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Italiani brava gente? Discriminazione dell’immigrato italiano in Argentina tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo.

italiani_sbarco_argentinaItaliani brava gente? Non sempre. La Costituzione Argentina emanata nel 1853 non fa differenza: qualsiasi immigrato europeo può entrare nel paese purché lavori e contribuisca allo sviluppo economico sociale. Eppure, il governo argentino ha ben in testa i suoi progetti. L’europeo tedesco, francese e svizzero sono i prescelti: portano capitale e sono grandi lavoratori. L’italiano e lo spagnolo, ovvero i latini, secondo lo stereotipo di quel periodo, sono indolenti e ostili al lavoro. Nonostante ciò, quando l’immigrazione diventa spontanea e non più controllata, l’italiano arriva in massa. Per quanto molti abbiano avuto fortuna in Argentina, altri hanno miseramente fallito. Questa seconda categoria ha favorito la discriminazione tanto che l’Argentina verso la fine del XIX secolo inizia a desiderare il ritorno della natura, alla tradizione del gaucho, figure che precedentemente avevano rappresentato la barbarie nei confronti della città portatrice di cultura.  L’immigrato, se prima era il privilegiato, ora (quello povero) è considerato come un individuo corrotto moralmente, impedisce il miglioramento della società ed è quindi una minaccia per lo sviluppo della nazione. I ruoli si invertono e ora la sua figura da civilizzata passa a barbara. Laura Oliva Gerstner scrive un saggio che tratta la discriminazione dello straniero in Argentina nella letteratura. Lei stessa afferma: “el problema de la otredad tomaba nuevas formas y direcciones, pero su ámbito de enunciación continuaba siendo lo mismo”. Ovvero: le categorie per definire l’inferiorità dell’altro rimangono le stesse, solo cambia la vittima. Questo odio verso determinati individui (in questo caso l’immigrato), infatti, non è una novità e può essere considerato come la continuazione del razzismo verso l’indio. Se prima la città corrispondeva all’idea di civiltà, ora rappresenta il caos ed è lo scenario maggiormente indicato per fomentare l’odio contro lo straniero.

In generale, gli immigrati latini sono i più controllati perché considerati biologicamente inferiori. Gli italiani sono un gruppo poco definito. Nel senso che si inseriscono nella società in quanto la influenzano con la lingua, cultura, tradizioni, ma si isolano fra di loro perché creano una propria comunità, teatri, giornali, banche… Alcuni fanno veramente fortuna. Ma per coloro che falliscono, un metodo semplice è ricorrere all’illegalità per cercare di sopravvivere. Sono soprattutto italiani e spagnoli ad essere accusati di violenza e a soffrire il razzismo. Eugenia Scarzanella descrive la situazione dell’italiano immigrato in Italiani malagente: immigrazione, criminalità, razzismo in Argentina, 1890-1940. Si passa dalla simpatia verso lo straniero, giudicato più laborioso e più colto rispetto ai nativi, alla diffidenza nei suoi confronti perché avido, materialista e portatore di idee pericolose. Da notare che tanti italiani appartengono al movimento anarchico e molti vengono cacciati dalla penisola in quanto considerati pericolosi. I nostri connazionali sono accusati soprattutto di avarizia e ignoranza anche se in generale si pensa che la razza latina abbia un’alta predisposizione all’omicidio.
Una parte degli immigrati è composta dai poveri, dalle prostitute, dai mendicanti e vagabondi. Parassiti della società, non adatti ad impegnarsi in un lavoro reale. C’è chi per racimolare un po’ di soldi ruba o diventa vittima del gioco. La loro inferiorità sociale ed intellettuale è data dai tratti fisici dall’uso del linguaggio come il lunfardo, simbolo di sottosviluppo perché idioma primitivo ed incomprensibile. Inoltre, sembra che spagnoli e italiani siano i più presenti nei manicomi.
Pure le madri italiane vengono accusate. Loro, che dovrebbero essere il pilastro della famiglia e dei valori, trascurano i loro bambini perché “distratte” dal lavoro. I padri, invece, sono soggetti al vizio dell’alcool. Di conseguenza, i bambini crescono per le strade, sviluppano un’indole aggressiva o, addirittura, criminale, e molto spesso vengono sfruttati per lavorare. È frequente trovare dei bambini vagabondi dormire per le strade. E sono soprattutto italiani.
Anche vivere in un posto sporco e povero corrompe la psiche e aumenta la criminalità.  Un esempio è il conventillo, casa composta da tante stanze zeppe di immigrati. Il sovraffollamento produce scarsa igiene e, di conseguenza, malattie fisiche e mentali. Come già citato, gli italiani tendono a restare con i propri connazionali o solo con gli immigrati europei; in questo modo, però, non hanno la possibilità di inserirsi nella società e diventare argentini.

