavoro con il padre e venne assunto da un’impresa italo-argentina, la Techint, per la quale lavorò fino alla pensione. Questa nuova occupazione lo portò anche a girare il mondo (Cile, Indonesia, Venezuela e Colombia, a volte accompagnato dalla famiglia, altre volte da solo), sempre come capo cantiere, e a condurre lavori di grandi complessità.

Raggiunta infine la pensione, dagli anni Novanta lo zio cominciò a viaggiare non più per lavoro, e tornò regolarmente in Italia con la moglie Dorina, mantenendo così i rapporti con la famiglia di origine, che ricambiò le visite. Anche io nel 2008 finalmente ho potuto andare con mia moglie Patrizia a riabbracciare gli zii e i cugini. A questo primo viaggio ne sono seguiti altri. Durante le nostre permanenze, Sergio ha sempre voluto conoscere le novità del suo paese, di cui ricordava aneddoti, fatti e persone, a dimostrazione di un profondo e immutato legame tenuto vivo nonostante la lontananza.

Nel 2014 Sergio venne colpito da una grave ischemia che ne compromise fortemente la salute. Ha lottato per sette anni, aiutato dai famigliari, fino a domenica 24 gennaio 2021, quando all’età di ottantanove anni si è spento, lasciando in Argentina e in Italia un vuoto che potrà essere colmato solamente attraverso il legame che lui ha costruito tra i due continenti.

Il nipote, Eligio Pison

Al centro Eligio e Patrizia con i famigliari Sergio, Dorina, Vanna ed Edoardo, davanti alla casa di Bernal.

Giovanni Alfonso Baiocco, maestro del ferro battuto

Giovanni Baiocco nacque a Lentiai nel 1904. Fu a Monza dove ebbe una rigorosa formazione artistica attraverso l’alternanza tra l’indispensabile esercizio pratico e regolari studi teorici; qui ottenne il diploma di maestro d’arte, per poi specializzarsi nella lavorazione del ferro sotto la guida del maestro Alessandro Mazzucotello, lo stesso che guidò al successo il feltrino Carlo Rizzarda. Poco più che ventenne si trasferì in Argentina, precisamente a Buenos Aires, dove si fece presto conoscere come “quello del ferro battuto” e dove aprì un negozio in Avenida Cordoba, che chiamò “La bottega del ferro”. Le sue opere venivano regolarmente acquistate sia dagli argentini come dai membri della collettività italiana. Nel 1970 un grande settimanale argentino gli dedicò un importante servizio giornalistico, dove si mise in luce che nella sua formazione culturale trovò ampio spazio la storia dell’arte e che quindi egli conosceva e cercava di spaziare negli stili delle diverse epoche, anche se dimostrava una particolare simpatia per il rinascimento spagnolo. 

Giovanni Alfonso Baiocco fu membro di molte istituzioni benefiche e associazioni; inoltre faceva anche parte della “Bellunese”. Morì a Buenos Aires nel 1981, dopo più di cinquant’anni di emigrazione.

