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Antonia Festini Cappello vedova Trebucchi

Mamma, nonna e bisnonna. Nata a Casamazzagno di Comelico Superiore il 17 gennaio 1929, era la primogenita di otto fratelli in una tipica famiglia di contadini di montagna. Erano tempi duri e già da piccola doveva aiutare nelle faccende domestiche e in stalla. Nel 1939, con l’inizio della Seconda guerra mondiale – Antonia aveva dieci anni – le cose divennero ancora più difficili, e nei sei anni seguenti durissime.

Il padre poteva farsi vedere solo di notte, a volte era in fuga dai partigiani oppure doveva stare nascosto. A metà del 1945, alla fine della guerra, proprio il padre mandò Antonia da una famiglia perché facesse la domestica. Nel 1946 lei ricevette una lettera da parte di uno zio in Svizzera: le comunicava che un imprenditore di Mannersdorf stava cercando una domestica. Antonia si mise subito a disposizione.

Fu così che arrivò a Zurigo con un treno merci. Alla frontiera venne spulciata e lavata a fondo, come di consuetudine in quegli anni quando si entrava in un Paese straniero. Lì venne lo zio a prenderla per accompagnarla dal suo nuovo datore di lavoro, presso il quale rimase per circa un anno. Dopodiché, si trasferì da una famiglia di Bubikon nella cui casa si trovava una drogheria. Antonia lavorava in casa, ma dava anche una mano in drogheria.

Fece amicizia con la figlia di questa famiglia, un’amicizia che durò tutta la vita. Tra il 1948 e il 1949 conobbe Bernardo Trebucchi (anche lui lavorava a Bubikon), che sposò nel 1952. Assieme ebbero tre figli: Gino, Carlo e Daniele. Abitavano in una casa di proprietà della ditta per la quale lavorava Bernardo, a Betzholz Hinwil. Una casa grande, con una cucina grande. E lì Antonia poteva mettere all’opera la sua passione per la cucina. Non sarà stata una cuoca stellata, ma la sua bravura stava nel preparare cibi deliziosi con le poche cose che aveva a disposizione. Ha sempre cucinato per diversi anni anche per i fratelli del marito che abitavano assieme.

Lei ci teneva a vestire bene i figli e siccome per i vestiti ci volevano tanti soldi (che però non c’erano) andava a lavorare di sera in un ristorante per mettere da parte il necessario e comprarsi una macchina da cucire. 

«Quando arriverà la nostra ora, speriamo tu sia qui pronta con il coniglio e la polenta».

Nel 1973 si trasferì con la famiglia a Kempten e nel 1975 a Wetzikon, dove lavorava saltuariamente presso l’IWAZ (qui c’eran anche il marito). Contemporaneamente, lavorava sempre di sera o di notte in albergo e al ristorante. Nel 1985, quando il marito giunse alla pensione, tornarono a vivere in Italia, ma non nelle amate montagne, bensì in una bella casa grande al mare, in Veneto. 

Nel 2001 Bernardo venne a mancare e da quel momento Antonia fece fatica a tenere la casa grande e l’orto da coltivare. Nel 2006, a settantasette anni, colta da nostalgia dei figli e dei nipoti, decise di tornare in Svizzera, a Hinwil, dove ha abitato in un appartamento nel centro del paese. 

A ottantasei anni diventava ogni giorno più faticoso cucinare sempre e quindi preparava il pranzo una volta la settimana.
Nell’ottobre del 2022 le capitò un incidente in casa, mentre cucinava. Un incidente dal quale non si riprese più. Antonia è morta il 2 gennaio di quest’anno, a novantatré anni.

«È incredibile, nostra madre ha tribolato tutta la vita e poi le capita questo proprio mentre cucina!» In quel momento è stato difficile dire qualcosa di confortante, allora le abbiamo detto, scherzando: «Quando arriverà la nostra ora, speriamo tu sia qui pronta con il coniglio e la polenta».

I figli

Una storia di ordinaria xenofobia

di Luisa Carniel

Sono passati cinquantadue anni dalla drammatica scomparsa di Alfredo Zardini, emigrante bellunese vittima dell’intolleranza e della xenofobia svizzera. Zardini, classe 1931, sposato e padre di un bambino di cinque anni, era un falegname originario di Cortina, che lasciò agli inizi degli anni Settanta per cercare fortuna a Zurigo. 

La ricostruzione dei fatti che portarono alla sua morte è questa: da pochi giorni nella città elvetica, la mattina del 20 marzo 1971 Alfredo uscì presto di casa per incontrarsi con il suo futuro datore di lavoro e si fermò per un caffè in uno dei pochi locali aperti a quell’ora, erano infatti solo le cinque. Ebbe la sfortuna di imbattersi in un pregiudicato, sembra già ubriaco, militante della propaganda contro l’accoglienza dei lavoratori stranieri nella Confederazione elvetica. 

