Come si impara ad apprezzare le cose

Sono di Tambre, ma nata a Rho di Milano nel 1940, perché i miei genitori erano anch’essi emigranti. Poi tornarono in Alpago e nel 1953 costruirono casa. Così si trovarono pieni di debiti e io a quindici anni dovetti andare a servizio per aiutare un po’ i miei, che si sacrificarono tanto. Mio padre faceva il cardatore di lana. Mia mamma era anch’essa a servizio a Milano. Io trovai un posto a Padova.

Ricordo la mattina in cui partii, alle undici, per arrivare a Padova alle sei di sera con la nebbia e un buio profondo. Era il mese di novembre. Non sapevo come trovare il posto a cui ero destinata. A forza di chiedere, giunsi in via S. Pietro 44 e poi su all’ottavo piano di un palazzo. Fui ricevuta senza tanta accoglienza. C’erano una vecchia zitella, due professori e due bambini.

Dovevo prendere due secchi di carbone per tre volte al giorno, facendo le scale perché non c’era l’ascensore. Quando arrivavo in cima ero stanca morta, non ne potevo più. Per giunta non mi davano da mangiare abbastanza, così scrissi ai miei e mia mamma venne a prendermi. Lì quindi ci rimasi solo un mese.

… la mia camera da letto era giù nella cantina, vicino alla caldaia. Una stanzetta di due metri per tre con una piccola finestra che sembrava una grata, più o meno una piccola prigione…

Poi trovai un posto a Belluno. Ero contenta, essendo più vicina a casa. Purtroppo mi ero illusa! I padroni erano soltanto due anziani con dodici stanze da pulire di fino, perché la padrona controllava se facevo bene. Però la mia camera da letto era giù nella cantina, vicino alla caldaia. Una stanzetta di due metri per tre con una piccola finestra che sembrava una grata, più o meno una piccola prigione, con un rumore assordante per tutta la notte. Dopo due mesi lì mi abituai un po’.

Un giorno, mentre la signora era fuori, mi misi a cantare. Non mi ero accorta che nel frattempo lei era rientrata… Alla fine, mi diede una lavata di capo, dicendomi che in casa d’altri non si canta. Scoppiai a piangere. Un giorno venne a trovarmi mio padre. La padrona era fuori. Gli dissi: «Papà, vieni a vedere dove dormo!». Quando vide la stanza si mise a piangere e mi disse: «Dalle gli otto giorni e vieni a casa!» e così feci.

Praticamente divenni la pecora nera. Mi dicevano parolacce a non finire, non ne potevo più…

Poi trovai un posto in Svizzera, in filanda. Stavo in convitto dalle suore. Là mi trovavo bene, sia dal punto di vista del lavoro che dell’alloggio. Ero contenta. Eravamo tante ragazze, tutte venete e tutte minorenni. Vista la giovane età, le suore non ci consentivano di uscire la sera. Le altre erano arrabbiate per questo motivo e così decisero di andare dal capo della fabbrica a reclamare. Chiesero anche a me di protestare, ma io mi rifiutai: per me andava tutto bene, non sentivo nessuna esigenza di uscire la sera.

Non l’avessi mai fatto! Praticamente divenni la pecora nera. Mi dicevano parolacce a non finire, non ne potevo più, finché decisi di andare via e per fortuna trovai un altro posto dove finalmente fui proprio felice, tanto è vero che ci rimasi un anno e mezzo, fino a quando tornai a casa per sposarmi.

Questa fu la mia emigrazione. Però tutto mi servì per essere contenta di ogni cosa e per imparare ad apprezzare ciò che ho, poco o tanto.

Anno 1956. Dipendenti di una filanda di Siebnen nel convitto delle suore in cui vivevano.

Dalla Libia alla Francia

Un’emigrazione durata quarant’anni. E una vita lavorativa vissuta interamente all’estero. È la storia di Luigi Tormen, raccontata dalle figlie Luigina e Adele, partecipi anch’esse, insieme al padre e alla madre, Maria Camana, dell’esperienza, spesso dura, della vita al di fuori del proprio paese natale.

«Nostro papà – precisano le due sorelle – è nato a Belluno il 15 ottobre 1909. Nel 1930 è in Libia, dove inizia a lavorare nell’impresa di costruzioni Lonati di Tripoli, prima come muratore e poi come assistente». Partecipa alla realizzazione di opere importanti, come la nuova sede Infail* di Tripoli, e ai lavori di difesa a Castel Benito. Il 28 novembre del 1936 sposa Maria (nata il 2 agosto 1910).

… ho l’immagine vivida del bunker in cui vivevamo e del fatto che intorno a noi c’era solo sabbia.