Curioso come al giorno d’oggi, l’opinione sia cambiata ancora una volta e sia tornata ad un giudizio positivo…

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Gerstner, Oliva Laura (2013), “La estigmatización del inmigrante. Xenofobia literaria a finales del siglo XIX en Argentina” en Revista digital de la Escuela de Historia, año 5, n.9, Facultad de Humaninades y Artes, Universidad Nacional de Rosario.

Scarzanella, Eugenia (1999), Italiani malagente: immigrazione, criminalità, razzismo in Argentina, 1890-1940, F. Angeli, Milano.

Un motivo che spiega perché fu scelto l’europeo nel processo di immigrazione. Il caso argentino.

Aletheia_Cristoforo_ColomboCivilización-barabarie: questa è la dicotomia che ha regnato in America Latina. Un pensiero imposto dagli europei e dalle oligarchie creole. Secondo questa teoria è barbarie tutto ciò che appartiene all’America, che siano persone, geografia, animali; mentre civilización è l’europeo bianco portatore di civiltà e cultura. È un pregiudizio che in parte spiega il perché delle ondate migratorie europee del XIX secolo.

Direi che non è stata tutta colpa dell’oligarchia creola e dell’Europa. I loro pensieri e pregiudizi non sono nati dal nulla. Direi piuttosto di tornare indietro a quella famigerata data del 1492. Cristoforo Colombo sbaglia i suoi calcoli e arriva in quella che verrà definita America. Si meraviglia nei confronti della diversità geografica: così straordinaria, così enorme, così selvaggia. Descrive la popolazione dal suo punto di vista europeo, sottolineando la loro diversità come se la loro diversità fosse ignoranza. Certo, non conoscevano molti strumenti, la cultura o la religione degli europei. Questo non significa fossero ignoranti: semplicemente vivevano a modo loro. Ecco che Colombo scopre l’America. Scoperta? Quale scoperta? L’America esisteva pure prima ed era abitata! Il linguaggio è uno strumento potentissimo, non a caso per avere il controllo su tutto sentiamo la necessità di nominarlo. L’Europeo ha dato nomi (secondo il suo punto di vista) ad alberi, piante, persone, isole. E così l’America ha iniziato ad esistere. Ma è selvaggia e cattiva. L’europeo deve domarla. Difficile trovare un testo della letteratura latino-americana in cui l’America non venga descritta dal punto di vista europeo; difficile che sia l’indio stesso a scrivere e parlare. E anche quando sembra essere così, in realtà è solo apparenza. Un esempio è Una excursión a los indios Ranqueles pubblicato nel 1870 e scritto da Lucio V. Mansilla. Lo stesso autore ha la possibilità di conoscere alcune popolazioni indigene e le descrive in modo diverso, non come persone crudeli. E parlano perfino. Ma è tutta apparenza. E lo si nota dalla struttura del testo. Innanzitutto, gli indios vengono descritti ancora una volta da un non indio (Mansilla) che ovviamente ne parla dal suo punto di vista molto influenzato dal pensiero europeo. Inoltre, Mansilla mette fra virgolette le parole degli indios, come se fosse lui a concedere loro la parola quando e come gli comoda. Li pone ad un livello di inferiorità. E questo è solo un esempio…
Perfino il boom latino-americano inganna. La letteratura ispano avanza e prende piede tra gli anni 1960-70. Vengono pubblicati libri e testi più facilmente e nasce un interesse verso il “nuovo Mondo”. Peccato che sia poco indipendente in quanto i testi vengono pubblicati da case editrici spagnole. Gli autori sono sì latino-americani, ma con origini europee. Ancora una volta è qualcun altro a parlare della realtà latino-americana definendola magica, diversa, straordinaria, aggettivi che denotano la superiorità e il punto di vista europei. Si parla di Real maravilloso e di Realismo mágico: la realtà latino-americana è magica, ma viene descritta con se fosse reale. È magica davvero? Da che punto di vista? Europeo ovviamente.

