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Umberto Lisot. Nel 1968 tornì gli obbiettivi per la Nasa

Al centro Umberto Lisot
Mario, Umberto e Alvimar Luiz Lisot nella vecchia corte di Can

Nacque a Can di Cesiomaggiore (BL), il 2-6-1943, da famiglia contadina. Trascorse un’infanzia felice, in mezzo alla natura, dove venivano coltivati i più svariati prodotti della terra. All’età di nove anni si trasferì a Villa di Pria – Santa Giustina , dove la famiglia acquistò un’estesa fattoria, completa di frutteto, vigneto e bosco. Il padre desiderava che rimanesse a lavorare la terra assieme al fratello, ma Umberto capì presto che non sarebbe stata la sua professione, per cui, volendo specializzarsi, andò a frequentare, presso il rinomato I.T.I. “Segato” di Belluno, il corso serale di meccanica per due anni e, successivamente, per tornitore per altri due anni. Nel frattempo lavorava come apprendista presso la ditta Corona Giampaolo a Bettin di Salce, dove venivano costruite macchine segatronchi, squadratrici ed affilatavole. Per i primi tre mesi, essendo apprendista, non percepiva stipendio ed era tenuto ad eseguire i lavori più umili, compresa la mansione di scaldare le vivande portate da casa dai singoli operai e, al sabato, la pulizia della mensa, dei capannoni e di tutti i servizi igienici. Al momento della doccia, per lui, c’era solo acqua fredda. Finalmente percepì il primo stipendio di 3.000 lire (2.000 servivano per il viaggio).
Nel 1962, completati i corsi serali, si trasferì ad Aarau (Canton Argovia), Svizzera, dove trovò subito lavoro come operaio specializzato presso la ditta Kern (oltre 1.300 dipendenti) che costruiva strumenti ottici meccanici di precisione (livelli, teodoliti,teodoliti astronomici, macchine topografiche, strumenti militari, cannocchiali, binocoli, microscopi, compassi ed altro ancora).
Il primo impatto fu duro, per la richiesta di alta precisione e per la difficoltà di traduzione, dal tedesco, delle fasi di lavorazione. Per questo frequentò un corso di tedesco e la situazione, ben presto, migliorò. Si fece subito apprezzare dai superiori, per cui gli venivano commissionate lavorazioni specialistiche di prototipi.

Nel 1967 si sposò con Ester Casagrande che partì per la Svizzera assieme a lui subito dopo il matrimonio e che venne assunta dalla stessa ditta Kern.Nel 1968 tornì gli obiettivi per la NASA, che stava preparando la spedizione sulla luna (Apollo 9) ed in seguito gliene vennero commissionati altri, fino all’Apollo 15. Inoltre lavorò alcuni prototipi anche per l’esercito russo.

Il 1969 fu un anno da ricordare: la nascita del figlio Marco, lo sbarco sulla luna ed i 150 anni di attività della ditta Kern.
Nel 1970 ci fu la svolta e venne assunto come impiegato con la mansione di tecnico di controllo volante: doveva seguire tutte le fasi di lavorazione, fino al montaggio. La stima era reciproca e al sabato mattina, nel reparto degli apprendisti, poteva utilizzare i macchinari per costruirsi vari strumenti: dei cannocchiali, un binocolo, un telescopio, una lampada, dei soprammobili ed un orologio a muro.
Gli anni trascorsi in Svizzera furono molto belli e con tante soddisfazioni, ma c’era il desiderio di tornare in Italia. Nel 1973 nacque il secondogenito Luca e, quando egli aveva solo sette mesi, la moglie partì, con i due figli, per l’Italia e, nel 1975, anche Umberto ritornò al paese, dove subito trovò lavoro presso l’allora Zanussi di Mel, con la mansione di caposquadra, fino alla pensione.
Gli è rimasto l’amore per la natura: cura un piccolo frutteto ed ha mantenuto l’hobby di apicoltore e di tecnico apistico.