«Prima di sposarsi si erano scritti per ben sette anni – racconta Luigina – Io sono nata nel 1938. Ero bambina, della Libia non ho molti ricordi, ma ho l’immagine vivida del bunker in cui vivevamo e del fatto che intorno a noi c’era solo sabbia. E ricordo bene il ritorno in Italia: papà aveva firmato per rientrare con l’ultima nave, solo per donne e bambini».

Ma ecco il ricatto: era il 1941 e sarebbe potuto salire a bordo solo a patto di partire per la guerra se l’Italia vi fosse entrata. E così fu. Nel 1942 è in Albania. Nel 1943 la guerra lo porta in Francia, in Costa Azzurra. «Provvidenzialmente, e senza aspettarselo, incontra sua sorella, che aiutava i soldati dando loro del cibo». L’8 settembre, data dell’armistizio, fugge da Cagnes-sur-Mer e arriva a Verona, dove è salvato dal rastrellamento tedesco grazie all’aiuto di una donna che, quando scendono dal treno, finge che Luigi sia suo marito.

In Italia non c’è lavoro e nel 1946 decide di emigrare di nuovo in Francia, clandestinamente: fino a Torino in treno, poi attraversa a piedi il Piccolo San Bernardo. Oltre confine può contare sull’appoggio del cognato Rodolfo e inizia a lavorare nell’impresa “Weiler”, a Morhange, nel dipartimento della Mosella, dove poi lavorerà anche Luigina.

… noi italiani eravamo visti male, non era semplice integrarsi.

«Nel luglio 1947, dopo la domanda di ricongiunzione – spiega ancora Luigina – io e mia mamma lo raggiungiamo». Luigina ricorda gli anni di stenti. «Nel 1951 nasce mia sorella Adele. In Alsazia Lorena, prima territorio tedesco e poi francese, noi italiani eravamo visti male, non era semplice integrarsi. Vivevamo in una baracca. Ma un po’ alla volta le cose cambiano. Io a nove anni inizio a fare lavoretti in un panificio, mia madre dai contadini. E la gente comincia ad avere stima di noi, finché riusciamo ad acquistare una casetta».

Nel 1970 Luigi ottiene la pensione d’invalidità per eczema da cemento e la famiglia torna in Italia, a Castion, dove realizza il sogno di costruirsi la casa tanto desiderata, casa in cui Luigina e Adele vivono tutt’ora. «La dipartita del papà è avvenuta nel 1983, quella della mamma nel 1990 – concludono le due sorelle – rimane il ricordo di anni belli e sereni dopo il ritorno a Castion».

Martina Reolon

*L’Istituto nazionale fascista per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

Tripoli. La piccola Luigina Tormen con sua madre Maria Camana.

A piedi sulle Alpi

Era da poco finita la guerra e le risorse in famiglia scarseggiavano. Mio padre aveva combattuto sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale e tra le due era stato in Eritrea. Nell’ultima era finito prigioniero in India e ritornato nel ’46. Dove stavo io non c’erano le condizioni per poter vivere. La soluzione sembrava apparentemente semplice, andare in Francia, dove c’era richiesta di lavoratori. Solo un problema: bisognava partire clandestini.

Io ero giovane e quindi sono partito da Lentiai, nel ’46. Ero assieme ad altri miei compaesani. Bisognava pagare quelli che ti accompagnavano, i passeurs, cinque mila lire. Arrivato a La Thuile, in una stazione piccola come quella di Busche, dovevi saltar giù. C’erano delle persone che ti aspettavano in un bar e poi ti caricavano su un camioncino aperto, ti portavano fin dove potevano e poi ti consegnavano ad altre due persone, altri passeurs. Prima di tutto li pagavi, poi da La Thuile ti portavano fino al San Bernardo. Erano già d’accordo con le guardie di frontiera che effettuavano i controlli sui sentieri. Intascati i soldi, i passeurs tornavano indietro e andavano a prendere altri gruppi.

Dovevi camminare senza nessuno che ti conduceva, perché ai passeurs interessavano i soldi…

Io sono partito con il primo gruppo. Era settembre e arrivati sul Piccolo San Bernardo c’era acqua e faceva freddo. Ero malvestito, avevo un paio di mocassini che venivano dall’India, me li aveva portati mio padre. Siamo partiti alla sera e siamo arrivati la sera dopo, sempre a piedi – ovviamente – camminando tutta la notte. Dovevi camminare senza nessuno che ti conduceva, perché ai passeurs interessavano i soldi, dopodiché tornavano indietro e cercavano di trovare altre persone che avevano necessità di attraversare il confine.