Questo pregiudizio ha influenzato molto gli stati latino-americani. Per loro è necessario che l’europeo popoli l’America e la civilizzi.

Parliamo del caso argentino. L‘indio è una minaccia nel processo di unificazione della nazione. Non basta unificare geograficamente il paese strappando le terre alle popolazioni autoctone. É necessario omogeneizzare l’identità della nazione, ovvero le sue persone. L’eterogeneità è un pericolo: come possono indios e europei sentire di appartenere allo stesso stato se non condividono né memoria storica, né lingua, né cultura? Inoltre, una nazione per crescere ha bisogno di uno sviluppo economico e demografico. Bisogna domare l’indio, il gaucho (discendente europeo, ma influenzato dalla geografia argentina e quindi barbaro) la natura, gli animali. Bisogna conquistare la pampa, nominata come “deserto”. Bisogna eliminare “l’altro”, ovvero chi è diverso e di conseguenza sbagliato. Non può essere un “io e l’altro”. Per far funzionare la nazione, deve esserci un “noi”. Ecco che si ritorna al pensiero di Colombo…
Questa superiorità dell’europeo può spiegare in parte le grandi ondate migratorie partite dal nostro continente. Nel 1853 nella città di Santa Fe, viene promulgata la Costituzione Argentina nella quale, tra i diversi punti, si invita qualsiasi europeo ad entrare nel paese purché venisse per lavorare e coltivare la terra. Bisogna sradicare l’Argentina dalla sua arretratezza economica e sociale ed il compito viene affidato all’europeo.  Ne parla anche Domingo Faustino Sarmiento nel suo Facundo. Civilización y barbarie, testo che ha un grandissimo impatto nell’idea che l’Europa sia superiore all’America. L’Argentina dà il benvenuto agli immigrati europei. Eppure, questa decisione le si ritorcerà contro. L’opinione nei confronti dei nuovi arrivati ad un certo punto cambia. Se prima erano superiore, adesso sono a loro volta una minaccia all’identità argentina. Sono troppi, di troppe nazionalità, troppo diversi fra loro. Tanti pregiudizi negativi soprattutto nei confronti degli europei latini, spagnoli ed italiani, da molti considerati biologicamente inferiori e poco inclini al lavoro. L’immigrato povero (solitamente latino) ruba per sopravvivere, cede al vizio dell’alcool, del gioco, si isola con i suoi connazionali, è moralmente corrotto.  E questo ha un impatto negativo sull’intera società. Ecco che i ruoli si invertono. Verso il 1880 c’è un ritorno ai valori della natura e del gaucho inizialmente discriminati. Ora paradossalmente la barbarie sono la città e una parte degli immigrati europei.

 

 

L’identità italo-argentina. La testimonianza di Rachele De Maestri.

rachele_mamma_sorella_ bellunoRachele De Maestri è nata a Quilmes in Argentina. Le sue origini, però, sono bellunesi. In questa intervista ci racconta la sua vita come italo-argentina, il suo amore per l’Italia e cosa ha significato per lei avere questa grande opportunità di crescere con due identità, due lingue e due culture diverse dentro di sé.

