Era nato ad Argenta (Ferrara) nel 1891. Il padre, maresciallo dei carabinieri, comandante la stazione della succitata cittadina, giunto al 30° anno di servizio, decise di ritornare al paesello natio e cercare una nuova attività.
Così Pompeo Sacchet, a nove anni, giunse a Cesiomaggiore, paese che non aveva mai visto e dove rimase orfano della madre. Fu inviato a Feltre presso il patronato diocesano, dove terminò le scuole elementari. Dopo di che frequentò i tre anni delle “complementari” a Belluno.
Ritornato a Cesiomaggiore, si trovò a che fare con la matrigna (il padre si era risposato): furono i due anni più tristi della sua vita. Fuggì da casa e con l’aiuto di un carrettiere che lo aveva nascosto nel sacco del foraggio appeso sotto il carro, passò il confine svizzero.
Probabilmente era a conoscenza che parecchi Cesiolini alloggiavano ad Altdorf e lavoravano a Kuber, nei dintorni, in una cava di porfido che trasformavano in cubetti adibiti a vari usi. Fu lì che mio padre, all’età di sedici anni, conobbe i sacrifici dei lavoratori espatriati; ma per fortuna conobbe anche i suoi paesani che lo accolsero come un figlio.
Ed è lì che venne ritratto, con la mazza in mano, in questa spettacolare foto.
Compagni di lavoro nel 1966. Marino è il primo in ginocchio da destra
Sono partito emigrante da Seren del Grappa all’età di 20 anni, diretto al Cantone di Zurigo e precisamente a Wadenswil, una bella cittadina, dove sono stato occupato in una grande impresa edilizia i cui titolari erano di origine italiana, di Como. Ero partito da Feltre salendo per la prima volta su un treno che allora era ancora condotto da locomotiva a carbone. A Milano mi attendeva uno zio che già da anni lavorava in Svizzera e che mi accompagnò.
Alla frontiera di Chiasso sono sceso, con una moltitudine di altri emigranti come me, per la visita sanitaria e le pratiche doganali. Cosa indispensabile alla frontiera era il permesso di soggiorno ed il contratto di lavoro che io avevo ottenuto tramite lo zio, che tuttora si trova, pensionato, in Svizzera. Fatta la visita medica abbiamo preso un altro treno che ci portò a Zurigo e quindi un altro che mi condusse a Wadenswil dove arrivai alle nove di sera, sempre accompagnato dal caro zio, presso la sede della ditta, una grande baracca di legno.
Io, giovane di Seren che fino ad allora avevo visto solo i prati ed i boschi della mia valle, ero molto timido e preoccupato. Lo zio mi presentò alle persone che erano in baracca che per fortuna erano tutti italiani. Tutti mi rassicuravano: “Vedrai che con noi ti troverai bene”. E così è stato.
L’indomani, puntuale, fui nel posto stabilito; arrivò il baufir, cioè il responsabile dei cantieri della ditta; anch’ egli italiano. Mi presentai a lui e mi chiese se ero muratore o solo manovale; risposi che ero muratore, anche se a mala pena mi arrangiavo avendo frequentato la scuola professionale di Fonzaso. Il baufir ordinò di condurmi ad un cantiere che distava da lì 1,5 Km. Mi portai dietro una piccola valigia di cartone che conteneva pochi attrezzi da muratore che mi ero portato da Seren del Grappa, acquistati con pochi risparmi alla cooperativa del paese. Giunti al cantiere, il magazziniere mi indicò al capo degli operai; preoccupato, perché non conoscevo il tedesco, fui invece sollevato quando vidi che era un italiano anche lui. Alla stessa domanda: ‘muratore o manovale?’ “Muratore”, risposi e mi disse di andare negli scantinati del fabbricato in costruzione a dare l’intonaco alle pareti. Pensai subito che ero fortunato perché fare intonaci era un lavoro che sapevo fare abbastanza bene. Il primo giorno di lavoro è stato abbastanza duro; alla sera non ricordavo nemmeno la strada per ritornare a casa.