Una volta giunti a Borgo Saint-Maurice ci hanno mandato a un campo fatto di baracche, dove ci hanno fatto le visite mediche. Al campo è arrivato il padrone e c’è stato uno smistamento. Ti selezionavano in base al lavoro che avevi detto di saper fare. Io sono andato a Marsiglia, a quell’epoca stavano facendo i ponti sull’autostrada. Ho lavorato lì per un periodo e poi sono stato a lavorare su un’isola dove c’era un faro che era stato fatto saltare dai tedeschi durante il conflitto. Poi sono stato a Cavaillon, a costruire un hangar, fino a che ho dovuto tornare in Italia per fare il militare.

Il lavoro era molto duro e pesante, facevo le notti.

Nel ’52 mi sono trasferito a Le Locle, in Svizzera, a lavorare come falegname. Sono andato avanti per sei anni, poi c’è stato un periodo di crisi e allora sono rientrato e sono andato prima ad Arquata Scrivia e poi nelle acciaierie di Genova. Il lavoro era molto duro e pesante, facevo le notti. Da lì sono andato a Milano come falegname e ci sono rimasto per un po’ di tempo, poi sono ripartito per la Francia, da solo, mentre mia moglie è rimasta a Milano e mio figlio era a Lentiai, con i nonni.

Sono andato a finire a Bagnols-sur-Cèze, con un’impresa che si chiamava Mione. Appena ho avuto modo di pagarmi una casa adeguata, mi hanno raggiunto mia moglie e mio figlio. Con la Mione bisognava spostarsi spesso e quindi, per non far girare mio figlio da un cantiere all’altro, ho cambiato impresa e sono rimasto per ventisette anni a Marsiglia.

Nel maggio 2011 sono tornato a Lentiai, perché io e mia moglie volevamo stare in un posto più tranquillo.

Marcello Mione

Alpi, 1946: disperati in fila nella neve.
Nella fotografia, tratta da una rivista francese del 1946 e conservata al “Corriere della Sera”, un gruppo di emigranti italiani percorre in fila indiana un sentiero di alta montagna, già coperto dalla prima neve, per passare in Francia.
Fonte: www.orda.it

L’angelo degli emigranti

Correva da poco il primo ventennio del Novecento quando una coppia di bellunesi, da poco emigrati in Canada e residenti a Glace Bay, nell’isola di Cape Breton in Nuova Scozia, decise di mettere su famiglia. Erano entrambi di Fonzaso e portavano un cognome italianissimo: Bianchi, Antonio lui e Rina lei. Fu così che nel 1923 nacque la loro primogenita, Mary, la prima di altri cinque figli, un maschio e ben quattro femmine.

Nel 1936 tutta la famiglia rientrò in Italia, a Fonzaso, e pochi anni dopo visse il tragico evento della Seconda guerra mondiale. Mary era un’adolescente con una marcia in più, anche per il fatto di essere in possesso di un invidiabile bilinguismo, a quegli anni davvero insolito e raro. E fu proprio grazie alla lingua inglese, oltre che al suo fascino, che conobbe Albert “Lofty” Shipp, un soldato inglese di stanza in Italia durante il conflitto. Fu il classico colpo di fulmine. Si innamorarono e alla fine della guerra si sposarono e andarono ad abitare in Inghilterra.

Al momento dell’ingresso nel Regno Unito, Mary rischiò di essere scambiata per la Mata Hari del dopoguerra. Era in possesso di ben tre passaporti: canadese, italiano e inglese, che innocentemente esibì alla dogana. Si susseguirono telefonate alle varie ambasciate finché tutto venne a fatica chiarito e da quel momento Mary optò per l’uso esclusivo del passaporto canadese, così da evitare guai peggiori.

Mary Bianchi Shipp divenne a Niagara un punto di riferimento per tutti gli italiani…

Nel 1954, Mary e suo marito decisero che il Canada, che lei conosceva benissimo, era un grande Paese, sicuramente il posto giusto anche per loro. Scelsero l’est, dove Mary aveva altri parenti. Si stabilirono a Niagara Falls, uno dei luoghi più suggestivi al mondo, da dove non si mossero più per il resto della loro vita. Mary Bianchi Shipp divenne a Niagara un punto di riferimento per tutti gli italiani che nel dopoguerra emigrarono in quella zona. La sua competenza a proposito di iter burocratici, fiscali e contabili la portò a occupare impieghi di prestigio, senza mai trascurare di impiegare parte del suo tempo alle problematiche relative all’immigrazione.

Fu sempre attenta e disponibile a trarre d’impaccio chi ne aveva bisogno, tanto da essere la storica fondatrice della Famiglia Bellunese di Niagara Falls. Ospitò regolarmente nella sua casa parenti lontani e amici pressoché sconosciuti, trattando tutti con garbo, gentilezza e disponibilità fuori dal comune.