“Sono nata a Quilmes. La mia famiglia è emigrata perché mio nonno ha vissuto entrambe le guerre ed era preoccupato che ne scoppiasse una terza. Girava voce che in Argentina non ce ne fosse il rischio. Prima sono venuti i miei zii nel 1950 circa e poi i miei nonni mentre mia mamma, Ildegonda Simonetto, nel 1960. La famiglia materna non sapeva parlare spagnolo, ma si sono adattati bene perché l’Argentina aspettava l’arrivo dei migranti per popolare il territorio. Gli immigrati hanno lavorato molto anche se inizialmente con poco profitto economico, ma erano determinati grazie all’idea di lavoro e progresso. Negli anni ’90 sono stata due volte a Belluno e ad Arten. Le case, la storia e le strade di Belluno mi sono piaciute moltissimo. È stato molto emozionante. Uno dei miei zii ha scritto un libro, Vita grama, che si trova a Fonzaso: spiega la vita prima e durante la guerra, vicende che raccontava spesso anche a noi. Mentre visitavo l’Italia pensavo a queste storie e mi sembra di essere dentro ai quei racconti. Nel cuore sapevo di essere parte dell’Italia. Non mi sentivo straniera.
L’Italia rappresenta, innanzitutto, la nostalgia della quale la mia famiglia ha sempre sofferto e, infatti, continuano sempre a parlare delle loro origini. La nostalgia è il “dolore del ritorno”.  Dico “ritornare” perché sempre c’è l’idea del ritornare alle origini. L’Italia è anche l’idea del lavoro, del progresso, dell’unione familiare, della religione, della cultura, della letteratura… principi molto forti che voi italiani avete portato in Argentina. Vi rispettiamo per averci fatto crescere lavorando molto.
Tra i due paesi non ci sono molte differenze perché c’è molto dell’Italia nella nostra cultura. Forse la diversità più evidente è l’organizzazione: noi non siamo così organizzati come voi nelle leggi, nelle istituzioni… in Argentina c’è molta povertà e si sente, mentre in Italia non penso ci sia. Inoltre, voi preservate molto la storia mentre noi non abbiamo ancora questa mentalità. Un’altra differenza potrebbe essere la geografia. In Argentina è bellissima con un territorio ampio e molta diversità climatica.
La mia vita e il mio cuore sono divisi tra Argentina ed Italia. Parlo italiano e spagnolo e mi sono sempre piaciute le lingue. Sono state come una porta nella mia professione. Difatti, anche per questo ho deciso di studiare psicoanalisi perché in questo studio il linguaggio è fondamentale in quanto costruisce la realtà e parlare più di una lingua fa pensare che non ci sia una sola visione, né un’unica verità. Ognuno ne ha una in base anche alla propria lingua materna. Fa riflettere sulle diversità, sulle differenti forme di pensare e ti insegna a rispettare l’altro. Quando si parla piú di una lingua si sa che nessuno è padrone della verità”.

 

 

 

L’immigrazione in Argentina raccontata da Gastón Gori, scrittore di origini italiane.