Evaristo Menegon e Maria Rita Zuco. Ricordi di emigrazione in Svizzera

Correva l’anno 1963 quando Evaristo, di Alano di Piave, nato il 28 dicembre 1946, decise di andare a passare le feste natalizie e il suo diciassettesimo compleanno dai fratelli, in Svizzera da parecchio tempo. Non pensava neppure lontanamente che quel viaggio gli avrebbe aperto delle porte fino a quel momento sconosciute. Aveva vissuto sempre ad Alano, dove dopo le elementari aveva frequentato la scuola di muratore.
Eccolo arrivare a Zurigo e quindi a Räterschen, un piccolo paese nel quale già vivevano la sorella – coniugata e con figli – e il fratello. Il 28 dicembre gli fecero una grande festa. Parlando del più e del meno finirono con il chiedergli: «Perché non resti qui?». Evaristo non pensò né al lavoro di muratore in Italia, che gli piaceva tanto, né ai genitori, e rispose in modo affermativo. Fece la visita medica, tutti i documenti necessari e andò a lavorare alla papierfabrik, la cartiera.Dopo un anno cambiò mestiere e passò a un’impresa edile di Räterschen, la Landgart & Valdvogel. Vi rimase per 15 anni, sempre ben voluto dai datori di lavoro, tanto da diventare presto, per la sua bravura e onestà, capocantiere. Prese la patente e comprò la macchina. Decise anche di ottenere la licenza media alla scuola serale italiana e il diploma di congegnatore meccanico. Nel frattempo, studiò da autodidatta il francese, lo spagnolo e naturalmente il tedesco. Viaggiò parecchio in Austria, in Francia e in Spagna.

Per le feste tornò sempre dai genitori a bordo della sua bellissima Volvo, che cambiava spesso e volentieri. D’inverno il luogo di lavoro era molto freddo, con neve e ghiaccio, ma Evaristo non si lamentò mai. Anzi, fu sempre contento e sereno, anche se ogni anno doveva sottoporsi a una nuova visita medica. La Confederazione Elvetica voleva infatti accertare lo stato di salute di tutti gli stranieri. Passati dieci anni ebbe diritto al permesso di soggiorno permanente, ma mai gli venne l’idea di rinnegare la sua patria per ottenere la cittadinanza svizzera.

Nel settembre del 1972, a casa di un amico, conobbe Maria Rita Zuco, una ragazza di 22 anni che viveva a Winterthur con i genitori. Maria Rita era diplomata in Italia come Perito aziendale, ma lavorava nella cucina dell’ospedale e la sera studiava il tedesco per stranieri. I due ragazzi fecero subito amicizia. Lui da Räterschen andava spesso a trovarla a Winterthur. Dopo qualche tempo, Maria Rita si dimise dall’ospedale e trovò impiego alla Volg, un grande ingrosso per l’agricoltura. Lavorava nella posta privata dell’azienda.
Nel luglio 1974 i due giovani si sposarono a Catania, luogo di origine della famiglia Zuco. Tornati in Svizzera dopo le nozze, si trasferirono in un bell’appartamento con tutte le comodità a Räterschen. Comprarono i mobili nuovi e furono felici. Maria Rita prendeva il treno la mattina alle 7 per arrivare sul posto di lavoro e si impegnava alacremente fino alle 17.30. Il lavoro al Postabteilung, il dipartimento postale, era appagante, era rispettata da tutti per la sua precisione, onestà e sveltezza. Era responsabile per il Kanton Thurgau e, ben preparata com’era al lavoro d’ufficio, non commetteva mai errori. Purtroppo perse il suo primo bambino quando era incinta da tre mesi e mezzo. Per lei fu un dolore fortissimo, poiché lo vide: era un maschietto, lungo sei centimetri, con i capelli neri.

Comunque, anche questo brutto momento passò, per lasciare spazio, tre mesi più tardi, a una nuova gravidanza.

Il 7 luglio nacque una bellissima bambina: Jeannette. Per il battesimo arrivarono molti famigliari dall’Italia, fu una grande festa. Dopo sei settimane dalla nascita e due settimane di ferie, Maria Rita dovette tuttavia tornare al lavoro. In Svizzera non esiste il permesso di maternità. La bambina venne iscritta al miglior asilo nido della città, visto che nessuno dei parenti volle accudirla. Fu un periodo intenso, la piccola veniva accompagnata al nido alle 6 del mattino, per tornare a casa alle 6 di sera. Maria Rita si stancò molto e finì con l’incappare in una depressione post parto. Venne ricoverata in ospedale e dovette assentarsi dal lavoro per sei mesi. Tornata alla Volg, pian piano le balenò, assieme ad Evaristo, l’idea di un ritorno in Italia. Quando la bimba aveva due anni e mezzo, comprarono un appartamento a Quero e il 27 marzo 1979 fecero rientro in patria, nella casa dove vivono tuttora.