Per ragioni mai chiarite, nacque un diverbio tra i due, che presto sfociò in un pestaggio alle spese di Zardini, colpito con calci e pugni da quell’uomo corpulento e poi lasciato agonizzante sul marciapiede, fra l’indifferenza degli avventori del bar prima e dei passanti poi. I soccorsi non furono tempestivi e il cortinese morì durante il trasporto in ospedale, a causa di un’emorragia interna dovuta alle percosse ricevute. 

… non era raro trovare cartelli del tipo “Eintritt für Italiener verboten!” – “Ingresso vietato agli italiani”…

Non fu mai fatta piena luce sui fatti e la stampa svizzera si preoccupò perlopiù di dare la notizia che i suoi connazionali, per protesta, non si erano recati al lavoro il giorno successivo. Il locale venne chiuso per due mesi e poi riaperto; il clima negli ambienti di lavoro divenne pesante, specialmente nei cantieri. Il comune di Zurigo si limitò a pagare le spese di rimpatrio della salma. 

L’agghiacciante episodio suscitò lo sdegno di tutta la comunità bellunese e italiana in generale, anche perché al colpevole fu inflitta una pena di soli diciotto mesi di reclusione, connotando il reato come “eccesso di legittima difesa”. Si cercava in questo modo di sminuire le vicende a chiaro carattere xenofobo, ma il fenomeno era molto presente, sia nei piccoli che nei grandi centri, dove non era raro trovare cartelli del tipo “Eintritt für Italiener verboten!” – “Ingresso vietato agli italiani”, oppure “Kein Entragung Hund und Italiener” – “Vietato ai cani e agli italiani”. 

Erano gli anni del movimento xenofobo riconducibile al politico di estrema destra James Schwarzenbach, determinato a porre un tetto all’immigrazione di lavoratori stranieri in Svizzera e che aveva già portato a un referendum nel 1970. Consultazione che, pur vedendo respinta la proposta di limitazione, aveva ottenuto un consenso pari al 46 per cento dei votanti. 

Il buon risultato incoraggiò i movimenti contro quello che veniva chiamato “inforestierimento” a ritornare subito alla carica con due iniziative analoghe, che raccolsero però minor consenso: 34,2 per cento di voti a favore nel 1974 e 29,5 per cento nel 1977, seguiti da altri referendum, tutti con votazione respinta, nel 1988 e nel 2000. 

Alfredo Zardini viene spesso ricordato come emblema del razzismo contro gli immigrati e a lui il cantante di origini siciliane Franco Trincale dedicò una ballata nel 1979.

Manifesti di propaganda dei referendum indetti per porre un tetto all’immigrazione in Svizzera

Galleria fatale a Robiei

Canton Ticino, 15 febbraio 1966. Lavori in corso nella galleria d’adduzione dell’impianto idroelettrico tra la valle Bedretto e la val Bavona, la galleria Robiei-Stabiascio-Gries. È notte. Questo lo scenario di una tragedia sul lavoro che colpisce gli emigranti italiani. Una delle innumerevoli e drammatiche vicende che segnano anche il territorio bellunese. 

Uccisi da gas tossici, perdono la vita quindici operai italiani e due pompieri di Locarno.

Dopo tre anni di lavoro senza incidenti che consentono lo scavo di quasi 13 chilometri del tunnel, l’anno prima, a metà 1965, era avvenuta l’apertura del diaframma. Un anno più tardi, quel maledetto 15 febbraio, è prevista l’apertura della saracinesca di scarico che chiude le sezione della galleria a circa tre chilometri dal portale di Robiei. Se ne occupano i pompieri locarnesi e il capo-officina. Tutti e tre muoiono per asfissia. Altri quattordici operai, recatisi sul posto per soccorrere i compagni di lavoro, fanno la stessa fine per la mancanza di ossigeno nel condotto.

È il più grave incidente sul lavoro nella Svizzera italiana. A trovare la morte anche due bellunesi: Angelo Casanova, di Sedico, e Valerio Chenet, di Rocca Pietore.

«Sembra un destino crudele: in ogni disgrazia c’è sempre qualcuno dei nostri», l’amaro commento del nostro mensile Bellunesi nel mondo. 

«Val Bedretto, Robiei, Stabiascio, altri nomi che escono improvvisamente dall’oscurità e vengono ad aumentare le nostre cognizioni geografiche, accanto a quelli di Mattmark, Sass Fee, Marcinelle, Kariba» riporta la rivista, nel suo primo numero, uscito il 28 febbraio 1966, a pochi mesi dalla nascita dell’allora Associazione Emigranti Bellunesi. 