Gaston GoriAvvocato e scrittore, Gastón Gori (pseudonimo di Pedro Marangoni) nasce a Esperanza (ex colonia di immigranti europei) nel 1915. È nipote di immigranti friulani che si stanziarono ad Esperanza negli anni ‘70 del XIX secolo. Gori, però, non è molto conosciuto al di fuori del contesto argentino. Eppure, è un elemento molto importante nello studio dell’immigrazione europea in Argentina. I suoi scritti spaziano da studi scientifici e storici a racconti fittizi, ma tutti a volti ad analizzare l’immigrazione in uno studio che tende alla ricerca della verità. Gori non ha vissuto direttamente il processo d’immigrazione, ma è legittimato a parlarne in quanto è cresciuto nella colonia di Esperanza, i nonni erano italiani ed è stato uno dei primi studiosi che ha deciso di documentarsi e studiare avanti poterne parlare. Inoltre, grazie agli studi da avvocato, per Gori è fattibile analizzare come la società oligarchica argentina abbia cercato di organizzare la colonizzazione europea nella pampa, l’immigrazione urbana (le due si dividono in immigrazione organizzata e spontanea) e la distribuzione della terra. L’oligarchia, per aiutare l’Argentina a crescere economicamente (come stabilito dalla Costituzione argentina firmata a Santa Fe nel 1853), offre le terre fertili agli europei che, spinti dalla necessità di sopravvivenza, prendono al volo l’occasione. L’immigrante è speranzoso di poter velocemente esercitare il ruolo di padrone del pezzo di terra assegnatoli, ma, molto spesso, inizia la sua avventura già indebitato: riceve animali, materiale, attrezzi, ma in cambio deve pagare con denaro o con un terzo della cosecha. Chi riesce a pagare il debito può diventare a sua volta proprietario del suo campo.  Un esempio di successo è la colonia di Esperanza, da Gori nominata come “madre de colonias” (Esperanza, madre de colonias, 1969), la prima ad aver ottenuto ottimi risultati; mentre un caso particolare che trionfa e di cui Gori racconta, è il personaggio fittizio di El desierto tiene dueño (1958), Ernesto Bourdin. Dalla Svizzera, con la famiglia si stabilisce nella pampa, precisamente nella colonia di San Carlos, fondata dall’imprenditore Charles Beck-Bernard. Inizialmente, lavorare la terra è un’operazione ostica: la pampa è deserta, infinita, piena di segreti, lavorarla è difficile e diventa metafora della difficoltà dell’immigrato europeo nell’adattarsi a questa nuova realtà L’umore di Bourdin peggiora con i fallimenti finchè riesce con la famiglia a pagare il debito e diventare padrone del suo campo.
La ricerca della fortuna spinge un numero spropositato di europei ad emigrare in Argentina con la speranza di poter lavorare le sue terre. Attorno al 1870 l’immigrazione diventa incontrollata e  i contadini non ricevono più contratti regolari. Questo favorisce abusi, sfruttamento, favoritismi, la nascita del latifondo e come conseguenza, l’impoverimento della psiche dell’immigrato costretto a volte a fare un lavoro pesante e monotono, sotto un padrone e senza nessuna prospettiva di miglioramento. Molti si trasferiscono nelle città per tentare una sorte migliore, ma nemmeno l’immigrazione urbana sfugge alle difficoltà. È probabilmente il caso dell’italiano Nicola di cui Gori parla in El ultimo reparto, racconto pubblicato in El camino de las nutrias. Otros cuentos del 1955. Nicola per 20 anni ad Esperanza lavora e trasporta il ghiaccio durante l’estate. Vive in una stanza di legno, con odore nauseante e sporca, ma che non può modificare perché proprietà del padrone. A causa delle condizioni poco favorevoli e del calore torrido, Nicola ha un volto invecchiato dal lavoro ed è stremato. Nella sua ultima giornata, gli appare la visione di una donna che lo accompagna fino alla sua stanza dove muore. Forse l’ultima e unica possibilità di riscattare la propria dignità, consumato dalla stanchezza fisica e psicologica e dalla consapevolezza di non essere padrone nemmeno di sé stesso.
Sempre  nella stessa raccolta, si può leggere la storia di Nacho: panettiere in Italia e poi ad Esperanza, a Santa Fe e a Cavour. Questo italiano ha un carattere turbolento: è schiavo dell’alcol e, gelosissimo della moglie, la abbandona quando resta incinta. A Cavour è ben noto per il suo naso e per essere un ubriacone. Tutti lo conoscono, ma al momento della sua morte tutti ne spettegolano rivelando falsa solidarietà e malignità. Muore da solo in condizione pietose.
Antonini invece (La muerte de Antonini, 1956) migliora la sua condizione economica. Il padre con l’amico emigrano dal Veneto per stabilirsi in una città del litorale ricca di cosechas, trigos e maíz. Alternano il lavoro de jornalero con quello della trilla. Sono jornaleros agrícolas nella pampa, ma marginali senza terra. Alla morte della moglie e dei fratelli a causa del vaiolo, il papà torna in Italia lasciando Antonini alla famiglia dell’amico il cui figlio Dalmacio racconta le vicende del “fratello” durante il funerale di quest’ultimo. È l’unico che dimostra un po’ di pietà per Antonini. Il piccolo cresce in silenzio, ma la sua indole avara e tirchia si accentua sempre di più. Imbroglia, racconta menzogne e manipola le persone per accaparrarsi le proprietà altrui. Diventa proprietario di alcuni appartamenti che affitta, ma tratta con egoismo gli inquilini, in quanto li vede come causa di una sua possibile rovina economica. Sposa la figlia di un proprietario di terre, la umilia e la controlla. Incapace di far fronte ai cambiamenti economici e politici a causa della sua indole avara, Antonini muore solo e odiato da tutti. Se da un lato, Antonini si è arricchito economicamente, dall’altro si è ridotto a fare lo stesso gioco dell’oligarchia e si è corrotto moralmente.  Si potrebbe pensare che Dalmacio e Antonini siano le due facce della stessa medaglia: il primo onesto, il secondo corrotto. Forse Antonini rapresenta quella parte di immigrati che, nel tentativo di rivendicare un’ascesa sociale, perde la propria integrità morale.  La sua morte è fisica, ma simboleggia anche la perdita dell’onestà sociale. La sua condizione ricorda il giudizio negativo sviluppatosi dal governo argentino quando il numero di immigrati stava diventando troppo elevato e venivano incolpati di corrompere la società argentina. Ma, si sa, non tutti gli immigrati sono stati mala gente, anche se non tutti sono stati brava gente. Nicola e Dalmacio sembrano essere l’esempio di immigrato onesto e semplice. Nacho e Antonini, invece, sono la parte negativa della società: il primo corrotto dall’alcool, il secondo corrotto dal denaro.