In Svizzera tra lavoro e associazionismo. La storia di Mosè D’Incà

La festa dell’Associazione Volontari Italiani del Sangue, sezione di Wil

La mia vita professionale è cominciata come apprendista muratore. Di giorno lavoravo e la sera frequentavo la scuola, all’Iti. Andavo a Santa Giustina in bicicletta, con la strada che non era nemmeno asfaltata. Dopo Santa Giustina mi hanno mandato a Longarone, sempre in bici, fino a quando, con l’aiuto del papà, ho comprato una moto. D’inverno, quando come muratore non lavoravo, andavo sulle piste in Nevegal: avevano appena allestito gli impianti. Concluso l’apprendistato ho fatto il militare. In quel periodo ne ho approfittato per prendere la patente del camion rimorchio, convinto che in futuro mi sarebbe servita a guadagnare di più. La prova del nove è arrivata subito dopo aver finito la naja, quando ho cominciato a fare l’autista. Pensavo di trovarmi bene, e invece… portavo cemento giorno e notte. Nei primi nove mesi ho percorso 8800 chilometri. Allora mi sono detto: vado un anno a Winterthur, magari prendo qualcosa in più e vedo come funziona il mondo fuori da Belluno e dall’Italia. Mi sono fatto mandare il permesso da qualche amico già emigrato e sono partito. La prima notte a Winterthur mi hanno messo a dormire in una soffitta da cui potevo vedere il cielo, dato che le tegole erano un po’ bucate. Casa mia, a Belluno, non era bella, ma almeno il tetto non aveva fori. Comunque, pazienza, mi sono messo addosso il cappotto e tutto quello che potevo. La mattina, al risveglio, avevo la brina sul naso. Non avrei potuto andare avanti così, per questo ho parlato chiaro al mio principale: o mi trovava una stanza buona o me ne sarei andato. Mi ha accontentato subito. A quell’epoca si lavorava e si risparmiava, senza muoversi mai di casa. D’altra parte, ero in un paese straniero e non parlavo una parola di tedesco. Alla fine dell’anno il padrone mi ha detto: «Ti ho aumentato lo stipendio di tre centesimi». Teniamo presente che mi dava il minimo. Poi ha aggiunto: «Ti ho preparato il permesso per l’anno prossimo».

Assolutamente no! Ho risposto. Non mi facevo prendere in giro. Era assurdo aumentarmi lo stipendio l’ultimo giorno di lavoro.

Così sono tornato in Italia, per poi chiedere a un cugino se riusciva a trovarmi un impiego a Wil, dove lavorava lui. Mi ha spedito il permesso e sono andato. Nella nuova città mi sono sentito subito a mio agio. Prima stavo come in convento, qui, invece, la vita era più interessante. Ero alloggiato da una famiglia del posto e mi trovavo benissimo. Persone squisite e indimenticabili. Sono rimasto lì un anno, poi la ditta ha messo in piedi degli appartamentini per gli operai e mi sono trasferito. Con i soldi messi da parte ho comprato una “Topolino” e l’ho inaugurata per tornare in Svizzera. Durante il viaggio non si sbrinavano più i vetri e ci ho dovuto mettere del sale. In Italia il tempo era abbastanza buono, ma arrivato ad Altdorf ho trovato un metro e mezzo di neve. Per fortuna avevo a portata le catene. Passato il confine ho dovuto cambiare la targa e metterne una svizzera provvisoria. Anche la patente ho dovuto rifare: è costata cinque franchi, non poco. L’ingegnere esaminatore mi ha chiesto dove abitavo. Lui faceva l’autista e conosceva Belluno, soprattutto il Cadore, meglio di me. Quando mi ha consegnato la patente mi ha fatto un sacco di raccomandazioni, come un padre a un figlio. Anche a Wil ho fatto il muratore, poi il capo ha visto che conoscevo il disegno e ha iniziato a darmi fiducia e sempre più responsabilità. Oltre al lavoro, con alcuni amici abbiamo fondato una squadra di calcio: la Folgore Wil. Prima disputavamo partitelle tra italiani, poi ci siamo iscritti a veri e propri tornei. Con noi giocava anche qualche croato e sloveno. Nel ‘64 è emersa la necessità di una casa per la Missione Cattolica. Bisognava raccogliere fondi e allora via, di paese in paese, a fare delle proiezioni per raggranellare denaro. Così abbiamo iniziato a ristrutturare un edificio, un po’ la sera e un po’ il sabato.

