La famiglia Isoton

Generino Isoton ha ottantuno anni e risiede a Capela São Francisco della 6ª Légua, Caxias do Sul, in Brasile. È discendente di Liberal Isotton (nato nel 1860) e Joana Dal Pont (nata nel 1859), bellunesi. Jordana Marchioro Isoton ha raccolto per noi la sua storia

Generino mi racconta che i quattro fratelli Isotton scelsero di imbarcarsi per il Brasile intorno al 1880. Vennero infatti a sapere che il governo brasiliano stava offrendo strumenti per costruire e terra da coltivare alle famiglie intenzionate a emigrare alla ricerca di una nuova opportunità di vita.

All’epoca l’Italia stava affrontando una guerra politica che aveva portato con sé mancanza di lavoro e fame. Anche in Brasile all’inizio fu difficile. Tutto era una grande foresta fitta nella quale si doveva lavorare. Per non morire di fame, l’alimentazione si basava sulla selvaggina e sui frutti della zona, fortunatamente abbondanti. L’agricoltura, invece, era ancora scarsa poiché la terra doveva essere preparata per la semina. Il governo aveva messo a disposizione solo gli strumenti e le sementi, la manodopera era a carico delle famiglie.

Joana e Liberal

I suoi nonni, Liberal e Joana, si sposarono nella città di Caxias do Sul nel 1882 ed ebbero dodici figli, sette femmine e cinque maschi: José, Tereza, Elena, Antônia, Cristiano, Bernardo, Jacomina, Josephina, Antônio, Colastica, Liberal (Velino) e Corona. La loro casa venne costruita in argilla e pietre e divisa, per sicurezza, in due costruzioni, una per la cucina e un’altra per le stanze da letto, poiché il fuoco utilizzato per cucinare veniva acceso per terra e mantenuto in vita tutto il giorno. Generino spiega che attaccavano al tetto una catena, chiamata in dialetto “cadena”, o “segosta”, e all’altra estremità la pentola.

Per comunicare tra loro utilizzavano il dialetto del paese di origine, chiamato anche dialetto Feltrin…

La vita quotidiana della famiglia era segnata dal lavoro nell’agricoltura. Gli Isotton possedevano terreni coltivati non solo a Caxias Do Sul, ma anche in altre zone del Brasile. Queste erano le loro risorse principali per guadagnare e sostenersi. Per comunicare tra loro utilizzavano il dialetto del paese di origine, chiamato anche dialetto Feltrin, dato che la comunità era composta quasi totalmente da immigrati italiani. Il portoghese fu introdotto come lingua attraverso le scuole all’inizio del XX secolo, costringendo le persone a parlare la lingua ufficiale nazionale. Questa introduzione aveva però anche un’altra finalità, quella di ridurre l’attrito tra nazionalità diverse provocato dalle guerre, visto che molti degli immigrati erano stati costretti a tornare in Europa per combattere.
In quel periodo le scuole non avevano una specifica divisione tra livelli educativi. C’era un’unica classe e il professore era una persona con spiccate conoscenze, ma non necessariamente un laureato.

La famiglia Isoton

Generino è il figlio minore di Bernardo Isoton e Maria Forner. Da bambino, verso i nove anni, ha iniziato a lavorare insieme alla famiglia nella coltivazione di mais, fagioli, grano e riso. Ricorda che le mattine erano dedicate agli studi e i pomeriggi al lavoro nell’agricoltura. Nei fine settimana i bambini si divertivano a giocare con la fionda, a calcio – con il pallone di stoffa – e con una specie di go kart fatto di legno. La domenica pomeriggio i membri della comunità si incontravano in chiesa per recitare il rosario. Dopo aver pregato, lui e gli altri ragazzi giocavano insieme.
La comunità di Capela São Francisco da 6ª Légua aveva costruito la sua prima chiesa nel 1887 con l’aiuto delle famiglie Isotton, Rigon, Comiotto, Francischetti e Dal Piccoli.

Ha trovato interessante il fatto che siano riusciti a parlarsi con lo stesso dialetto, anche se nel periodo della scuola la professoressa obbligava gli studenti a parlare solo il portoghese.