 

 

La storia di Mario Giacchetti tra Italia e Argentina. Un’intervista alla figlia Maria

matrimonio mario e lucia

Matrimonio di Mario Ghacchetti e Lucia

Maria Giacchetti nasce a Belluno nel 1956. Le sue origini, però, si mescolano tra italiane a argentine. Il papà Mario, infatti, ancora molto giovane, spinto dalla necessità di dare una svolta di fortuna alla sua vita, decide di partire per Buenos Aires dove incontrerà e poi sposerà una donna argentina, Lucia, nata da padre argentino e madre italiana.  Nell’intervista, Maria ci racconterà dei suoi genitori, delle storie sull’Argentina che essi le raccontavano e di quanto questo paese sia diventato parte di lei entrandole nel cuore. Ad oggi, Maria sente di appartenere a due nazionalità e a due paesi che, simili e differenti, si intrecciano fra di loro. Il legame speciale con l’Argentina si intensificherà tanto da sentire di dover soddisfare un bisogno ed una necessità di visitare i suoi luoghi e conoscere le sue persone. L’Argentina è entrata a fa parte di lei in modo totalmente naturale.

 

Mi racconti chi della tua famiglia è andato via? E dove?
Il primo della famiglia a lasciare il Paese è stato mio padre Mario, all’epoca poco più che ventenne e appena diplomato presso un Istituto Tecnico Superiore nel campo dell’Edilizia. Nell’immediato dopoguerra Mario, primo di cinque fratelli, spinto dalla necessità di trovare lavoro decise di emigrare in Argentina.

 

È stato l’unico a partire della famiglia?
No, in un secondo momento Carlo, il fratello di mio padre, lo ha raggiunto rimanendo in argentina per un periodo limitato. Mario invece, oltre a rimanervi circa 7 anni, ha conosciuto e poi sposato mia madre Lucia.

 

Inizialmente è partito solo lui perché era il fratello maschio più vecchio e doveva sostentare la famiglia? È stato l’unico motivo?
Mario ha lasciato il paese tra il 1950 e il 1952 lasciandosi alle spalle la guerra e la liberazione ma le motivazioni che lo hanno spinto non ci sono mai state riferite esplicitamente. Penso che oltre alla necessità di trovare un lavoro, nel difficile periodo del dopoguerra, ci fosse il desiderio di partecipare al sostentamento della famiglia. Infatti, nonostante il buon impiego di mio nonno Francesco come vicedirettore di banca, mantenere una famiglia così numerosa all’epoca era molto faticoso.

 

Il lavoro che ha svolto in Argentina lo aveva trovato cercando informazioni da Belluno?
Si, erano dei viaggi pianificati: venivano organizzati i piroscafi per i lavoratori italiani. All’epoca infatti, l’Argentina sotto il Governo Perón era una nazione florida e gli italiani venivano immediatamente impiegati dopo l’arrivo. Mio padre era perito edile, ma per iniziare è stato assunto come muratore. Distinguendosi poi per intraprendenza e preparazione è riuscito ad ottenere una posizione adeguata a quanto studiato.