Lavoravamo come volontari e anche il missionario faceva il manovale. Poi, altra idea tra amici: formare un’associazione Alpini.

L’inaugurazione ufficiale si è tenuta nel ’68. Quando abbiamo avuto bisogno di una sede, ho chiesto al sindaco di Wil se ci concedeva un posto per montare un prefabbricato. Tempo quindici giorni e il posto ce l’avevamo. E fino all’anno scorso la sede era ancora lì, poi è stata spostata, ma di Alpini non ce ne sono più. Già dal ‘62, inoltre, eravamo donatori di sangue con un’associazione svizzera, finché nel ‘73 abbiamo dato vita a un gruppo tutto italiano. In Svizzera trattavano i donatori con un occhio di riguardo. Noi lo facevamo gratis, ma ricordo che alla fondazione più di qualcuno che voleva iscriversi ci ha chiesto quanto avrebbe guadagnato. Nel 1969 ho sposato una valtellinese. Le nozze le abbiamo celebrate in Italia, a Sondrio, e abbiamo avuto una figlia in Svizzera e un figlio in Italia. Nel ‘77 ho deciso di rientrare, ma sarei tornato anche subito in Svizzera. Ho avuto più difficoltà ad ambientarmi quando sono rientrato rispetto alla prima volta che sono partito. In Svizzera c’è meritocrazia, se vali ti valorizzano, ma devono prima riconoscere le tue doti. Insomma, è un Paese di cui ho sempre avuto tanta nostalgia, perché ci ho trascorso i migliori anni della mia vita.

La vita di Gemma Coletti, da Salce alla Svizzera

Davanti alla fabbrica di cioccolato “SPOSA”. Gemma è laseconda da sinistra

Mi chiamo Gemma Coletti, provengo da una famiglia di mezzadri che abitava a Salce. Avevo sedici anni quando iniziai a lavorare come cameriera in un albergo a Sappada. Prestai servizio per una stagione invernale e una estiva. Allora Belluno era ancora una città rurale che off riva poche opportunità lavorative. Quando un conoscente riferì a mio padre che in Svizzera cercavano dei dipendenti nella fabbrica di cioccolato SPOSA, lui decise di organizzare il trasferimento per me e mia cugina Mirella, di un anno più giovane. Così, nel settembre del 1954, a diciannove anni, partii per la Svizzera, dove trascorsi in tutto sei anni. Dopo dodici ore di treno per raggiungere la meta io e lamia compagna di viaggio ci sentivamo stanche e spaesate e una volta giunte a destinazione dovevamo percorrere ancora due chilometri a piedi per raggiungere l’abitazione che ci avevano assegnato: una casa fredda, riscaldata solo con una piccola stufa a legna. La fabbrica si trovava a Laupen, una frazione del piccolo paesino di Wald, nella periferia di Zurigo. La nostra casa, che condividevamo con altre ragazze, vi distava pochi metri. L’attività contava cinquanta dipendenti tra i quali solo cinque, comprese me e Mirella, di nazionalità italiana. Si lavora mediamente nove ore al giorno, ma durante i periodi di festività si raggiungevano anche le sedici ore. Ricordo che ad ogni pausa mangiavamo un po’ di cioccolato perché non c’era tempo di andare a comprare altro. Ovviamente, con questa cattiva abitudine mi rovinai i denti per il troppo zucchero e dovetti porre rimedio una volta tornata in Italia. All’interno della fabbrica si lavorava con grandi macchinari che davano forma e confezionavano il cioccolato. Dopo due anni ebbi un incidente sul lavoro nel quale persi i ldito medio della mano destra.