Ancora a novantadue anni suonati amava sedersi di fronte al computer, navigare in internet, spedire email ad amici e parenti…

L’improvvisa scomparsa di Lofty la mise a dura prova, ma anche in quell’occasione seppe reagire facendo appello alla sua grande forza. Ancora a novantadue anni suonati amava sedersi di fronte al computer, navigare in internet, spedire email ad amici e parenti, collegarsi con loro e soprattutto dialogare in dialetto bellunese o in italiano, sempre con una proprietà di linguaggio perfetta.

Quando si spense, l’8 ottobre 2015, le campane di Fonzaso suonarono per lei, rendendo doveroso omaggio a una figlia lontana che tenne alto il senso di appartenenza alle radici bellunesi. Nell’alto del cielo, lanciando lo sguardo oltre il campanile, verso il monte Avena, durante i rintocchi qualcuno giura di aver visto un sorriso tra le nuvole: di certo Mary era lì e ascoltava felice.

Mara Slongo

Mary Bianchi Shipp

Un Natale pieno di speranza – parte 2

Ecco la seconda parte della storia. La prima è disponibile QUI.

Al mattino, alle prime luci del sole, ecco la sveglia dei tropeiros, le guide locali che con i muli accompagnavano le famiglie al Campo dos Bugres. Qui, un “baracon” di legno grezzo, in mezzo alla foresta, accoglieva le famiglie destinate alle colonie. Oggetti e bambini più piccoli venivano posti su muli, in delle ceste. Così fu per Antonia, di cinque anni, e per Domenico, di dodici mesi. Andrea, di dodici anni, andava a piedi assieme agli adulti, avanti per una stradina accanto alla foresta vergine. Gli uomini portavano i machete per tagliare i rami, procedendo sui sassi, attraversando fiumi, sotto il sole e la pioggia, con il pericolo degli animali: serpenti, zanzare, scimmie, giaguari, tigri, finché, ecco spuntare il “baracon dei bugri a Caxias”. Era il 20 dicembre del 1876.

Mancava tutto, ma Dio aveva lasciato il pinhão…

Qui molte famiglie, sopratutto donne e bambini, aspettavano il giorno di partenza per il lotto di terreno promesso. Gli uomini erano andati avanti prima, assieme alle autorità, per vedere i terreni. Dopo la decisione sul posto, si iniziava presto a tagliare il mato, abbattere la foresta, cercare di costruire una baracca primitiva di legno per proteggere la famiglia. I primi mesi in colonia erano stati molto difficili. Mancava tutto, ma Dio aveva lasciato il pinhão, il frutto dei pini presenti in abbondanza, e quello fu la salvezza di molti Italiani, assieme alla caccia e alla pesca.

Partiti dall’Italia in cinque, in meno di cinque mesi si erano ritrovati in tre.

Per i bambini, però, non c’era latte. Non resistevano alle malattie, alle puntare degli insetti, alla variazione climatica, alla stanchezza dei viaggi. Domenico, il bimbo di tredici mesi, era morto a gennaio nel 1877. La tristezza aveva invaso la famiglia. Di notte l’assaliva un pensiero: «Che cosa abbiamo fatto?». Ma ormai non era più possibile tornare indietro. Tre mesi più tardi, quello stesso anno, era morta anche Antonia, di cinque anni. Partiti dall’Italia in cinque, in meno di cinque mesi si erano ritrovati in tre.

A giugno, però, era nato Giovanni, primo figlio in terra brasiliana. Nel 1879 era arrivata Maria, mentre nel 1890 Andrea, il primogenito, si era sposato con Angela Zatti, italiana di Sospirolo. Nel 1901 era stata la volta di Maria, sposatasi con Domenico Silvestrin, e nel 1904 di Giovanni, unitosi ad Amalia Cassol, di San Gregorio. Giovanni e Amalia si trasferirono a Nova Prata, poi a Lagoa Vermelha e infine a Erechim, dove nacquero i loro dodici figli, i quali – imparato a camminare e a parlare – si diffusero per il Brasile, in cerca di nuove terre più fertili, più grandi, colonizzando nuovi stati come Santa Catarina, Paraná, Mato Grosso do Sul, Mato Grasso, Rondonia, Roraima, Pará, Amazonas.

Oggi, soltanto nel ramo famigliare di Giovani e Amalia, c’e un totale di oltre mille discendenti, che ancora si moltiplicano. Tutti brasiliani sì, ma con radici profonde in Italia.

Isair Dallazen, nipote di Giovanni e Amalia

Amalia Cassol e Giovanni Dall’Asen