 

Mi racconti del viaggio e dell’arrivo a Buenos Aires?
L’attraversata in piroscafo, della durata di circa 20 giorni, partiva dal porto di Genova e aveva un costo sicuramente molto elevato da affrontare per quell’epoca. Il piroscafo era purtroppo anche l’unico mezzo per coprire tragitti così elevati, rendendo difficile anche tornare in visita alle famiglie durante gli anni lontani da casa. Mario era molto religioso e appena arrivato in Argentina ha cercato conforto per la lontananza da casa presso una comunità di salesiani già frequentata da molti operai suoi compatrioti. Mio padre ci raccontava che la prima cosa che ha fatto appena raggiunto il paese d’oltremare è stato cercare una chiesa per recarsi a messa. Nel suo diario scrive che la fede e il rigore gli sono stati sempre di grande sostegno durante gli anni lontano da casa.

 

Sapeva già lo spagnolo quando è arrivato?
No, è partito senza conoscere la lingua. Tuttavia, negli anni è riuscito ad apprenderla in maniera egregia, infatti a volte dimostrava proprietà di lessico e linguaggio più spiccate di mia madre madrelingua Argentina.

 

Durante gli anni da Lavoratore Emigrato, Mario si è sempre sentito trattato bene o ha anche subito discriminazioni?
Gli italiani erano considerati sporchi, fannulloni e incapaci dalla popolazione argentina. Venivano esclusi, discriminati, sfruttati e alloggiati in baracche di lamiera torride e sovraffollate.
All’inizio per Mario non deve essere stato facile: appena arrivato non conosceva la lingua e non aveva amici. Fortunatamente grazie alla comunità religiosa che Mario ha iniziato a frequentare poco dopo il suo arrivo è riuscito ad integrarsi creando una rete di conoscenze nella quale ha incontrato Jorge, il suo più grande amico e Lucia, la sua futura sposa. Con il tempo, Mario è riuscito anche a migliorare la sua condizione di lavoratore, da muratore a capocantiere spostandosi a vivere nel centro di Buenos Aires.

 

Mi racconti di come ha conosciuto tua mamma?
Mio padre ha conosciuto Lucia, nata e cresciuta a Buenos Aires in una famiglia Italo-Argentina, ad una festa tramite il suo migliore amico Jorge. Nonostante i tentativi di osteggiamento del matrimonio da parte della famiglia di mia madre, dovuti alla possibilità di un rientro in Italia di Mario, nel 1952 i miei genitori si sposano e come meta del viaggio di nozze scelgono l’Italia.  Dopo essere rientrati in Argentina e aver messo al mondo Claudio, il primo dei miei cinque fratelli, hanno deciso di lasciare definitivamente il paese d’oltremare alla volta delle terre natie di Mario.

 

I tuoi nonni materni di che parte d’Italia erano?
La nonna originaria di Cavasso nel Friuli si è trasferita durante la guerra a Milano dove ha conosciuto mio nonno, meneghino di origini argentine. Dopo essersi sposati, sono partiti alla volta di Buenos Aires dove, una volta stabiliti, hanno avuto mia madre Lucia. Con il tempo, prima la sorella della nonna, Olga, sposata per procura con un calabrese emigrato, e poi il fratello con la moglie si sono trasferiti a Buenos Aires.

 

Con il trascorrere degli anni come si è evoluto il rapporto con il paese in cui tuo padre è emigrato?
Mario ha sempre avuto un rapporto speciale con l’Argentina, vuoi per gli affetti lasciati una volta rientrato in terra natia che per l’accoglienza e la solarità delle persone della comunità in cui si era stabilito. Il desiderio di tornare in visita in Argentina è rimasto sempre vivo e per mio padre la cultura e le usanze argentine sono sempre state di grande interesse.

 

Come mai Mario ha deciso di rientrare in Italia?
Nonostante la buona integrazione nella comunità, mio padre non era riuscito a portare a termine il suo progetto lavorativo e per questo nel 1954 ritorna definitivamente in Italia.