Tuttora ricordo il dolore acuto che provai in mancanza di rimedi analgesici, razionati il più possibile e somministrati solamente quando il dolore era insopportabile.

Tuttavia, i macchinari e il lavoro non ci preoccupavano: la principale difficoltà era la lingua. Riuscire a padroneggiare una lingua tanto diversa dall’italiano (e soprattutto dal nostro amato dialetto) sembrava impossibile. All’inizio non sapevo una paroladi tedesco e non c’era quasi nessuno che parlava la nostra lingua; di conseguenza, la comunicazione era ostacolata. Fortunatamente andavamo molto d’accordo con i responsabili, che erano socievoli e cercavano di coinvolgerci in ogni attività e di insegnarci la lingua, finché riuscimmo finalmente a impararla dopo circa un anno. Anche i colleghi erano molto disponibili e gentili, esclusi alcuni del posto che ci chiamavano “zingare”. Sentivamo nostalgia di casa e quasi ogni settimana scrivevamo alle nostre famiglie, ma, si sa, le corrispondenze di una volta non erano veloci come lo sono ora e le risposte ci arrivavano dopo due settimane. Passati circa tre anni in Svizzera, vennero a visitarci mia mamma e mia zia, la mamma di Mirella. Quel giorno fu una grande festa, accompagnata dalla felicità di ritrovarsi dopo così tanto tempo. Si lavorava molto, ma c’erano anche momenti di svago: i proprietari della fabbrica organizzavano spesso delle gite fuori porta per i dipendenti, era un’iniziativa che rendeva tutti felici. Alcune sere, poi, dopo il lavoro, io e Mirella andavamo a ballare in un edificio a due chilometri dalla nostra casa. Vi si giungeva percorrendo una strada sterrata che ci obbligava a indossare le ciabatte e portare lescarpe da ballo in una borsa perché non si impolverassero. Una volta arrivate a destinazione ci cambiavano. Ogni sabato sera veniva invitata un’orchestra diversa e si conoscevano nuove persone. Dopo cinque anni alla fabbrica SPOSA, mi trasferii da mia cugina Ida a San Gallo. Iniziai a lavorare stirando modelli di vestiti nella sartoria Stark, ma trascorso un anno decisi di tornare in Itali aa causa di un clima sfavorevole alla salute. Una volta rientrata a Belluno mi ripresi subito e ricominciai a lavorare. Si concluse così la mia esperienza all’estero. Mi ricordo la grande preoccupazione iniziale, la paura di non essere accettata in un mondo così diverso da quello a cui ero abituata.Mi ricordo di come queste paure si dissolsero col tempo, grazie a persone comprensive, pazienti e divertenti. Mi ricordo la difficoltà e la soddisfazione di imparare una nuova lingua che ancora oggi riesco a riconoscere.

La storia di Luciana e Sonia Francescon. Tra Svizzera e Belluno

Sonia e Luciana FrancesconLuciana Francescon nasce a Belluno nel 1935. Di famiglia contadina, a 18 anni decide di lasciare l’Italia e di trasferirsi in Svizzera con il marito Vicenzo Zanivan dove deciderà di restare tutta la vita. Ciò nonostante ritorna spesso a Belluno per le vacanze con la famiglia e i suoi figli. In quest’intervista, Luciana e una delle figlie, Sonia Ammann-Zanivan (nata in Svizzera nel 1975), ci racconteranno la loro esperienza tra la Svizzera e l’Italia e quanto il loro cuore e i loro sentimenti siano divisi a metà tra queste due nazioni e culture.

Intervista a Luciana.