La nostra casa era la ‘baracca’, che non era altro che il magazzino della ditta provvista di un certo numero di camerate, una grande cucina ed un salone per mangiare insieme, oltre a delle latrine con doccia. Eravamo circa trenta, disposti in due o tre per camera. Alla sera due di noi cucinavano per tutti secondo turni settimanali con una cucina a legna. Al mattino i più anziani davano la sveglia, una persona faceva bollire una pentola d’acqua, così ognuno di noi poteva farsi il caffé solubile. Ci lavavamo il viso all’aperto al rubinetto del cortile in qualsiasi stagione dell’anno, anche con -10° C. Però eravamo contenti lo stesso. Ogni 15 giorni, puntuale, veniva consegnata la busta paga.
Il nostro padrone sapeva ricompensare il lavoro dei più meritevoli con frequenti aumenti che avvenivano anche per nostra richiesta. Ho vissuto in baracca quattro anni. Nel frattempo conobbi una ragazza pugliese, di Ugento (Lecce), che abitava a Wadenswil con la sorella. Con tanta fatica ho trovato un appartamentino in affitto e così ci siamo sposati il 7 ottobre del 1971 a Ugento e dopo qualche settimana siamo tornati in Svizzera. Il grosso problema era che non potevo portare con me la moglie avendo un permesso stagionale; come tanti altri nella mia situazione l’ho fatta venire clandestinamente. Per questo motivo, quando uscivo la mattina, chiudevo la porta a chiave e tenevo le imposte chiuse e lei se ne stava chiusa in casa. Fortunatamente, dopo pochi mesi, sono maturati gli anni necessari per ottenere il permesso annuale e si poté vivere più tranquillamente, perché si poteva tenere con sé la moglie e cercare anche per lei il lavoro.
Dopo un anno di matrimonio nacque il primo figlio e dopo tre il secondo. Nel frattempo mia moglie trovò lavoro. Cominciava così il problema della custodia dei bambini. La sua fabbrica per fortuna aveva un asilo nido con scuola materna; ogni mattina a passava un pulmino della ditta a prelevare da casa mamme operaie e bambini ed alla sera li riportava a casa.
La vita di emigrazione in Svizzera ci soddisfaceva entrambi, si lavorava, ma si guadagnava bene. Io avevo imparato bene il mestiere di muratore e non avevo più alcuna paura, anzi mi venivano assegnate alcune responsabilità da capocantiere. Si viveva veramente bene a Wadenswil, una cittadina in riva al lago di Zurigo. Ogni domenica facevamo delle passeggiate in riva al lago con i bambini, che si divertivano a portare il pane alle anatre ed ai cigni. Il lago e la stazione ferroviaria erano un luogo di incontro degli Italiani, dove si conversava e poi si andava al ristorante a bere una birra in compagnia.
I figli crescevano e arrivò il problema della scuola. Noi, volendo preservare l’Italianità della famiglia e con l’intendimento di dover un giorno tornare definitivamente in patria, nel 1978, a malincuore, lasciammo il primogenito in Italia con i nonni paterni a Seren del Grappa, dove iniziò le elementari. Nel 1980, con l’età scolastica del secondo figlio, decidemmo di tornare per sempre (pensavamo) in Italia. Ma, dopo giusto un anno, si tornò tutti in Svizzera, perché a Seren le cose non andarono come si sperava, e fummo riassunti dalle stesse ditte, senza alcun problema. Nel 1984 nacque il terzo figlio; in questi anni si viveva ancora meglio: erano lontani i tempi del freddo monolocale, ora si stava in un bell’appartamento confortevole e con il riscaldamento.