 

Com’è stato per i tuoi genitori, così legati all’Argentina, rientrare in Italia?
La nostalgia per l’Argentina è sempre stata molto presente. Infatti, mio padre, ma soprattutto mia madre hanno sempre manifestato il dolore per il distacco e la sensazione di lontananza, vuoi per gli usi e costumi che per gli affetti lasciati con il ritorno in Italia. Il primo periodo una volta trasferiti definitivamente in Italia, per mia madre è stato particolarmente duro: la realità cittadina, le abitudini erano completamente diverse e il clima non aiutava di certo. Lucia veniva considerata da tutti la “Straniera”, la “Foresta” e complice il suo temperamento molto timido non era riuscita a coltivare delle amicizie al di fuori dei rapporti familiari. La famiglia di Mario aveva accolto Lucia con un immenso amore e le è stata sempre di sostegno. Nonostante questo, mia madre ha sempre vissuto un’intera via sospirando per la nostalgia della sua patria.

 

E per voi figli com’è stato avere i genitori così profondamente legati ad un paese lontano?
Credo che questo legame così profondo sia stato trasmesso anche a noi fratelli. Infatti, alcuni di noi negli anni sono stati a vistare i luoghi dove è cresciuta la mamma e dove i nostri genitori si sono conosciuti. Io a 28 anni sono stata per circa un mese perché sentivo crescere in me il desidero di vedere personalmente i luoghi della giovinezza di mia madre. Quando ho deciso di intraprendere questo viaggio dentro di me sentivo proprio un bisogno, una nostalgia.

 

Voi figli avete imparato lo spagnolo?
Purtroppo, no. Qui a Belluno, a casa dei genitori di mio padre, si parlava il dialetto e Lucia, con la sua indole timida, ha preferito adeguarsi e parlare questa lingua. Utilizzava la lingua spagnola solo per parlare con Mario e con noi figli. Io lo spagnolo lo comprendo discretamente proprio per questo motivo, ma non lo parlo e non lo scrivo e me ne dispiaccio molto.

 

E i nonni in Argentina come si rivolgevano a tua mamma?
I genitori di mia mamma parlavano solo in spagnolo ed anche le lettere e successivamente le telefonate erano in spagnolo. In più noi fratelli ricevevamo spesso dei libretti scritti in spagnolo spediti dalla nonna argentina. Abbiamo sempre avuto questa lingua vicino che poi è diventata la lingua del cuore e dell’affetto.

 

In che modo i vostri genitori hanno contribuito a creare questo legame con l’Argentina?
Mia mamma ci raccontava molto della sua vita in Argentina. L’Argentina veniva descritta come un bellissimo paese e quando ci sono andata è stata, per me, un’esperienza meravigliosa: ho ancora oggi il ricordo del colore del cielo e il profumo dell’aria.

Per questo paese, ho sempre avuto un grande legame affettivo.

 

È interessante questo legame che descrivi. Certi posti li senti parte di te anche senza spiegartene il motivo. Anche a me è successo quando sono andata in Argentina. Io non ho particolari legami familiari con argentini, però ho sofferto molto quando l’ho lasciata. È stata la prima esperienza nella quale ho dato più valore alle cose positive che a quelle negative e queste ultime ho saputo apprezzarle ed ero in qualche modo contenta che fossero successe. Credo sia l’unico posto al quale non riesco a staccarmi.
Certo, lo capisco. Penso sia anche per le relazioni che hai instaurato con le persone lì. Qui siamo più isolati rispetto a loro e penso che il clima detti molto sull’aspetto comunicativo delle persone. La gente di montagna è generosa e affidabile, ma non ha lo stesso carattere degli argentini. Ad esempio, mia cugina è tornata in Italia dopo 30 anni che non la vedevo, ma era come se l’avessi lasciata il giorno prima.

 

Vuoi raccontarmi qualcosa anche dei tuoi parenti in Perù?

Erano due fratelli del nonno che sono partiti dal Cadore, prima della guerra. Hanno fatto fortuna e si sono stabiliti a Lima dove vivono tutt’ora le loro rispettive famiglie. I loro figli sono venuti in Europa in più occasioni. Nei loro viaggi sono sempre venuti a Belluno a trovare mio padre e assieme si sono recati in Cadore in visita ai cugini.

 

Giulia Francescon