Oggi, mi dice Generino, il contatto con la famiglia Isoton in Italia è stato perso completamente, però lui ha avuto l’opportunità di conoscere persone di Belluno nella festa della Famiglia Comiotto, svoltasi nella Parrocchia di Capela São Francisco da 6ª Légua. Lì ha approfittato del momento per chiacchierare sul passato, chiedere dell’emigrazione dall’Italia e confermare le storie raccontate dai suoi nonni. Ha trovato interessante il fatto che siano riusciti a parlarsi con lo stesso dialetto, anche se nel periodo della scuola la professoressa obbligava gli studenti a parlare solo il portoghese. Non è stato facile, spiega Generino, imparare tutte e due le lingue contemporaneamente, perché a casa i suoi genitori parlavano solo il dialetto veneto.

A proposito di lavoro, lui ha seguito la professione di famiglia nell’agricoltura, riuscendo a crescere tre figli ai quali ha trasmesso le sue competenze. A casa la produzione di vino, pasta, ragù, brodo è ancora la stessa imparata dai nonni. Purtroppo l’industrializzazione, insieme alla crescita demografica, poco a poco ha introdotto altri metodi e professioni e l’essenza della cultura italiana del passato è stata persa. Se ne possono vedere delle rievocazioni attraverso il cinema, gli spettacoli teatrali, i cori in lingua italiana e la gastronomia, che attualmente muove il turismo nella regione della Serra Gaucha.

Jordana Marchioro Isoton

Tra Soccher e l’Argentina. Storia di un legame mai interrotto

Sergio Pierobon nacque nel 1931 a Montereale Valcellina, in provincia di Pordenone, dove il papà Angelo – che lavorava come capo cantiere per un’impresa di costruzioni – si era trasferito con la famiglia. 

La famiglia di Sergio, però, era originaria di Soccher, e seguì Angelo nei suoi vari spostamenti in Italia fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Angelo venne colpito a un occhio da una grave malattia che non gli permise di continuare nel suo lavoro. Giunti a questo punto della storia, bisogna fare una breve premessa.

La storia di emigrazione della famiglia Pierobon da Soccher ebbe inizio nel 1915, quando Vittore, il nonno di Sergio, decise di andare in Argentina, allora terra veramente promessa, per poter fare fortuna. Nel 1922 lo raggiunse il figlio Giovanni e nel 1923 partì anche la moglie Anna con la figlia Pia, appena nata. Anna viaggiò con la nave “Principessa Mafalda”, tristemente nota perché in una traversata successiva verso il Sud America naufragò al largo di Rio de Janeiro con centinaia di vittime.

In quegli anni di miseria in Italia, l’Argentina era ancora in piena espansione economica

E ora riprendiamo da dove ci eravamo interrotti. Terminata la guerra, Angelo si operò l’occhio ma, una volta guarito, nel dicembre 1948 decise ugualmente di raggiungere il padre e il fratello lasciando a casa la moglie Rosina e i suoi tre figli. In quegli anni di miseria in Italia, l’Argentina era ancora in piena espansione economica e presentava infinite possibilità di cominciare una nuova vita.

Con i primi guadagni, Angelo decise di farsi raggiungere dalla famiglia. E così il 31 marzo 1950 Rosina e i due figli più piccoli – Sergio di diciannove anni e Vanna di sei – si imbarcano a Genova sulla motonave “Conte Grande”, con destinazione Buenos Aires. In Italia rimase la figlia maggiore Milena, che nel frattempo si era sposata. 

Il viaggio fu alquanto disagiato. Rosina e Vanna dovettero dividere la cabina con altre persone mentre Sergio dovette dormire in un «casermone» (sono le sue parole) con circa cinquecento altri uomini. Arrivarono a Buenos Aires il 16 aprile. 

Sergio raccontava che all’inizio la vita fu molto difficile, per la diversità della lingua, per i problemi con i documenti e per la mancanza di una propria abitazione: nei primi tempi dovettero infatti convivere con lo zio Giovanni. 

Il padre Angelo lavorava come capo cantiere edile e così, dopo un po’, anche Sergio iniziò a lavorare nel ramo delle costruzioni. Era una vita di sacrifici, ma con i primi risparmi decise di acquistare un terreno in una “quadra” di Bernal, sobborgo allora al limite Sud di Buenos Aires, per costruirsi una propria casa.

A quell’epoca era usanza che tutti gli italiani immigrati si aiutassero a vicenda per costruire le loro case, mettendosi a disposizione nelle giornate di sabato e di domenica. Fu così che Angelo e Sergio poterono terminare la loro abitazione in Calle Maipù 32. In questa casa Sergio visse tutta la propria vita.