Fonte: BNM n. 3/1970 e n. 3/1881

Guido Dal Farra

Nato il l° agosto del 1924 a Faverga, un sobborgo alle porte di Belluno, Guido Dal Farra era scampato al turbine della seconda guerra mondiale quasi per miracolo. Pochi giorni dopo la chiamata alle armi, nell’agosto del ’43 l’esercito italiano si sfasciò e Guido ritornò a casa; per pochi giorni, però. Per evitare il pericolo di rastrellamenti si rifugiò sulle montagne, da lui ben conosciute Dolomiti bellunesi, vivendo alla macchia, sfuggendo agli agguati del nemico della Patria, ribelle a impugnare un’arma per lottare contro i fratelli. Passata la bufera della guerra emigrò in Francia, in cerca di lavoro per le sue braccia robuste; e dalla Francia, nel 1949, emigrò in Argentina. Qui, a San Carlos de Bariloche, c’era suo padre, Vittorio, già valoroso bersagliere della prima guerra mondiale. Era giunto a Bariloche verso il 1931, epoca della crisi mondiale, seguendo le orme del pioniere e compaesano Primo Capraro. In Italia aveva la- sciato la moglie e sei figli con la promessa di chiamarli appena sistemato; la crisi però era in tutto il mondo e alla moglie e ai figli bisognava, e lui voleva, preparare un futuro decente. Quando sembrava che tutto fosse a posto, ecco la seconda guerra mondiale e tutto andò a rotoli. Nel 1949 quando Guido, con il fratello Ugo, arrivò a Bariloche, c’erano molti bellunesi ed erano molti i cognomi bellunesi: De Col, Dal Cin, Dal Pont, De Cian, De Min, De Pellegrini, Dalla Gasperina… e il dialetto veneto era famigliare anche agli argentini residenti. Guido, e anche i fratelli che lo raggiunsero fino a completare la famiglia, si climatizzò subito e, soprattutto, incominciò a lavorare sfogando così quella voglia immensa di esser utile che sempre lo attanagliò. Quando, nel 1955, si costruì la nuova sede dell’Associazione italiana di Mutuo Soccorso “Nueva Italia” lui e i fratelli erano sulla breccia, imbrattati di calce e cemento, cazzuola in mano, a tirar su pareti. Poi entrò nella ditta «Falaschi Construcciones », italiana, meritandosi un posto di fiducia e di responsabilità. Intanto si era sposato (nel 1957) e il matrimonio con la connazionale Bruna Filipuzzi, una friulana tutto cuore e spirito, fu rallegrato da una bella coppietta, ora già matura: Livio e Silvana. Con il fratello Ugo costruì pure, informa, diciamo così, individuale, un civettuolo alberghetto, il «San Marco», quasi in pieno centro de Bariloche, alberghetto che è gestito dalla signora e dalla cognata Maria. Tutto sembrava che andasse a gonfie vele quando una «sorella» che tutti temiamo e rispettiamo, entrò di sotterfugio, lo chiamò prepotentemente e lo portò via con sé. A 59 anni, se ne è andato, rapito precocemente, colpito da un infarto cardiaco. Giovane ancora, allegro, simpatico: la sera prima era stato con gli amici, in allegra compagnia, alla sede dell’Associazione Italiana, gaio e sorridente. I funerali furono una apoteosi, se così possiamo dire, di condoglianza e di dolore. Era il 19 dicembre 1883 e si sentiva già nell’aria odore di presepi e melodie di cornamuse. 

Fonte: BNM n. 3/1884

Beniamino Bez

primo piano di Beniamino Bez

Nacque a Igne di Longarone il 6 luglio 1916. Si sposò con Giuseppina Doriguzzi, insegnante di Danta di Cadore; non ebbero figli. Dopo l’esperienza di autotrasportatore in Africa Orientale negli anni ‘35-36, tornò in Italia e rimise in piedi con gli zii un’identica attività di autotrasportatori. Nel 1949 il richiamo dell’Argentina, Paese che pareva offrire le più facili possibilità di inserviente. Beniamino s’imbarcò a Genova con la moglie e tanti altri amici cadorini; era il 19 marzo 1949 ed il viaggio durò fino all’8 aprile. Lavorò come muratore e poi come autista esperto guidatore di camion pesanti. Infine, l’incontro fortuito con un amico, Annibale Soravia di Venas ed il coinvolgimento del cugino Leonardo Bez, lo fece entrare nel mondo del gelato. Con la Heladeria “Los Alpes” e la Heladeria “Rancho alpino”, Beniamino e Giuseppina si sentirono orgogliosi di essere tra i primi longaronesi-cadorini gelatieri di Buenos Aires. Messisi in proprio si affermarono a durissimi sacrifici, grandi soddisfazioni e tanti bei ricordi. Tornato a Belluno, Beniamino fu un personaggio di spicco del volontariato. Lo ricordiamo negli anni ‘70-80 come presidente degli ex allievi salesiani e della Conferenza S. Vincenzo de Paoli di Mussoi, come volontario dell’Unitalsi e componente del gruppo dei Focolari. È deceduto a Belluno il 3 ottobre 2009.

Fonte: BNM n.6/2010