Nel 1986 la decisione di tornare in Italia fu definitiva, perché il figlio grande voleva continuare a studiare alle superiori. Furono ancora decisioni sofferte: restare ancora in Svizzera o andare in Italia? Questa volta abbiamo detto Italia per sempre. Questa volta ci andò bene, la nostra Italia fu più generosa con noi perchè ci dette a un lavoro e quindi la possibilità di completare la casa, far studiare i figli fino all’Università e raggiungere la meritata pensione.
Gli anni di emigrazione in Svizzera non potremo mai dimenticarli. Sono stati anni di sacrifici, ma molto importanti per tutta la nostra famiglia anche per gli anni a venire. Ho avuto il grande dono di aver trovato lì mia moglie (donna del profondo Sud, che simpaticamente chiamo la mia terrona), la madre dei miei tre figli, nonna dei miei cinque nipoti; ormai siamo insieme da 42 anni.
Ancora oggi, ogni tanto torno a Wadenswil, ed è come un tuffo nel passato; lì mi soffermo in riva al lago, dove un tempo la domenica, tenevo per mano i miei bambini.
“Nel 1958 in Alpago c’era miseria nera. Ed io, come quasi tutti gli Alpagoti, sono andato in Svizzera, con in tasca un contratto di lavoro che un mio amico mi aveva fatto avere. Non sapevo cosa avrei dovuto fare, perché il contratto era scritto in tedesco, di cui non sapevo una parola.
Insomma per un anno ho lavato piatti e pelato patate – come previsto da contratto – in un grande albergo, a Einsiedeln. Volevo scappar via subito, ed invece son rimasto in terra elvetica per 35 anni. Ho fatto corsi di tutti i generi: tedesco, spagnolo, scuola di commercio. Mi è riuscito tutto – con totale applicazione, s’intende – essendo autodidatta ed essendomi portato da Belluno un po’ d’istruzione e l’apertura mentale necessaria.
Ho messo su famiglia, allevando quattro figli, oggi Italiani e Svizzeri. Mi son costruito una posizione dignitosa. Ho lavorato sodo – come del resto quasi tutti i Bellunesi! – a Lachen, sul lago di Zurigo, a Niederurnen (dove, la sera, insegnavo tedesco agli italiani che lavoravano lì). Per nostalgia della mia lingua materna sono andato anche a Lugano. Mi sono accorto là che i Ticinesi di fronte ad uno Svizzero di lingua tedesca sono Italiani e di fronte ad un Italiano (io) sono Svizzeri. Dopo un anno sono ritornato nella Svizzera tedesca! Una volta la settimana, la sera, ho dato a Rapperswil lezioni di Italiano a Svizzeri, per dieci anni. Gli ultimi 18 anni ho lavorato a Volketswil/ZH in una grande ditta, della quale ero il factotum amministrativo e di cui mi ero guadagnato la totale fiducia.
Ho rispettato tutti come tutti hanno rispettato me. Ho rispettato le loro leggi, i loro usi e costumi, le loro regole. A casa degli altri, comandano, appunto, gli “altri”. Ho imparato a prendere la persona così com’è, con i suoi pregi e i suoi difetti, con le sue idee. Conoscendo tutti i meccanismi amministrativi e politici svizzeri, non posso fare a meno di citare tre soluzione da brevetto. Pensione di vecchiaia: c’è un minimo e c’è un massimo. Il motto della pensione di vecchiaia svizzera è: il giovane per i vecchio, il ricco per il povero;
Gli evasori fiscali hanno grosse difficoltà a nascondersi, perché la dichiarazione dei redditi va in Comune, che può facilmente controllare; Lo stato di “impiegato statale” non esiste; già a livello comunale si assume e si licenzia – se necessario – (senza l’intervento dei Sindacati!).
Durante gli ultimi dieci anni di Svizzera ho “scoperto” la Famiglia Bellunese di Zurigo, collaborando attivamente. Lì ho vissuto l’attaccamento alla nostra “bellunesità” e alla nostra patria. Per me – e penso per tanti Bellunesi – la Svizzera è stata l’America! Mi han trattato bene. mi han pagato bene, però… Nel 1993 la nostalgia delle mie montagne e della mia gente raggiunse il massimo ed ho avuto il coraggio di rientrare, assieme a mia moglie, lasciando lì quattro figli ormai “fuori di casa”.