Nei primi anni di emigrazione Sergio lavorò con il padre e si iscrisse a una scuola serale dove conseguì il diploma di Geometra. 
Nel 1956 sposò Dorina, anche lei emigrata, da Altamura, in Puglia, con la famiglia. Dalla loro unione nacquero due figli, Mario e Laura. 

In Argentina, già da diversi anni la situazione politica ed economica si era fatta caotica e burrascosa, al punto di far desiderare il ritorno di tutta la famiglia in Italia.

Nei primi anni i contatti con la sorella rimasta in Italia furono solamente epistolari. Poi, con la possibilità delle comunicazioni intercontinentali, anche telefonici. Solo nel 1964 il papà Angelo, Rosina e Vanna ritornarono per la prima volta in Italia, ritrovandola in pieno boom economico. In Argentina, invece, già da diversi anni la situazione politica ed economica si era fatta caotica e burrascosa, al punto di far desiderare il ritorno di tutta la famiglia in Italia. Ma nonostante la nostalgia per Soccher fosse sempre forte, decisero di rimanere a Bernal. 

Sempre nel 1964, Sergio decise di lasciare il lavoro con il padre e venne assunto da un’impresa italo-argentina, la Techint, per la quale lavorò fino alla pensione. Questa nuova occupazione lo portò anche a girare il mondo (Cile, Indonesia, Venezuela e Colombia, a volte accompagnato dalla famiglia, altre volte da solo), sempre come capo cantiere, e a condurre lavori di grandi complessità.

Raggiunta infine la pensione, dagli anni Novanta lo zio cominciò a viaggiare non più per lavoro, e tornò regolarmente in Italia con la moglie Dorina, mantenendo così i rapporti con la famiglia di origine, che ricambiò le visite. Anche io nel 2008 finalmente ho potuto andare con mia moglie Patrizia a riabbracciare gli zii e i cugini. A questo primo viaggio ne sono seguiti altri. Durante le nostre permanenze, Sergio ha sempre voluto conoscere le novità del suo paese, di cui ricordava aneddoti, fatti e persone, a dimostrazione di un profondo e immutato legame tenuto vivo nonostante la lontananza.

Nel 2014 Sergio venne colpito da una grave ischemia che ne compromise fortemente la salute. Ha lottato per sette anni, aiutato dai famigliari, fino a domenica 24 gennaio 2021, quando all’età di ottantanove anni si è spento, lasciando in Argentina e in Italia un vuoto che potrà essere colmato solamente attraverso il legame che lui ha costruito tra i due continenti.

Il nipote, Eligio Pison

Al centro Eligio e Patrizia con i famigliari Sergio, Dorina, Vanna ed Edoardo, davanti alla casa di Bernal.

La sera del 3 dicembre ’73

“Nihil certius morte hora autem mortis nihil incertius”. Niente è più certo della morte, ma non vi è nulla di più incerto della sua ora.

Ado Cortina nacque il 21 agosto del 1947 a Sant’Antonio Tortal (Trichiana). Dopo essersi diplomato come congegnatore meccanico a Mel e aver lavorato per qualche tempo con una ditta di Belluno, sperimentò la prima emigrazione nel 1966, a Livigno, in provincia di Sondrio, dove lavorò per circa un anno alla costruzione della diga del Punt dal Gall.

Nel 1967 prestò servizio militare come artigliere, completando il corso per sottufficiali a Foligno. Fu congedato sergente maggiore.

Nel 1970 iniziò la sua avventura di emigrante in giro per il mondo. Assunto con l’Impregilo, partì per la Turchia, dove l’impresa italiana stava costruendo la diga di Keban. Ado lavorava in officina, occupandosi della manutenzione dei macchinari. Dalla Turchia passò successivamente in Pakistan, sempre con l’Impregilo, per lavorare alla diga di Tarbela.

Conclusa l’esperienza in Pakistan, passò alla Speno International, la ditta specializzata nella manutenzione di binari ferroviari. Tra il 1971 e il 1972 girò così diversi Paesi del Nord Europa, spingendosi fin oltre il Circolo Polare Artico, per poi spostarsi nell’Est europeo, in ex Jugoslavia.

Le sue capacità, il suo impegno e la buona conoscenza dell’inglese lo portarono infine ad assumere il ruolo di responsabile di un progetto in Australia.