  • Dove sei nata? Sono nata a Trichiana, Belluno
  • Raccontaci qualcosa di quando ti sei trasferita all’estero (es. Perché ti sei trasferita all’estero; quale è stato il tuo primo lavoro all’estero e come lo hai trovato, ecc.). Noi eravamo una famiglia di contadini (coloni) e i soldi erano sempre pochi. Così avevo deciso di andare a lavorare all’estero. Ma dovevo aspettare i 18 anni per poter venire in Svizzera. Ho iniziato alla Feldmühle a Rorschach (cantone di San Gallo). Una fabbrica di filatura tessile (seta, cottone ecc.). La Feldmühle era una fabbrica grande con molti operai, soprattutto italiani.  Il direttore stesso della fabbrica era venuta a Belluno in cerca di operai. Chi aveva interesse si presentava e venivano annotati tutti i dati personali per fare il contratto di lavoro.
  • Hai mai sentito nostalgia di Belluno? Quante volte torni in Italia? Come facevi a comunicare con i tuoi familiari a Belluno senza cellulare o internet? A dire il vero: no, non ho mai sentito nostalgia. Beh, certo inizialmente mi mancavano i miei cari. Ma ci scrivevamo le lettere. Passavano 10-15 giorni fra ‘andare e tornare’ di lettera e risposta. In Italia venivamo 3 volte all’anno: per Pasqua, in estate e per Natale. Ora, dovuta la mia età (83 anni) ci vengo una volta all’anno insieme ai miei figli.
  • Sei stata l’unica della famiglia ad aver lasciato l’Italia? No, anche io mio fratello più vecchio era andato in Svizzera a lavorare come stagionale. Le mie sorelle, invece, erano andate a Milano e a Cortina D’Ampezzo in servizio in una famiglia signorile.
  • Come è stato per te dover imparare una nuova lingua? Sei mai stata discriminata dai cittadini svizzeri o sei riuscita ad integrarti bene? Come erano visti gli italiani all’epoca? Non hai mai pensato di ritornare a vivere a Belluno? Siccome c’erano tanti italiani, stavamo sempre fra di noi e così non è che impari la lingua tedesca. Al dire il vero, non la so ancora oggi dopo così tanti anni che sono qui. (sono arrivata quando avevo 18 anni e oggi ne ho 83). Nei primi anni, gli Svizzeri ci chiamavano ‘cincali’: loro intendevano ‘zingari’ e, naturalmente, ci umiliavano. Poi, con il passare degli anni, ci siamo abituati alla convivenza; loro avevano bisogno di operai e noi di lavoro. Ma non ho mai pensato di ritornare a Belluno perché volevo lavorare in fabbrica, avere i miei orari fissi. Avrei avuto anche la possibilità di lavorare in servizio a Cortina, ma non mi piaceva l’idea di lavorare per una famiglia.
  • Quando sei emigrata in Svizzera immagino avessi delle aspettative positive. Si sono poi avverate? Sì, perché ho sempre trovato il lavoro che cercavo e sono sempre stata bene. Ho incontrato persone gentili e giuste.

Intervista  a Sonia:

  • Sei nata a Belluno? No, sono nata a San Gallo in Svizzera
  • E dove vivi adesso? Ora abito in un paesino nel cantone Turgovia, sempre in Svizzera.
  • Sei mai venuta a Belluno? Quanto spesso vieni? Oh si, ci vengo spesso. Prima insieme ai miei genitori per le vacanze di Pasqua, in    estate e a Natale. Ora ci vengo con la mia famiglia: con mio marito e i miei figli. Veniamo circa due volte all’anno e ci piace molto. Anche a mio marito, che è svizzero.
  • Che rapporto hai con Belluno? Ti piace? A Belluno partono le mie radici. I miei genitori sono nati qui e come già detto, venivamo sempre in vacanza da piccoli. I miei genitori hanno costruito una casa a Belluno, con il pensiero di ritornarci un giorno da pensionati. Ma come tanti emigranti, sono rimasti in Svizzera.
  • Parli sia italiano che tedesco? Che rapporto hai con le tue origini italiane? Come ti senti ad avere dentro di te due nazioni? Ti senti diversa dagli svizzeri che non hanno origini di altre nazionalità? Beh, essendo nata qui e andata a scuola qui, il tedesco lo parlo benissimo. Poi in famiglia parlavamo sempre l’italiano e ho frequentato anche il corso di lingua e cultura italiana (5 anni di elementari e 3 anni di medie). Direi che l’italiano lo parlo abbastanza bene. Faccio parte di una corale italiana, che è il più vecchio coro italiano attivo in Svizzera (oltre 60 anni). Sono fiera delle mie origini italiane e ammiro ciò che hanno fatto i miei genitori, andando all’estero per lavoro non sapendo una parola di tedesco. Non mi sento diversa dagli svizzeri solo perché ho due nazionalità. Direi che ho preso la puntualità e la correttezza svizzera e il temperamento italiano.
  • Ti sei mai sentita discriminata per le tue origini? No, mai. Ho avuto la fortuna di avere amici italiani, spagnoli, svizzeri e turchi a scuola e anche sul posto di lavoro e ci si rispetta. Non c’entrano le origini, ma il rispetto per la persona.
  • Quando visiti Belluno ti senti straniera o ti senti a casa? No, io mi sento a casa. Come già detto ho tantissimi bei ricordi da bambina e ora ci vengo con la mia famiglia. L’unica cosa che non riuscirò mai a accettare è la burocrazia in Italia e certe procedure un po’ lente.
  • Cerchi di trasmettere la cultura italiana anche ai tuoi figli? Si, anche loro frequentano il corso di lingua e cultura italiana una volta alla settimana. Cerco di parlare loro in italiano, anche se a volte è difficile. Essendo nata e cresciuta qui, mi viene più facile parlare e discutere in dialetto svizzero, logicamente. Anche con mio marito e con tutti i maestri a scuola e sul posto di lavoro parlo in dialetto svizzero. Ma almeno i miei figli l’italiano lo capiscono e sanno rispondere.
  • (a entrambe) Pensate che appartenere a due nazioni diverse vi abbia arricchito? Luciana: Sì, mi ha arricchito e avevo visto che in Svizzera era meglio. Ho conosciuto gente buona e giusta. Ma dipende anche da noi, come ci si comporta. Sonia: Si, perché ho la possibilità di conoscere e vivere due culture diverse: quella italiana e quella svizzera. Mi ha insegnato ad essere tollerante con le persone e ad accettare le diversità. Certo, come dice mia mamma: dipende di come ci si comporta.

Nell’intervista Luciana cita un fratello maggiore andato in Svizzera come stagionale. Si tratta di Bruno Francescon (nato a Belluno nel 1921). Qui la breve testimonianza del figlio Ennio (Trichiana, 1949):

Io non avevo nemmeno 10 anni quando mio papà ha deciso di partire come stagionale in Svizzera. Difatti, non ho moltissimi ricordi e quelli pochi rimasti sono offuscati.

Nel 1956 avevamo comprato una casa a Belluno, vicino al Piave. Dovevamo trasferirci da Trichiana perchè lì la casa nella quale abitavamo era proprietà di un padrone e la mia famiglia lavorava per lui. Prima ci siamo spostati a Limana e poi a Belluno. I miei genitori dovevano pagare i debiti della casa nuova, ma a Belluno non c’era molto lavoro mentre in Svizzera gli operai venivano pagati di più. Inoltre, mio papà era un manovale e forse solo in Svizzera poteva esercitare il suo lavoro. Andava nel Canton Ticino e lì ha lavorato scavando gallerie in miniera per strade o ferrovie. Ricordo che ci è andato stagionalmente per circa 2-3 anni e al ritorno ci portava i soldi. Portava con sé una valigia di cartone. Ricordo che quando doveva partire, lo accompagnavo sempre io in stazione. Poi correvo di corsa fino all’incrocio di San Gervasio (dove c’è il passaggio a livello) e quando vedevo il treno passare, riuscivo a salutarlo. Arrivava fino a Milano con il treno e poi continuava il viaggio. I mezzi di trasporto non erano quelli di adesso e sembrava andasse così lontano, ci voleva molto tempo per arrivarci. Ci scriveva lettere, molte delle quali, a volte, contenevano soldi. Al ritorno ci portava la cioccolata e anche attrezzi rifiutati dal cantiere. Nei mesi in cui restava a Belluno, lavorava la terra e i campi e io lo aiutavo. Quando non c’era, eravamo io e mio nonno paterno a lavorare nei campi e aiutare la famiglia (io ero il fratello maschio maggiore).

Intervista fatta da Giulia Francescon