«Nomi dai più diversi accenti, ma ugualmente carichi di tristezza e destinati a rinnovare un dolore che va facendosi sempre più acuto ed angoscioso. Nomi che ripropongono, nelle sue tragiche dimensioni, il dramma della nostra gente, costretta a cercare, lontano dalla propria terra, il pane per le famiglie, ben sapendo che, assai spesso, la ricerca di una sicurezza economica è un viaggio verso la morte». Così è stato per Casanova e Chenet. 

Per capire chi erano questi due nostri conterranei tragicamente scomparsi, leggiamo ancora da Bellunesi nel mondo del febbraio ’66. 

Il pensiero di loro potrà aiutarci perché la galleria della morte di Robiei non rimanga un freddo e triste ricordo.

«Angelo Casanova aveva quarantaquattro anni. Fu obbligato a trasferirsi a Sedico in seguito alla costruzione del bacino idroelettrico della Valle del Mis, dove abitava con la sua famiglia. “Due volte vittima del progresso – disse di lui il Sindaco di Sedico – una prima volta cacciato di casa, una seconda volta privato della vita”. A Sedico aveva un appezzamento di terra e stava sistemando decorosamente la sua casetta. Aveva ripreso il lavoro in galleria da meno di un mese e con qualche anticipo sul previsto, per guadagnare al più presto quanto gli bastasse ad affrontare i suoi impegni e realizzare il suo sogno. 

Valerio Chenet, il più anziano degli operai italiani: cinquantun anni. Era uomo di grande rettitudine, preciso, competente; un vero esperto del lavoro di galleria, come ci dissero i suoi amici. Da molti anni ormai viveva in Svizzera, a Masciano, nel Ticino. Ma l’aver conservato la cittadinanza italiana indicava in lui il desiderio di ritornare un giorno nel suo bel paese, Rocca Pietore, fra il Civetta e il Marmolada, dove ancora molti lo ricordano. È stato l’ultimo ad essere travato, nella tragica galleria».

«Il pensiero di loro – concludeva l’articolo – potrà aiutarci perché la galleria della morte di Robiei non rimanga un freddo e triste ricordo, ma costituisca un impegno: un impegno di amore e di giustizia: un impegno umano e cristiano: un impegno per tutti».

Da Valmorel alla Svizzera

Giacomo De Barba nacque a Valmorel il 9 novembre 1934 e fu battezzato con il nome di Giacomino. Era il quarto di cinque fratelli. La sua era una famiglia contadina e tutti i figli, fin da piccoli, hanno dovuto dare il loro contributo al bilancio familiare. Di tanto in tanto affrontavano a piedi diversi chilometri per arrivare fino a Belluno, dove vendevano polenta e formaggio.

All’età di quattordici anni, Giacomo si trasferì con la famiglia a valle, a Limana, dove presero in gestione una fattoria. A vent’anni ebbe un’ulcera gastrica che lo costrinse a rimanere in ospedale per sei settimane. Quell’esperienza lo portò a rimanere affascinato dalla medicina, tanto che si iscrisse a un corso di formazione come infermiere a Belluno.

L’idea iniziale era quella di un’emigrazione temporanea, ma le cose andarono diversamente.

Il lungo cammino tra la fattoria paterna e la sede del corso lo percorreva sempre a piedi. Nacque così il desiderio di possedere una Lambretta per potersi spostare più agevolmente. Si presentò l’occasione di poter guadagnare in breve tempo i soldi necessari a realizzare questo desiderio. Dopo alcuni mesi di frequentazione del corso, arrivò infatti a Belluno la signora Ines Mayer, la delegata dell’allora Viscosuisse, la fabbrica di filati di Emmen, in Svizzera. La signora Mayer aveva il compito di reclutare nuovi operai e Giacomo approfittò di questa opportunità lavorativa e si candidò per un posto. Tra duecento persone, ne furono selezionate venti, e lui fu tra queste.
A ventun anni, quindi, lasciò l’Italia. L’idea iniziale era quella di un’emigrazione temporanea, ma le cose andarono diversamente.

In quel periodo a Emmen andava spesso a pranzare al ristorante Sonne. Fu lì che si innamorò di Margrith Stadelmann. Presto i due si sposarono e nel 1957 nacque la loro prima figlia, Carmen. Un anno dopo arrivò Ingrid. Nel 1965 nacque infine la terza figlia, Antonietta. Per la giovane famiglia non furono anni facili. Oltre che nel lavoro a turni, Giacomo era impegnato anche presso la libreria Stocker e nel frattempo svolgeva un percorso di formazione come capo reparto.