Partito, Ado non poté tuttavia fare nemmeno un giorno di lavoro. Arrivò in Australia alla fine di novembre del 1973. La sera del 3 dicembre, mentre assieme a un collega italiano emigrato con lui camminava verso Port Hedland, fu investito da un’automobile, che lo portò via per sempre.

Ado Cortina

Una vita in memoria

Un sogno, un viaggio, una nuova vita. Così inizia la storia di emigrazione della famiglia Martini, proveniente dalla frazione di Fianema, nel comune di Cesiomaggiore. A raccontarla è Elsa Martini Colombo, mia nonna. Partita da Genova nell’aprile del 1910, la famiglia si stabilì a Santa Maria, Rio Grande do Sul, nel Comune di Restinga Seca.

Giovanni Ricciotti Martini lavorava nella coltivazione di tabacco, Elvira e i figli (Emilio di dodici anni, Irma di nove, Elsa di cinque e Alice di tre mesi, nata in Brasile) aiutavano nelle faccende domestiche, cercando di adattarsi alla nuova realtà. All’inizio della Prima guerra mondiale, Giovanni decise di rimanere a lavorare in Brasile, mentre Elvira diceva di non voler morire lì. Così, nel 1914 ritornò in Italia in compagnia dei suoi quattro figli.

«Eravamo già in guerra, il viaggio è durato più del previsto perché la nave doveva navigare lungo la costa per sfuggire ai sottomarini e ai bombardamenti», ricordava Elsa. Al suo ritorno in Italia, Elvira dovette affrontare con coraggio gli anni della guerra, proteggere i suoi figli e provvedere al loro sostentamento. Gli abitanti più facoltosi della zona andarono verso il Milanese, ma i piccoli contadini rimasero nei villaggi intorno al Monte Grappa, dove si svolse gran parte dei combattimenti e dove furono esposti a bombardamenti, saccheggi e conflitti.

Furono anni difficili. Affermava Elsa: «Essendo un territorio di combattimento, durante l’occupazione austriaca tutto il grano e il vino delle botti furono buttati via. In campagna, le coltivazioni venivano confiscate, non rimaneva nulla. Dovevamo stare zitti, loro comandavano». Alla fine della guerra, Giovanni fece ritorno in Italia, riprese le sue attività di Consigliere Comunale per l’Agricoltura di Cesiomaggiore e si prese cura della famiglia, provvedendo all’educazione dei suoi figli affinché imparassero un mestiere. Elsa parlava di suo padre con ammirazione. «Era un uomo colto, sapeva leggere e scrivere bene, era di bella presenza».

Elvira morì nel 1924 a causa di un infarto. Aveva quarantacinque anni. Giovanni, che diceva sempre di voler tornare in Brasile, decise di inviare Emilio per raggiungere i suoi parenti che si trovavano nel municipio di Tangará, stato di Santa Catarina, dove acquistare un pezzo di terra e preparare tutto per il suo ritorno insieme alle tre figlie. Partirono per il Brasile nell’aprile del 1925, arrivando nel Porto di Santos, nello stato di São Paulo. Il viaggio continuò poi in treno verso la destinazione finale, con una sosta a Ponta Grossa, nello stato del Paraná, dove Giovanni doveva prelevare dei soldi per cominciare una nuova vita.

La notizia del furto provocò una svolta nei piani, nell’armonia e nella vita della famiglia Martini.

Raccontava Elsa: «Mio padre era un uomo di mondo, sapeva tutto, ma sulla via del ritorno alla stazione ferroviaria fu derubato. Gli portarono via tutti i soldi. Aveva paura, parlava di quello che aveva vissuto, ma non era sicuro di cosa fosse successo». A Tangará, Emilio e la famiglia lo aspettavano. Nei giorni successivi, la notizia del furto provocò una svolta nei piani, nell’armonia e nella vita della famiglia Martini. Emilio partì per il Rio Grande do Sul in cerca di lavoro. Giovanni, come raccontava Elsa: «Cominciò ad impazzire. Usciva la mattina presto, tornava tardi la sera. Quanti pianti alla ricerca del padre. Così andammo avanti per un anno, il tempo in cui rimanemmo nella fattoria, finché un giorno non lo vedemmo più». Elsa e le sue sorelle parlavano solo italiano, non erano in grado di gestire la loro vita, erano ancora molto giovani. «All’inizio avevamo l’aiuto della famiglia, ma dovevamo trovare la nostra strada, e quindi andammo a vivere presso delle famiglie sconosciute per aiutare nelle faccende domestiche e avere un posto».