Gigliola De Bortol con la madre desiderano pubblicare la testimonianza di Gildo De Bortol (padre e marito): emigrante in Svizzera per ben 30 anni. Questo scritto è stato steso da Gildo poco prima della sua morte avvenuta il 28 agosto 2009.
“Mi chiamo Ermenegildo De Bortol. Sono nato a Trichiana in provincia di Belluno nel 1934.
Nel 1954 sono partito per andare in Svizzera a lavorare in una ditta edile; mi sono fatto mandare, per interessamento di mio fratello, il contratto di lavoro e il permesso della “Polizia stranieri” obbligatori a quel tempo. Verso la fine del mese di aprile sono partito per Zurigo via treno con fermata a Chiasso. Passo la dogana e alcuni responsabili della polizia degli stranieri mi portano in un altro luogo, distante circa due chilometri dalla stazione, per la visita – obbligatoria – sanitaria: quelli che non reputavano sani venivano rimandati in Italia.
Arrivato a Zurigo sono andato subito al distretto di Polizia per stranieri per presentare la carte sanitarie che mi erano state rilasciate a Chiasso. Come abitazione avevo una baracca che era stata scartata dai militari perché vecchia e rotta. In molti fori entrava anche dell’aria. C’era una stufa a legna dove veniva scaldata l’acqua per il bagno. Si lavava la biancheria in un mastello. Eravamo gruppi di quattro, sei persone e ognuno aveva il proprio compito: chi andava a fare la spesa, chi cucinava, chi lavava i piatti e così via. Il 1° maggio 1954 fu il mio primo giorno di lavoro in Svizzera. La paga era di 2,97 franchi all’ora. La stessa paga era riportata nel contratto.
Nel 1957 è nata in Italia mia figlia. Non ho potuto farle frequentare l’asilo (Kindergarten) e di seguito le elementari in Svizzera perché, per i figli nati in Italia non c’era il permesso. Il “permesso annuo” veniva rilasciato solo dopo dieci anni; questo almeno per i nati fuori dalla Svizzera. Io avevo il permesso di soggiorno per tre mesi all’anno.
Don Dino era il pastore degli emigranti, umile e generoso. Dava tutto sé stesso per vedere contenti e soddisfatti gli altri. Mi diceva che io era la prima nella lista degli emigrati.
Un giorno mi trovavo in un supermercato per liquidare della merce; si ferma, guarda e prende una tela per fare la bandiera della “Cascina”, per una festa dei Bellunesi; da allora, quando passava, se avevo qualcosa che gli poteva essere utile, glielo presentavo. Era sempre nei cantieri per trovare gli operai e gli portava degli indumenti che gli davano e per aiutarli nelle pratiche scrivendo per loro. Io gli portavo dei pacchi di merce per gli operai.
Un giorno gli ho dato un quadro della Madonna di Morbio da benedire, perché volevo donarlo alla chiesa di Cirvoi; lui mi disse che aveva una persona che lo portava e così è arrivato a destinazione. Mentre mi trovavo da lui mi disse: “Anch’io ho nel cuore il mio paese” e mi fece vedere un calice che avrebbe regalato al suo paese.
Mi fece anche vedere una stanza piena di cose da regalare ai poveri. Lui pensava sempre a come aiutare i bisognosi e non si tirava mai indietro quando c’era da lavorare. Lo si vedeva con l’ascia per tagliare la legna e con la pala per smuovere la terra; dopo alcuni istanti metteva il camice e celebrava la Messa da campo (…).
Don Dino per me è stato un grande amico, la sua morte è stata una grande perdita per me e per tutti quelli che l’hanno conosciuto (…).