Nel 1983 riuscì a fare una grandiosa scoperta nel campo della ricerca sul filo, che fu successivamente brevettata. Da allora in poi lavorò nel reparto interno di ricerca e aiutò a sviluppare il monofilo, che tuttora è l’unico prodotto che l’azienda porta avanti.

Il suo vecchio sogno di ritornare in Italia dopo il pensionamento e vivere nella casa che aveva costruito negli anni ‘60 non si realizzò mai.

Il movimento era tutto per lui. Infatti, oltre al lavoro, Giacomo aveva numerose attività e hobby: andare in bicicletta, andare a sciare, andare in montagna e nuotare. Se si fossero contati tutti i chilometri percorsi, avrebbe certamente fatto più volte il giro della terra. Amava la natura, il mondo dei volatili e curava con grande amore il suo splendido orticello. Trascorreva con piacere parte del suo tempo libero presso la Missione Cattolica Italiana, dove aveva modo di incontrare i suoi amici connazionali. Cucinava con passione e deliziava centinaia di persone con la sua ottima cucina.

È stato socio, per decenni, di diverse realtà: i Donatori di sangue, gli Alpini e la Bellunesi nel Mondo. È stato per anni attivo anche nel corpo dei vigili del fuoco aziendale, dove ha conseguito il ruolo di “comandante”. Il suo vecchio sogno di ritornare in Italia dopo il pensionamento e vivere nella casa che aveva costruito negli anni ‘60 non si realizzò mai. Margrith e Giacomo rimasero in Svizzera accanto ai loro figli e nipoti.

In Italia, come in Svizzera, Giacomo non si sentiva più pienamente a casa, pertanto, più volte l’anno, lui e Margrith facevano i pendolari tra un Paese e l’altro. L’ultima volta che venne a Belluno volle assolutamente visitare, assieme ai nipoti, il MiM Belluno, il museo dell’Associazione Bellunesi nel Mondo.

Dal ricordo delle figlie

Giacomo De Barba
Giacomo De Barba

Vent’anni di vita in Svizzera

Era arrivata una richiesta al Comune di Alleghe per delle ragazze che volessero lavorare a Rehetobel in una fabbrica tessile, la Volkarht.

Così sono partita nel novembre del 1950. Con me altre compaesane: Cesarina Bertoncini e le sorelle Saminiatelli, Luigina e Isolina. Poi sono arrivate anche Antonietta Dell’Antone, Maria Pellegrini e mia sorella Romana. Dato che la richiesta era arrivata già nel 1946, le prime quattro ragazze erano partite in quell’anno. Tra queste c’era anche mia zia Carmela. Loro però erano già sposate e sono rimaste solo un anno.

La richiesta era arrivata al nostro Comune perché il proprietario della fabbrica, uno svizzero, ad Alleghe aveva un amico.

Francesca Callegari
Francesca Callegari al lavoro sui telai della Volkarht

All’inizio non è stato facile ambientarsi. Non conoscevamo la lingua, il paese era piccolo e ricordo che quando passavamo per strada, da dietro le tendine delle case si vedeva la gente che ci osservava. Eravamo un po’ delle mosche bianche.

Però alla fine abbiamo animato il paese. La domenica andavamo ad aiutare i contadini nei loro lavori, era un po’ il nostro unico svago. Siamo state anche fortunate, perché la moglie del padrone era un’oriunda italiana, e tra l’altro era di Facen, dunque questo ci è stato di grande aiuto e ha fatto sì che ci trovassimo bene.

Sono stati anni davvero molto belli.

Lei parlava italiano e quindi eravamo in una botte di ferro. Poi noi abbiamo pian piano imparato il tedesco. Avevamo anche dei bellissimi appartamenti vicino alla fabbrica. Sono stati anni davvero molto belli. A Rehetobel sono rimasta sette anni, poi ho conosciuto mio marito, Dante Zanella, di Lozzo di Cadore, che lavorava nell’edilizia a Sciaffusa.

Ci siamo sposati il 9 aprile del 1960 e mi sono trasferita lì per tredici anni. Ho lavorato prima alla Bindfaden e alla Schaffhausen Wolle e poi, negli ultimi anni, essendo diventata residente, ho avuto la possibilità di cambiare lavoro senza il permesso della Polizia degli stranieri e quindi sono andata a lavorare in una sartoria, proprio il lavoro che volevo fare. Sono stati gli anni più belli. Purtroppo, però, mio marito si è ammalato e nel 1972, un po’ a malincuore, siamo dovuti rientrare in Italia.

Francesca con un gruppo di colleghe e compaesane davanti alla fabbrica tessile in cui lavoravano