Fu vivendo a Tangará con la famiglia Tomazzi, discendente di italiani, che Elsa conobbe André Colombo, suo futuro marito, di mestiere calzolaio. Con lui visse sessantadue anni ed ebbe cinque figli. Dopo vent’anni, un giorno Elsa ricevette un messaggio: le si diceva che un uomo era arrivato nel negozio in città, chiedendo di lei. «Cominciai subito a tremare, ma dissi ad André: “Andiamo a vedere.” Quando arrivammo gridai: “Padre! Siete tornato!” Lui mi abbracciò, pianse a più non posso. Lo invitai a casa mia, ma lui mi rispose: “Non ci vengo, nessuno ha il diritto di comandare le mie figlie”. Dopo qualche giorno venne di nuovo a trovarci e rimase per un po’ di tempo a casa».

«Quando sollevai gli occhi e vidi che era Emilio, quasi impazzii dall’emozione».

Giovanni era già vecchio, i capelli bianchi, aveva settantasette anni. Parlava sempre di quello che era successo. Aveva un umore difficile, usciva senza dire dove andava e quando sarebbe tornato. Rimase con i figli per un po’, fino a quando non si seppe più niente di lui. A quel tempo i trasporti e le comunicazioni erano difficili. Emilio negli anni cercò le sue sorelle, e dopo trent’anni incontrò Elsa. Ricordava lei: «Quando sollevai gli occhi e vidi che era Emilio, quasi impazzii dall’emozione». Dopo questo incontro, i fratelli cominciarono a frequentarsi più spesso. Per Elsa la famiglia era il bene più prezioso. Il marito, i figli, gli amici, lavorare a maglia per passare il tempo, non voleva nient’altro.

Così Elsa continuò a vivere con semplicità e saggezza. «Ho affrontato la vita, ho imparato a vivere bene con quello che avevo. Ho trovato un modo per dimenticare, lasciarmi la tristezza alle spalle, guardare avanti pensando sempre al meglio». È deceduta a novantasei anni, ancora lucida.

Sua nipote, Luz Marina Colombo Gewehr – Maceio, Alagoas (Brasile)

La zia Adele

Adele Isotton, ottava figlia dell’ex combattente e sergente maggiore Giovanni Battista e di Donada Caterina, nacque a Mel il 27 settembre 1919, dieci mesi dopo la fine della Grande Guerra. Nel dicembre del 1934, all’età di quindici anni, lasciò il Castello di Zumelle e partì con la famiglia, composta da tredici persone. La loro destinazione era Borgo Hermada, l’azienda agraria più a sud dell’Agro Pontino Romano, dove al padre e ai fratelli venne assegnato il podere 1846 dall’O.N.C., l’Opera Nazionale Combattenti.

Dieci mesi dopo, su richiesta del fratello maggiore Giacomo, alla famiglia venne concesso anche il podere 1843, nel quale Adele si trasferì assieme a Giacomo, capo famiglia e conduttore, e a Pietro, Mario e Marcello, il fratellino più piccolo, deceduto nel 1940, a soli sedici anni, per malattia.

Adele aveva indole buona e da essa traeva incredibilmente la sua ragione di forza e di coraggio. Più che discutere, amava ascoltare gli altri. Era dotata di grande temperamento e duttilità sul lavoro. Emanava tranquillità e dolcezza, caratteristiche tipiche delle donne provenienti dalle montagne venete, e questo suo modo di essere le consentiva di svolgere con praticità i lavori domestici quotidiani e di portare il suo contributo in campagna alla pari di un uomo.

Alle esercitazioni paramilitari delle giovani italiane non mancava mai. Le manovre, promosse dal regime fascista, si svolgevano settimanalmente nel campo sportivo di Borgo Hermada e in queste esercitazioni Adele preferiva vestire abiti maschili, più adatti al suo carattere. Probabilmente, non avrebbe rifiutato nemmeno di andare a combattere come un vero soldato.

Adele Isotton

In piena guerra, nel 1943, con gli Alleati che avanzavano incontrastati dal sud Italia verso Roma, il 4 settembre alle ore 16:00 quaranta fortezze volanti americane bombardarono a tappeto la città di Terracina. Era una bella giornata che ormai volgeva al tramonto. Molti contadini avevano terminato di raccogliere nelle vigne i grappoli d’uva moscato e, caricati i cesti pieni sui carretti, li trasportavano alla stazione ferroviaria da dove venivano spediti al nord per arrivare nei mercati oltre frontiera. Lungo la via i grappoli dorati lasciavano una delicata scia aromatica e tanta gente per strada osservava questo rituale che si svolgeva ogni anno al tempo della vendemmia. Troppo tardi si accorsero dell’improvvisa incursione degli aerei americani e molti furono colpiti dalle bombe e dalle mitragliatrici.

Immaginate un soldato tedesco con elmo, gambali e mitraglietta portato sulla canna di una bici da una ragazza!

Fu il primo bombardamento subìto da Terracina. Dal podere 1843 si udirono distintamente l’eco delle bombe e il frastuono delle incursioni aeree, così Adele, con coraggio e audacia, indossata la divisa paramilitare – berretto, camicia e pantaloni – inforcò la bicicletta e corse in città, ansiosa di vedere cosa era successo e di prestare aiuto. Sul ponte del fiume Badino venne fermata da un giovane militare tedesco del comando locale che le intimò di consegnargli il mezzo per recarsi a sua volta in città. Con le “dovute maniere” lei lo costrinse invece a sedersi sulla canna e riprese a pedalare con maggior vigore, come se niente fosse. Immaginate un soldato tedesco con elmo, gambali e mitraglietta portato sulla canna di una bici da una ragazza!

Quello che apparve ai loro occhi fu indicibile, tale era la devastazione lungo la strada che dall’Appia Antica portava alla stazione ferroviaria. Adele si prestò in tutti modi aiutando i soccorritori a caricare i feriti sui carretti per condurli all’ospedale. Quella sera, sul tardi, quando tornò a casa esausta, i suoi famigliari a stento la riconobbero.
Con l’acuirsi delle incursioni aeree in città e lungo il litorale di Terracina, iniziò lo sfollamento degli abitanti verso i poderi, un’evacuazione forzata che dopo l’8 settembre 1943 divenne la premessa delle rappresaglie tedesche contro la popolazione italiana.

Gli anziani genitori, Giovanni Battista e Caterina, rimasti soli a condurre i lavori nel vecchio podere, chiesero ad Adele di trasferirsi da loro, poiché i fratelli erano impegnati sul fronte di guerra e Celestina, moglie di Rodolfo, era tornata a Mel dai parenti con i figli, di cui uno in arrivo. Così Adele, dopo circa nove anni, nell’estate del 1944 si ricongiunse con il babbo e la mamma bisognosi di aiuto e di compagnia. A guerra finita, nel 1948, all’età di ventinove anni, si sposò con Angelo Toso, del podere 1845, proveniente da Lusia di Rovigo. Dal matrimonio nacquero cinque figli: Iole nel 1949, Anna nel 1950, Gisella nel 1952, Luigino nel 1954 (purtroppo deceduto il 7 ottobre del 1958 in seguito al calcio di un cavallo) e Luigina nel 1959. L’anno successivo alla nascita di Luigina, non trovando riparo dalle brutte evenienze che li tormentava, con tanti figli piccoli da sfamare e il lavoro che non c’era, la famiglia Toso-Isotton decise di emigrare nel sud della Francia, a Bollène, adattandosi, marito e moglie, a ogni sorta di occupazione.

Rimase solo il tempo necessario a riprendere fiato e poi via di nuovo, questa volta con le ragazze in grado di lavorare e desiderose di tentare altrove la fortuna.

Nel 1962 Angelo rimase vittima di un incidente sul lavoro: mentre svolgeva mansioni di carpentiere venne colpito alla testa da un mattone caduto accidentalmente da un’impalcatura e morì qualche giorno dopo. Adele, con le figlie tutte minorenni, fu costretta a rientrare in Italia, dove fu accolta in casa della vecchia madre Caterina. Rimase solo il tempo necessario a riprendere fiato e poi via di nuovo, questa volta con le ragazze in grado di lavorare e desiderose di tentare altrove la fortuna. La destinazione fu Milano. Qui finalmente trovarono subito sistemazione, la tranquillità economica e la serenità che avevano lungamente desiderato. La grande metropoli milanese offriva infatti agli operai che piovevano da tutte le parti d’Italia molte opportunità di lavoro. Il resto fu una storia lieta per Adele e le figlie. Oggi Adele, mancata il 30 giugno del 2006, riposa la pace dei giusti accanto al marito, nel cimitero di Dugnano.

Lucia Isotton